Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Gehry e l'asciugamano

di Gianluca Milesi - 8/7/2001


In quest giorni e' in corso al museo Guggenheim di New York una mostra sul lavoro di Frank O. Gehry.
Credo che su Gehry si sia detto quasi tutto, quindi non vorrei ripetere cose già molto note anche a chi non si occupa direttamente di architettura.

La mostra e' molto grande, occupa tutta la spirale del museo; l'allestimento della sala non e' particolarmente scenografico, anzi a dire il vero risulta piuttosto debole per la particolare location, credo non sia stato montato con la dovuta attenzione; si tratta di un velo appeso al soffitto che avvolge parzialmente la spirale di Frank Loyd Wright.
Le opere sono disposte secondo il percorso lineare della spirale; sono esposti moltissimi modelli alcuni di grandi dimensioni (ad esempio il modello per il museo Guggenheim di Manhattan); una serie di gigantografie di edifici solitamente realizzati occupa le pareti lungo tutto il percorso intervallata da pannelli di spiegazioni tecniche o di introduzione ai progetti; vi sono inoltre in ordine sparso delle raccolte di disegni esecutivi consultabili, molto interessanti, modelli di studio e materiale informativo vario.
I lavoro esposti come dicevo in precedenza sono estremamente noti, non si e' quindi sorpresi (almeno in qualità di architetti) dai contenuti (e dalle forme) di ciò che si vede
La visita, che richiede un certo tempo e' senz'altro nel complesso interessante, intensa, dettagliata, didattica per certi versi, forse ridondante in alcune parti.
Al termine della visita si esce soddisfatti anche se leggermente ubriachi di immagini.

Non e' qui mia intenzione dare giudizi di valore sul lavoro di G., mi limiterò ad elencare alcune considerazioni -personali- sull'evento.
- Mi sembra che il lavoro di Gehry sia stato influenzato dal cambiamento dell'architettura contemporanea -almeno di una parte di essa-; Le opere eseguite fino ai primi anni novanta, pur essendo interessanti per altri versi, non usano il linguaggio 'Gehriano'; insomma mi pare che Gehry non possa essere paragonato, come spesso viene fatto, a Gaudì; quella di G. non e' l'opera di un architetto geniale e isolato, e' l'opera di un architetto appartenente al proprio tempo e nel passato ai tempi diversi in cui ha operato.
Anzi, se si osserva l'opera di G. nella sua collocazione temporale si notano cambiamenti 'stilistici' evidenti; decostruttivismo, una certa interpretazione del postmodernismo, persino una tendenza razionalista; insomma G. e', se visto in una prospettiva temporale, un architetto per certi versi eclettico (ciò non toglie nulla al valore delle singole opere appartenenti a differenti periodi e in ogni caso questo 'eclettismo' non e' da intendersi nel senso più tradizionale)
- Mi pare che sia riconoscibile nell'opera di G. una forte componente californiana, talvolta (nei lavori forse meno riusciti) disneyana; in pratica se nella grande maggioranza dei casi tutto e' ben controllato, talvolta vi sono degli eccessi di rotondità; tutto e' un po' troppo tondo; se si dovesse fare il paragone con una bella donna lo si potrebbe forse fare con una bella donna procace.
- Credo che G. abbia 'inventato' alcune parti o regole sintattiche caratteristiche del proprio linguaggio; ad esempio le soluzioni adottate per le aperture (finestre) negli edifici residenziali dell'ultimo periodo -per altro molto belli- sono senz'altro molto riuscite; la rottura della grande superficie non regolare e' cosa difficile a farsi (anche Eisenman ha avuto a mio giudizio momenti difficili nell'affrontare il problema -almeno fino alla trovate dell'utilizzo di grandi tagli secchi su tutta la superficie-); G. risolve il problema con un cambiamento di linguaggio o meglio creando un linguaggio nuovo ad hoc.
Un discorso simile si potrebbe fare a riguardo delle vetrate poste dove i volumi si rompono 'naturalmente' o finiscono definiti nella propria forma.
- E' esposto ad un certo punto dell'esposizione un asciugamano piegato secondo una forma accidentale; questo asciugamano tiene la forma data in quanto impregnato di cera e successivamente lasciato asciugare.
Credo che nell'esempio dell' asciugamano sia contenuto un indizio utile alla comprensione dell'architettura di G. (almeno quello dell'ultimo periodo),vi sia la sintesi della concezione spaziale e formale.
L'architettura di G. ha a che fare con i processi di elaborazione digitale solamente per quanto riguarda la trasposizione di informazioni spaziali studiate tramite modelli reali a macchine che realizzano mouldings (casseforme) per la stampa, la colata o la piegatura delle superfici costruttive o parti di esse.
La genesi della architettura e' legata a mio giudizio direttamente ad un controllato incidente formale-spaziale (l'asciugamano).
Insomma G. ha capito forse prima di altri che la forma accidentale e' molto spesso più bella di quella generata dallo studio di geometrie controllabili (non mi riferisco all'architettura digitale che sfrutta altri incidenti)
In più un'architettura spesso e' bella perché fa perdere il senso dell'originale processo di concezione e di creazione, non e' più comprensibile facilmente; insomma diviene complessa, meno prevista, quindi non ancora del tutto vista o già vista, non facile da decifrare; non la si vede tutta subito quindi incuriosisce.
Forse uno stato di incoscienza e di casualità nella creazione va a favore del valore artistico contenuto; (Milan Kundera sosteneva una tesi simile nell'insostenibile leggerezza dell'essere).
Strumentalmente inoltre quella dell'asciugamano e' un'operazione di radicalità Duchampiana.
-Talvolta l'architettura di G. risulta un po' pesante (non e' una critica negativa, talvolta un senso di pesantezza e solidità, unità ad una forte tensione spaziale che disloca la materialità genera poesia); a volte alcuni edifici appaiono come un vestito di una linea nuova cucito con una stoffa di linea vecchia o come carte di caramelle di carta costruite con la porcellana; probabilmente la tecnologia non e' ancora pronta per la complessità proposta.
Ciò non toglie che G. sia ad oggi l'unico architetto recente che abbia sperimentato e costruito su larga scala una architettura di grande complessità e innovazione; e' l'unico che abbia studiato e realizzato soluzioni tecnologiche, sebbene dai costi elevatissimi, con un enorme valore per la ricerca.
- L'opera di G. e' fortemente personale, pur facendo parte comunque di un 'sistema', la soluzione formale e spaziale da lui proposta e' pressoché unica (non si potrebbe avere alcun dubbio sul fatto che il museo Guggenheim di Bilbao e il recente complesso per lo spettacolo realizzato in Australia siano opera dello stesso architetto); solamente alcune opere di G. hanno un determinato tipo di tensione e di forza e le soluzioni specifiche proposte e i dettagli (paragonabili a scoperte scientifiche per il vaolre di novita' e di ripetitività) diventano un linguaggio particolarissimo, riconoscibile;tanto piu' riconoscibile in quanto spesso inedito.
-Credo che G. sia un architetto popolare; è comprensibile a molti che non si occupano di architettura; non credo vi siano a monte (a valle) del suo lavoro particolari speculazioni di natura filosofica o culturale, tantomeno morale o sociale; questo e' certamente un punto di vantaggio per la portata di impatto diretto dei suoi progetti (personalmente ho sempre pensato che la pratica venga prima della teoria o che comunque l'accompagni e non credo sia necessario ripercorrere la storia e le ragioni del barocco per capire la bellezza di una chiesa di Borromini; questo non per togliere importanza alla critica o alla teoria che restano necessarie); l'atteggiamento di G. in fondo avvicina l'architettura al mondo e ne apre i confini, pur non senza rischi; G. forse non ha bisogno probabilmente di essere troppo colto; l'architettura di G. e' per tutti e per nessuno.
-Per ultimo vi e' l'aspetto dell'introduzione dell'architettura di Gehry nel contesto urbano (e non).
E' evidente che si tratti di un approccio radicale per contrasto piuttosto che di un processo di mimesi.
Se può essere vero che vi e' un'attenzione alla genealogia del lotto e delle parti di citta', non si puo' parlare di rispetto dei caratteri locali e culturali dell'intorno (il nuovo museo Guggenheim di Manhattan e' drammaticamente simile al museo di Bilbao e non penso che possa essere fatto un paragone ragionevole tra la punta sud di Manhattan e il lungomare di Bilbao).
A mio giudizio le considerazioni da farsi sono due, una parziale ed una generale;
-l'architettura di 'oggetti' straordinari non e' la stessa che potrebbe essere proposta per parti di città più integrate -il razionalismo spesso non accettava tale differenza- (i musei oggi sono le nuove cattedrali borghesi del pellegrino laico -turista- globale, gestite da well-connected established milionari internazionali colti; e così funzionano).
-Credo che la relazione con il contesto urbano debba tenere conto di cambiamenti radicali di sensibilità e cultura che creano un immaginario urbano inesplorato e introduce nuovi elementi più per contrasto e addizione che per un senso di continuità.

(Gianluca Milesi - 8/7/2001)

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