Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Speer a Kabul

di Paolo G.L. Ferrara - 5/3/2002


"Siete diventati completamente pazzi!". Fu così che il padre di Albert Speer commentò alla vista del plastico della Grande Strada di Berlino, fortemente voluta da Hitler. Nel periodo di maggior consenso della sua folle ideologia, la Berlino sognata sin da giovane era uno tra gli obiettivi assoluti del dittatore, così sicuro di dare al III Reich una capitale degna di cotanta grandezza che l'inaugurazione non avrebbe dovuto, secondo i piani, superare il 1950. Anche a guerra oramai indirizzata verso una sicura disfatta, Hitler continuò a sognare la Berlino capitale del Reich millenario, ordinando a Speer che gli studi ed i lavori proseguissero.
Il folle "necrofilo" caporale austriaco sfogava anche nell'architettura i suoi momenti di dissociazione dalla realtà.
E' bene sgomberare il campo da equivoci: la crudele follia delle azioni di Hitler non ha nulla a che fare con i suoi propositi megalomani in campo architettonico. Confondere le due cose significherebbe conferire all'architettura un ruolo negativo che non le appartiene.
Piuttosto, vorrei qui rimarcare l'atteggiamento di Albert Speer, studente cresciuto alla corte di H.Tessenow e diventato suo assistente dopo la laurea ma che, preso nel vortice del successo veloce e grandioso, rinnegò il maestro per gettarsi a capofitto nei lavori che il Fuhrer pianificava. E se per quest'ultimo la Grande Strada di Berlino doveva rappresentare il potere economico, politico, sociale e militare del III Reich -il suo simbolo supremo- per Speer il poterla progettare significava entrare nella storia dell'architettura. Per entrambi la forza rappresentativa dell'architettura doveva assolvere pienamente al ruolo che essi stessi le demandavano.
Oggi dobbiamo fare i conti con New York. Non scandalizzi la similitudine e si escluda a priori ogni fraintendimento. Già detto: i crimini di Hitler nulla hanno a che vedere con la sua megalomania architettonica.
Scrive Cesare De Seta :"[...]New York è una città-mondo, anche se il titolo di capitale non le spetta in termini istituzionali. Non è infatti capitale degli USA: ma è sede dell'Onu, è il più grande centro commerciale e finanziario del pianeta, è tra le più popolate metropoli, è un coacervo multietnico, è una formidabile produttrice di culture; è l'ombelico della globalizzazione e delle tecnologie più avanzate[...] E' insomma il centro per eccellenza del mondo[...]".
Tutto praticamente vero, e l'architettura è lì a dimostrarlo a mezzo della sua forza rappresentativa. Le Twin towers erano da molti riconosciute quale simbolo di New York e di quello che essa rappresenta, cioè né più né meno di quanto ha descritto De Seta.
Ora, smorzati un pò i sentimenti di orrore dello schianto sulle Twin Towers, si è preso a parlare sempre più frequentemente di cosa fare con il vuoto lasciato dalla loro frantumazione. Personalmente credo che siano discorsi fuori luogo, senza "memoria".
Leon Krier pone il problema esclusivamente rispetto il grattacielo e ciò che esso rappresenta:"[...]non esistono però ragioni valide (ad eccezione del guadagno finanziario) per costruire edifici utilitari eccessivamente alti. I loro danni collaterali sono tali che la società civile non può permettersi assurdità simili[...] L'epoca del grattacielo utilitario è conclusa".
Paladino del New Urbanism, Krier non può che esprimersi in questi termini, collocando il grattacielo in quello che definisce "modernismo", di cui tiene a rimarcare (immancabilmente) i fallimenti, spalleggiato dal suo finanziatore Carlo d'Inghilterra.
A parte le parole di Krier e di altri famosi architetti, è certo che non passerà molto tempo prima che venga bandito un concorso internazionale o che, privatamente, sia chiamato un nome importante dell'architettura per dare vita al progetto di ricostruzione, che sia delle precedenti Twins tali e quali o un ex novo.
Opinioni contrastanti ci arrivano da più parti, sicuramente tutte motivate, ma anche precipitose.
La morte è sempre specchio in cui farsi l'esame di coscienza, dunque il massacro di New York ha inorridito tutti noi occidentali "civili", perché nella nostra società di perbenismo siamo convinti che nessuno potrebbe arrivare a tali eccessi di crudeltà. Ci scherniamo dell'accaduto e ne facciamo un punto di forza che avalla il grado di civiltà da noi raggiunto.
A parole.
Nei fatti non possiamo certo dirci le sole vittime. Ora, che c'entra l'architettura con tutto ciò? E Speer con New York?
Preciso subito che mi sembrano assurde e abbastanza pretestuose le critiche alla tipologia del grattacielo. Discorsi che lasciano il tempo che trovano, perché la follia di Bin Laden non si sarebbe sicuramente fermata davanti ad una NY fatta di casette a schiera.
Knipfer, autorità del ministero dell'aviazione del Reich, aveva emanato varie disposizioni di legge che miravano ad orientare la progettazione dei nuovi edifici facendo di tutto per diradarli piuttosto che elevarli il più possibile, contrariamente all'idea di Hitler di edificare il Grande Auditorio sino ad un'altezza di 230 metri; Knipfer era certo che un tale edificio sarebbe stato punto di orientamento ideale per i bombardieri nemici.
Dunque, grattacieli come Grande Auditorio? No, nel modo più assoluto, perché se allora tali paure dimostravano quanto programmata dai nazisti fosse la guerra -e quindi i bombardamenti- oggi non possiamo sicuramente pensare la progettazione tenendo conto che essa potrebbe essere mira di azioni belliche. Farlo significherebbe negare il grado di civiltà a cui siamo arrivati (o almeno crediamo...), e negare la stessa natura dell'architettura.
Architettura è libertà di vita, d'azione, di pensiero. Quando si trasforma in simbolo del potere umano, qualsiasi esso sia, decade la sua forza democratica.
La nostra responsabilità nasce dalla gestione della materia architettura, ovvero riuscire a mantenerla elemento su cui puntare per il miglioramento della società, di tutta la società, evitando che diventi simbolo dello star system.
Un fastidio sottile mi procura il vedere pubblicate numerose proposte sul "come ed il perché" ricostruire il World Trade Center. Non me ne vogliano i progettisti, ma mi sembra alquanto fuori luogo in questo momento dare sfogo alle proprie idee prendendo a campione un luogo che non ha ancora finito di curarsi le ferite morali, ben più gravi di quelle materiali.
La linea sottile che divide il giusto dallo sbagliato è quasi impercettibile, e si rischia di trascurare un fatto di non secondaria importanza: gettandosi a capofitto sulla questione si rischia di fare dimenticare ancora di più una realtà che non dovremmo scordare:quella del rovescio della medaglia, quella di Kabul e di tutte le città distrutte dalle guerre successive al 1945, indietro nel tempo sino a Beirut: l'altra faccia della questione morale, ma più forte, più dura.
Se fare proposte per il WTC ha un indubbio scopo di reazione (un pò anche psicologica?) contro il gesto feroce ed ingiustificato subito, non si può sfuggire alla constatazione che l'architetto che metterà mani alla ricostruzione entrerà nella storia per proprietà transitiva. Il nuovo WTC sarà ad imperitura memoria "il simbolo della civiltà vigliaccamente attaccata" ma che sa risorgere, contro tutto e tutti. Ma anche contro se stessa e le sue leggi non sempre uguali per tutti?
Architettura quale simbolo, dunque?
Ma il rovescio della medaglia? Chi se ne cura di dargli uno sguardo e di prenderne in consegna il fardello?
Certo, gli architetti non hanno sicuramente responsabilità in questioni di tale portata politica, ma allora qual è il ruolo che dovremmo avere? Forse solo quello di prenderne atto e aspettare che venga assegnato l'incarico professionale?
Ok, forse sì, ma se riuscissimo nel contempo a volgere lo sguardo verso Kabul? Se c'impegnassimo professionalmente per la ricostruzione in tutti i luoghi colpiti dalle guerre, di concerto con i Paesi civili (di cui siamo parte), che profondano reale impegno per rendere civili quelli che abbiamo escluso dal nostro interesse, sino ad oggi.
Retorica? se continuiamo a non guardare oltre il nostro mondo, sì, queste parole sono solo retorica.
Torniamo a Speer e alla Berlino millenaria. Tutto sommato, la Berlino millenaria è sorta, in modi, tempi e concetti diversi da quelli immaginati da Hitler, quaranta anni dopo, ma è sorta. La grande ricostruzione avviata dopo la caduta del muro è assurta a simbolo della rinascita della pace tra Est ed Ovest, e tutti ne abbiamo fatto simbolo di ciò. O ce lo hanno imposto. Sì, perché Berlino è diventata di colpo "centro della cultura", città viva, generante accelerazioni di civiltà del pensiero, dell'arte, etc.
Ne più e né meno quello che ne aveva immaginato Speer.
Ora, si potrà obiettare che nelle idee del III Reich Berlino avrebbe dovuto rappresentare il luogo in cui si stanziava il dominio del mondo, secondo la sconvolgente visione del Furher (ed il Globo terraqueo, sovrastato dall'aquila e posto sulla cupola dell'Auditorio, ne era simbolo), mentre oggi è la città in cui domina la libertà multietnica. Ineccepibile, ma sta di fatto che anche in ciò che appare più limpido c'è qualcosa di torbido. Forse impercettibile, ma c'è. Individuare il torbido nella volontà di creare un centro simbolico del potere europeo alternativo a NY e Tokyo è forse esagerato?
La parola "potere" è centrale. Certo, sicuramente non nell'accezione di sopraffazione o sterminio, ma potrebbe significare noncuranza del mondo che esiste oltre i confini nord americani, europei e giapponesi.
Mentre scrivo questo articolo la guerra in Afghanistan continua, ma non se ne sente più parlare se non quando i morti sono occidentali; per il resto fanno più notizia la vittoria dell'Inter nel derby e la kermesse sanremese. D'altronde perché interessarsi alle macerie di Kabul? Cosa se ne farebbero loro dei centri commerciali, dei grattacieli, dei musei, dei teatri, delle fabbriche, dell'architettura? Al massimo, gli basta una casetta di pietra e fango. E qualche straccio per coprirsi.
Albert Speer è sicuramente stato complice delle nefandezze naziste ma -seppur alla fine- intuì il gioco perverso del suo condottiero e capì che la Germania avrebbe potuto avere un futuro solo se non fossero stati distrutti i centri produttivi, motore dell'economia tedesca. Contravvenne agli ordini e non diede mai il via a quello che sarebbe stato un colpo mortale per la Germania futura.
Albert Sperr, architetto, cresciuto stimando Behrens (al quale affidò il progetto della sede della AEG sulla Grande Strada), ammaliato dalla grandeur hitleriana e convertitosi all'architettura quale rappresentazione del potere, per quanto sembri assurdo, ha contribuito non poco alla rinascita tedesca. Eppure -anche se ciò non lo rende sicuramente vittima, ci mancherebbe- non aveva più nulla da guadagnarci; nei suoi 20 anni passati a Spandau, la Germania cresceva e si rigenerava. Indirettamente anche grazie a lui.
Albert Speer era un architetto. Noi siamo architetti, dai più quotati agli appena laureati. Noi tutti dovremmo potere dare un segno di civiltà al mondo, prestando opera, idee e genialità a chi necessita di trovare una nuova identità: quella di non essere più il terzo mondo secondo la visione della civiltà occidentale, ma di essere loro stessi civiltà, con la loro identità, con le espressioni della loro identità e della loro civiltà.
Prendere posizione è sempre sconveniente ma sarebbe molto coraggioso che anche gli architetti -soprattutto i grandi- si dedicassero gratuitamente a Kabul, studiandola, pianificandola, realizzandola, iniettandovi tutte le conoscenze civili di cui sono depositari. Ai Governi il compito di mettere da parte i sommi interessi economici in nome dei quali tutto il peggio è sempre stato lecito, ipocritamente lecito.
Noi civili non lapidiamo o non mozziamo le mani per questioni religiose, ma ammazziamo, massacriamo o roviniamo gli altri per denaro, ma tutto ciò passa come fatto di cronaca nera, niente più.
Tra decine di proposte per il WTC (da Libeskind ad H.Hollein, da Coop Himmelblau ad E.Owen Moss, dai Nox a RoTo, sino a W.Dubbeldam) -molte delle quali finite anche su giornali non di settore- non si vede l'ombra di proposte per Kabul.
Eppure, oltre le gesta di un sanguinario folle ci sono milioni di persone, nelle loro macerie di fango, incolpevoli tanto quanto le migliaia delle Twin towers.
Non accetto dunque la corsa sfrenata alla proposta di ricostruzione del WTC (e bene hanno fatto Eisenman, Meier ed Ambaz a non aderire alla mostra newyorkese); non lo accetto perché sembra che gli avvenimenti ci siano indifferenti e che quel che conta sia ristabilire le distanze, dimostrando -come già detto- l' hic et nunc della civiltà: a New York.
Non accetto discorsi sul "grande valore immobiliare" dell'area e sulla naturale appetibilità che essa ha (900.000 mq di uffici da ricostruire). Non accetto discorsi del tipo "non si può cambiare il mondo". Non accetto le Torri di luce che presto saranno visibili, ad opera di Bonevardi, Bennett, Myoda e La Verdiere.
Obiezione: cosa c'entra l'architettura? cosa c'entrano gli architetti?
Forse niente, già detto, ma sarebbe il caso che non rumoreggiassero, che non facessero la sfrenata corsa alle proposte simboliche per il WTC.
Perché dietro le proposte grafiche non c'è altro significato che quello di mostrare e mostrarsi. Proposte che siano etiche, morali, e per tutti: questo serve. Ad altro non credo.
E non credo neanche alla semplice motivazione di volere ricostruire per dimostrare che NY sa reagire, che sa velocemente riaffermarsi quale caput mundi. Dalle macerie delle Twin Towers sono stati estratti migliaia di corpi, non migliaia di dollari. Quelli, in milioni, hanno continuato ad essere il vero centro del mondo, nelle banche d'affari, nelle Borse.
L'unico vero gesto di pacifica protesta sarebbe quello del silenzio e del rifiuto di molti architetti considerati profeti della nuova era, a dimostrazione che l'architettura non può essere simbolo, soprattutto se di una sola parte del mondo. Pacifica protesta per riaffermare che attraverso l'architettura si può avviare la globalizzazione della civiltà.
Non ho soluzioni che non siano personali -e sono dunque passibili di soggettività e di limiti- ma preferisco renderle pubbliche e ben visibili ai detrattori. Soprattutto a quelli che sapranno leggere tra le righe di questo scritto la provocazione riguardo Speer, architetto. Di quella schiera che rinnega se stessa per il successo, per la gloria, per entrare nella storia non solo architettonica.


(Paolo G.L. Ferrara - 5/3/2002)

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