Giornale di Critica dell'Architettura
Linguaggio Architettura

L’artista non vede, guarda

di Sandro Lazier - 27/1/2002


“L’artista non vede, guarda.” Con questa frase, credo di G. Apollinaire, è possibile chiarire il significato della parola espressionismo. Vedere è facoltà oggettiva dell’uomo, mentre guardare è facoltà soggettiva. Guardare richiede volontà e partecipazione emotiva mentre vedere è atto fisiologico che non dipende dalla volontà.
Storicamente e filosoficamente questi aspetti dell’esperienza umana trovano sviluppo e approfondimento nelle arti visive della seconda metà dell’ottocento. L’impressionismo pittorico trasporta e traduce l’oggettività della visione nell’ambito della luce e del colore, astraendo la forma fino a idealizzarla smaterializzandola. La comprensione del mondo e l’utilità pratica della sua conoscenza non viene contagiata dal sentire personale se non nella dimensione estetica della scelta cromatica e compositiva. La realtà non muta perché sta fuori dell’individuo il quale, della stessa, può elaborare solo una impressione estetizzante. Per gli impressionisti la forma è neutra e non ha sentimento. Principio e ragione possono quindi tranquillamente governare il mondo, mancando del tutto ogni relazione con la realtà viva e con le scelte etiche che governano la vita umana. Assenza che pittori come Cézanne prima e Van Gogh poi portano in luce con estrema razionalità il primo e con drammatica apprensione il secondo.
In entrambe la forma riacquista sostanza, corpo e spazialità. Lo spazio stesso che circonda gli oggetti guadagna una consistenza sconosciuta che ha nella massa e nel colore nuova dignità espressiva. Un cielo di Van Gogh ha corpo e vigoria tali che trasmette significato oltre la natura del proprio essere. La partecipazione diviene necessaria poiché altera il significato della realtà rappresentata e tutta la rappresentazione acquista senso unitario solo attraverso il significato espressivo dell’autore.
Questo è il punto di partenza dell’espressionismo: la forma ha vita, senso e significato solo in dipendenza di una visione unitaria che può essere solo soggettiva.
Se Van Gogh guarda la realtà che lo circonda, Edvard Munch guarda dentro l’uomo e scopre quanto la rappresentazione della realtà sia condizionata dallo stato emotivo, dalla gioia o dall’angoscia, dalla percezione interiore dei significati. Emozioni così importanti da stravolgere la forma della rappresentazione fino alla sua negazione e confusione in segni astratti.
Si arriva così a Wassily Kandinsky, che oltrepassa i limiti del riconoscibile alla ricerca del significato più profondo della realtà intima delle cose. Una realtà che non ha necessità di forme verificabili in quanto elaborata in sintesi unitaria che sola dà significato all’esperienza. Vivere è esperienza complessiva, organica, impossibile da ridurre in parti riconoscibili da smontare e rimontare a piacimento. Le stesse parti, in momenti diversi, hanno significati diversi e il senso del loro coesistere è rappresentabile con un segno che non è somma di pezzi ma sempre sintesi unitaria.
L’architettura ha vissuto poco e malamente il confronto con l’espressionismo. La necessità accademica di poter disporre di elementi sciolti da poter assemblare a piacimento ha posto ostacolo alla visione unitaria del segno personale, sempre mortificato in virtù di una pretesa egemonia del carattere sociale della materia. Una obiezione complice di un sistema dominante che, negli anni della crisi, ha concesso spazio alla volgarità del postmoderno, della decorazione e del bel disegno ma continua a negare il valore dell’unitarietà del segno.
Ma la forza con cui si pone l’architettura contemporanea – penso a Libeskind, a Gerhy in particolare – e l’estrema drammaticità nella quale trova rappresentazione ci danno la certezza che la sensibilità per una visione organica dell’esperienza, del vivere espressivo, hanno ora vinto una battaglia secolare contro la disciplina della forma e quindi della sostanza, contro l’intransigenza della semplificazione e della coerenza storica.

(Sandro Lazier - 27/1/2002)

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Commento 214 di Paolo Marzano del 10/12/2002


Riflessioni d'architettura.
L' architettura è intesa come serbatoio permanente delle metafore del linguaggio filosofico, ma anche intesa come pura relazione dell’uomo con il mondo che lo circonda (seconda pelle) con tutte le implicazioni che questo innesca. Allora è probabile che sia un problema di approfondimento concettuale, magari destrutturando o semplicemente, mettendo in discussione la realtà contemporanea (realtà architettonica).
Per cui mi sono chiesto, tentando di "vedere" nelle pieghe di questa realtà e dietro i grandi paroloni che stanno maliziosamente agevolando un paradosso percettivo innescato logicamente dalla facile quanto allucinante mediazione culturale che, secondo me, si sta trasformando in qualcosa di più preoccupante; nella pericolosissima mediazione percettiva. Un commento fatto di domande, tanto per riflettere su quanto stà succedendo potrebbe aiutare a guardare per vedere o vedere per guardare,meglio una realtà in continua mutazione!
Un'architettura fatta di messaggi e informazioni, ma com'è fatta?
Cosa mettiamo sul vetrino del nostro microscopio d'analisi architettonica?
Qualcosa ci deve pur essere da scandagliare per sentirne l'odore, o da toccare sentendone la materia, da ascoltare per recepirne le leggerissime vibrazioni, insomma, per viverla!?
Mi chiedo allora, è possibile che una continua esposizione ai nuovi messaggi, o comunicazione pervasiva a tutti i livelli ci porti ad una possibile condizione di sparizione-allontanamento, ossia a vivere una situazione che, parafrasando Philip K. Dick, nel racconto che molti architetti dovrebbero leggere "Vedere un altro orizzonte",ci renda “sospesi”, in balia di correnti di ragionamento anche fuori dalla “realtà”, e ci abitui in questo messaggio subliminale continuo fatto di virtualità de-materializzata?
Ma nessuno ha mai pensato che, la realtà contemporanea così carica di informazioni di esposizioni di ipervisibilità di straevidenza dinamica, ci stia solo distarendo dal "guardare" la nostra vera dimensione con le nostre sperimentali coordinate senza "mediazioni" di sorta, aggiunte?
La velocità alla quale siamo es-posti (trasformazioni culturali e tecnologiche ) può de-realizzare la nostra dimensione al punto che chi controlla i mezzi di comunicazione ha, sì, un potere, ma anch'esso instabile e frammentario come la realtà che ha creato per definirsi?
La iper-esposizione alla ricchezza-informativa obbligata, o resa preziosa da circuiti perversi commerciali e strategie di marketing, può allora dinamizzarsi fino al punto di condizionare la nostra “persistenza retinica” e non sollecitare null'altro?
L’istante, inteso come istante dell’esperienza, sta forse prevalendo sulla contemplazione possibile?
Se l’oggetto (architettura o mondo possibile) è abbandonato per una sua immagine virtuale, allora l’osservazione è mediata e contribuisce ad una pericolosissima “pigrizia” percettiva che è privata del contatto materiale?
Ma allora il viaggio, come tempo della conoscenza, il travaglio tanto declamato da Zevi per i suoi saggi critici di personalità importanti dell'architettura che hanno maturato nel tempo la loro architettura, per farla divenire ricchezza ed esperienza, proponendo lo spazio come unico elemento fondamento dell'architettura cosa diventerà contraendosi come ci indica, la velocità di visione mediata e comunque sintetizzata e non vissuta?
Con queste premesse derivate da uno stato di cose che nell'ambiente architettonico, non vengono tutt'ora guardate anche se evidenti, ho timore che il tanto declamato “nomadismo” inteso come fonte di ricchezza e confronto di civiltà, flusso, viaggio, si risolverà forse in un “incontro indifferente” tra individui dall’aspetto simile alle figure umane dipinte da Munch: sagome esili, scure, dalla faccia pallida o verdastra, con occhi a spillo inespressivi e profili immobili.
Il flusso di gente che scorreva oltre la vetrina del caffè, nel racconto di Edgar Allan Poe - in “l’uomo della folla” - non aveva forse già in sé l’embrione di quanto la velocità (l'uomo vettore) d'informazione mediale, nega lo spazio e l'architettura, nell’urto indifferente che nasconde al proprio interno il limite o la stessa fine delle relazioni sociali in una città, ricaricandosi poi con una virtualità equivoca e perversa?

Gli shock descritti da Walter Benjamin in “Baudelaire e Parigi”, possono allora essere intesi come preludio all’indifferenza e ad una sorta di pigrizia nell'appropriarsi della realtà (pecettivamente), ovvero un rifiuto della dimensione che si vive proprio nelle nostre brulicanti città, tanto conformi quanto manifestatamente “mute”?

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10/12/2002 - Sandro Lazier risponde a Paolo Marzano

Io credo che in questo momento le riflessioni filosofiche sull’architettura non portino a nulla di veramente convincente.
Se lo stato di fertile disagio in cui versa la creatività deve portare a qualche sbocco significativo, questo avverrà abbondantemente sopra le (o a lato delle) riflessioni della ragione pura. Il segno espressivo non ha necessità di misura e di forma, non richiede permessi alla ragione e, soprattutto, vive di sintesi ed autonomia.
Stabilire cosa sia “architettura” e cosa no è un problema che riguarda le categorie e la loro definizione; certamente non riguarda i progetti e il cammino che hanno intrapreso dentro o fuori la possibilità di concretizzarsi materialmente.
Per quanto riguarda la dimensione critica del problema, mi sento di affermare che l’unica strada conveniente sia quella relativa al rilievo etico del progetto, prima di quello estetico o più comodamente razionale.
Questo è il senso dell'articolo.

 

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Commento 215 di Paolo Marzano del 14/10/2002


...continuando riflessioni d'architettura

La ringrazio della risposta, decisa e più o meno convincente.
Sono contento di sapere e, osservare la conferma, dell'idea, personalmente sostenuta, di un'architettura in trasformazione continua che si rivela in luoghi sempre più lontani dai simposi dichiarati e dalle cattedre accademiche! Su questo siamo d'accordo.

In quanto all'implicazione filosofica ci sarebbe qualcosa da chiosare. Sappiamo bene che dal testo "La fine del classico" di Peter Eisenman, (Cluva editrice) specialmente nell'introduzione di Franco Rella, che è chiara la posizione di una "filosofia" architettonica esistente, (si voglia o no) definita in un luogo di attraversamento o luogo "altro" o non-luogo o zona interstiziale o evenemenziale o eterotopica (termini di riconisciuto spessore filosofico-architettonico), comunque un luogo attivo, carico di energia dinamicamente confluente e capace di stimolare diverse e sempre più affascinanti visioni architettoniche futuribili.

Il fatto che gli argomenti filosofici sull'architettura non siano convincenti, è chiaro, non lo potranno mai essere visto che la filosofia nasce per curare "il male del reale" di cui l'architettura posside lo stesso cromosoma; infatti, cerca di curare la difficoltà, di ognuno di noi, d'inserirsi in un "suo particolare spazio " di questa realtà. Niente di più eticamente valido.

Non si vuole banalmente chiarire ciò che è architettura da ciò che non lo è, ma pensare alla pericolosità di alcune flessioni negative che, guarda caso, dimostrano sempre le stesse caratteristiche nel presentarsi (da ricordare il post-moderno che dietro teorie stimolanti di indagini formali e segniche, finì per riprodurre pedissequamente, quelle io chiamo "forme vendibili" e che il mercato raccolse con fiducia facendole diventare vettori di messaggi propri.

Ora si ripropone il rendering "blob", cioè l'effetto che trasforma una goccia di rugiada su una foglia, in un grande centro polivalente. Tecnica ormai abusata dai giovani fino ai più grandi architetti. E' chiaro che non può funzionare, è una forma vendibile "di maniera" direbbero certi storici, ci si può immaginare veramente di tutto!).

Se i "nastri" di Zaha per Roma, come si vedono già dalle mille pubblicazioni, somigliano ai segni realizzati da Alvar Aalto per l'interno del Teatro dell'Opera di Essen, va bene! Ancora, infatti, non gli avevamo visti realizzati al computer di Hadid, ma intanto questa è una ricerca "d'ambito variabile", quella delle "gocciolone" che ormai stanno in ogni rivista, no!
Si può affermare che i rendering sono visioni fascinose di realtà virtuali, ma sono una "rappresentazione" della realtà-verità, e non sono architettura, per la quale esistono altri valori di pratica e giudizio?

Altrimenti di tutto l'insegnamento di Bruno Zevi, le sue invarianti e il suo insistere nel non creare una regola formale, ma avere il coraggio di azzardare e cambiare la propria visione senza classificazioni o compromessi, andrebbe di colpo a farsi benedire! Per i progetti di "blob" varrebbe, secondo me, il discorso che Lui faceva per le case di Wright, cioè non copiarle pedissequamente, ma capirne la metodologia, cambiando volta per volta i riferimenti e adeguandole al luogo, rinnovandosi continuamente.

Oppure ci toccherà osservare "la fase blob" di tutti gli architetti, giustificandola con l'interpretazione liquida, quindi fluttuante, quindi aderente al tema del flusso d'informazioni e alla loro velocità, un vero "virus letale" per lo spazio architettonico. Se, però, si approfondiscono alcune sue implicazioni filosofiche inerenti all'informazione nel contesto architettonico, le modifiche e le sue varianti interpretative.

A volte penso che, a livello concettuale, per capire il mondo dell'informazione e le modifiche che esso induce nell'architettura, si dovrebbe pensare metaforicamente, al salto di definizione che c'è stato dal passare dalla videoregistrazione analogica con quella digitale. Se digitale vuol dire "frammentare misurando", segmenti sempre più piccoli di spazi registrabili per cui si aggiungono più dati, da cui la quasi perfetta visione, così si dovrebbe fare con l'informazione; una volta osservata nelle sue intime caratteristiche come materia d'analisi (anche con il filtro della filosofia architettonica) allora si potrebbe capire a fondo qual'è quella parte di essa capace di inoltrarsi in simbiosi con l'architettura e quale parte dovrebbe evitare, con essa, il contatto!

Ammassando qualunque genere d'informazione e pretendendo che viaggi sicura con ogni architettura possibile, è un discorso secondo me, pericolosissimo!

Poi ognuno è pur libero di crearsi una sua strada, ma mi dispiace di una cosa; che molte di queste strade di ricerca architettonica, stiano coincidendo, nello stesso tempo e negli stessi luoghi geografici. Bha! Sarà una mia impressio

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Commento 212 di Carlo Sarno del 09/10/2002


Ciao Guidu, l'architecture n'est pas ambitions, elle n'est pas seulement construire et de-construire... la vrai architecture est amour!!!
"... Wassily Kandinsky ... oltrepassa i limiti del riconoscibile alla ricerca del significato più profondo della realtà intima delle cose. Una realtà che non ha necessità di forme verificabili in quanto elaborata in sintesi unitaria che sola dà significato all’esperienza. Vivere è esperienza complessiva, organica, impossibile da ridurre in parti riconoscibili da smontare e rimontare a piacimento. Le stesse parti, in momenti diversi, hanno significati diversi e il senso del loro coesistere è rappresentabile con un segno che non è somma di pezzi ma sempre sintesi unitaria... L’architettura ha vissuto poco e malamente il confronto con l’espressionismo. La necessità accademica di poter disporre di elementi sciolti da poter assemblare a piacimento ha posto ostacolo alla visione unitaria del segno personale, sempre mortificato in virtù di una pretesa egemonia del carattere sociale della materia ... la sensibilità per una visione organica dell’esperienza, del vivere espressivo, hanno ora vinto una battaglia secolare contro la disciplina della forma e quindi della sostanza, contro l’intransigenza della semplificazione e della coerenza storica...".
Si Sandro, l'espressionismo richiama l'architettura ad i suoi valori più profondi, ad una visione unitaria ed organica del processo di progettazione in funzione di una reale libertà individuale e sociale. L'espressionismo apre gli occhi dell'architettura alla realtà dell'uomo, rende lo spazio umano ed esistenziale. Frank Lloyd Wright ha sempre predicato di aprire l'architettura alla vita e di farne una realtà organica intensamente umana.
Cordialmente, Carlo

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Commento 211 di Guidu Antonietti del 08/10/2002


VERS L’ECRITURE DE BATIMENTS SENSIBLES
Architettura : cosa mentale
L’Architecture n’est rien sans ambitions ! Vouloir bien construire, des édifices et des idées, en toute liberté, et ne vouloir que cela, c'est l’essence de la pratique de l’Architecte. Evacuer cet axiome équivaut à l’errance en un champ de ruines. Tel Sisyphe nous faisons cet aveu réfléchi comme raison d’exister, sans faux-semblants. Pour édifier mieux encore, pour étendre notre culture individuellement et la partager, il nous faut fréquenter les idées, les êtres, l’art et la matière. Si notre métier est activité raisonnée, notre discipline est passion déraisonnable. Notre devoir : l’affirmer haut. Notre résistance : ne pas accepter les conditions médiocres d’une plausible pratique, lutter, hurler dans le désert, et se souvenir qu’un miracle peut toujours s’y produire ! A l’impossible être tenu. Savoir que de la difficulté d’imaginer et du plaisir de réaliser des lieux vrais, sincèrement, peut advenir la rencontre du sensible, de l’autre...
Pour l’Architecte, humble disciple des philosophes et des mathématiciens, la géométrie est une pratique quotidienne. Dilemme périlleux que de tenter de figer trois dimensions en un espace, avec comme seuls outils, deux dimensions seulement : le plan, l’élévation. Le bâtiment, une fois construit ne révèlera plus rien de sa lente et laborieuse élaboration. Plans, coupes, façades, plus rien de ce qui était tracé sur la planche à dessins ne peut être vu par l’œil humain. Seul Dieu peut voir le plan, seul un passe muraille peut voir la coupe, seul un observateur situé à l’infini peut voir l’élévation. Tout ce travail de dessinateur finit par se perdre dans l’espace qu’il arpente enfin, accompagné de son commanditaire comme en un lieu qui n’est plus tout à fait le sien... Ce n’était qu’esquisse imparfaite, avec des lignes régulières, des volumes simples : cubes, cylindres, pyramides, solides platoniciens, scandés en une ordonnance. Comme les mathématiques, elle s’est élaborée sur des hésitations, des impasses, des modèles récurrents, des intuitions contradictoires, une tentative pour rapprocher des réalités hétérogènes, sans rapports logiques entre elles : le programme, la structure, les réseaux, les formes urbaines supposées, la réglementation, les coûts, les couleurs, les matériaux, les textures, la lumière...
Il s’agira de découvrir et peut-être de révéler les rapports entre ces réalités éparses. En un sens, entreprendre une quête modeste qui s’apparente à celle des mathématiciens : construire des systèmes cohérents, donner du sens... En d’autres termes, on tentera de déconstruire les réalités apparemment ordonnancées, pour proclamer leur émotion, leur tangibilité, leur harmonie, leur pertinence… Cette démarche projectuelle, un peu comme l’arithmétique, est une construction mentale, qui vise moins à une explication qu’au désir de réaliser un jour des bâtiments sensibles. Pour, le moment venu peut-être, (et il peut ne jamais arriver), écrire l’espace habitable fonctionnellement (la politesse de l’Architecte) et symboliquement (le devoir de l’Architecte), l’exact contraire d’un geste arbitraire.
Car être Architecte, c’est être aussi un intellectuel. Nous l’affirmons, nous le vivons. Le temps maintenant est venu de vouloir le partager

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Commento 58 di Antonino Saggio del 20/02/2002


Caro Sandro,
questa mattina qui c'è il sole. E francamente mi ero ripromesso di rimettermi subito a lavorare come dire "seriamente" e disciplinatamente. Ma il tuo scritto "L'artista non vede, guarda" mi ha come pizzicato. Ho pensato: bene se una sola persona andrà a vedere questa mostra allora tutto assume un senso.
www.vangoghgauguin.nl

Antefatto: a Washington c'è stata una mostra sulle nature morte degli impressionisti. Bella intuizione no? Perchè gli impressionisti in fondo non ne hanno fatte molte. Ma scavare nei limiti è sempre fecondo. E guardando questa mostra si scoprono moltissime cose.
Quali? Non le voglio enumerare, perchè le cose belle hanno bisogno di un linguaggio appropriato se vanno trasmesse agli altri, altrimenti è molto molto meglio scoprirle da soli.
La mostra che segnalo è quella di Van Gogh-Gauguin ad Amestardam che starà lì fino a giugno.
Ecco, se una sola persona andrà a vedere quella mostra dopo aver letto questa segnalazione, ne sarò contento.
Credo veramente che sia assolutamente straordinaria (e non ha confronti per qualità con quella del centanario): consente allo sguardo di aprirsi e di interrogarsi con grande intensità.
Un caro saluto

Nino

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