Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Dancing House o Ginger & Fred.

di Enzo Mastrangelo - 7/5/2001


Dall'intricato intreccio di strade del centro storico di una delle città medioevali più affascinanti d'Europa, si procede per il lungofiume della Moldava arrivando così a Rostov Namestì. Li la poesia vince sul mero funzionalismo, reinventando nuovi spazi urbani ed architettonici con scorci ed immagini che rapiscono l'osservatore. Le linee fuori piombo della Dancing House o Ginger & Fred, di Frank O'Gehry affascinano, rubano l'attenzione in una città già vivace come Praga che si offre all'osservatore sempre ricca di particolari, di linguaggi e di storie diverse. Stravolgente senza stravolgere, è questa l'espressione dell'ego di un artista di fama internazionale, di un architetto che fa discutere. Un'architettura che presuntuosamente esiste come le più grandi architetture, ed è espressione libera di una rivoluzione culturale che, voluta o meno, è ormai cominciata. Costruito dal 1992 al 1995, la Dancing House di Frank Owen Gehry a Praga, si inserisce in un contesto ribollente, difficile, che orgogliosamente rivuole la ricchezza e la dignità di un tempo. Figlia della svolta politica avvenuta nel 1989 nei paesi dell'est la Rep. Ceca vuole entrare nell'Europa a pieno diritto. La capitale ne è un esempio; uno dei massimi templi della musica classica e cultura europea si manifesta nella sua molteplicità come un gioiello di architetture passate e non solo. Penso a noi, al nostro "bel paese". Rabbrividisco vedendo perdere occasioni (vedi Gehry a Modena). Invece qui il coraggio c'è. Praga rinasce spinta da voglia di riscatto. Si percepisce che fu città rigogliosa, gotica, neoclassica, austro-ungarica e liberty. Nel susseguirsi di vie, strade, vicoli, vicoletti, senza urbanizzazione "a regola",la città ha generato frattali, angoli, colori: un luogo che penetra nella memoria di ogni uomo come un cocktail di raffinatezza e di incredibile complessità. Camminate sul Ponte Karlov e capirete. Una sensazione di inverosimile familiarità vi investe. Tutto a Praga è di sconcertante dinamicità. Essa genera sé stessa in forme sempre nuove e nuovi scorci. Ma lo spirito di una società colta e raffinata si nota dalla continua novità e mi eccita sapere che esiste chi ha il coraggio di essere ancora nuovo senza accontentarsi del passato. Tutto questo la Dancing House lo traspira. Essa incarna l'idea di riscatto del luogo in cui vive, si inserisce in una piazza contornata da edifici sette-ottocenteschi generata da un'incrocio della strada del lungofiume sinistro e dell'asse viario che da ovest attraversa il ponte e prosegue poi nella città ad est. L'edificio pare che danzi davvero e il superbo linguaggio delle onde sulla facciata non lasciano dubbi. L'edificio vibra. La convessità della facciata e gli "scatolati d'acciaio" delle finestre che sporgono, la strombatura che domina l'andamento delle pareti ed ogni "onda" superiore che si aggetta su quella inferiore, in accordo con i pilastri "floriformi" (l'edificio è anche detto "il mazzo di fiori"), lasciano intendere che ci si trova di fronte ad un'architettura che osa come le virtuose guglie degli edifici della Praga vecchia. Ma se gli edifici antichi sette-ottocenteschi della Praga imperiale hanno il fascino dell'ordine, della regolarità di stilemi di un tempo preciso - e quindi restituiscono un linguaggio uniforme - la dancing house rompe con il passato, senza mai subire la regola suprema. Chi vince è lo spazio, l'eleganza di uno spazio creato da curve ed avvitamenti e, pur avendo prepotente personalità - tale da sporgere oltre l'isolato nella torre - senza definirlo con il classico spigolo, l'edificio di Frank Owen Gehry si inserisce nella città in modo superbo, digerendone gli aspetti, la ricchezza di particolari, la varietà di immagini. Se osservo più edifici rapportati su canoni stilistici di diversi periodi, mi accorgo che tutti sono simili nella loro "forma" spazio; qui invece è lo spazio a prevalere. Dall'ingresso, nodo centrale, si sviluppano i due non-fronti che con i loro spazi convessi o concavi ci offrono nuova esperienza spaziale. Lo spazio è sempre diverso; la torre di cemento strombata e convessa è retta da un'unica colonna che si contrappone al volume vetrato la cui sagoma ricorda un mazzo di fiori strozzato nel centro. Sostenuto da più pilastri che subiscono assottigliamento e torsione nell'ascendere, l'elemento vetrato appare composto da più parti e dalla sua trasparenza si scorgono i balconi protetti dalla membrana. Accostandosi si raggiunge il portico suddiviso in tre spazi fortemente connessi che riprendono la tripartita non-facciata. Il primo, il centrale sotto la torre in cemento, è tondo e nel centro vi è il pilastro di sostegno che obbliga il passante a scegliere da che parte andare e rende centrale questo elemento non-angolo; esso è connessione da un lato con l'ingresso vetrato situato sotto la torre e caratterizzato dai pilastri contorti, dall'altro con il fronte anch'esso vetrato del bar che si sviluppa in curve che seguono l'andamento del filo della facciata verso il fiume e di altezza minore. L'edificio vuole essere esplorato; non smette mai di stupire.



(Enzo Mastrangelo - 7/5/2001)

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