Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Gibellina: vergogniamoci, tutti.

di Paolo G.L. Ferrara - 14/1/2002


Anche le tragedie sono di prima e seconda classe. Quella che ha colpito il Belice trentaquattro anni fa è addirittura di terza classe. Dimenticata con il tempo, è come se non fosse mai avvenuta, tranne per chi la visse in prima persona e per chi si è arricchito speculando.
Ero molto piccolo ma ricordo bene l'ospedale da campo di Sciacca e la sala operatoria, dove mio padre operò ininterrottamente con la sue equipe chirurgica per alcuni giorni: arrivavano in continuazione ambulanze e gente disperata che, forse, aveva intuito che quella notte sarebbe stata solo l'inizio di un lunghissimo dramma.
Quattordici comuni distrutti, centinaia di morti, migliaia di feriti e di senza tetto, gli effetti del terremoto. Quando s'iniziò a parlare di ricostruzione, Gibellina -pur nella disgrazia subita- sembrò baciata dalla fortuna: non solo i gibellinesi avrebbero avuto case solide e nuove, ma addirittura un paese "firmato" da nomi altisonanti dell'arte, dell'architettura e dell'urbanistica. Un paese di cui si sarebbe parlato molto.
Più di otto anni fa crollava la chiesa che Ludovico Quaroni progettò per Gibellina. Fu l'ultima volta che i media parlarono del paese siciliano, ma non mi stupisce.
La Sicilia è terra che assurge alla cronaca il più delle volte solo per accadimenti tristi o perché ( ma in fondo è la stessa cosa) le elezioni sono da sempre monopolio di un solo partito politico, quello più forte al momento, a prescindere dal suo colore.
Dieci giorni fa sono tornato a Gibellina Nuova, famosa appunto per le opere che molti architetti -oggi noti al grande pubblico- progettarono con l'obiettivo di renderla città simbolo della rinascita culturale e sociale delle zone del Belice colpite dal terremoto del 1968.
Ci vado quasi ogni volta che torno in Sicilia: no, non lo faccio per motivi di cuore, anche perché sarebbe molto ma molto difficile trovarvi ragazze.
Gibellina è una città vuota, desolante, abbandonata dai suoi abitanti. Quegli stessi abitanti che, saputo della chiamata a rapporto di architetti noti a cui sarebbe stato dato incarico di progettare le nuove architetture (che, come detto, trasformassero il paese in simbolo di rinascita) commentarono "...completati edifici, case, scuole, chiese, centri civici, per non morire di fame dovremo trasferirci in Svizzera. Qui rimarrà il deserto con molte cattedrali, tutte vuote".
Sapevano bene i gibellinesi che la cosa più importante era dare loro occupazione lavorativa, unico modo per evitare di dovere emigrare, aspetto colto esclusivamente da Danilo Dolci e Lewis Mumford. Due nomi da niente...almeno secondo tutti i politici amministratori dell'epoca, arguti e lungimiranti solo nel capire quale fosse il modo meno rumoroso per lucrare sulla pelle dei disperati.
Gibellina Nuova ha già da tempo perso la sua popolazione che, in gran parte dei casi, vi tornerà dentro una bara proveniente dalla Svizzera, dalla Germania, dal nord Italia. E andrà direttamente al cimitero. Chissà quale architetto di nome verrà chiamato per ampliare il cimitero di Gibellina...e chissà se egli, visto che c'è, non si concederà una gitarella nell'altro cimitero, quello dell'architettura. Gli basterà fare due passi per Gibellina Nuova ( mai nome fu meno appropriato) e potrà soffermarsi in religioso silenzio davanti agli edifici vuoti, usurati dal tempo, crollati, deturpati. Sarà facile individuarli: i cartelli gialli che ne riportano nome, anno di costruzione ed autore, fungeranno da lapide.
Chissà se si chiederà il perché di tutto questo scempio morale attuato sui gibellinesi, assolutamente identificabile proprio attraverso l'architettura, ovvero uno dei principali simboli che da sempre rappresenta il grado di civiltà e d'innovazione della società. Se Hegel potesse vedere Gibellina, ripensando a quanto egli affermava dell'architettura quale arte, se la riderebbe alla grande e farebbe a tutti noi anche qualche gestaccio.
Oltre ogni motivazione socio- politica, quel che sconcerta di Gibellina è visitare queste opere lasciate marcire, ed il pensiero corre ai progettisti, curioso di sapere cosa ne pensano e che sensazioni provano nel vedere tale disastro. Per questione di forza maggiore, Quaroni e Samonà non possono più dirci nulla, ma Purini, Venezia, Gregotti, Collovà, cosa provano?
Palazzo Di Lorenzo, di F.Venezia, è ridotto a scenografia pura, e l'unica cosa che possa ancora trasmettere a chi lo visita è una sensazione tetra ( ci sono anche i piccioni...), che ci spinge a percorrerlo velocemente ed uscirne al più presto, tra fili elettrici, sculture rovinate, vetrate rotte. Subito fuori, fermandosi sotto il cubo grigliato dell'ingresso, ci si gira a gettare un ultimo sguardo ad un opera che oramai è museo di se stessa. Un museo visitato da chi s'interessa di architettura e desidera cogliere di persona il lavoro di Francesco Venezia. Così come quello di Franco Purini e Laura Thermes; il sistema delle Cinque piazze è più eloquente di qualsiasi cosa si possa dire: assolutamente vuoto, di sabato mattina, alle 11,30. Eppure avrebbe dovuto rappresentare un sistema che riunificasse "[...] una serie di isolati frammentati e poveri di senso con una nuova forma, qualità e ritmo; crea uno spazio credibile per la comunità, usato per proiezioni all'aperto e per il mercato, oltre che come strada di attraversamento[...]", come ha ben spiegato A. Saggio su Costruire (Speciale Sicilia- Percorsi di architettura).
Questo articolo non ha finalità rivolte alla critica del manufatto architettonico ( vi riamandiamo all'eccellente descrizione critica di A.Saggio in Coffe break, su Arch'it : "Architettura in Sicilia: Percorsi dell'imprinting"), dunque non si parlerà in termini positivi o negativi delle singole costruzioni.
Tentiamo, piuttosto, di capire se quella di Gibellina possa essere realmente considerata architettura. Tema forte, in bilico tra il pericolo di fare un discorso senza sbocchi concreti e la possibilità d'innescare una presa di posizione chiara e chiarificatrice sul ruolo dell’architettura.
Punto di partenza del tema: per le modalità in cui è nata, per le cause che ne hanno decretato l'abbandono, per lo stato di inutilità che ha acquisito, quella di Gibellina non può essere considerata architettura. Le valenze che i singoli architetti hanno conferito agli edifici si sono dissolte nel momento in cui essi sono rimasti vuoti, senza funzione, senza vita, senza cura.
E veramente poca differenza fa che la Chiesa di Quaroni sia crollata e le altre no. La desolazione è la radice comune, e l'unica teoria che abbia avuto realizzazione è stata quella speculazione in grande stile, con la cultura architettonica usata quale paravento.
E gli architetti progettisti? Sono stati anche loro coinvolti inconsapevolmente? Sono vittime quanto lo sono i gibellinesi?
Lungi da me l'intenzione di colpevolizzarli o di ritenerli correi. Il professionista chiamato ha fatto il proprio dovere, progettando e costruendo; se poi l'opera non è stata usata e non ha fatto da traino per una Gibellina veramente nuova, tutto ciò è a carico della politica che ha amministrato, in primis la Regione Siciliana. Chiaro, senza abitanti non può esserci utenza, ed allora ecco tanti come me che arrivano a Gibellina muniti di macchine fotografiche e telecamere, puntando gli obiettivi su Purini, Venezia, Quaroni, Samonà, Consagra, Paladino, e sulle tapparelle e le persiane chiuse in quasi tutte le case.
Tra una ripresa e l'altra capita d'inquadrare anche il camioncino di frutta e verdura che, lento pede, procede per le vie del paese, fermato da donne anziane che comprano a domicilio. E non potrebbero fare altrimenti, perché negozi ce ne sono proprio pochi (del resto, chi rischia di aprire un'attività commerciale se non c'è utenza?). E' quasi imbarazzante incontrare gli abitanti di Gibellina, perché ci osservano come se fossero abituati alla processione di forestieri che si aggira tra le loro case in cerca delle opere di architettura. I loro visi e gli sguardi sono eloquenti e sembrano dirci "...ma che ci venite a fare qui, a vedere ruderi moderni? Edifici vuoti o crollati? Smontateveli e portateveli via, tanto venite solo per quelli, non certo per i gibellinesi".
Torniamo ai progettisti. Mi chiedevo della sensazione che provano nel vedere le loro opere ridotte così malamente. Se è vero che il progetto è l'espressione artistica ed etica del suo autore, se sono vere tutte le parole che si scrivono e si dicono sul significato sociale dell'architettura, Gibellina ne rappresenta la confutabilità.
Dunque, anche gli architetti e gli urbanisti che sono stati chiamati (e pagati) a Gibellina hanno forti responsabilità. Avrebbero dovuto richiedere garanzie etiche sul futuro delle loro opere, visto e considerato che alla base dell'architettura c'è l'essere al servizio della collettività. Garanzie sulla reale necessità dei loro progetti, garanzia che sarebbero serviti allo sviluppo di Gibellina e di tutta la Valle del Belice e non a noi curiosi di architettura. Talmente eterogenea ed interessante è l'architettura di Gibellina che sembra di essere all'interno di un grande spazio espositivo all'aperto. Ma non serve. O forse è servita a qualcuno di questi progettisti (Venezia e Purini, ad esempio) per diventare noti al grande pubblico per la loro ricerca. Avendo essi assolto un incarico, non li si può biasimare, ma personalmente tutto ciò non m'interessa e trovo che queste opere, nello stato in cui sono, non valgano e non dicano nulla, nemmeno della ricerca che ne sta alla base, eccezione fatta forse per quella metafisica di Purini (soprattutto nelle sue "Cinque Piazze"), che è -ironicamente- l'unica che possa dirsi idonea e contestualizzata: architettura e assenza di vita sono il volto di Gibellina.
Eppure, nelle relazioni progettuali e nelle innumerevoli riunioni fatte da comitati vari, il progetto di architettura è sempre stato presentato come elemento fondamentale, enfatizzandolo come non mai per la sua capacità di essere strumento di rinascita.
Il fallimento sociale di Gibellina Nuova ha trascinato con sé anche quello architettonico, in particolare modo la ricerca dei progettisti. Se Gibellina avesse avuto un futuro come lo si era presentato, essa poteva diventare realmente luogo di fermento e i contadini avrebbero presto dismesso i panni usuali per vestirsi di nuova vita sociale, non convivendo più con il mulo e la motozappa dentro casa (tanto più che le casette a schiera della Gibellina nuova non ne prevedevano il ricovero) ed avrebbero avuto modo di lavorare nello sviluppo industriale previsto, guadagnando con meno fatica, non alzandosi alle tre del mattino, con la conseguenza di potere dedicare le ore libere a "farsi una cultura" architettonica, vista la grande quantità di qualità che Gibellina avrebbe offerto. E avrebbero interagito con tutti i forestieri arrivati nel loro paese anche grazie alla qualità architettonica di cui avrebbero potuto godere, bramosi di vedere dal vivo l'attuazione della ricerca di architetti quali Francesco Purini, sino ad allora noto per i suoi disegni.
La risonanza sarebbe stata realmente di alto livello e ne avrebbe beneficiato proprio l'eterogeneità della ricerca architettonica italiana del momento. Non è stato così, e chi oggi visita Gibellina non può che domandarsi che significato abbia avere montato questo circo equestre e per il divertimento di chi. Immaginiamo soprattutto un cultore di architettura straniero che si spinge sino in Sicilia per vedere queste architetture; bella figura che ci facciamo, ma tanto -è risaputo- tutto quello che succede in Sicilia è presto archiviato quale fatto assolutamente locale che nulla a che fare con la nazione Italia, perchè "...in Sicilia...c'è la mafia!" (nel resto d'Italia invece no, non c'è...).
Da sempre l'Italia d'esportazione artistica ed architettonica è Firenze, Roma, Venezia. Innegabile, ma non solo: c'è anche un'Italia nascosta , che però non si fa conoscere agli stranieri. La cososcono benissimo i politici e gli speculatori, e la tengono ben nascosta.
Il Ministero dei beni culturali dell'attuale Governo sta impazzando dappertutto e argomenta su qualsiasi cosa riguardi l'architettura, la tradizione, il restauro, mandando Sgarbi ad inseguire Isozaki, Meier e Hadid per il mondo, a discutere sul come ed il perché vengano attuate modifiche ai loro progetti che stanno per sorgere in Italia. Alain Elkann intervista Massimiliano Fuksas e vi trova assoluta conferma di quanto il Governo ha stabilito in materia d architettura, soprattutto in merito a quella contemporanea che non deve avere nulla a che fare con i centri antichi.
Caro Sgarbi, un bel viaggio a Gibellina non lo programma? E lei, Dr Elkann, perché non va ad intervistare Franco Purini o Francesco Venezia (non le chiedo di andare da Gregotti perché so che, dopo la questione sul riuso di San Vittore, tra il suo amico Sgarbi ed il milanese d'adozione non corre buon sangue...) e chiede loro i perché di Gibellina?
Quando sarà pronto il bellissimo Centro d'arte contemporanea della Hadid potremo smentire il direttore per l'architettura e le arti contemporanee del Ministero Pio Baldi e, finalmente, dire che in Italia è nato il secondo museo di architettura contemporanea: il primo esiste già a Gibellina. Un museo ove sono catalogate tutte le nefandezze possibili ed immaginabili: corruzione, sciacallaggio politico, collusioni mafiose, collusioni professionali, cattiva realizzazione delle opere, copertura culturale delle malefatte; un museo dove tutte queste cose sono "esposte" attraverso l'architettura.
Vergogniamoci tutti: anche chi non è stato e non è sicuramente parte delle nefandezze del Belice è responsabile, perchè non ha il coraggio di denunciare gli imbrogli, le corruzioni, i clientelismi, le raccomandazioni, le compromissioni politiche che proliferano nel nostro mestiere, trentaquattro anni fa come oggi, senza soluzione di continuità. Istinto di sopravvivenza? no: egoistica vigliaccheria, a preservare le nostre carriere.
C'è realmente da chiedersi se il caso di Punta Perotti a Bari avrebbe avuto la risonanza che sappiamo se non ci fosse stato di mezzo il nome di Renzo Piano...ed io credo di no. Vergogniamoci, tutti.

(Paolo G.L. Ferrara - 14/1/2002)

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Commento 13309 di Augusta vecchi del 13/09/2014


Prima volta a Gibellina "nuova".....come non rispondere all'indignazione di "vergognamoci tutti".
Una calda giornata di settembre,l'impossibilità di ricevere informazioni di fronte ad un deserto totale.
Il primo pensiero di fronte alla desolazione circostante é la validità dell'idea che ha messo in moto il progetto originale......forse sbagliato e velleitario in origine.
Tempi e speculazione hanno fatto il resto,una città morta prima di essere nata.
Abbiamo lasciato il paese con un senso di sgomento e di frustrazione per come vengono utilizzati i pubblici denari ed uscendo due patetiche peripatetiche ,immigrate da qualche paese africano,aspettavano invano possibili clienti.

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Commento 10654 di vilma torselli del 02/09/2011


In risposta alla sana e simpatica incazzatura di Claudio Giunta:

“[………] il compito dell'architetto, servire o dirigere?". La risposta è semplice ed è implicita in quanto ho detto: ponete una "e" al posto della "o". Servire e dirigere appaiono interdipendenti. Il buon architetto deve servire gli altri e simultaneamente svolgere una reale funzione di guida, fondata su una convinzione reale: guidare tanto il suo cliente quanto il gruppo di lavoro che si raccoglie intorno all'edificio. Dirigere non dipende solo dall'innato talento, ma anche, e moltissimo, dall'intensità di convinzione che si possiede e dalla volontà di servire.
Come potrà raggiungere questa posizione? Mi è stato spesso domandato dai miei studenti qualche consiglio sul problema di divenire architetti indipendenti dopo la laurea, ed evitare di svendere le proprie convinzioni a una società ancora abbastanza ignorante circa le idee moderne in architettura e in urbanistica.
La mia risposta è questa:
Guadagnarsi la vita non può essere l'unico scopo di un giovane che vuole soprattutto realizzare le proprie idee creative. Perciò il vostro problema è come serbare intatta l'integrità delle vostre convinzioni, come vivere quel che propugnate e, nello stesso tempo, guadagnare. [..........] Create centri strategici dove il pubblico sia posto di fronte a una realtà nuova e tentate poi di superare l'inevitabile stadio di violenza critica finché la gente non abbia imparato a rimettere in funzione le proprie atrofizzate capacità fisiche e mentali, in modo da utilizzare adeguatamente la nuova soluzione che le è offerta. Dobbiamo distinguere tra i bisogni vitali, reali della gente, e la consuetudine dell'inerzia, l'abitudine, così spesso gabbata per "la volontà del popolo".
Le forti e terribili realtà del nostro mondo non saranno attenuate rivestendole di "nuove vedute", e tentare di umanizzare la nostra civiltà aggiungendo alle nostre case fronzoli sentimentali sarà ugualmente futile.
Ma se il fattore umano diverrà sempre più dominante nel nostro lavoro, l'architettura rivelerà le qualità emotive del suo autore proprio nelle ossa degli edifici, e non solo nei loro rivestimenti: sarà il risultato di un giusto servire e di un giusto guidare."

(Walter Gropius, “Architettura integrata”, edizioni il Saggiatore, 1954)

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Commento 10652 di Claudio Giunta del 31/08/2011


Desidero precisare l'apparentemente piccola questione sollevata da un commento da me qui letto che sottintendeva la colpevolezza, almeno etica, degli "Emeriti Architetti" riguardo la costruzione della città nuova di Gibellina: la città di Gibellina non è stata pensata, progettata quindi costruita da "Emeriti Architetti"(intesi, come sottende sarcasticamente quel commento, come le stars dell'architettura), più semplicemente i suddetti Architetti, anni dopo la costruzione della cittadina, sono stati chiamati allo scopo di intervenire con progetti puntuali su una città già realizzata secondo visioni nord europee che certamente non avrebbero desiderato gli stessi Architetti che, anzi, si sono dimostrati, pur nei loro differenti linguaggi, concordi nell'intervenire per dare significato a contraddizioni che già negli anni ottanta, ai loro occhi, erano evidenti. Ma ai loro occhi, professionalmente e non turisticamente parlando, quali contraddizioni potevano essere importanti? si sono concentrati, guarda un pò, sulle incongruenze di un infelice progetto urbanistico, addirittura sulla non logica del tessuto urbano, sulla sua dispersività, sulla mancanza del cosidetto (ma anche nuovo, perchè no) "centro storico" e così via. Nei commenti da me letti si insinua invece il dubbio che essi - gli Emeriti - avrebbero dovuto caricarsi del compito di risolvere l'economia, la politica, la distribuzione dei redditi, lo sviluppo del lavoro possibile in questta cittadina.
Coseguenza di ciò, a trent'anni di distanza, il solito giochetto: sono colpevoli i Signori Purini, Venezia, Gregotti, Collovà et similia, non certo una Regione indifferente (e oggi a dire solo indifferente sono un santo) e una popolazione che, nel migliore dei casi, voleva il posto subito magari anche come articolisti; e visto che ciò non è capitato, tutti in Svizzera, rosicandosi il fegato contro gli Architetti e magari contro Ludovico Corrao che, al contrario di centinaia di altri Sindaci di paesi siciliani ri-costruiti opportunamente allo scopo di privarli di significato, almeno ha desiderato mostrare un volto possibile di civiltà, attendendosi magari da chi di dovere il proprio contributo, politico ed economico, evidentemente mancato.
Concludo: invito a viaggiare in Sicilia tra cittadine, anche importanti per il territorio, pensate progettate e realizzate ma soprattutto mantenute come Beirut (ovviamente già bombardata); invito a smetterla di parlare degli Architetti come coloro che, realizzando un singolo edificio in una città, diventano per sempre gli artefici nel bene e nel male del destino di questa. Anzi no, artefici solo nel male perchè, come è noto, quando va tutto bene mica si ringraziano gli Architetti ........
piccola postilla: ma del fatto che nel quartiere ZEN di Palermo manchino ancora le fogne, sarà per caso colpa di Gregotti che non le voleva e ha imposto autorevole veto a realizzarle? chissà. In tal caso, uccidiamo gli Emeriti Architetti. Io mi salvo perchè, nonostante sia Architetto, non sono, come oggi sarcasticamente si usa in termini denigratori dimenticando la nobiltà del termine, Emerito. Grazie.

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Commento 10440 di franco pecci del 21/06/2011


Ho letto l'articolo su "Gibellina: vergogniamoci, tutti", e sono d'accordo con l'autore Paolo G.L. Ferrara.

Anch'io, questa è la seconda volta (giugno 2011) che cammino per Gibellina e sento rabbia nel vedere tante opere (?) ormai cadenti. penso che queste rovine vogliono ricordare il terremoto che in un certo senso è stato il motivo della loro nascita.

Come è stato possibile sprecare tanto denaro pubblico !!! Si rintracciassero i politici committenti e si faccia pagare a loro personalmente.

Nel 1996, la volta precedente che sono stato a Gibellina (Nuova), ho provato la stessa desolazione e per le vie deserte e per le "opere" cadenti.

Vergogniamoci tutti, ma principalmente i politici che fecero ricostruire Gibellina in questa maniera strana e con le inutili opere.

Franco Pecci

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Commento 9133 di fulvio zanoni del 10/11/2010


Sognando Gibellina. (Lettera a un giornale)

Avete in mente Gibellina? Una distesa a perdita d'occhio di teatri, monumenti, musei, centri civici, opere d'arte (prima dell'era berlusconiana le urgenze dei terremotati non erano una priorità): ma intorno la desolazione, il vuoto. Piccioni, vetri rotti, sculture rovinate. Miliardi buttati via. Gilbellina oggi è un paese desolato, abbandonato dai suoi abitanti. Ma è l'Italia che sognano i nostri intrepidi intellettuali, quelli che giovedì 12 novembre vedrete in prima fila nelle piazze, a ragionare con i piedi.

Si esibirà il fior fiore dell'intoccabile camorra (di ascendenza gramsciana, ma espertissima anche in doppiezza togliattiana) che infeuda, con la tracotanza dell'inamovibilità, le casematte del potere intellettuale - i media, il mondo universitario, l'ambiente letterario e artistico - in spregio ai diversi orientamenti elettorali. Perduta l'ideologia, cruccio costante della corporazione rimane la tutela della propria egemonia, al prezzo del linciaggio dell'intruso, si chiami Leone o Craxi, Andreotti o Cossiga, Bossi o Berlusconi.

Torna ad incombere l'incubo della bancarotta greca, ma i nostri prodi intellettuali scendono sdegnati nelle piazze per contendere al Veneto alluvionato (leghista e pertanto illetterato) le poche risorse disponibili; la loro proverbiale ingordigia li fa persino incapaci di riflettere che le risorse, prima di pretenderle per sè, bisogna dar modo a qualcuno di produrle.

Giornalismo ipocrita e furbastro, cinema di quart'ordine, satira televisiva canagliesca: questo ci regala l'implacabile intellighenzia compagnola. Quanto a capacità di spreco, nessuno la può uguagliare: ne fa fede il Mart di Rovereto, inutile casa del popolo costata a tutti noi 140 miliardi di lire (70 milioni di euro) senza il benché minimo guaito da parte di nessun pennuto. Neppure uno. (Se però quell'immane sperpero anziché ai compagni si fosse potuto addebitare ai berlusconiani, sai che sdegno unanime, sai che strepito stellare!)

Anche gli artisti del rinascimento sperperavano: per colpa dei loro raffinati e indolenti committenti, l'Italia del seicento perse l'appuntamento con la rivoluzione industriale (mentre l'Europa nordica preferì investire il suo piccolo surplus meno in bellezze artistiche e più in intraprese produttive). No fabbriche, si musei: questo slogan da guitti di strada - quelli che si credono teste di punta della democrazia e invece sono teste di qualcos'altro - è ormai la nuova religione dei sindaci e dei nostri consigli comunali!

Chi si pasce di pensieri elevati ha sempre disdegnato le urgenze popolari. Ma gli intellettuali del rinascimento facevano cultura; i nostri fanno solo tura-cul.

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Commento 8199 di saverio adamo del 22/05/2010


cosa proponi ai futuri amministratori

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Commento 7574 di Rosalia Teri del 03/11/2009


Gentili signori, mentre cercavo delle foto su Gibellina mi sono ritrovata davanti questo articolo che sinceramente non saprei definire. Seppur il mio commento arriva con un ritardo di sette anni, ritengo sulla base della conoscenza di Gibellina, di Salemi, di Partanna, di Santa Ninfa, ecc.. (una conoscenza sempre limitata, perchè avere una visione completa e poliprospettica di questa realtà è difficile, anche se la vivo quotidianamente!) che questi territori oggi dopo quarant' anni dal sisma risultano indefinibili in quanto è ancora troppo presto per dare un giudizio univoco su ciò che è stato o non è stato fatto. Prima di giudicare dovremmo pensare che cosa può ancora accadere in futuro in questi Centri. Bene, la risposta è che non lo sappiamo!
Non possiamo avere la sfera magica e prevedere che cosa accadrà, ma se vogliamo possiamo intervenire nel presente per cercare di valorizzare tutto ciò che la metà del novecento in senso artistico-monumentale ha concentrato in questi territori, cercando attraverso una manutenzione costante, attraverso una conservazione programmata di salvaguardare questo patrimonio, anche se c'è stato imposto con forza, cercando di renderlo fruibile e comprensibile a chi lo visiti.
Ricordiamoci sempre, e la storia ci insegna questo, che i grandi artisti spesso rimanevano incompresi fino alla loro morte e a volte anche anni e secoli dopo, per poi essere riscoperti nel futuro.
Vogliamo citare lo scempio che è stato fatto da G. Patricolo nell'Ottocento nelle architetture e negli apparati decorativi barocchi di Palermo, considerandoli di poco valore?! eppure noi oggi andiamo a visitare le chiese e gli oratori che si sono salvati... il barocco siciliano, Giacomo Serpotta, ecc.. ecc.. stanno sulla bocca di tutti!! in poche parole è stato RIVALUTATO! eppure l'ottocento è appena un secolo fa!
Detto questo, spero che il mio commento vi possa aiutare a riflettere e che sia da stimolo costruttivo per la realtà in cui viviamo.
Grazie.

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Commento 7505 di gigi corazzol del 10/10/2009


sono stato a gibellina in visita il 6 ottobre 2009. vivo a pedavena (bl) ero a trapani per fare due o tre giorni di mare (ryanair).
trovo le considerazioni di ferrara fresche come scritte ieri.
a santa ninfa poi ho visto in zona artigianale un falansterio giallo rosso e blu suil quale non mi è riuscito di saper niente. il ragazzo (gentilissimo) dello zanzi bar (uno dei luoghi più onirici in cui mi sia trovato in vita mia (ho 64 anni)) mi ha detto che è vuoto. che lo è sempre stato. a gibellina vecchia non sono riuscito ad arrivare. troppe frane, mi ha spiegato un meccanico. se non ti accompagna uno del posto non vi si arriva.
nessuna "critica" da nordista gabanello. ammutolito e basta.

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Commento 7345 di Renzo marrucci del 06/07/2009


Caro studente, io non credo che ci sia un particolare disinteresse per le persone palermitane in quel progetto, semmai una sostanziale incapacità di capire con umiltà la funzione organica che deve avere un architetto rispetto all’ambiente in quanto tale e all’ambiente urbano della città. E’ proprio, in effetti, una religiosa convinzione, quella di essere in grado di imporre linguaggio e gusto dove intervengono molti architetti, comunque e ovunque. Parlerei di scarsa umiltà e anche di un certo delirio teorico che fa perdere il contatto della realtà.
Prendiamo l’esempio di geni come F.L.W e Michelucci (cito questi due che ho a cuore, ma molti altri potrei citarne), lo sforzo di ambientarsi e comprendere la realtà del luogo per integrare l’ opera nel contesto, è intenso e preoccupato, proprio per corrispondere ai cittadini il senso della vocazione di architetti e comunque il timore di non riuscirci è una linea di tensione di alta qualità creativa che è sempre presente nella loro anima, come una costante dell’impegno umano.
Quindi il disinteresse non è mirato a quei cittadini palermitani o romani, milanesi o altro… ma generale e dipende da una visione errata, forse egoistica e cruda della realtà e del pensiero, di un pensiero, chiamiamolo così, diffuso anche dalla scuola e del resto, è molto comune, come comune è di fatto il disinteresse da parte di molta architettura e urbanistica verso il cittadino inteso proprio come uomo.
Voglio includere in questo commento una citazione da Luis Sepulveda nel suo “Le rose di Atacama”: “ Quell’uomo che dispone sulla spiaggia i suoi amuleti protettori,
le pietre verdi e azzurre che terranno il fiume al suo posto, quell’uomo è mio fratello, con lui guardo la luna che ha tratti si mostra tra le nuvole inondando d’argento le chiome degli alberi.” …
Un caro saluto allo studente

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Commento 7338 di Stefano Sanfilippo del 29/06/2009


Salve sono uno studente di architettura, di palermo ma studio ad agrigento, volevo rilasciare la mia testimonianza su gibellina dopo ke l'ho visitata con il corso di storia del arte,onestamente sono rimasto basito e un po sconvolto, non avevo mai visto un paese così abbandonato a se stesso, e suonava ridicolo l'elogio mosso verso gibellina da parte delle prof.io credo di capirne di edilizia, mi sono diplomato geometra, poi mio padre ha l'impresa, quindi un po di esperienza l'ho aquisita, quindi penso di poter esprimere il mio disgusto nei confronti di chi ha fatt tutto ciò.perchè è servito solo a far arricchire pochi collusi, e fare fallire un paese ke avrebbe potuto rilanciarsi. secondo me si sarebbe dovuto impostare un altro tipo di piano di lavoro, dare la priorità ad opere di primaria importanza.io mi chiedo chi dobbiamo seguire, ci inculcano giorno dopo giorno pensieri e pensieri di architetti ed utopisti ke poi si rivelano, in base alle testimonianze, dei galeotti collusi ed opportunisti.certo dobbiamo prendere il meglio delle persone, ma con quale faccia andiamo ad elogiare durante l'esame, un gregotti ke se ne fotte umanamente parlando delle persone palermitane , costruendo lo zen...(vedi intervista alle iene) iocredo di essere pienamente d'accordo con quello ke ha scritto sig ferrara , onestamente a gibellina non ci tornerei mai più...

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Commento 7116 di enzo messina del 18/04/2009


Gentile signor Ferrara,
la mia mail sull'articolo-commento da lei inserito, voleva e vuole soprattutto essere una reazione ad un atteggiamento secondo me molto presente nella nostra mentalità di denigrare e sostanzialmente guardare il famoso bicchiere sempre vuoto.
Non entro in merito nella polemica architettonica-stilistica di Gibellina e dei suoi monumenti in quanto onestamente non ne ho gli strumenti, ma ciò che mi va di sottolineare è che in fin dei conti il paese di Gibellina e soprattutto i suoi abitanti non se la passino così male come lei sembra far evincere da quanto scrive.
Addirittura lei sostiene che a Gibellina sia diffice "trovarvi ragazze". Be allora io sono da considerare un caso raro, una specie di evento, in quanto mia moglie è proprio di Gibellina.
Le posso pure dire che dall'alto della mia piccola esperienza, ed avendo vissuto per qualche anno nella ricca e ridente Emilia, le posso assicurare che anche lì ho visto dei paesi che paragonati come dimensioni a Gibellina non offrivano niente di più.
Gentili saluti


Tutti i commenti di enzo messina

 

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Commento 7114 di renzo marrucci del 18/04/2009


Personalmente trovo commovente il Signor Messina. Agli altri dico che la Sicilia è una bella terra e andrebbe visitata di più magari passando da Gibellina e augurandole tutto il bene possibile...

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Commento 7113 di pietro pagliardini del 16/04/2009


No Vilma, perché dici questo? Non abbiamo perso tempo, tanto ognuno di noi avrebbe detto quello che ha detto sulla ricostruzione a prescindere dal fatto se Gibellina sia abitata o disabitata!
Figuriamoci: se due che conoscono bene Gibellina non si trovano d'accordo sul fatto se ci sia gente o meno (dovrebbe essere un dato piuttosto oggettivo), avremmo mai noi potuto cambiare la nostra idea di ricostruzione che poi vuol dire la nostra idea di città, di urbanistica, di architettura, di visione del mondo?
Sulle sfumature, forse, ma sulla sostanza neanche a parlarne: nessuno sarebbe arretrato di un passo.
Nessuno di noi credo, e senza offesa se qualcuno è convinto di essere così laico da pensare il contrario, è disposto a rinunciare ai propri convincimenti:
-c'è chi ritiene, come me, che la ricostruzione del centro storico, debba essere "qui e uguale", perché ritiene l'identità e l'appartenenza al luogo elemento antropologico e biologico dell'uomo, e trova in una caso così drammatico una situazione emblematica per verificare quei convincimenti;
-c'è chi ritiene invece più significativo, anche come segno di fiducia e di speranza nel presente e nel futuro, di sostituire ciò che è caduto con progetti nuovi e, come forma estrema, di lasciare tracce dei ruderi come ricordo della tragedia e dei lutti.
Per decidere (non per sapere) se ha ragione Ferrara o Messina temo dovremo andarci di persona e farci anche noi la nostra soggettiva idea, recandoci là con il nostro pre-costituito giudizio.
Da quello che ho visto dalle foto, e confrontandolo con il caso Friuli, propendo fortemente per il giudizio di Ferrara e, d'altronde, come è possibile pensare ad una città progettata da "il meglio degli architetti"?
Quest'idea poteva andare bene in presenza di un Principe, di un Papa dei secoli scorsi, non certo in una democrazia dove, il meglio o il peggio in questo campo non lo può decidere un gruppo di esperti, un Presidente di Regione, una casta di critici, o chi altro delle istituzioni materiali o immateriali ma i cittadini. Marco Romano scrive che "la democrazia non ha lo scopo di perseguire scelte razionali cioè oggettivamente giuste.....ma di prendere decisioni nella sfera collettiva riconoscendo a tutti la dignità dei loro desideri individuali...a prescindere dal loro merito".
Dunque la scelta per la ricostruzione è una sola: sottoporre ai cittadini abruzzesi più scelte argomentate, mettendo sul piatto pro e contro e lasciare a loro la decisione.
Sarà quella giusta.
Pietro Pagliardini


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Commento 7111 di Vilma Torselli del 16/04/2009


Ma vi rendete conto? Se tutta l'animata discussione che ci ha impegnato nei giorni scorsi è partita da Gibellina, o meglio dall'idea che abbiamo di Gibellina, e se Enzo Messina ha invece ragione (né c'è motivo di dubitarlo) ....... vuol dire che abbiamo discusso con tanta foga sul vestito dell'imperatore mentre lui se ne andava in giro tutto nudo?

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Commento 7108 di enzo messina del 16/04/2009


Caro Paolo G.L. Ferrara,
pur non essendo di Gibellina, ma conoscendola molto bene, insieme ad altri paesi, vorrei soffermarmi su alcuni concetti da te espressi.
Punto numero uno, mi pare che il tuo atteggiamento nei confronti di Gibellina sia assolutamente negativo e di parte. Se uno vuole vedere tutto nero, lo faccia pure, ma abbia l'onestà intellettuale di dirlo chiaramente. Ti posso assicurare che la maggioranza degli abitanti di Gibellina sono contenti di stare in questo paese. C'è uno spazio abbondante per tutti, (non esistono problemi di parcheggio). si può dunque passeggiare tranquillamente per il paese o farsi una sana corsa, senza il pericolo che qualcuno ti falci con la macchina. I bambini hanno a disposizione anche loro ampi spazi senza particolari problemi di smog. Inoltre essendo il paese pianeggiante facilita tutto ciò.
Tu dici che in paese non c'è nessuno. Sfido io ad andare in altri paesi alle tre del pomeriggio o alle dieci di sera d'inverno e trovare persone per strada. Certo se fai il paragone con centri più grandi o città, be allora è come voler paragonare una ferrari con una 500.
Tu il paragone lo devi fare con paesi che hanno su per giù la stessa dimensione o popolazione di Gibellina(S.Ninfa, Salemi,Vita,Calatafimi...)
Inoltre un consiglio, prova a venire d'estate (luglio-agosto) a Gibellina, ti posso assicurare che di sera nei locali (big-ben,caffe 2000...) c'è davvero un movimento di persone notevole.
E' vero probabilmente non è un paese dalle grandi prospettive, ma ti posso assicurare che nemmeno negli altri paesi si trova lavoro immediatamente o ci sono aziende industriali evolute...
L'emigrazione è un fenomeno comune a tutta la Sicilia e soprattutto alla provincia di Trapani.
Posso inoltre dirti che tutto sommato il gibellinese preferisce restare nel proprio paese piuttosto che spostarsi in città. E mi sembra pure logico!
Prova a costruire una casa a Palermo! Ci vuole il doppio se non il triplo dei soldi rispetto a Gibellina.
Inoltre tu hai visto le case che hanno a Gibellina,la piu piccola è di 150-200 mq. Prova ad affittarti una casa a Palermo...
Tu inoltre parli delle opere d'arte di Gibellina come dei catorci da buttare. Ti posso assicurare che se lo stato mandasse più soldi ai comuni, gli interventi di ricostruzione si farebbero, ma con la crisi che c'è si tira a campare. Nonostante questo i turisti ci sono.
Insomma alla fine, vorrei consigliarti di non essere così catastrofico nei tuoi giudizi ed esaminare le cose per come stanno e con attenzione.
Penso che dire che tutto è sbagliato , tutto è da rifare, non porta asssolutamente a niente.
Non abitiamo mica in Sudan...
Cordialmente
Enzo

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16/4/2009 - Paolo GL Ferrara risponde a enzo messina

Caro Messina, visto che l'ha citata, sono certo che Lei sappia molto bene cosa significhi "onestà intellettuale". Dunque, inutile scomodare Adorno o Popper, etc.
Piuttosto, avrei piacere che Lei s'interessasse su Danilo Dolci, che è il mio unico, vero punto di riferimento. Pensi un pò: se hanno tacciato Dolci di mancanza di onestà intellettuale, figuriamoci se io non possa accettare tale Sua opinione!. Vede, la mia onestà intellettuale è tale che sono consapevole che tra Dolci e me ci sono milioni di anni luce di differenza. Puttosto, l'onestà intellettuale dovrebbero averla gli architetti e gli artisti allorquando sanno di andare a costruire/esporre solo ed esclusivamente per il proprio interesse, senza curarsi per nulla di tutte le parole nel vuoto che propagandano allorquando si parla di "pianificazione dal basso", "rispetto delle tradizioni culturali", etc.
Cordialità e aspetto il Suo parere su Dolci.

PS.
Vivo a Milano ma sono di Sciacca, e ci vado spesso. A GibellinaNuova ci sono stato in qualsiasi giorno della settimana, a qualsiasi ora, in qualsiasi stagione.

 

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Commento 7107 di maurizio zappalà del 16/04/2009


Per Sandro Lazier
Lazier, lei usa le armi a suo piacimento!
Mentre si adopera con la censura, propone patti di non belligeranza!
Una maniera tutta "identità" italiana!
Si vede che non ha familiarità nella progettazione a "quattro mani" e non capisce dove finiscone le prime due e continuano le altre e viceversa!
Ma siamo tutti grandi e vaccinati, per cui le sue illazioni mi solleticano, soltanto!Anzi, significano (le illazioni) che le difese vacillano e i "gols" entrano a tempesta! E' sempre in nome di quella "identità" ,di cui siete boriosamente orgogliosi che cercate la soluzione, dagli altri! Le competizioni "truccate"! e se, la proposta, non è quella che avete già in mente non la comprendete! insomma, miserabilità e "volpismo" tutte Italiane. "Per il resto non ho niente da dire oltre quanto già detto".

Per Pietro Pagliardini
Pietro, se ti avessi voluto offendere, "...ti avrei tagliato la carne con tutto l'osso" (da Pietrangelo Buttafuoco-Fogli Consanguinei - 2003 ed. Ar), nel gergo dei galantuomini!
Mi dicono che ti prepari al restauro dell'Aquila con la sabbia dell'Adriatico!

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16/4/2009 - Sandro Lazier risponde a maurizio zappalà

A parte la solita mia caricatura, non capisco cosa sta dicendo.

 

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Commento 7104 di Sandro Lazier del 16/04/2009


Per Tino Vittorio
Ribadisco “centrano”, da centrare, verbo transitivo, che significa colpire nel centro e, in senso figurato, cogliere con precisione. Credo che chi non soffra di una pedanteria rudimentale riesca persino ad apprezzare sfumature e differenze. Ma lei usi cosa crede, è poco importante. E direi di posare il fioretto. Non è il caso di farsi del male con l’italiano.

Per il resto il suo commento dice: “Lei, architetto, deve fare la casa che piace a me, secondo le mie convinzioni, le leggi e i materiali costruttivi più sexy”. Lei scherza. Mi ha forse scambiato per il maestro di cerimonie di Luigi IVX? Se ha gusto e convinzioni proprie si compri un po’ di riviste pornopatinate e la casa sexi se la faccia da solo. A lei serve un domestico eccitato, non un architetto à la page come me.
Inoltre, per quel che riguarda la seduzione, sappia che, da buon namedropper, non nutro nessun interesse per i tromboni di terza fila. Detto questo, se vuole continuare ad intervenire perché tirato in ballo inopinatamente da un amico, veda in futuro d'essere informato e propositivo almeno quanto sa essere arrogante.

Per Maurizio Zappalà
Se non ce la fa a respirare da solo, la prossima volta ricorra a qualcuno che d’architettura abbia almeno un refolo. Questo che ha portato, finora, di cosa dovremmo fare in Abruzzo, non ci ha detto sostanzialmente nulla.

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Commento 7098 di Renzo Marrucci del 15/04/2009


Si rivolga a chi crede Gentile Tino V. ma, quale che sia l'architetto, si dovrà agire nell'ambito di norme e programmi e criteri urbanistici che dovranno essere studiati e quindi applicati per riformare identità... E se saranno seri qualche cosa di interessante ne verrà per tutti ! Anche da criticare e valutare, come è giusto che sia, per fare una passo avanti e non kilometri indietro... La sua gentile Finocchiaro forse la prende un po troppo alla lontana ma si può capire... L'importante è che ci si avvicini a capire che i problemi di identità sono alla base di ogni realtà sociale ed urbana e spezzarne la qualità-organica di cui Lei (mi perdoni) profila una visione un pò paesana e superficiale (come fà del resto anche il politico Finocchiaro da ciò che lei riporta) e senza considerazione del fatto che soprattutto i terremoti, purtroppo, nel loro potere stravolgente, se cambiano le persone... rinforzano la voglia di ritornare a riconoscersi in un contesto culturale e urbano... di cui l'appartenenza è formata dal carattere organico delle relazioni... da una forza di continuità visiva e funzionale somatizzata e più o meno come capita in una comunità o famiglia... sguardi truci o d'amore che siano!

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Commento 7094 di Vilma Torselli del 15/04/2009


Maurizio Zappalà, mi sono riletta il suo primo commento ed estraggo quello che mi pare il succo più pregnante: “Demolire completamente il "demolito" e ricostruirlo come e con la tecnologia che ci consente, l'oggi! Giù ,rovine e ruderi (chiese, ospedali, palazzi pubblici, chiese) …………. Città nuova nel vecchio sito! ……….. Un'architettura fatta da archistars ma anche e soprattutto da architettura fresca e giovane, …….. mininimale ma non banale, fatta di materiali contemporanei come il vetro, l’etfe, l’acciaio, lo zinzo, il titanio, la resina, il corian, l’eterno legno e il giusto cemento! Allora, la sfida del riscatto passa attraverso il coraggio del cambiamento e non del ripristino filologico/falso ……"

Confesso che neppure io vedo la terza via, a meno che lei non voglia intendere una mediazione un po’ pasticciata tra le due (modernismo/passatismo).
Città nuova nel vecchio sito … (pronta a crollare di nuovo al minimo movimento della faglia di 15 chilometri che spacca in due il territorio), architettura di archistar ma anche di giovani, fatta di materiali nuovi ma anche di quelli vecchi … insomma, un colpo al cerchio e uno alla botte: non c’è un po’ troppa aria fritta, per uno che, 'molto "seriamente" ', (sic!), unico in un gruppo che cazzeggia del più e del meno, si ritiene all'altezza di dare un fattivo contributo alla causa?

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Commento 7096 di tino vittorio del 15/04/2009


Non vorrei ricominciare dall'uovo, ab ovo, ma sarebbe il caso di chirarire i fondamentali, gli elementi elementari. Una casa la costruisce un architetto sul terreno del proprietario. L'architetto non stabilisce il dove , delibato dal sismologo o dal geologo, ma il come. Il come e non il perchè. Insomma l'architetto non è un filosofo, non è uno psicologo, non è un letterato, non è un grammatico, non è tante altre cose surrogate dall'architetto che non vuole o non sa essere architetto. In questo forum si parla di Joyce, di Baudelaire, dell'Impero Ottomano. Io non sono del ramo. Ma quale titolo ha un achitetto per parlare meco di filologia romanza o di Hegel o di Spinoza o di Polibio? Ancora: ieri l'onorevole Anna Finocchiaro, da me amata, sosteneva a Ballarò che bisogna ricostruire L'Aquila non soltanto nello stesso sito terremotato ma anche con lo stesso vicinato, in modo tale che, stendendo i panni alla finestra dal proprio davanzale, il terremotato sopravvissuto possa incrociare lo sguardo familiare (ferocemente familiare?) del vecchio vicino. Infatti, ad ogni trasloco ad ogni cambio di residenza o di domicilio ci si porta appresso tutto il condominio, cani gatti ed uccellini compresi. Inoltre: io non sono del ramo ma mi sento anarco-individualista, ho un terreno su cui costruire una casa. Mi rivolgo ad un architetto che avrà convinzioni di Sinistra (come Fuksas o come Gregotti che costruisce per gli operai allo Zen palermitano cimiteri concentrazionari ma che si guarda bene dall'abitare lui - che ci tiene a dirlo- non è operaio). Mi rivolgo, dicevo, ad un architetto di Sinistra che -invece di progettarmi una casa secondo le mie esigenze spazio-cromatico-censitarie - mi fa prediche politiche, pensando di essere in salotto fra colleghi filosofi, economisti, sociologi, linotipisti ed un pò farmacisti. Che si fa? Chiamo il medico? o Camus?

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Commento 7097 di maurizio zappalà del 15/04/2009


Lazier e Vilma, mi sforzo! le tesi paventate, chiare chiare, erano, sono,(boh?): "qui, qualcuno vuole fare un trucco nuovo e qualcun altro, uno falso! Rapido e leggero, il pimo, (new town!), lungo e pesantissimo, il secondo ("restauro" del "terremotato")"!
La mia terza via era, è (boh?):"Demolirie completamente il "demolito" e ricostruirlo come e con la tecnologia che ci consente, l'oggi!"!
Lazier , senza restauro! Vilma demolire tutto e senza "patacche", con tanta carne e pesce! e con L'architettura degli architetti ...contemporanei!
Ora vi è chiaro?

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Commento 7100 di tino vittorio del 15/04/2009


Per Lazier,
C'entrano e non centrano. Io non c'entro, non sono del ramo, ma vorrei centrare il bersaglio. I piani regolatori li fanno gli urbanisti, vale a dire i portatori dei saperi e dei bisogni qualificati della città (inclusi i farmacisti ed esclusi quegli ingegneri che ritengono sia urbanistica l'elenco delle circolari e delle leggi e dei decreti, il calepino-bignami della giurisprudenza edilizia). Le case le fanno gli architettii secondo le loro convinzioni? Non ne sono convinto. Sono convinto che ognuno ha le sue convinzioni che non surrogano competenze. Lei, architetto, deve fare la casa che piace a me, secondo le mie convinzioni, le leggi e i materiali costruttivi più sexy e che l'architetto deve conoscere (e sopportiamo che non conosca l'Eneide)nella lingua di Virgilio). E non pensi di sedurmi solo perchè sbrizzia qua e là termini à la page, nomi da namedropper o citazioni da Terenzio. Firmato : Out of the blue (caduto dal cielo)
Per Marrucci.
Paesanamente ricordo a lei che sull'identità la bibliografia adeguata la trova in saperi quali la storiografia e la psicanalisi. Lei non è l'uno nè l'altro. So che è un architetto di polisapienza. Sarà, anche,il contrario del paesano Lei e allora provi a dirmi quale fotogramma della sua vita dal primo giorno ad oggi è quello della sua identità. L'identià nel mio paese si definisce alla fine e non all'inizio. All'inizio c'è un trauma,nel mezzo mille e mille punti e fatti e amori e dolori risate, panini e birra, alla fine si tirano le somme, si congiungono i punti e si forma l'identità. Alla fine del mio paese, mio caro metropolitano. Qualcuno ha scritto che la fine (l'identità) è la perfezione dell'origine. Può essere questa definizione un compromesso accettabile?

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15/4/2009 - Sandro Lazier risponde a tino vittorio

Vedi commento 7104

 

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Commento 7102 di Renzo marrucci del 15/04/2009


Sono nato in una città storica che ha in comune con l'Aquila una forte identità storica e paesaggistica e naturalistica e se clicca un pò ci arriva da solo. Per la polisapienza metropolitana che mi attribuisce le dirò che godo volentieri con due fette di pane e mortadella, una bella birra e... magari "io" un bel bicchiere di vino rosso... specialmente se mi trovo nell'ambiente giusto altrimenti potrebbero anche andarmi di traverso...
E' proprio partendo dal piccolo centro che si capisce fino in fondo l'importanza dell'identità e qui non è un problema di sapienza, mi perdoni... ma ben di altro... e mi dispiace che non lo capisca e tuttavia sono convinto che anche lei lo può capire... se ci si impegna... naturalmente!
E facendo le esperienze giuste.... sia detto con il massimo della gentilezza, caro signor T.V.

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Commento 7095 di Renzo marrucci del 15/04/2009


Gibellina è l'esempio squallido di come non si deve fare... Ma può esserci anche di peggio a ben vedere... Ci sono sperimentazioni senza vincolo della storia, teoriche e allucinanti e... realizzazioni pratiche tutte da capire... Essendo Aquila in Italia dove il rapporto con la storia è ormai realtà universale... Cioè che riguarda il mondo! Abbiamo il dovere di recuperare L'Aquila secondo il suo cuore urbano e la sua anima proprio per continuarne la memoria semmai senza trascurare certe nuove intelligenti possibilità che si sposano nella realtà pratica della memoria. L'identità può essere salvata ricostruendo la storia senza pensare al "falso" che è concetto ampiamente superato dall'importanza di una volontà umana e identitaria della consapevolezza della coscienza del ruolo, anche storico, esercitato tra gli abitanti e la cultura di quella regione e via dicendo... Il Presidente del consiglio dice la sua ma poi gli fanno capire e si adegua... non è il caso di storcere troppo il naso e la sua voglia di fare può essere molto utile... La città storica va rimessa in condizioni di essere se stessa... la memoria è importante e la ricostruzione è scienza oltre che cultura e il bravo Augè ha diritto di dire quello che pensa ma si va avanti per fortuna... e può anche, inoltre, pensarsi di impostare la crescita meglio di come previsto e con regole e strumenti urbanistici più operanti e mirati. E speriamo che ciò accada... che non è assolutamente detto... Speriamo che gli interessi che posso
no accalcarsi su questa nobilissima città e cultura... non ne riducano in polvere l'identità abruzzese...

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Commento 7103 di pietro pagliardini del 15/04/2009


A Maurizio Zappalà non volevo replicare perché lui vuole zinco, carbonio, vetro, corten, ecc.manco fosse un campionario di una mostra di prodotti per l'edilizia. Al SAIE può trovarne moltissima tutta insieme di questa architettura. E nel suo superomismo vede tante architetture quanti architetti epperò le vuole anche belle senza poter dire quali sono belle; e come potrebbero essere belle o brutte se ognuno ha la sua? Ah, già quelle dello zinco, del corten, del vetro, magari delle ceramiche di Sassuolo o del cotto Impruneta!

Rispondo però, perché volgarità del tipo "restauro del terremotato" se le tenga per sé e non le attribuisca a me. Una cosa è l'ironia, e Maurizio sa bene quanto so stare al gioco nel farla e subirla, altra è la volgarità, quella vera e senza parolacce.

Pietro Pagliardini

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Commento 7099 di Sandro Lazier del 15/04/2009


Per Tino Vittorio.
Senta Vittorio, lei non può piovere dal cielo e scombinare le carte a suo piacimento. Stiamo affrontando un tema abbastanza complicato e il suo intervento non aiuta nessuno perché non dice come, secondo lei, si dovrebbe ricostruire. Quello che ha scritto sembra mirato solo a ristabilire titoli e competenze tecniche degli architetti, colpevoli a suo dire di interessarsi di cose che con l’architettura centrano poco. Secondo me lei sbaglia, e dovrebbe felicitarsi quando un architetto riesce a parlare con lei “di Joyce, di Baudelaire, dell'Impero Ottomano …di filologia romanza o di Hegel o di Spinoza o di Polibio” perché sicuramente non sarà solo un coglione che sa mettere quattro mattoni uno sull’altro. Ma quello che lei vuole sembra proprio questo. La sua considerazione per la categoria mi sembra peccare d’ingenuità e generosità.
Non è vero che il dove e il perché di una costruzione non dipendono dall’architetto. I piani regolatori chi li dovrebbe fare, il farmacista forse? Se lei possiede o acquista un terreno sul quale è possibile edificare, qualcuno ha già scelto per lei, di solito l’amministrazione comunale con l’aiuto di un progettista.
Infine, mi preme ricordarle che nel progetto di un bravo architetto c’è la sua personale concezione del mondo e del tempo che sta vivendo, condizione particolarmente avida di rarità cognitive che si possono trovare solo fuori del proprio pascolo abituale. Pertanto se deve farsi la casa, si rivolga a chi vuole, destra o sinistra non importa, ma se l’incaricato conosce anche Camus, meglio.

Per Maurizio Zappalà
Mi perdonerà se ho modificato il suo commento. Ho tolto riferimenti antipatici e offensivi che non servono niente e irritano soltanto. Per il resto non ho niente da dire oltre quanto già detto.

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Commento 7089 di maurizio zappalà del 14/04/2009


Ringrazio Vilma Torselli della sua segnalazione!!!!!!! E ahimè, devo riscontrare che non c'è nulla di valido in questo dibattito. Ognuno parla di quel che ha in testa, interloquisce con "l'amico" o "l'amica,"! Citando archi/sociologi, archi/antropologi , archi/filosofi! Ritenevo, questo si ,molto "seriamente" ,di dare un piccolo contributo alla causa, scrivendo della "terza via". Ma, subito, l'elemento di presunzione penosa dell'architetto, rappresentante dello Zeitgeist, viene fuori, vi scappa dalla mani! A questo punto ve la dico tutta! Fondamentalmente (e sono serissimo, sapendo bene quello che dico!), per me, non esiste l'architettura contemporanea, come non esiste la storiografia contemporanea, in quanto ogni spazio ed ogni storia hanno peculiarità proprie e forma degli agenti, degli abitanti. Storiografia ed architettura sono modi di rappresentare lo spazio "temporale" e territoriale. Esistono tecniche di elaborazione costruttiva (che devono essere le più concrete contemporanee!) o di costruzione storiografica. Esistono architetti con la loro percezione dello spazio, con le loro idiosincrasie, con la loro intelligenza, con le loro tecniche costruttive. Insomma, ogni architetto contemporaneo è un'architettura! Quindi se abbiamo questo "patrimonio" ce lo meritiamo!!!Se una città è brutta è perché manca l’architettura e quindi gli architettti!!!!Se una città verrà fatta male è perchè non ci sarà stato un archittetto a pensarla/progettandola ma un antropologo, un sociologo, un filosofo!Al contrario di Lazier , io non ho alcuna riserva mentale e professionale su tanti "geniali" architetti (vi piace chiamarli archistars e pazienza!) che se vedono un antropologo, un sociologo, un filosofo, sparano a vista e chiamano la neuro postmoderna !Insomma uno manco inizia a fare una "terza" proposta che già si trova il prof. Roberto Grandi (del quale sconosco il book progettuale! chiedo venia!) dietro l'angolo! Ma vi sentite, voi, seri?

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14/4/2009 - Sandro Lazier risponde a maurizio zappalà

Zappalà, tralasciando inutili commenti e venendo alla sostanza, lei continua a citare la terza via ma non ho ben chiaro quali sono, per lei, la prima e la seconda.
Mi sembra abbastanza evidente e scontato che, siccome la città non è scesa del tutto, si cercherà di recuperarne il più possibile, restaurando e ricostruendo le parti mancanti o danneggiate degli edifici recuperabili. La trama ed il tessuto cittadino non dovrebbero essere messe in discussione. Qui si discute di come dovrà essere costruito il nuovo al posto del vecchio che non c’è più. Per conto mio dovrà esserlo con il linguaggio che ha maturato il nostro tempo. Per altri dovrebbe rifare il verso a ciò che c’era prima del terremoto. È a questo punto che mi sfugge la terza via.
Io apprezzo e ammiro il suo entusiasmo per il contemporaneo, ma se vuole portare beneficio alla causa non può dirci che siamo tutti cazzoni perditempo (anche i suoi alleati) che sparano fregnacce perché l’architettura basta e avanza a sé stessa. Questa convinzione è più o meno la stessa che ha generato Gibellina nuova con il contributo delle archistars di allora. Mi pare che il risultato non sia stato poi così esaltante. Conoscere qualcosa oltre l’architettura tout court, come un po’ di storia per esempio, non è disdicevole come lei sostiene. Se non altro aiuta a non ripetere gli stessi errori del passato.

 

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Commento 7087 di andrea pacciani del 14/04/2009


Mi scuso in anticipo con Vilma Torselli ma mi è più facile esprimere la mia opinione modificando le sue frasi:
Parlare pertanto di persistenza dell’identità dei territori è individuare, in un processo dinamico inarrestabile, il perdurare di invarianti tipologiche linguistiche, tecnologiche, urbane e architettoniche che hanno decretato il miglior successo dell'antropizzazione di quel posto.
Ricostruire ‘com’era e dov’era’ vorrebbe quindi dire riprodurre e consegnare ai posteri non “un preciso momento storico”, ma molti momenti della vita della città, non necessariamente i più significativi e il più pregevole, in cui i cittadini dell'Aquila si riescano ad indentificarsi, sentirsi in luoghi che gli appartengono e che amano vivere, che in una sola parola si chiama "Topofilia" (googolare per approfondire)
Rinuncio a spiegare a chi non vuol capire che il "falso storico" è un problema che non esiste e anche su questo sito è stato già trattato (mi sembra per la Fenice e il campanile di venezia se non ricordo male...).
Molto realisticamente e amaramente mi aspetto una ricostruzione dell' Aquila ancora in mano all'esercizio delle mode architettoniche contemporanee, un po' stortignaccole, camuffate da un po' di legno e vetratate schermate ecocompatibili e bioarchitettoniche, con un po' di pietra locale a vista e giardinetti con panchine scomode che fanno da evocazione alla tradizione locale.....

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Commento 7086 di Vilma Torselli del 14/04/2009


A Maurizio Zappalà vorrei segnalare ciò che afferma Roberto Grandi, docente e prorettore dell’Università di Bologna, che si occupa di sociologia dei processi culturali e comunicativi, in occasione del Convegno “L’architettura del movimento” (Bologna, maggio 2006), secondo un concetto difficilmente non condivisibile, quello della città intesa come realtà in continuo divenire o, come dice con felice espressione, a “identità variabile”:

“……. La città è pertanto la risultante di un processo di costruzione che intreccia di continuo l’apporto individuale con quello collettivo, avendo di conseguenza un’”identità variabile”. Parlare pertanto di persistenza dell’identità dei territori è assai aleatorio, perché significa individuare, in un processo dinamico inarrestabile, un preciso momento storico cui assegnare un’essenza particolare, relativizzando tutto il resto, arbitrariamente:….. “

Ricostruire ‘com’era e dov’era’ vorrebbe quindi dire riprodurre e consegnare ai posteri “un preciso momento storico”, nel caso specifico quello temporalmente corrispondente all’evento terremoto, e ciò che verrebbe tramandato sarebbe quindi uno solo dei molti momenti della vita della città, non necessariamente il più significativo e il più pregevole, solo quello più traumatico, scelto casualmente da una imprevedibile Natura.

Come vede, non si tratta di una semplice partita tra "passatisti contro modernisti" né del ripristino o meno di "volute” e “cagnoli”, si tratta di definire come leggere la storia di una città, sapendo, come ci insegna la moderna storiografia, che la storia non è una scienza esatta, a volte è bugiarda, a volte solo reticente, sempre manipolabile e alterabile, sia dall’uomo che dai terremoti.

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Commento 7085 di maurizio zappalà del 14/04/2009


Lazier, senta io non proclamo! Non ho nè il ruolo nè l'altezza!
Ho semplicemente detto che c'è una "terza" via! La ricostruzione di L'Aquila in chiave contemporanea nel suo stesso sito! E certo non lo dico da "antropologo" del post moderno! Lo affermo da architetto contemporaneo e non come è postmoderno, l’antropologo della contemporaneità! Lei forse ha qualche problema con i "serissimi" Kraus e Baudelaire? Io li trovo molto più contemporanei dei "tromboni" che "straparlarno" apparentemente profondo, ma chiaramente oscuro! "Accorati" a parole, di ridicola filosofia und sociologia a quattro un soldo, tutto insensato, di un "passatismo" falso del "piangiamoci addosso"! Ribadisco che senza architettura non c’è città o meglio c’è la città senza architettura, ci sono le grotte sulla roccia, i sotterranei in superficie, ricetto animalesco di soddisfacimento immediato dei bisogni primari, pasto crudo! Ho esortato, nel mio piccolissimo, di fare risorsa della disgrazia! Cosa devo fare di più ? Le devo mostarare le mie "lacrime " per avere rispeto da lei? faccia uno sforzo intellettuale che c'è anche un'altra maniera di vedere la faccenda!!!

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Commento 7084 di maurizio zappalà del 14/04/2009


Pare, al solito che la partita sia "passatisti contro modernisti"! I giocatori in campo sembrano,da troppo tempo, sempre gli stessi! E ovviamente, la partita è "truccata" ! Nel senso "cosmetico", naturalmente! E certo, il giuoco che mi piace, in questo mare di " balle" è l'ironia per sdrammatizzare! Parafrasando K. Kraus, la cosmetica è la scienza del cosmo … urbano, qui, qualcuno vuole fare un trucco nuovo e qualcun altro , uno falso! Rapido e leggero, il pimo, lungo e pesantissimo, il secondo. Probabilmente, per me, tutto ciò a che fare con l'architettura urbana! E c’è sempre un’architettura urbana- E se manca apparentemente, è presente come architettura deficiente, da deficienti! Mi sembra quindi abbastanza ovvia la soluzione che un architetto "ar/tificiere" debba perseguire per L'Aquila. Demolirie completamente il "demolito" e ricostruirlo come e con la tecnologia che ci consente, l'oggi! Giù ,rovine e ruderi (chiese, ospedali, palazzi pubblici, chiese) che opprimono e offuscano l'animo! Diamo una nuova opportunità a L'Aquila! Non “l’indecenza” che fuorisce dal "decoro" formale, non la rendita formale della casa degli avi! Città nuova nel vecchio sito! Città che risorge perché risorgerà l’architettura!L’architettura non solo dell’azzardo ma azzardando un metodo da noi(Italia!) non perseguito! Un'architettura fatta da archistars ma anche e soprattutto da architettura fresca e giovane, (fatta finalmente anche dai giovani e azzardosi architetti "aquilotti!), mininimale ma non banale, fatta di materiali contemporanei come il vetro, l’etfe, l’acciaio, lo zinzo, il titanio, la resina, il corian, l’eterno legno e il giusto cemento! Allora, la sfida del riscatto passa attraverso il coraggio del cambiamento e non del ripristino filologico/falso delle "volute” e dei “cagnoli”! Una città dove gli uomini, parlando di “architettura” che non lo è più, perché non hanno gli strumenti culturali di controllo, usano l'espressione " non è più quella di una volta", merita di essere rasa al suolo!L'Aquila, non perdere questa occasione di passare alla "storia", come la città più contemporanea d'Italia!!!! Non esiste una “forma” di città definita e definitiva, tutto è in movimento e in trasformazione ed è questa la realtà della globalizzazione, come aveva già scoperto il "grande" Baudelaire che nella stupenda poesia "Il cigno, da I fiori del male" ci regala la consapevolezza di cosa è la contemporaneità! L’uomo “albero” si è trasformato in uomo “uccello”, e poetizza “La forma d'una città cambia, ...più in fretta del cuore di un mortale."

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14/4/2009 - Sandro Lazier risponde a maurizio zappalà

Scusi Zappalà ma non riesco a seguirla completamente. Al di là dei proclami, il problema affrontato mi sembra abbastanza grave da pretendere un confronto approfondito e serio.
Se non altro per rispetto verso chi ha perduto tutto e sicuramente in questo momento è poco disposto agli entusiasmi della cosmesi.
Per quanto riguarda poi le ammucchiate delle archistars avrei qualche riserva. Nemmeno tanto piccola.

 

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Commento 7076 di pietro pagliardini del 14/04/2009


A Vilma Torselli e a Sandro Lazier
Rispondo a entrambi in un colpo solo, vista una certa omogeneità delle obiezioni.
Sull'amore come autenticità e dono avrei qualcosa da dire, non potendo escludere nell'amore una dose di possesso ed egoismo, sentimenti anche questi profondamente umani. Come dice Terenzio: Homo sum: nihil humani a me alienum puto.
Ma non voglio trasformare un serio sito d'architettura nella posta del cuore.

Le obiezioni che fate sono intriganti e prometto di rifletterci con attenzione. Il tempo e la calma aiutano a capire meglio.
Alcune considerazioni però le voglio fare.
Una di cronaca. La TV dice stasera: circa il 30% degli edifici sono inagibili. E' tanto. Però è corretto anche dire: circa il 70% degli edifici sono agibili. E' tanto anche questo.

Lo so che le città sono nate in funzione dell'opportunità offerta dal luogo rispetto alle necessità prevalente del momento: difesa, scambi, agricoltura, ecc. Ho letto anche che L'Aquila è una città di fondazione nata nel '200, come scelta di riunire più castelli per motivi difensivi. In questo senso è certamente venuta meno la necessità iniziale quindi, voi dite, oggi c'è la necessità di garantirsi dal terremoto e dunque spostiamo 70.000 abitanti o forse molti meno in una nuova città di fondazione in un luogo più sicuro, visto che oggi è possibile fare micro-indagini sismiche e trovare in zona luoghi più sicuri.
Domando: perché spostarli solo di un po'? Spostiamoli perbene dove è ancora più conveniente e sicuro, magari in una zona a rischio sismico molto inferiore. Io lo so perché non lo pensate, perché sapete che sarebbe una sciocchezza sradicare un tessuto produttivo, ma non pensate che sia anche un errore sradicare un tessuto sociale ed umano? Non sarebbe questa soluzione una migrazione forzata come quelle imposte nell'ex Unione Sovietica? Sì lo sarebbe e credo lo pensiate anche voi.
Cosa c'è di qualitativamente diverso nello sradicare gli abitanti dal centro storico lasciandolo rudere?

Comunque noi esprimiamo il nostro parere, diamo il nostro contributo al dibattito, ma sapendo che saranno i cittadini de L'Aquila a prendere la decisione. Qualunque sarà, sarà quella giusta, perché la città appartiene a loro, singolarmente e collettivamente. Questo è vero sempre, ma in questo caso è ancora più vero.

Ora io non posso fare a meno di leggere nella vostra obiezione una visione molto romantica di una città di rovine nelle quali la memoria viene sicuramente sublimata, esaltata e tramandata per generazioni. Del rudere ognuno può immaginare ciò che vuole e l'immagine che ne ricaverà potrà anche essere migliore della realtà. In questo senso nel rudere non ci sarebbe "più verità" che nella ricostruzione bensì "molte verità".
Anche in questo caso sarà la collettività a decidere, che sia cittadinanza o comunità religiosa, nel caso della cattedrale e delle chiese. Più facilmente il Ministero dei Beni Culturali.

Alla visione romantica si affianca una visione realista, quella che si esprime bene nell'espressione che gli uomini si giudicano dai frutti e non dalle radici. E' vero e anch'io sono d'accordo, ma quando i frutti si vedono, non quando si ipotizzano.

E' vero che i frutti, che ancora non ci sono e non potrebbero esserci, potrebbero essere migliori di quelle radici distrutte. Lo saranno certamente dal punto di vista della sicurezza, sia che si cambi luogo sia che il luogo resti lo stesso. Le conoscenze per farlo non mancano in entrambe i casi.

Le case non crolleranno più, al massimo si lesioneranno, come ammesso dalle norme.
Ma che sapore avranno questi frutti? Saranno simili a quelli di cui ci siamo nutriti fino ad oggi nelle nostre città oppure saranno migliori?
Chi può dirlo!
Non sarà che i cittadini de L'Aquila, oltre ad idealizzare i monumenti che non ci saranno più dovranno idealizzare anche i borghi, le strade, le piazze, le cortine delle case, le chiese, la prefettura? Certo non idealizzeranno l'ospedale (peggio non sarà possibile) ma dovranno andare la domenica in una chiesa tutta bianca simile ad una palestra o avranno un bel comune in acciaio e vetro e una bella piazza pavimentata come uno show-room senza edifici intorno, cioè una non-piazza scaturita dal Photo Shop del vincitore di un bel concorso?
Non è mica per polemica, ma i frutti potrebbero essere anche questi. E allora il rimpianto sarebbe davvero grande. Altro che Gibellina!!!!

Io non sono affatto contrario, tutt'altro, all'idea di new-town in sè, a prescindere dal caso specifico di Abruzzo. Ma questa idea mi piace per due motivi:
-il primo è che parte da un giudizio chiaramente negativo della città contemporanea, dalla presa d'atto di un fallimento evidente cui il Cav., nella sua esuberanza, risponde dicendo: "adesso si cambia registro, si fanno 100 città nuove";
- il secondo, conseguente al primo è che le 100 o 50 o 10 ci

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Commento 7070 di Pietro Pagliardini del 13/04/2009


Vilma, tu poni la domanda a Renato Rossi, ma anch'io desidero risponderti.
C'è un dato sicuro nelle città: la loro permanenza nel tempo, qualunque evento accada, terremoto, eruzione, inondazione, e quant'altro. Se così non fosse non ci sarebbero molte città perché pochi sono il luoghi al mondo che non tradiscono l'uomo almeno una volta. Eppure dpo ogni evento l'uomo ricostruisce e riparte.
Pensa a Pompei. Pensa a Catania. Pensa ad Assisi. Pensa all'area del Pacifico o dell'Oceano Indiano.
O alle condizioni, che a noi appaiono impossibili, di aree geografiche come l'Afganistan, o le vaste aree desertiche asiatiche e africane. La fame e la guerra costringono a scappare ma non le calamità o le condizioni naturali per quanto impervie siano.
Noto è stata ricostruita qualche chilometro più a valle, rispetto al luogo d'origine, dopo il terremoto che l'ha distrutta nel '600, e ci ha dato quella splendida città che conosciamo, ma in quella occasione credo abbia inciso una scelta d'autorità.
Ma oggi la sua Cattedrale e i suoi palazzi sono stati ricostruiti identici dopo l'ultimo terremoto. E chi avrebbe voluto perdere Noto?
L'attaccamento degli uomini ai propri luoghi di origine io credo sia una sorta di meccanismo biologico e/o psicologico che permette di andare avanti, di tenere duro e di progredire. Di vincere e dominare la natura, in quel rapporto di odio-amore che c'è tra l'uomo e l'ambiente in cui vive.
Come spiegare diversamente l'attaccamento di quella gente che non vuole lasciare casa? Solo interesse economico?
La casa è la storia di ogni famiglia e di ogni persona e, quanto più violentemente si cerca di cancellare quella storia tanto più forte è il desiderio di riappropriarsene.
Quindi ricostruire uguale a se stessa l'Aquila o Onna o qualunque altro paese non è fare un falso (ammesso che la parola falso sia giusta, e per me non lo è) tanto più su una faglia, ma è rispettare i sentimenti di "appartenenza" e "identità" di una comunità e dei singoli alle proprie radici, ai propri affetti.
Ho già scritto in un altro commento che "appartenere" ad un luogo non è molto diverso che appartenere alla/alle persona/persone che si amano.
Non si cambia chi si ama davvero, anche se il nuovo si presenta migliore.
A rigore di logica buona parte della California dovrebbe essere preventivamente abbandonata, invece che attendere il Big One, eppure la California è un motore di cultura e di economia mondiale.
La new-town può essere una opzione in più ma che il centro storico con le sue chiese, i suoi palazzi e le sue case debba essere ricostruito credo sia un imperativo morale prima che una scelta di architettura.
L'aspetto architettonico è a mio avviso assolutamente secondario rispetto a quello simbolico di ricostruzione di una memoria collettiva e individuale.
Fosse stato per me, a New York avrei ricostruito le torri gemelle come erano, io che non sono un entusiasta dei grattacieli. Tanto se devono essere sostituiti da altri grattacieli.....!
Saluti
Pietro Pagliardini




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13/4/2009 - Sandro Lazier risponde a Pietro Pagliardini

Caro Pagliardini,
ovviamente lascio a Vilma Torselli la diretta risposta al suo commento. Ma anch’io avrei qualcosa da obiettare.
Mi sembra che quello che lei chiama “attaccamento delle persone”, smerciandone il significato come fosse quello di un sentimento nobile come l’amore, in verità sia solo consuetudine, abitudine al quotidiano. Cambiare radicalmente la propria vita è sicuramente molto difficile e doloroso. Per questo nessuno lo vuole fare. Per farlo tuttavia, al contrario di cosa lei sostiene, occorre proprio quell’amore che lei mette troppo vicino al possesso (di cose e persone, come dice nel commento). L’amore desidera innanzitutto il cambiamento, non la conservazione. Solo per amore si dà un calcio al passato e alle sue convenienze materiali e sentimentali.
Quando un sentimento, come quello che lei descrive e scambia per amore, impianta la sua virtù sulla preoccupazione di perdere le proprie radici, di fatto si fonda su timore e paura, emozioni che con l’amore hanno poco a che vedere. Perché l’amore ha bisogno di fiducia, di autenticità, e pretende di distinguere il vero dal falso. E poi, suvvia, gli uomini si giudicano dai frutti, non dalle radici. Chissenefrega delle radici se i frutti sono squisiti.
Agli abitanti dell’Aquila e dintorni adesso servono rapidamente i frutti, non le radici. Serve loro l’idea di un futuro immediatamente utile alla speranza, alla sicurezza e alla serenità dei loro figli. La memoria del passato può aspettare, purché la si conservi nella sua autenticità, con tutte le sue ferite. Infatti, c’è più verità nel rudere e nel frammento di un edificio che nella sua ricostruzione. Ci pensi bene.

 

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Commento 7075 di Vilma Torselli del 13/04/2009


“Le rovine non hanno altro avvenire se non lo sguardo che vi posiamo sopra. Tra i loro passati molteplici e la loro funzionalità perduta, ciò che lasciano percepire è una sorta di tempo puro, al di fuori della storia, a cui è sensibile l'individuo che le contempla, come se questo tempo puro l'aiutasse a comprendere la durata che scorre in lui.” (Marc Augé, ‘Narrazione, viaggio, alterità’, 2005’)

Pietro, abbiamo già discusso innumerevoli volte su questo tema e rischierei di ripetermi. Direi che Sandro Lazier ha espresso un pensiero che condivido in pieno e che non avrei potuto esprimere meglio, sono assolutamente convinta della necessità del cambiamento e non di una conservazione a tutti i costi, anzi penso addirittura che certe distruzioni (fatte dall’uomo o dalla natura) possano essere occasione e pretesto di coraggioso rinnovamento.
Le città antiche sono nate per ragioni utilitaristiche e non sentimentali, Milano l’hanno fatta lì non perché fosse un gran bel posto, ma perché era un crocevia di rotte commerciali, così come altre città sono state edificate lungo le vie d’acqua per facilitare i trasporti, o su colli aguzzi per renderne più agevola la difesa dai nemici ecc. veramente oggi "appartenenza" e "identità" di una comunità discendono da questi valori? O non si collocano, invece, nella cultura comune sedimentata nel tempo, nella comune memoria storica, nel sentimento di empatia che tutti i cittadini dell’Aquila proveranno, in futuro, davanti alla cattedrale distrutta o ai resti delle case in frantumi? La memoria assicura la persistenza del sentimento di appartenenza, la condivisione di un destino e di un passato comune costituisce una comune identità, non un villaggio riprodotto tale e quale a prima, o una chiesa riedificata ad uso turistico.

Scrive ancora Marc Augé (‘ Rovine e macerie. Il senso del tempo’, 2004).
“Le macerie accumulate dalla storia recente e le rovine nate dal passato non si assomigliano. Vi è un grande scarto fra il tempo storico della distruzione, che rivela la follia della storia (le vie di Kabul o di Beirut), e il tempo puro, il tempo in rovina, le rovine del tempo che ha perduto la storia o che la storia ha perduto”
La follia della storia o, come all’Aquila, quella cieca della natura hanno prodotto solo macerie, ci vuole il tempo che diventino rovine se vogliamo che ci sia storia.

Ma nel frattempo, la vita è altrove, in una zona possibilmente meno a rischio, in edifici antisismici, in una ricostruzione nella quale ciascuno farà del suo meglio, perché non ci si debba in futuro vergognare, tutti, e Gibellina sia servita a qualcosa.
(Be’, lasciatemi sognare….)

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Commento 7057 di Vilma Torselli del 11/04/2009


A scanso di equivoci, dico subito che è assolutamente condivisibile lo sdegno, la critica, la stroncatura e tutto quanto il dicibile sull'esperimento Gibellina, tuttavia vorrei chiedere al signor Rossi che scrive "L'Aquila deve tornare dove era e come era.... ", cioè una città pericolosamente fondata su una faglia, in stile falso antico come una Poundbury italiana?

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Commento 7052 di Renato Rossi del 11/04/2009


Ho sentito parlare di Gibellina Nuova dopo il terremoto dell'Aquila. C'è chi vorrebbe costruire una "new town".. questo articolo deve servire da monito. L'Aquila deve tornare dove era e come era....

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Commento 6393 di renzo marrucci del 30/08/2008


Punta Perotti come Gibellina sono casi di grande responsabilità per l'architettura italiana
e per l'urbanistica italiana ed europea e parlarne è un bene. Bisognerebbe parlare di più anche di tanti altri casi che sono accaduti e accadono costantemente oggi. Una sorta di "striscia la notizia" dell'architettura italiana o degli eco-mostri che popolano e stanno per popolare la repubblica del bel-paese. Parlarne fa bene al cuore? La Gabanelli qualche volta ci prova ma chissà quali problemi gli arrivano...Comunque è sempre meglio che star zitti come vitellini da latte. Ciò senza volere far male a nessuno certamente! Solo per dovere di coscienza è giusto che se ne parli e con coraggio ....e allora qualche giovane in più potrà aprirsi gli occhi e pilotarsi meglio nelle sue avventure che poi sono le avventure del futuro.
Gli errori sono occasioni di riflessione e non di cattiveria...Forse lo sono di più di ciò che riesce bene...Invece su questi si butta l'oblio della memoria e allora si vede affiorare la malafede, cioè l'errore che coltiva l'errore...Diviene un fatto di solo potere e basta! Questo si sà non ci insegna nulla...anzi ci fa andare indietro tutti quanti...

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Commento 6392 di renzo marrucci del 29/08/2008


Il commento scritto prima non riguarda Ferri ma Giuseppe Pompole. Mi scuso per il bisticcio.
Renzo Marrucci

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Commento 6390 di Renzo marrucci del 29/08/2008


Caro Ferri, trovo molto sincero e onesto il suo commento su Gibellina. Lei pensi anche a Vema se vuole...Questa città per fortuna non si può raggiungere in moto essendo il frutto di una progettata virtuale ma che può studiare o almeno comprendere per poter spiegare meglio ai suoi studenti che genere di teorizzazioni si fanno...ma non solo quì da noi...E poi quello che fanno in Cina alcuni grossi professionisti italiani ma non solo... In tema di città...Poi pensi anche a quello che fanno in Italia alcuni architetti detti archi-super-star o simili e a tutto questo pensi con senso della realtà altrimenti smette di viaggiare in moto e noleggerà...credo... Per il prosssimo viaggio... un romantico e poetico pallone aereostatico per osservare la trasformazione delle città e del paesaggio italiano che stà molto a cuore ai sensibilissimi uomini di cultura e ai politici italiani....
Un cordiale saluto


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Commento 6389 di Giuseppe pompole del 26/08/2008


"A narrar il mutar delle forme in corpi nuovi, mi spinge l’estro". Ovidio, Metamorfosi
Torno ora da 3000 km in moto, solo, attraverso la Sicilia.
Desideroso di toccare gli esiti della ricostruzione "d'autore", mi sono trovato all'ora di pranzo (attenuante?) in un "villaggio" fantasma dove ho incrociato non più di dieci persone. L'istintività e la passione sono subito mutate in stupore e disinganno.
Ho trovato Gibellina arida e spietata,
infuocata come il sole inclemente che ha acconpagnato la mia visita,
stizzosa come una bacchettata sulle nocche di un bambino irruento.
Ho avvertito il fallimento di un esperimento, del tutto fuoriluogo;
Ho sofferto, aggirandomi fra i pezzi abbandonati di un giocattolo ormai infranto;
Ho tentato di immaginare cosa c'è stato dietro il devastante schianto del "balocco";
Ho confrontato i "danni" di Gibellina Nuova con quelli di Gibellina "vecchia";
Ho cercato avidamente quello che per anni avevo seguito sulle pagine lucide delle autocelebrative monografie;
Ho provato vergogna nello scattare fotogrfie sotto gli occhi esterrefatti dei dieci di cui sopra;
Ho riflettuto su quello che ho sentito/letto/ascoltato/fatto per anni in ambito accademico;
Ho dubitato ripensando a quello che a mia volta provo a trasmettere agli studenti.
Lascio Gibellina, sconcertato, pensando al solito Calvino... "Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d'avere".

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Commento 6256 di renzo marrucci del 13/05/2008


Già appunto che dire di architetti che non sono stati capaci di valutare il contesto…
Ma tutto il bene possibile è evidente… E questo riferendomi al commento di Marullo Reedtz che è del tutto condivisibile!
Il gioco è tetro ma se non lo fosse forse non ci si divertirebbero a pensare una città di nome Vema. Questa orribile già nel nome :Vema … Dal tono sinistro angoscioso e anche un pò insulso se ci pensiamo…Ma potrebbe anche saltare in testa a qualcuno magari con una grande mosca al centro

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Commento 6254 di gIANCARLO mARULLO REEDTZ del 10/05/2008


Tornato da un breve viaggio in Sicilia, dove ho visitato Gibellina vecchia (incementata) e nuova (desolazione allo stato puro) ho cercato in internet qualche notizia su come tutto ciò sia potuto accadere. Mi sono imbattutto in questo sito e ho letto l'articolo di Ferrara. Ho pensato che anche lui doveva essere stato recentemente in Sicilia, poi ho visto che l'aveva scritto nel 2002!
Mentre ero a Gibellina nuova dei muratori lavoravano alla chiesa, dotata di una cupola assai vistosa, già una volta crollata (non per il terremoto!). Pare che la costruzione vada avanti da anni senza concludere (secondo un abitante non finirà mai perchè altrimenti finirebbe il "lavoro"!). Nella piazza sottostante, accecante già sotto il sole di maggio, un sistema completo di illuminazione mostra lampade rotte e vetri per terra. Sulla piazza si affaccia un edificio lasciato incompiuto, che mi dicono avrebbe dovuto essere un teatro. Sui muri che contornano la piazza vedo insulse scritte futuriste su maiolica di qualche artista evidentemente un tempo accreditato. Cosa ha a che fare tutto ciò con un paese dell'entroterra siciliano?
Vado a prendere un caffè in un bar in un grande edificio futuribile, accanto alla piazza. Al piano di sopra, mi dice il barista, c'è un pub che funziona solo d'inverno, perchè d'estate l'edificio è troppo caldo essendo le pareti di vetro.
Certo, la maggiore responsabilità di questo fallimento è di chi ha deciso di fare una città modello senza interpellare gli abitanti. Certo, prima di fare la città modello si sarebbe dovuto innanzi tutto pensare a come dare alla gente di Gibellina la possibilità di lavorare a Gibellina. Ma che dire di architetti che non sono capaci di valutare il contesto in cui si collocano le loro opere?

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Commento 1383 di silicius vigna del 25/08/2006


Questo è un vecchio forum..ma è bene che sia ancora visibile e che qualcuno, come il sottoscritto, abbia la possibilità di esprimere un parere su Gibellina.
Una nuova Noto? e' questo a cui si sono ispirati tutti? Poichè Noto come Gibellina fu distrutta da un terremoto e ricostruita a distanza senza chiedere cosa volessero i sopravissuti.
Ma a Gibellina è diverso Gibellina è una specie di buco nero nel quale far convogliare fondi che potrebbero essere impiegati in modo molto più efficente.
Sono passato da Gibellina questa estate del 2006....sono sconvolto...
Poteva essere sulla carta una meravigliosa città...poteva
Ma una città per chi? Per i fantasmi delle vittime del terremoto?
Sono sconvolto dallo stato di abbandono di strutture che dal punto di vista architettonico potrebbero essere invidiate dai vari paesi del mondo.
Sono sconvolto dai fondi che continuano ad essere distribuiti per cercare non si sa esattamente cosa?
Forse Gibellina è divenuta una sfida, una sfida che dopo essere costata così tanto ora deve rendere, e quindi via a nuovi bandi e via ad opere per la salvaguardia del territorio che come ripeto è praticamente deserto.
Gibellina poteva essere la città dell'arte della cultura e di tante altre cose...forse la città della speranza ma sarebbe bastato pensare prima alle cose veramente necessarie... alle richieste della popolazione... al luogo più adatto per la sua collocazione...a tante cose semplici...invece si è pensato a spendere non ad inseguire un sogno di speranza. Si è pensato a creare un polmone che respira denaro ma che purtroppo è ammalato alla radice e non riuscirà a fornire un aria pulita per rendere migliore la vita.

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Commento 280 di Stefano Tesotti del 07/02/2003


Perdonate la mia ingenuità...ma qualcuno ha mai chiesto agli abitanti di Gibellina che citta' volessero ri-costruire, quale casa volessero ri-abitare etc. etc.? Per farla breve, non credo che la mia povera nonna, che ha sempre vissuto in una sobria casa campidanese (abitazioni tradizionali della piana del Campidano in Sardegna) si troverebbe a proprio agio in una abitazione lontana dal suo "immaginario".
Spero di essermi spiegato.

Con una grande stima per tutti coloro che collaborano a questo sito,
Stefano.

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Commento 125 di arch. Giorgio Davì del 10/05/2002


Un giorno, qualche anno fa, sono partito in vespa da Torino con un gruppo di amici, due destinazioni Belice e Selinunte...
Caro Paolo,
purtroppo avrei voluto smentire ogni tua affermazione ma la realtà è anzi ancora peggiore di come la descrivi. E purtroppo non mi riferisco alle condizioni delle architetture o delle opere d'arte (o del museo-allucinante) ma piuttosto alla gente, al senso di rassegnazione, disperazione silenzio, di chi vive a Gibellina, e di chi a Gibellina muore, mille volte, un giorno dopo l'altro, all'infinito.
Giorgio

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Commento 50 di Domenico Cogliandro del 02/02/2002


NON HO RISPOSTE
Mi intrufolo in punta di piedi, come un osservatore distante, nello scambio di battute su Gibellina. E’ un luogo che non si può negare, così la vedo. Mi vien voglia di parlarne facendo la parte del distratto, del superficiale, per vezzo, di quello che sta lì per caso, del passante, del curioso, dell’ennesimo avventore di un luogo con tante identità. Lego Gibellina ad un evento: un incontro con altri architetti in occasione di un workshop presso le Case Di Stefano, in alto, sul colle. Un occasione come altre per parlare anche di Gibellina, da invasori. Quell’incontro, a ben vederlo, a distanza di tempo, è stato per me determinante, mi ha cambiato la vita, mi ha reso più vulnerabile e al tempo stesso più cauto. Lì ho incontrato Roberto Masiero, Francesco Buonfantino, Francesco Maggio, il signor Purini, e lì ho visto sorridere, svagata e felice, a chiusura dei lavori, tra le ombre di un portico, difendendosi da una canicola di quasi estate, con una flute di prosecco in mano, come non ho più rivisto, ma così la ricordo ancora, Rosalia La Franca.
Gibellina come sfondo, uno strano scenario, un luogo non concluso, un parterre eccezionale di esperimenti linguistici, di intuizioni ormonali, di ultimi errori, di eccetera eccetera. Poco importa quello che è accaduto dentro il recinto aureo del workshop, il problema era rinchiuso fuori. E questa sensazione non apparteneva ai più. Insomma, qualcuno pur ricorderà Berlino prima della caduta del muro. Berlino Ovest, si sa, lo so, ma è bene ricordarlo, era un anello, un hortus conclusus dell’occidente, dentro, perfettamente prigioniero, eppure curiosamente libero, dentro l’intera Germania dell’Est. Il muro non divideva due Germanie, così come molti immaginano le linee di confine tra Stati, una linea frastagliata che va da un punto ad un altro, ma rinchiudeva parte di un altro Stato dentro uno Stato diverso. Prigionieri liberi, da un lato, dentro, e liberi prigionieri dall’altro, fuori.
Bene. Vorrei usare questo paragone, con tutto quello che comporta, compresa la caduta del muro, per parlare di Gibellina Nuova, e dire che quello che è accaduto quella torrida primavera di otto anni fa, per quanto parziale, non può essere capitato e basta. E di come altre voci, ascoltate in tutto questo tempo, non abbiano fatto altro che confermare le tiepide sensazioni di disagio avvertite allora. Il fatto è che avrei voluto giocare al controcanto con il pezzo scritto da Ferrara, smontandolo e rimontandolo al contrario, sostenendo che forse il male minore è quello che è accaduto. Ma la realtà sconfina e lascia la fantasia, ai blocchi di partenza, a guardarsi ancora le scarpe slacciate. Gibellina Nuova, oggi, si faccia caso, è costruita di oggetti atipici: di serie A, di serie B, e delle serie cadette. Gibellina è un buon pretesto per dire alcune cose precise, o per lasciar dire ad alcuni cose con le quali possiamo o meno essere in accordo.

La lunga piazza della coppia Thermes/Purini, architetti romani. Un luogo che va visitato, non se ne può parlare a distanza: bisogna esser passati dentro per darne un giudizio. Ecco, allora, che vorrei lasciare il giudizio lontano da qui, dico il giudizio di merito, non sarò certo io il primo ad abbandonarmi ad un inutile sproloquio, non ne parliamo e basta, o almeno non diamo giudizi di merito, ecco. La piazza sta lì, e lì, dentro la piazza, quantunque sia cosa invisibile, sta il pensiero degli architetti, di quegli architetti, intorno alla questione della piazza urbana. Insomma voglio dire questo, per quanto sia una cosa già sentita: per capire cosa pensa Purini, cosa ha voluto dire Thermes, bisogna andare a Gibellina Nuova, Sicilia, e attraversare quella piazza, oppure mettersi in un punto, un qualsiasi punto di quella piazza, ed attendere che qualcuno la attraversi, la piazza. Questa è la maniera corretta per poter esprimere un giudizio sulle cose, starci dentro con tutti e due i piedi, da vivi. Il buon Dio ci ha dato una possibilità per andarci, usiamola. La mia, ovviamente, non è una indicazione turistica, si vada intorno, davanti, dentro una qualunque architettura, in qualunque luogo (Gibellina è un pre-testo) e prima o poi affiorerà dal profondo un giudizio, buono o cattivo che sia. Quello sarà un giudizio determinante per capire che posizioni prendere, da quale parte andare, cosa cercare, a chi rivolgersi, quali libri leggere, che musica ascoltare e via dicendo. Il giudizio sulle cose forma le coscienze.

Quello che so, perché sta sui libri, sulle riviste, e che nessuno può negare, perché i fatti sono fatti e le conferme possono venire solo dai fatti, quello che so, insomma, è che la piazza suddetta è di serie A. Gioca nel campionato più bello del mondo, quello dello star system, dei ragazzotti in braghe di tela, pagati fior di milioni di euro, a patto di poterli vedere correre su un pratone, mistico e perfetto, diremmo assoluto, e compiere le prodezze che solo loro sanno fare. Gioca nel campi

Tutti i commenti di Domenico Cogliandro

2/2/2002 - Paolo G.L. Ferrara risponde a Domenico Cogliandro

Narrare di architettura è cosa difficile e richiede particolare predisposizione e preparazione. Domenico Cogliandro lo ha spesso fatto ( vedere, ad esempio, i suoi scritti su Arch'it) dimostrando le prerogative citate, anche in occasione del commento su Gibellina.
L'obiettivo di Cogliandro si sposta ad inquadrare le architetture del paese siciliano per quel che esse sono: architetture, appunto. Io avevo evitato ogni critica all'architettura in sè, non per sottovalutazione dei progetti e delle realizzazioni, bensì per mirare ad una realtà che è lì, incontestabile. Realtà di sprechi, in un luogo diventato "cavia" (e non voleva certamente esserlo, ci mancherebbe!) per sperimentazioni di ogni genere e in qualche caso di pregio. Questa, la realtà, non è un'ovvietà. Come non lo è l'emigrazione, non certo dovuta alla "presunta fuga dal museo degli orrori", e non certo un fatto trascurabile se lo si lega (e lo si deve fare) alla mancanza della volontà politica di creare sviluppo occupazionale. Ma l'obiettivo di Cogliandro è mobile sino a cogliere sfumature che a questi problemi appartengono. Sfumature che comprendono anche chi vive a Gibellina "[...]magari male, ma deve convivere con tutti questi campionati dell'inverosimile[...]".
Ci sto: riutilizziamo e ristrutturiamo queste architetture di Serie A; valorizziamole come qualsiasi altro luogo che abbia potenzialità.
Cogliandro, da un articolo su Arch.it dal titolo "Valorizzare" : [...]Bisogna valorizzare quei luoghi che sono abbandonati a se stessi, bisogna dare a quei luoghi un significato diverso (leggasi: bisogna stabilire quale significato dare ad una determinata cosa, importa poco che lo abbia, per poter accedere a certi bilanci anziché ad altri). Ora, è bene sostenere che molte volte l'attesa di chi abita un luogo sta nel desiderio della corretta utilizzazione del luogo stesso, anche a spese di una minore o maggiore fruibilità di esso. E questo fa parte della discrezionalità politica di assumersi responsabilità tali da porre un discrimine chiaro tra la rivalutazione di un luogo e la sua perdita d'identità[...]. Fin qui Cogliandro. Unirsi. Continua...

 

47 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 44 di Franco Porto del 21/01/2002


Intervento sull’articolo di Paolo G.L.Ferrara su Gibellina.

Fa bene Paolo G.L.Ferrara a puntare i riflettori di Antithesi sul dimenticato “caso” Gibellina, diffusamente trattato negli anni ottanta e presto archiviato come una grande operazione spettacolare che ha solo introdotto nei circuiti dei “grandi eventi artistici” il dramma del terremoto.
La Sezione Sicilia dell’Istituto Nazionale di Architettura, nel 1998, ha organizzato proprio a Gibellina uno dei suoi primi convegni per cominciare a catalogare criticamente la nuova Architettura siciliana del dopo guerra. La Città Nuova di Gibellina è sicuramente un insieme di autentici momenti di elevata qualità di Architettura Contemporanea, un vero laboratorio sperimentale come in nessun altro luogo dell’Italia.
Bisogna approfondire l’evolversi degli avvenimenti negli anni successivi il terribile terremoto del gennaio 1968 per capire come certe scelte alla lunga si sono rivelate sbagliate ed affrettate.
La nuova Gibellina viene ricostruita a valle, a circa 18 km dal sito della vecchia città, conferendo all’ISES l’incarico della progettazione. Il Piano per la località Salinella è pronto nel 1970 e vengono coinvolti architetti come V. Gregotti, G. Samonà e L. Quadroni, quest’ultimi incaricati soprattutto per il Centro Civico (Municipio, Centro Culturale e Commerciale, Mercato, Sala Conferenza, ecc.). Tenteranno spontaneamente di coordinare i loro progetti attraverso una configurazione continua, cercando di opporre un frammento di urbanità all’interno del sistema discontinuo previsto dal Piano.
Nel 1980 sono state realizzate le opere di urbanizzazione, le famose case a schiera, i centri scolastici e parte del Municipio.
L’Amministrazione Comunale è già orientata a correggere le impostazioni del Piano a seguito delle esigenze manifestate dalla popolazione ormai insediata. A questo punto ha inizio una storia molto particolare che ha come protagonista Ludovico Corrao, Sindaco di Gibellina, che per modificare il desolante scenario della nuova città fa ricorso alle opere di alcuni artisti che hanno collocato in vari punti di questi spazi oggetti d’arte, monumenti e assemblaggi che interagiscono con l’ambiente, proponendo alla comunità contadina di Gibellina le avventure della storica incomprensione tra arte moderna e città già lungamente consumata nelle comunità metropolitane.
Lo scenario di "mostra permanente" che queste opere compongono, la loro difficoltà ad appaesarsi, conferma l’incapacità del progetto moderno a produrre un’arte civica, gli effetti rivelatori delle catastrofi si dispiegano con tanta evidenza proprio a causa di un eccezionale convergere di proposte architettoniche, urbanistiche e artistiche in questa fase di revisione del Piano. Gli esempi più clamorosi sono costituiti dalle opere e dalle proposte di Consagra (ha realizzato nella sua terra di origine alcune tra le più grandi sculture che un artista contemporaneo abbia mai realizzato) e Burri (la cui autentica megalomania ha trasformato l’ammasso delle rovine in un gigantesco “cretto”.
Gibellina è stata tre città contemporaneamente: il vecchio abitato, la baraccopoli e la nuova città, lo spreco rappresentato dal sovradimensionamento di infrastrutture e servizi (soprattutto di scuole) ha generato fenomeni di abbandono e di perdita d’identità con conseguente disagio della popolazione nel rapportarsi con l’uso degli spazi pubblici o con il centro della città.
Quali le strategie di un riuso complessivo dei manufatti che sono stati costruiti da pochi anni e già necessitano di seri interventi di “restauro”?
Nel mese di marzo l’IN/ARCH Sicilia avvia cinque seminari sul tema della Conservazione dell’Architettura Moderna (trattando anche singoli casi come Casa Malaparte e Casa del Fascio), ma il caso Gibellina merita un approfondito evento di rilettura a fronte dei nuovi scenari e del nuovo millennio.

Arch. Franco Porto – Presidente IN/ARCH Sicilia

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