Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Architettura per gli architetti

di Giovanni Bartolozzi - 19/4/2002


La facoltà di architettura di Firenze, per iniziativa di uno dei suoi più noti docenti, propone una serie di appuntamenti con famosi architetti i quali, venendo a Firenze, colgono l’occasione per presentare le loro monografie, facendo tesoro degli interventi fumosi e celebrativi di molti colleghi.
Dopo Paolo Portoghesi e’, infatti, la volta del professor Antonio Monestiroli, che è stato recentemente vincitore del concorso per il planetario di Cosenza. La presentazione dell’incontro riassume una serie di concetti che saranno subito chiariti e approfonditi dallo stesso Monestiroli, il quale inizia in questo modo: “Ho sempre vissuto con una sorta di presunzione, quella di saper costruire benissimo, essendo figlio di un costruttore” […] “Gli abitanti devono riconoscersi nei loro edifici e se ciò non avviene hanno paura”.
Il primo progetto illustrato riguarda il concorso per la chiesa della Beata Vergine, vicino Bergamo (concorso vinto da Gregotti), Monestiroli, prima di spiegare il suo progetto, anticipa: “ L’architettura sacra, essendo una funzione semplice, è scarsa dal punto di vista formale, cioè è difficile trovare delle forme” […] “Le chiese di oggi assomigliano a delle sale d’assemblea, non si capisce, infatti, cosa distingue una chiesa da un cinema.”
Mi permetto, a tal proposito, di esprimere una personale opinione. Non credo che l’architettura religiosa sia una funzione semplice, tutt’altro. La premessa di Monestiroli tende a sminuire e declassare la funzione di una chiesa al solo piano formale. Si pensi a tutte le chiese di Michelucci o alla cappella di Ronchamp, questi spazi, che certamente non assomigliano a delle aule per assemblea, sembrano dei veri e propri luoghi d’incontro tra l’uomo e Dio.
Riporto parte della relazione di Monestiroli, tratta dall’allegato di “Casabella”, “Nuove chiese italiane due”, dove è possibile visionare il progetto in questione: “L’interpretazione più diffusa oggi è quella per cui la chiesa è il luogo di riunione dei fedeli, mettendo in secondo piano il significato del rito. Questo è il motivo della pianta a Croce, una forma antica, forse troppo legata al simbolo, tuttavia carica di significato, il significato dell’incrocio di due percorsi che conducono in uno stesso luogo: il luogo dell’altare.” Da quanto scritto sembra che Monestiroli abbia scelto la pianta a croce per rivalutare il rito, e durante la lezione aggiunge: “Nella nostra chiesa non volevamo fare una pianta a forma di croce, ci siamo arrivati dopo un ragionamento” […] “ all’interno le finestre sono fatte all’altezza dell’occhio, in modo da poter sbirciare fuori”. Monestiroli conclude la presentazione di questo progetto, ricordando che sono sempre i quattro muri a forma di L (insistenti sulle braccia della pianta a croce), e rivestiti in pietra, a “trionfare”, rappresentando un richiamo per i cittadini.
Mi viene spontanea a tal proposito una domanda: a cosa servono in una chiesa le finestre ad altezza d’occhio? Forse a distrarsi dalla liturgia?
In una chiesa, ma in realtà in qualunque altro edificio, sembrerebbe assurdo parlare di finestra intesa come semplice e banale buco nel muro, per consentire ai fedeli di guardare fuori. Finestra significa veicolare diverse quantità di “luce”, affinché uno spazio possa vivere, vibrare, traballare, provocare al fedele delle emozioni. Basti pensare ai fori antisimmetrici praticati sui muri di Ronchamp, alle spettacolari finestre della chiesa di Imatra di Alvar Aalto che seguono gli sviluppi parabolici delle stesse pareti e alle due finestre trapezioidali che direzionano la luce nell’invaso celebrativo, oppure alla vetrata curva, posizionata dietro l’altare, che rovescia luce nella chiesa dell’Autostrada. In sostanza, dovrebbe essere lo spazio interno a “trionfare” e a divenire attrazione per i cittadini e non solo quattro alti muri a forma di croce.
Il secondo progetto illustrato è un palazzetto dello sport vicino Milano. Nuovamente una premessa: “Volevamo trovare un senso all’idea di palazzetto dello sport, accantonando un po’ l’idea stessa di sport” […] “abbiamo pensato ad un gran tetto come luogo di riunione, dove la città si riunisce, facendo riferimento al progetto di Mies per la Convention Hall”
Questo progetto, situato in zona periferica; si presenta con una pianta quadrata e simmetrica, il grande tetto è costituito da travi reticolari di notevole spessore e sorretto da una doppia fila di pilastri perimetrali. Tra i pilastri perimetrali e l’interno corre un recinto, anch’esso quadrato, rivestito in marmo che separa l’interno dal porticato perimetrale pilastrato.
Monestiroli aggiunge: “ il tetto ha una sua autonomia di forma e di significato e il recinto è rivestito da lastre di marmo verde con venature bianche che servono ad impreziosirlo”.
Avanzo a tal proposito due riflessioni. La prima riguarda il tema edilizio, vale a dire, il palazzetto dello sport. Un tema allegro, fantasioso, dinamico e ricco di spunti, considerando soprattutto l’importanza che è attribuita, nella nostra società, allo sport. Non condivido, infatti, la volontà di voler necessariamente trovare un “senso”, una funzione diversa al palazzetto dello sport, il quale implica, già nella sua specificità, il ritrovo dei cittadini. Il palazzetto dello sport viene, infatti, quotidianamente usato per partite, allenamenti, tornei, concerti musicali…, più ritrovo di questo! Sembra che si voglia, forzatamente, ricondurre l’idea di palazzetto dello sport a qualcosa, (tralaltro simile solo per dimensione), già esistente, così da poter trovare un comodo riferimento.
La seconda riflessione riguarda proprio il riferimento, vale a dire, Mies van der Rohe e il progetto della Convention Hall a Chicago. Viene spontaneo porsi un’altra domanda: M. si ritiene allievo di Mies, com’è stato detto, durante la presentazione, per aver ripreso, in tale progetto, l’impianto della Convention Hall?
L’insegnamento di Mies, sta nel trattamento dello spazio, nel magistrale scorrimento dei setti murari, nel rapporto interno-esterno, nella distruzione della scatola muraria, nella giustapposizione dei volumi e non solo nell’uso del marmo verde o del grande tetto a travi reticolari.
Ometto, per brevità, di parlare dei progetti per i cimiteri e del Planetario di Cosenza, passando alle conclusioni, affinché queste, assieme alle frasi appuntate durante l’incontro e riportate, possano essere frutto di riflessioni e commenti da parte dei lettori. Preciso, inoltre, che mi sarebbe piaciuto, esprimere a Monestiroli i miei dubbi e le mie riflessioni al termine della sua lezione, ma ciò mi è stato impedito dal breve tempo a disposizione.
Sono convinto che i progetti illustrati da M. tengano scarsamente conto della componente umana, del rapporto con la società e con la tecnologia. Il metodo compositivo sembra molto rigido, inflessibile, carico di regole e concetti che, oltre ad impedire una lettura spaziale, non consentono di mettersi in discussione ogni qual volta si presenta una nuova occasione di progetto. I progetti sono spesso frutto di manipolazioni tematiche soggettive che non trovano riscontro nella società, nella gente e quindi che producono un’architettura per gli architetti. Quando parlo di architettura per gli architetti intendo un’architettura che, essendo appesantita e carica di simboli astratti (come: il muro, il tipo, il bastione, la croce, l’identità, il percorso…), risulta leggibile esclusivamente da chi n’è stato ideatore. Per esempio, nel progetto per la chiesa di Bergamo, i quattro muri a forma di L, che definiscono planimetricamente una croce, a causa della loro altezza (circa 30m) e dell’inserimento in un contesto urbano, che non consente una visione a 360 gradi, saranno leggibili (a forma di croce) solamente guardandoli da una certa quota o da chi ne analizza una planimetria, ma non dal cittadino o dal fedele che entra frettolosamente in chiesa.
Prima della lezione di Monestiroli, ho casualmente ascoltato una domanda fatta da quest’ultimo ai colleghi fiorentini, di cui è stato ospite: quando verrete voi a Milano a parlare di questa facoltà di architettura di Firenze?
Ascoltando involontariamente questa domanda, che chiamava in causa la facoltà di Firenze, ho pensato istintivamente a Michelucci, Savioli, Ricci, Koenig…, i quali hanno lottato, con anni di sperimentazione di lavoro e insegnamento, per una facoltà di architettura che insegnasse agli studenti, a tener conto dell’individuo.
Oggi, a distanza di molti anni, qualcosa è cambiato.

(Giovanni Bartolozzi - 19/4/2002)

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Commento 123 di Fausto D'Organ del 02/05/2002


Le nuove generazioni di progettisti mostrano, delle volte, una voglia sanguigna di dissacrare, ma (mi auguro) ciò non adombra la consapevolezza che si sta maneggiando un bagaglio di segni e linguaggi molto fragile e instabile: l'architettura, non v'è dubbio, è un servizio, nel senso più letterale del termine, non è un giuoco di costruzioni lego!
E' un'arte che dovrebbe produrre, come tu sottolinei, sempre cose che servono; è un'arte "socialmente pericolosa perchè è un'arte imposta" (Renzo P., discorso per il Premio Pritzker, Casa Bianca). Un brutto libro si può non leggere; una brutta musica si può non ascoltare; ma in un brutto edificio si può essere costretti a vivere, o nella migliore delle ipotesi, avendolo di fronte casa, si è costretti a vederlo ogni giorno. In architettura le nuove realtà s'impongono, come tu m'insegni, e l'immersione nella bruttezza è totale: non si dà scelta all'utente.
E, forse, è proprio questo quello che fa il progettista protagonista del tuo articolo: non dà scelta. Pur non affermando che i suoi impianti sono brutti e inefficienti, tu sottolinei (mi pare) proprio che egli ingabbia i fruitori dei suoi luoghi costruiti lungo percorsi fisici e mentali schiaccianti. Anche Mondrian schiaccia: le sue tele sono matrici di decodifica delle realtà (per carità, sempre diverse!) che ognuno di noi intravedrebbe dietro di esse. Colori e figure semplici in equilibrio geometrico danno una direttrice, impongono uno stadio di partenza mentale. Quanti artisti hanno fatto e fanno così? Tutti. Forse anche tu (non ti dà fastidio se ti do dell'artista, vero?). Il protagonista del tuo articolo fa case senza tetti? Chiese senza altare? Si dimentica di aprire vani per le porte e le finestre? Non fa scale per distrazione? Non prevede sub zone tecnologiche per la gestione delle acque reflue e per l'impiantistica di base? Spero e credo di no! Certamente la bontà di un edificio non si ferma a queste cose pratiche, ma se andassimo oltre queste cose pratiche entreremmo del dominio personale dell'artista che crea per desiderio (spero sincero!) di parlare ai suoi simili. Nell'edificio si riversa la mappa mentale contingente del suo progettista che in quel momento creativo è forse nervoso, stanco, svogliato, oppure ansioso, romantico, ecc. Chissà!? Ciò che lascia, è comunque un sistema di segni che "corre il rischio" di diventar materia. Rizoma forse buono, forse cattivo. Ma, dimmi, gli impianti del protagonista del tuo articolo sono peggio delle centinaia di migliaia di condomini sparsi per il nostro paese? Sono peggio dei castranti edifici per civile abitazione e uffici? "Civile abitazione" cosa? "Abitazione civile quando? Come? Dove? ...Devo lasciarti... A breve continuerò...

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Commento 121 di Giovanni Bartolozzi del 30/04/2002


In risposta al commento n°106
Caro Fausto,
credo ci sia una bella differenza tra “trattare male Monestiroli” e fare una riflessione critica sul lavoro di un architetto. Naturalmente questa può essere condivisibile o meno, come del resto si coglie dal tuo commento.
Inoltre qui non si tratta di “trovare dei difensori” di “sto povero cristo”. Io non ho accusato nessuno e antithesi non è un tribunale ma uno strumento di crescita e di confronto.
Sicuramente l’architettura è arte. Tuttavia a differenza di questa ha qualcosa in più: gli individui la devono vivere. Un quadro di Mondrian o di chiunque altro si può apprezzare, contemplare, analizzare in diverse chiavi di lettura, studiare, criticare… Ma finisce lì. La gente non c’entra, non lo fruisce, non lo attraversa, non ci trascorre la vita e, soprattutto non interviene sulla città per trasformarla.
Un architetto nel progettare un edificio non può solo tener conto del fatto che l’architettura è arte e quindi fatta su vettori astratti. Questi vettori astratti dovranno concretizzarsi, e andranno a concretizzarsi sulla città e sul paesaggio, che fortunatamente non sono dei grandi musei.
Inoltre, introducendo l’identità tra arte e architettura tocchi un aspetto estremamente delicato che ci porterebbe, a mio avviso, fuori strada. Almeno secondo quello che mi proponevo d’analizzare scrivendo l’articolo su Monestiroli.
Allora, piuttosto che portare il “contadino” davanti ad un quadro di Mondrian, (tralaltro mi sono permesso di scomodare Mondrian per un altro motivo), io porterei il “contadino”, per esempio, dentro la chiesa dell’Autostrada e in generale dentro uno spazio strutturato mediante un linguaggio comprensibile al popolo, dunque al “contadino”, all’avvocato, all’imprenditore, al postino e a tutti.
E’ naturale che l’opera d’arte non abbia bisogno di una “didascalia che la svergini nel suo mistero”. Ma gli spazi da vivere devono essere fatti per l’uomo. Non per l’aldilà ma per la vita terrena, quotidiana, e quindi senza alcun mistero.
Credi che il linguaggio adottato da Monestiroli sia comprensibile al popolo?
Il mio dubbio è questo! Io credo di no, perché alla gente non interessa la pianta a croce, o il muro bucato, o l’asse dell’antica centuriazione romana sopra al quale si trova l’edificio…, ma interessa uno spazio dentro al quale poter trascorrere la vita e che rispecchi la società. Uno spazio libero da qualsiasi regola. In questa chiave va, infatti, letta la reazione di un “contadino” davanti un quadro dell’ultimo Mondrian.
Mondrian si svincola totalmente da ogni regola, componendo nella più totale libertà, usando colori primari e mediante il più elementare contrasto: il nero su sfondo bianco. Ma la cosa più interessante è che lo spettatore - contadino o imprenditore che sia, preferisco, infatti, parlare di individuo - può godere della stessa libertà nell’interpretare quel quadro. Infatti, un individuo (qualunque sia la sua estrazione sociale) si pone davanti a quel dipinto con una libertà interpretativa dettata dal suo stato d’animo, dal suo stato emotivo, emozionale, culturale…Ecco caro Fausto cosa ci vedrà un “contadino” in un quadro dell’ultimo Mondrian. Credo tuttavia che affinché ciò accada, (come ci hanno insegnato le nostre maestre!!) non bisognerà “trasportarlo di peso dentro il museo”, ma basterà sensibilizzarlo culturalmente.
Probabilmente sbaglierò ma è questo che penso e sono disposto a discuterne.


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Commento 106 di Fausto D'Organ del 27/04/2002


"[...] I progetti sono spesso frutto di manipolazioni tematiche soggettive che non trovano riscontro nella società, nella gente e quindi che producono un'architettura per gli architetti. Quando parlo di architettura per gli architetti intendo un'architettura che, essendo appesantita e carica di simboli astratti (come: il muro, il tipo, il bastione, la croce, l'identità, il percorso, risulta leggibile esclusivamente da chi ne è stato ideatore [...]", inizio da qui per contattare Giovanni Bartolozzi nel suo "Architettura per gli architetti". Può anche darsi (rifletto tra me e me leggendo l'articolo di sfuggita) che 'sto Monestiroli lasci negli occhi di chi "vede" le sue più fresche opere su carta o su terra l'immagine di un signore, figlio d'Arte nel campo dell'edilizia, che se ne va in giro per le Città con una personalità ritta come un palo di scopa e il cranio gonfio di autocompiacimento.
...Può anche darsi, dico io tra me e me, ma poi dopo qualche secondo dico ad alta voce..."ma 'sto Monestiroli, chi è?" non ho mai sentito parlare di questo signore che Giovanni Bartolozzi sta trattando così male! Chiudo la connessione e penso ai fatti miei, poi l'idea di 'sto povero cristo malmenato mi comincia a girare in testa... Passa un pò di tempo e prendo coraggio per intervenire in difesa dello sconosciuto, ed ecco che trovo già una mossa di un suo difensore: "[...] Ciò che da lui dobbiamo imparare è la sua incredibile coerenza, la forte tensione morale che esprime perseguendo una sua idea di progetto che, per quanto possa essere l'opposto della nostra, è altrettanto legittima.
Sarebbe stato forse più facile, per lui, saltellare qua e là come ha fatto per 90 anni Philip Johnson, realizzando molto di più e godendosi qualche bel momento di gloria. Eppure gli anni passano, Monestiroli partecipa ai concorsi e, quasi sempre, si accontenta di arrivare a un modellino. Niente più.
Forse non si mette in discussione quanto dovrebbe, ma i suoi progetti sono lavori onesti, che di certo, sul piano morale, molto hanno da insegnare agli studentelli come noi, che a Progettazione1 eravamo dei perfetti Mario Botta, e dopo qualche anno siamo diventati Ben Van Berkel, passando per Gehry, Eisenman e Hadid.
Per cui, caro Giovanni, lascia che Monestiroli faccia tesoro degli interventi fumosi e celebrativi dei molti colleghi, e cerchiamo di cogliere il buono di quanto ci viene proposto, prima di gettare tutto il resto."
E bravo Matteo Francesconi! Così si fa! Grazie a te capisco perchè non sapevo un bel niente del Monestiroli. Si tratta di un figlio frustrato dall'ombra del padre costruttore che ne avrà fatto di cotte e di crude nell'Italia del Boom... Povero signore 'sto Monestiroli! Meno male che gli fanno vincere qualcosa ognittanto. Dicendo così, mi ritorna alla mente che ha vinto il Concorso del Planetario Cosentino, che sorgerà ad un paio di Km dal futuro Ponte di Calatrava di cui si fregerà la Città di Cosenza... Il Planetario, eh!... Un "punto" come gli altri in una Città come tante.
Signori, perchè ce la prendiamo così tanto? Ce n'è veramente motivo? Caro Giovanni, tu scrivi il giusto riguardo ai percorsi di crescita non lineari...
Matteo, tu affermi con umanità che nessun messaggio si può buttar via, ma tutti vanno ascoltati: come darti torto?
E allora? Perchè sto a scrivere queste righe se tutto è bello e a posto? Mah!? ...Forse perchè ci si dimentica, da una parte, che l'architettura è arte ed è quindi fatta su vettori astratti: il suo creatore la fa e poi non si deve mettere certo a incorniciarla in una didascalia che la svergini nel suo mistero!
Il creatore la fa e poi gli altri se la guardano e/o se la vivono... e tanti saluti! Che ci vedrà un contadino trasportato di peso nel museo, mentre arava la terra in un quadro dell'ultimo Mondrian? Dimmelo tu caro Giovanni? ...Arrivati a 'sto punto. Penso che Monestiroli sia proprio come Mondrian. E il discorso vale per chiunque.
Scrivo anche perchè, dall'altra parte, ho i brividi leggendo tra le righe che avendo fatto Progettazione1 copiando Botta e poi i rimanenti esami copiando Ben Van Berkel, passando per Gehry, Eisenman e Hadid, non si può che fare i professionisti trovando, adesso, qualcosa da scopiazzare anche dai poveri cristi come Monestiroli!... Mamma mia! Esistono ancora di questi studentelli in Italia? ...Siamo rovinati! Ragazziiih!! Smettetela di copiare! Non sono servite a niente le bacchettate delle vostre Maestre!!? ...La società è cambiata. Adesso esistono Studenti di una nuova specie. Ragazzi e Ragazze che non copiano più nessuno sin da quando sono in fasce: per Gente così l'architettura di venerd' 26 aprile 2002 è già
storia. A proposito... Ora che ci penso... Perchè scrivo cercando di contattare Giovanni e Matteo, care Persone del Passato?... Boh!... Senza offesa, eh!

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Commento 103 di Giovanni Bartolozzi del 26/04/2002


in risposta al commento numero 98
Caro Matteo,
Condivido solo in parte quanto dici.
Non credo, infatti, che da M. si possa imparare l’estrema coerenza.
Penso che nella vita si debba essere coerenti rispetto a dei principi, a dei valori comuni e non rispetto a simboli, idee o intuizioni che sono passeggere e modaiole, soprattutto in architettura. Questa, infatti, a differenza di altre discipline, svolge un ruolo sociale non indifferente, anzi direi fondamentale. La grande difficoltà degli architetti, credo, sia proprio quella di essere culturalmente ferratissimi e sensibili nel percepire i cambiamenti della società. Allora come può M. restare impassibile al continuo mutare della società?
Naturalmente non discuto sulla legittimità dell’idea di progetto di M., è giusto che ognuno esprima le proprie idee. Sono punti di vista diversi, ed è proprio la diversità, che stimolando il confronto tra questi due opposti modi di vedere l’architettura, consente di fare un passo in avanti. Non mi proponevo, infatti, di gettare sul fango le idee di M.; me ne guarderei bene dal farlo.
Secondo me la coerenza intesa come dici tu nel caso di M. è un’impresa estremamente romantica.
Faccio un esempio che servirà a chiarire il mio punto di vista a tal proposito: pensiamo per un istante al lavoro di Mondrian. Nei suoi primi dipinti il tema ricorrente è la natura e in particolare l’albero. Alla fine della sua carriera Mondrian arriva ad una sintesi che impedisce totalmente il riconoscimento dell’originaria matrice naturalistica. Naturalmente tra queste due estremità bisogna includere una serie di influenze come i primi soggiorni a Parigi… Mondrian trascorreva, dunque, intere giornate a sovrapporre e giustapporre strisce di cartoncini neri. Mi viene dunque spontaneo associare il percorso evolutivo di Mondrian ad una traiettoria parabolica, in ogni modo non lineare. Questo percorso di crescita parabolico, si riscontra nella stragrande maggioranza di architetti, si guardi Le Corbusier, Aalto, Michelucci, Eisenman, Gehry, Ito, Libeskind e molti altri. Ma attenzione, questo percorso di crescita non lineare, spesso contorto, sinuoso e difficile da capire, che porta a risultati diversi rispetto alle prime esperienze, non è segno di incoerenza. Tutt’altro. E’ semmai un segno di crescita, di crisi, d’evoluzione, in positivo o negativo che sia. Allora non posso giudicare Monistiroli coerente solo perché nei suoi progetti imprime una forte tensione morale, o perchè si è mantenuto, per tutta la sua carriera professionale, fermo e stabile sulle stesse idee. Ne è prova il confronto tra i suoi progetti (a distanza di anni), gli scarti e le differenze soprattutto linguisticamente sono inesistenti. Penso che la coerenza non si misuri su queste basi.
Sono inoltre convinto che il continuo rinnovarsi, non preclude la forte tensione morale, anzi la rafforza.
Continuerò dunque a condannare gli interventi fumosi e celebrativi di molti colleghi perché stimolano l’inerzia, l’indifferenza e la stasi, e siccome un architetto non può accontentarsi di arrivare solamente ad un modellino è bene porre dubbi, piuttosto che gloriarsi delle poche certezze.

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Commento 99 di Matteo Francesconi del 25/04/2002


Architettura per gli architetti... questo è il ruolo cui è condannato Monestiroli.
Ma non solo perchè la sua architettura è carica di simboli astratti, incomprensibili come dici tu, a chi vive lo spazio da lui progettato.
La sua è una architettura destinata agli architetti anche perchè di realizzato c'è ben poco.
Per questo, se anche ha vinto un concorso a Cosenza, non crucciamoci più di tanto. Poteva andarci peggio.
I suoi progetti non tengono conto della società? o della componente umana?
E chi se ne frega, dirà lui.
Se era questo il suo intento, si sarebbe già accorto da un pezzo di aver sbagliato qualcosa, non credi?
Ed invece sono decenni che va avanti per la sua strada.
Non gli importa neppure della tecnologia: in uno dei suoi primi progetti i pilastri anzichè a compressione, lavorano a trazione. In pratica invece che portare il tetto lo tengono attaccato al terreno. I suoi pilastri non sono elemento tecnologico, sono muro bucato, ornamento, inteso come ordine e misura.
Ora, se noi aborriamo tutto questo, non è certo il modo di trattare lo spazio, l'insegnamento che andremo a cercare in Monestiroli.
Ciò che da lui dobbiamo imparare è la sua incredibile coerenza, la forte tensione morale che esprime perseguendo una sua idea di progetto che, per quanto possa essere l'opposto della nostra, è altrettanto legittima.
Sarebbe stato forse più facile, per lui, saltellare qua e là come ha fatto per 90 anni Philip Johnson, realizzando molto di più e godendosi qualche bel momento di gloria. Eppure gli anni passano, Monestiroli partecipa ai concorsi e, quasi sempre, si accontenta di arrivare a un modellino. Niente più.
Forse non si mette in discussione quanto dovrebbe, ma i suoi progetti sono lavori onesti, che di certo, sul piano morale, molto hanno da insegnare agli studentelli come noi, che a Progettazione1 eravamo dei perfetti Mario Botta, e dopo qualche anno siamo diventati Ben Van Berkel, passando per Gehry, Eisenmann e Hadid.
Per cui, caro Giovanni, lascia che Monestiroli faccia tesoro degli interventi fumosi e celebrativi dei molti colleghi, e cerchiamo di cogliere il buono di quanto ci viene proposto, prima di gettare tutto il resto.


Tutti i commenti di Matteo Francesconi

 

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