Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Sassolini nella scarpa di Purini

di Paolo G.L. Ferrara - 11/11/2001


L'iniziativa è di Giovanni Bartolozzi: organizzare un incontro su Zevi per ascoltare opinioni e riflessioni di chi ebbe modo di conoscerlo. Per me, che non ho mai incontrato Zevi personalmente, instaurandovi un rapporto esclusivamente epistolare, era occasione per potere attingere dagli altri relatori utili pareri sulla sua opera di critico-storico dell'architettura. Si sa: il confronto è l'esercizio più utile per capire ed approfondire.
Quel che più m'interessava era comprendere quanto gli altri relatori pensavano su quanto Zevi avesse realmente rappresentato, attraverso la sua opera critica, un processo di progresso per l'arte e l'architettura.
Libri quali Storia dell'architettura moderna, Pretesti di critica architettonica, Leggere scrivere parlare architettura, Controstoria, mi avevano avvicinato alla figura di Zevi, trasmettendomi la sensazione che egli avesse centrato in pieno l'obiettivo del progresso di arte e di architettura nel corso degli anni e degli eventi.
Ha parlato Giovanni Bartolozzi e le sue parole mi hanno fatto riflettere: lui Zevi non lo ha conosciuto, è giovanissimo studente di architettura, è rimasto folgorato dalla figura di Zevi. Mi sono detto che qualcosa doveva pur significare l'impegno di uno studente nel voler fortemente parlare di Zevi. Dovevano esserci ragioni profonde in Bartolozzi. C'erano, ed erano chiare: la lettura dei libri di Zevi ha innescato nel giovane studente siciliano quello che diciassette anni fa avevano innescato in me: studiare l'architettura fuori da ogni regola dei programmi accademici universitari. Studiarla tenendo conto della sua componente base: lo spazio.
Da Bartolozzi a Franco Purini - passando dalla mia generazione di studente degli anni '80, a quella di Saggio, Prestinenza, Lazier, studenti degli anni '70- ci sono quaranta anni di differenza. Bartolozzi e Purini sono separati da decenni, diversi l'uno dall'altro, a tutti i livelli: politico, sociale, culturale. L'incontro su Zevi è occasione per riparlarne in riferimento ad una figura che questi decenni li ha vissuti intensamente, con in più l'esperienza di quelli precedenti (anni '40 e '50).
Bartolozzi dice chiaramente di sentirsi orfano di Zevi e attende da noi che gli si parli di suo "padre", che gli si racconti chi fosse realmente, oltre ciò che ne può leggere nei suoi ed altrui libri.
Bartolozzi scopre di avere in Franco Purini un fratello maggiore: anche Purini dice di essere orfano di Zevi. Ma non è la stessa cosa. Purini dice che "Zevi li ha lasciati orfani": fondamentale la differenza tra l'essere orfani e l'essere lasciati orfani. La seconda condizione suppone la volonta dell'abbandono da parte del padre.
Lazier ed io siamo certi che l'incontro non sarà un inno cieco a Zevi. Ne è garanzia la serietà ed il peso di Saggio, Muntoni, Prestinenza Puglisi, Purini: grandezza e limiti del pensiero zeviano saranno analizzati con obiettività.
Così è, almeno sino a Purini, che si rivela la voce "contro": Zevi ha commesso molti errori, primo fra tutti quello di avere introiettato l'intransigenza fascista, cosa che si può dedurre dall'intolleranza che mostrava contro chi non la pensava come lui. Dimostrazione? Zevi, travolto dall'ondata postmoderna non ha saputo reagire con raziocinio ma, colto di sorpresa, ha sparato a zero, come si conviene a chi non ha argomenti con cui discutere. Zevi spesso pretestuoso, come quando contrappone Borromini a Bernini.
Zevi che costringe l'architettura italiana ad uscire dai circuiti internazionali, togliendole peso culturale, isolandola. Zevi che non ha mai relazionato la sua critica architettonica con altre espressioni culturali e sociali (letteratura, musica, etc.) che contemporaneamente si proponevano. Zevi che addita di immoralità chi non progetta secondo la sua visione architettonica, amplificando la sua intransigenza fascista.
Come si conviene in queste circostanze, dopo i difetti - ma che difetti!- Purini ne elenca i pregi, così, tanto per gradire…
Zevi maestro…Zevi importante…Zevi di qua e Zevi di là…
Dopo avere ascoltato Purini la sigaretta ci vuole proprio...e anche Sandro sente questo bisogno. Siamo venuti a Firenze sicuri di non assistere a crisi isteriche per la dipartita di Zevi condite con inni di lode.
Non lo volevamo perché odiamo le commemorazioni intrise di ipocrisia.
Ma va detto: non ci aspettavamo neanche le parole di Purini.
Ci troviamo fuori, nel cortile attiguo alla sala del convegno. Incontriamo Purini, ma non c'è dialogo. Il messaggio è chiaro: lui è Purini, ma noi chi siamo?! Lui è Purini e, dunque, con noi non parla. Lui è Purini, noi solo due poveretti esaltati che in realtà poco conoscono di Zevi (a dirla tutta, secondo Purini io non ho mai letto neanche uno dei libri di Zevi).
Non ci ha ascoltati e non ci illudiamo che ci leggerà, ma io ci tento lo stesso.
Se Purini è stato lasciato orfano da Zevi e se Zevi ha commesso tutti questi peccati c'è comunque da dire che l'orfanello ne è, tutto sommato, somigliante in certi aspetti.
Se -a detta di Purini- crescendo durante il fascismo - pur essendone contro- Zevi ne ha assorbito l'intolleranza dittatoriale, lo stesso Purini denota qualcosa di simile: non parla con chi non è d'accordo con lui. Niente dialogo, niente contraddittorio, niente input da sviluppare. Si sputano solo sentenze.
Ovviamente, l'interpretazione dell'intolleranza di Zevi non mi trova d'accordo nel rintracciarla nell'assorbimento dei modi fascisti che Zevi stesso combatteva. Il transfert qui non funziona.
Zevi era contro ogni tipo di dittatura, rossa o nera che fosse, e se abbandona il suo più caro amico (Ruggero Zangrandi) lo fa proprio in nome dell'assoluta volontà di uscire da posizioni estremiste.
Caro Purini, scendiamo nel dettaglio degli argomenti e forse riusciremo ad evitare cantonate quali "Zangrandi, e con lui Zevi, scesero a compromessi con il fascismo, frequentando anche il figlio di Mussolini". Vittorio se lo ritrovarono in classe. Vittorio lo usarono alla prima ora della loro lotta, sapendo bene che era impossibile organizzare la disobbedienza sfuggendo alla reprimenda fascista.
Il coraggio fu di camuffarsi per entrare dentro il sistema ed iniziare ad eroderlo. Zangrandi fonda l'Associazione per l'universalismo del fascismo e con essa il coraggio di agire e non di parlare e basta…di agire e non di disegnare e basta…quando il momento si fa critico.
La "teoria del doppio binario": Le dice qualcosa in merito all'allontanamento tra Zevi e Zagrandi?
Veniamo a Zevi travolto dall'ondata post moderna: riduttivo. Avrei preferito che Purini spiegasse- anche e soprattutto agli studenti che ci ascoltavano- le vere motivazioni della diversità di pensiero con Zevi, che presero corpo dagli anni '70.
Borromini versus Bernini? Pretesti di critica architettonica. Appunto.
Se non si studia Borromini con il mezzo dell'eresia non si può che ridurlo ad uno dei tanti che scopiazzano senza capire. Viceversa, si scopre un Borromini che rispetta il passato contestualmente alla volontà di non camuffare di passato il moderno, evitando a mezzo di impeti violenti di cadere nell'"ambientamento". Bernini non c'entra, è "altro" nella sua grandezza.
Se il post moderno avesse avuto un millesimo della stessa matrice eretica di Borromini potremmo stare qui a parlarne. Dunque chiudo l'argomento su Post moderno. D'altronde non potrei aggiungere nulla di nuovo in merito all'intima radice di degrado culturale che ha avuto.
Il demerito dell'uscita dell'Italia dal panorama internazionale ne è la conseguenza. Zevi non c'entra.
Discorso difficile, perché soggetto a scatenare ire infruttifere piuttosto che spunti propositivi.
Isolata dal fascismo della seconda parte del ventennio, l'Italia torna nel circuito internazionale grazie a personaggi quali Terragni - e a quelli che ne seguirono la scia-, la cui opera non si piega a semplice ripetizione degli stilemi e delle regole razionaliste, ma assurge al manierismo più alto, creando i presupposti per lo sviluppo di un'architettura al di fuori delle estenuanti ricerche di una tradizione moderna italiana. Terragni è doppiamente eretico: contro i dogmi fascisti e contro quelli del razionalismo.
Oggi non abbiamo una identità architettonica nazionale? E la colpa sarebbe di Zevi poichè ha combattuto la metafisica rossiana frammista a rigurgiti accademici?
Se un uomo combatte da trenta anni l'accademismo, la matrice classica del razionalismo, le architetture che non considerano i contenuti alla base del loro essere, la ricerca di uno stile d'identità nazionale, se un uomo fa tutto questo, perché mai dovrebbe all'improvviso porgere ossequi a chi cancella di colpo il Movimento Moderno dichiarandone il fallimento e riportando l'architettura nel recinto dei dogmi da cui si stava liberando?
Ma qual è questa benedetta tradizione architettonica italiana di cui tutti i razionalisti accademici piangono la scomparsa? E' forse quella romana? O quella paleocristiana? Magari quella romanica? E, non avendo avuto un gotico che tale possa essere chiamato, la nostra tradizione è rintracciabile nel duecento o trecento? Nel rinascimento o nel barocco? Potrebbero esserlo tutte le forme di maniersmo?
Ma via! Finiamola! Finché continueremo a cercare verità assolute resteremo sempre più fuori da ogni contesto culturale realmente moderno.
L'apporto della storia architettonica italiana (di qualsiasi lingua) è fondamentale per tutta l'architettura internazionale, a tutti i livelli. E mentre al di là delle alpi l'architettura continua ad esprimere innovazione noi continuiamo a perderci in preziosismi fuori tempo.
Zevi - prima di ogni altro- intuì il problema e si dedicò a capofitto a lavorarvi. Una presa di posizione dura, a volte intransigente, ma con l'obiettivo primario di comprendere la storia e le sue potenzialità a volte inespresse (il caso di Terragni è emblematico) ed attualizzarle.
Le Corbusier incontrando Zevi :" Tutti dicono che lei è contro di me.Ma so che non è vero". Infatti.
Essere contro non significa combattere l'uomo ma le sue idee. Le Corbusier non progettava secondo la visione di Zevi influenzata da Wright? Vero, ma mai Zevi ha tacciato di immoralità Le Corbusier, o Louis Kahn. Lo ha fatto con Luigi Moretti? Vero, ma il discorso su Moretti ci porta inevitabilmente ai suoi legami con il fascismo, alle sue compromissioni. Anche Terragni era fascista? Vero, ma vittima di un equivoco che dichiarò apertamente con il Novocomum.
Quando Zevi criticò apertamente Alvar Aalto non lo fece per mezzo di offensive dichiarazioni sulla moralità dell'uomo. Ne attaccò la retrocessione architettonica, non l'etica.
Etica che Zevi ha sempre perseguito in architettura attraverso il coinvolgimento sociale. Strettamente legate, architettura e fatto sociale non potevano prescidere dall'essere messaggio etico. Lo ha ricercato costantemente, in ogni situazione socio- politica, in ogni manifestazione della società e della cultura.
Purini ha cercato di sminuire il gesto ribelle dell'abbandono dell'insegnamento del 1979: "appena spedita la lettera Zevi si pentì e cercò di ritirare le dimissioni".
Anche Anna Falchi si pentì di avere posato nuda e pianse in diretta allo Zecchino d'Oro.
Siamo al pettegolezzo, oltre ogni volontà di spiegare i contenuti alla platea di studenti che hanno il diritto di conoscere per potere avere argomenti su cui ragionare.
Purini avrebbe dovuto parlare dei significati che Zevi attribuiva alla libera cultura, unico modo di minare dall'esterno il monumento-feticcio universitario. E non si riferiva ai colleghi.
Non si trattava di "[…]riformare l'università, ma di rivoluzionarla, cioè di reinventarne le strutture. A tal fine occorrono iniziative temerarie, anche illegali, che presuppongono una stretta alleanza tra universitari e intellettuali liberi" (da Zevi su Zevi - Marsilio)
Mi ha sempre affascinato la capacità di Zevi di prendere a prestito scritti o pensieri di intellettuali anche al di fuori dell'architettura ed esaminarne i contenuti rapportandoli ad essa.
Caro Purini, da Lei mi sarei aspettato di più. La sua figura è considerata di una certa importanza per quanto ha inciso nel percorso di crescita dell'architettura italiana. Avrebbe dovuto parlare delle differenze che la dividevano da Zevi. Differenze di sostanza, di contenuti.
Seguirò il suo consiglio e (ri)leggerò Zevi. Spero lo faccia anche Lei.
Un personaggio della sua importanza, professore universitario, avrebbe dovuto comprendere il "come" parlare ad una platea fatta di studenti. Non c'è riuscito. O, più probabilmente, non ha voluto.
Non penso che Lei rappresenti l'università dei dogmi e delle regole, dove bisogna solo ascoltare ed eseguire, evitando accuratamente che ognuno diventi se stesso, libero.
Uomini liberi, come lo è stato Zevi e come lo siamo tutti noi che di Zevi -oltre ogni tipo d'insegnamento architettonico di cui ognuno di noi può condividere, elaborare o rifiutare gli indubbi eccessi della personalità del personaggio- abbiamo fatto nostra la sovranità dell'individuo quale prima regola dell'essere civili.
Ribadisco quel che ho detto in altri articoli: Portoghesi ha attaccato spesso gratuitamente Zevi, evitando di concentrarsi sui contenuti. A Firenze, Purini ha avuto un atteggiamento simile. Ne rispetto la posizione, le idee, i contenuti. Rispetto la sovranità dell'individuo. Ma non mi è piaciuto il modo in cui si è tolto i sassolini dalla scarpa: li ha lanciati con veemenza, facendoli disperdere e non colpendo alcun bersaglio.


(Paolo G.L. Ferrara - 11/11/2001)

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