Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Una biennale dalla doppia anima

di Davide Crippa - 7/5/2001


Tra video di straordinario impatto visivo (grazie Studio Azzurro!) e allestimenti in cui si respira il profumo dell’arte si entra nella biennale del millennio, la biennale nata sotto il segno di Massimiliano Fuksas, che con il “Peace Certer” all’ingresso del padiglione Italia ci ricorda la sua strepitosa versatilità.
Questa mostra è la consacrazione del virtuale, poiché riconosce internet come luogo di discussione privilegiato, ed è proprio in rete che è nata e si è sviluppata l’idea stessa della biennale. Con la creazione del sito www.labiennale.org, del forum e soprattutto del concorso on-line “Le città del terzo millennio”, Fuksas è riuscito a legare indissolubilmente questo evento al nuovo media … e come Fuksas stesso afferma “è il sito della biennale che costituisce la vera mostra”.
Questa è stata pero‘, anche l’occasione per produrre una riflessione ad ampio respiro sui problemi che affliggono le nostre metropoli, ed è da questa doppia accezione che deriva il titolo della mostra “Less Aesthetics More Ethics”; questo assioma, dal sapore “Miesiano”, non va comunque preso alla lettera, poiché il suo ideatore auspica più un equilibrio tra i due termini che una prevaricazione del primo sul secondo.
Il massiccio e prepotente uso delle nuove tecnologie e dei software d’ultima generazione è visibile in tutte le installazioni della mostra, ma i veri profeti dell’architettura “elettronica”, come viene definita da Fulvio Irace su “Abitare” n° 397, sono davvero pochi. Questi gruppi si distinguono non solo per l’uso delle nuove tecniche di rappresentazione ma soprattutto per l’utilizzo di tecnologia avanzata nell’atto stesso della progettazione.
Riguardo questo filone strepitosi esempi di avanguardie si possono trovare nel padiglione Statunitense, dove è esposta la ricerca di Hani Raschid e Greg Lynn sulla “Embrylogia Houses”, mentre nel padiglione Italiano emergono i progetti del gruppo Nox, del gruppo dECOi e la rappresentazione della “Città del terzo millennio - SandCity” realizzata da giovani studenti di Roma, i “2°+p”. La flessibilità funzionale, formale e tecnologica è l’elemento che contraddistingue tutti questi progetti, e tale flessibilità è così forte da rasentare spesso la materializzazione e l’impalpabilità.
Meno reclamizzato o enfatizzato dalla stampa è l’altro grande tema affrontato nella mostra, che pure è di estrema attualità: esso è più strettamente legato al sociale, o meglio ad una visione dell‘architettura e dell‘urbanistica che non privilegi soltanto la progettazione fisica.
Questa corrente di pensiero, insinuatasi nell‘occidente da circa un ventennio, nasce dalla consapevolezza che le nostre città - diversamente da quelle antecedenti gli anni 70 – non sono soggette tanto ad una nuova espansione fisica, quanto ad una ridefinizione del costruito basata soprattutto su una riprogettazione dei cosiddetti “vuoti urbani”; costruire sulla città costruita, quindi con la presenza di abitanti è però molto diversa che costruire ex-novo, e da qui deriva la crescente sensibilizzazione verso il “sociale” – l’esigenza di una progettazione non solo fisica ma anche sociale quindi per risolvere quei problemi che impediscono tutt’oggi alla città di “funzionare bene”, sta diventando sempre più impellente, e la nuova conoscenza si avvale via via maggiormente dei contributi di altre discipline quali la sociologia e l’antropologia.
Al riguardo all’interno del concorso indetto dalla biennale, citiamo il progetto “Ecologia della paura” (anche premiato con una menzione), di Stefano Antonello e Thomas Bisiani, che prendendo come spunto un articolo di Mike Davis su Decoder n° 9, hanno proposto una visione di città figlia degli scenari ipotizzati in Blade Runner e Matrix. Questo lavoro non è però il solo ad aver posto l’attenzione sull’individuo e la città, ad esempio l’Olanda, con una installazione provocatoria , il “salotto pubblico”, denuncia una sempre più frequente privatizzazione degli spazi pubblici causata – come direbbe il sociologo Goffmann – da una compressione degli spazi di ribalta in favore di quelli di retroscena.
Anche l’esposizione Israeliana propone un’ampia riflessione sulla definizione di città e pone l’accento sul nuovo ruolo che essa sta assumendo; il suo stesso titolo, “Anonimato Intimo” (che ancora una volta risente delle definizioni di Goffmann) esplicita il doppio livello su cui si gioca la vita moderna nella metropoli; ispirandosi alle critiche sulla città contemporanea di Jane Jacobs, nell’installazione si definisce la città come un luogo fisso in cui l’uomo può creare rapporti con il prossimo a vari livelli personali, pur mantenendo totalmente il proprio anonimato”. Con questa esposizione Israele lancia un grosso monito per tutti: “il futuro è nella comprensione del fatto che la città è un evento umano e non una scultura”, per cui non basta una buona architettura per avere una bella città!
Concludendo voglio sottolineare come la presenza di due visioni così interessanti e così diverse, quella legata all’approccio telematico e quella incentrata sulla comprensione della città come “fatto umano”, presenti contemporaneamente in una stessa mostra non fa che testimoniare – secondo alcuni – la confusione in cui si trova la nostra disciplina, secondo noi la ricchezza e le potenzialità che studi così diversi possono offrire interagendo.

(Davide Crippa - 7/5/2001)

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