Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

L’universale di Architettura n° 100

di Sandro Lazier - 23/12/2001


Antonino Saggio ci ha fatto dono della prefazione in anteprima al volume n° 100 della collana “L’universale di Architettura” (edito da testo&Immagine, Torino) fondata da Bruno Zevi.
Il libro è appena uscito, l’autore è Attilio Terragni, il titolo “Daniel Libeskind – Oltre i muri”
Il traguardo delle cento pubblicazioni e lo spessore del personaggio narrato rende onore al Professor Zevi e manifesta tutta l’attualità e concretezza delle sue aspirazioni critiche, del suo coraggio intellettuale e della sua sensibilità e intelligenza. Un patrimonio che A. Saggio dimostra non essere perduto.


Altre linee
Prefazione di Antonino Saggio

Libeskind è un architetto che ci aiuta a misurarci con le irragionevolezze del mondo e della storia. L'architettura, arte costruttiva, solida, razionale e certa per definizione, ha incontrato raramente nella sua storia questa deriva tormentata, difficile e crudele. Pensiamo ai cunicoli scavati nelle masse tufacee delle catacombe per proteggersi dal martirio, pensiamo agli anfratti romanici, dalle cui grosse mura sembra quasi impossibile che possa trapelare il bagliore di un risveglio, pensiamo alla rabbia autobiografica di alcune strutture di Michelangelo o ai macerati spazi di Borromini o alle sovrapposizioni infinite di Giambattista Piranesi.
Nel secolo appena concluso forse il momento più alto di questo sentire l'architettura attraverso le irragionevolezze del mondo sono gli schizzi di Mendelsohn tracciati in trincea mentre le bombe disegnavano le loro traiettorie e i gas si spandevano nell'aria.
Ma a parte queste pochissime eccezioni, l'architettura è quasi sempre affermativa, positiva: è vessillo di sicurezze invece che di incertezze, di speranze invece che di paure. Libeskind no. Certo molto ha a che vedere con la sua storia, che passa costantemente dentro e fuori paesi e culture, e che si avvicina alla architettura con un percorso eccentrico, senz'altro a-professionale nel combinare insieme musica, filosofia, grafica e certo un pezzo della sua vicenda e di quella del suo popolo è inestricabilmente associata al sentimento di un tempo e di una vita senza spazio di approdo certo.
Nato nel 1946 nella devastata Polonia del primissimo dopoguerra, Libeskind ha studiato in Israele musica per poi passare alla Cooper Union di John Hejduk e di Peter Eisenman, una facoltà di élite in cui si accede con borse basate sulla qualità e non sul censo e dove è proprio la provenienza da altri campi e discipline che è considerato il valore fondamentale per una preparazione che cerca la profondità. Ma Libeskind dopo la scuola di architettura indaga ancora altri settori e si specializza in Storia e in Filosofia all'università inglese dell'Essex. Per buona parte degli anni Ottanta intreccia percorsi e discorsi: e lo fa nei libri, in alcuni corsi e conferenze, nelle esposizioni come la Biennale veneziana del 1985 o la celeberrima mostra del Decostruttivismo del 1988. In questi anni è impossibile definirlo usando canoni tradizionali o barriere delimitate. I luoghi si intrecciano con le esperienze: Milano, Como, New York, Londra. L'approdo, naturalmente, non può essere che Berlino: terra lacerata e vitale, luogo e non luogo del mondo in cui come tutti sanno completa nel 1999 un capolavoro cui questa collana ha gia dedicato un intenso saggio di Livio Sacchi: la nuova ala del Museo Ebraico di Berlino.
Il lavoro di Libeskind si presenta così come una linea zigzagante tra luoghi idee e saperi che incide per il superamento della nostra presunta razionalità di dominio sul mondo e sulle cose e per una radicale messa in crisi delle nostre certezze.
Molte volte possiamo (anzi dobbiamo) fare a meno di queste crisi. Non oggi. Gli uomini, la storia, le vicende collettive e individuali incontrano periodicamente il dolore e la tragedia che è in fondo tale solo se introitata profondamente. Ecco allora che gli architetti, i pochissimi architetti, come Libeskind, acquistano per noi tutti improvvisamente un nuovo senso. Niente scorciatoie, nessuna facile speranza ma la rivelazione che c'è anche "altro": c'è il dolore incomprensibile, c'è lo stupro collettivo, c'è la camera a gas, c'è il suicidio senza speranza se non quello di arrecare un danno ancora più alto: come per le due torri appena ieri infrante insieme a migliaia di esistenze.
Insomma se spesso possiamo fare a meno di un'opera come quella di Libeskind, adesso non ci è consentito perché la tormentata strada che il mondo deve compiere dopo l'11 settembre ha bisogno di un architetto come lui.
Attilio Terragni conosce bene Libeskind per aver condiviso con lui passione per l'insegnamento, progetti ed esperienze. Propone in questo libro un percorso non didattico, non informativo, non esemplificativo. Un percorso niente affatto rassicurante, ma che è condotto allo stesso tempo con intelligenza e con ricchezza di spunti nel continuo riconnettere testo, disegno e immagine lungo una linea che non può non essere tormentata. Scrive l'autore:

Libeskind, trasporta l'architettura in un campo infinito di analogie proprio per liberare lo spazio dalle rappresentazioni univoche che il tempo limitato della nostra esistenza tende ad attribuirgli ... il disegno non è una sezione di un oggetto già costruito o da costruire, ma un insieme denso e coerente di linee per farlo emergere.

Ci illustra Terragni gli snodi principali di questa ricerca, ci fa comprendere in che direzione affonda il pensiero, ci fa anche partecipi delle diverse e poco ortodosse modalità che l'architetto usa per arrivare alle sue opere.
Attraverso questo libro l'opera di Daniel Libeskind emerge così insieme a un più generale sentire verso la frantumazione dei significati e l'impossibilità di riportare la nostra concezione di realtà ad un discorso unitario. Il modo di conoscere attraverso la sovrapposizione coerente dei sistemi è svanito. La realtà può essere avvicinata solo come costante interconnessione di processi, di sistemi, di "strati"; sempre più la nostra percezione assomiglia a quella del palinsesto, con i suoi layer liberamente, a volte casualmente e spesso drammaticamente sovrapposti. Questa è la tormentata traiettoria che Libeskind traccia: il molteplice, il diverso, l'altro è la nostra sola ricchezza.

Antonino Saggio

(Sandro Lazier - 23/12/2001)

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Commento 49 di Arianna Sdei del 02/02/2002


Grazie al prof. Saggio per il bell'articolo, sintesi appassionante e diagonale del passato, sguardo rivolto al futuro senza paura.

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Commento 46 di Noise del 24/01/2002


Carissimo, prof. Antonino Saggio,
Abbiamo letto con interesse la sua prefazione, inoltre ha tracciato alcune conferme che noi avevamo ipotizzato nel recente concorso Beyond Media, ma non centrato in modo così netto. E' fortissimo l'esempio di Mendelsohn che a nostro giudizio pone l'accento su un "mondo" da noi spesso ignorato: confrontarsi con il dramma. Sicuramente questo è un metodo portato avanti non solo nell'architettura da Libeskind, ma anche da molti altri artisti in tutti i diversi campi, purtroppo però queste forme di arte riemergono solo ora dopo il tragico evento dell'11 settembre che ha scosso il mondo intero. Solo ora queste vengono capite e accettate, solo ora l'architettura positivista della nuova era viene messa in discussione, solo ora è vietato ignorare, solo ora l'uomo si riscopre unito per la patria, solo ora si riscoprono i "vecchi valori" messi da parte dal consumismo spietato. Lo sforzo di Libeskind è di trasmettere tutte queste emozioni in architetture e il merito è quello di aver tracciato una strada che nessuno credeva mai sostenibile e possibile, ora è il momento migliore per approfondire e cercare di capirla per poter cogliere le linee guida della "nuova architettura"......

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Commento 38 di Giovanni Bartolozzi del 29/12/2001


carissimi, prof. Antonino Saggio, Sandro e Paolo,
leggo, felicissimo, lo splendido e profondo testo introduttivo del prof. Saggio per il nuovo numero su Libeskind, e anche la breve introduzione di Sandro Lazier, che vede ,giustamente, nella centesima pubblicazione della collana "Universale d'Architettura" ,fondata da Zevi, un traguardo importante nel tentativo, splendidamente riuscito del prof. Saggio e di altri docenti, di continuare , con queste pubblicazioni, il lavoro iniziato dal Maestro, portando avanti il suo messaggio architettonico.
Il 3/12, partecipando alla conferenza romana in memoria di Bruno Zevi, i relatori si ponevano una domanda: "che cosa avrebbe fatto Zevi dopo l'11 settembre? "
Tutti sembravano d'accordo sul fatto che Zevi avrebbe trasposto in architettura questa enorme e sbalorditiva trasformazione subita dal mondo intero dopo questo disastro.
Sicuramente anticipando i tempi come ha sempre fatto grazie alla sua sensibile capacità di lettura della civiltà contemporanea.
E' importante, dunque, che questa introduzione di Saggio, attualizzi l'architetto Daniel Libeskind mettendo in riferimento diretto l'esperienza di quest'ultimo con quanto accade nel mondo.
grazie e auguri.
Giovanni Bartolozzi

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Commento 37 di Antonino Saggio del 27/12/2001


Siamo insieme in questa ricerca.

Antithesi è uno strumento di pensiero e di riflessione. Un vero tesoro, per chi ha il desiderio di sentirsi parte di un gruppo libero.
Grazie Sandro, Grazie Paolo per il vostro lavoro e auguri per uno splendido 2002.

Nino


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