Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Sciacca: agire, senza piagnucolare.

di Paolo G.L. Ferrara - 23/5/2002


In risposta al Direttore di "L'OTTO e Mezzo", Alberto Montalbano

Caro Alberto,
ho avuto modo di leggere il tuo articolo "Arrivano i soldi per il Samonà; sì, ma per fare cosa?"
La questione che poni ai lettori è sicuramente fondamentale, direi ineccepibile, dunque scontata.
Tra l’altro, credo anche che ci sia una differenza, non proprio trascurabile, tra i monumenti di Saddam Hussein e l’opera di Samonà, in quanto mi auguro vivamente che i nostri politici non abbiano le stesse velleità di autocelebrazione, tanto più che, visti i risultati davvero “teatrali”, potremmo ben dire che sono caduti nel ridicolo. Permettimi, ma il paragone è un po’ forzato.
Passiamo alle considerazioni serie: cosa se ne farà Sciacca del suo bel Teatro una volta completato? Chiediamolo ai saccensi, e vediamo cosa ci proporranno. Avranno pure qualche esigenza, qualche desiderio, qualche passione. E chiediamolo anche agli architetti, tra i cui compiti c’è anche quello di lavorare per dare alla società funzioni che le servano e l’arricchiscano.
Tanto criticato per le sue dimensioni e per le sue fattezze estetiche (che però noi architetti dovremmo chiamare “linguaggio”), paradossalmente il Teatro ci regala una grande opportunità proprio grazie alla sua tipologia a doppia sala, quella della sua multifunzionalità: teatro, palazzetto dello sport, multisala cinematografica, auditorium per concerti, e quant’altro.
Ora, mettiamo insieme tutte queste funzioni, che sinergicamente diventino una cosa sola, una gestione sola, ovviamente non dandola in mano al potere politico ed all’apparato burocratico che ne fa da sottobosco.
Capisco bene che il modo di parlare degli architetti è spesso incomprensibile ai neofiti di architettura, e che la gente desidera risposte concrete e non parole. Lo capisco a tal punto che siamo venuti a Sciacca proprio per sollevare il problema, e farci un esame di coscienza. Chi ha voluto capire il senso del convegno ne è consapevole.
Il teatro e tutte le altre incompiute siciliane, grazie a questa condizione, si sono trasformate da potenziali opere di alta architettura -e foriere di elevazione sociale- in scempi, ma non possono però restare lì, contemplate da gente piagnucolante, martire della politica, dei suoi ladrocini, dei suoi sfruttamenti. Ma servono davvero i piagnistei? No, assolutamente.
Diamoci una scossa, senza chiedere compassione, "noi poveri siciliani martiri della mafia e degli usurpatori della nostra civiltà millenaria…"(!)
E come possiamo darcela questa scossa? Partecipando tutti attivamente alla decisione di cosa farne e perché. Tu chiedi una pubblica discussione e noi siamo d’accordo. Ma quanti ci seguiranno in questa scelta? Organizziamo? Ci proviamo?
Non credo che tu legga AntiThesi, ma sappi che abbiamo già dato il via alla seconda fase del convegno, consapevoli che se fosse finito con sabato 11 maggio, non sarebbe stato altro che pretesto per una bella gita a Sciacca dei miei prestigiosi ospiti (che per altro hanno davvero gradito il luogo e la gente). Ci stiamo muovendo perché crediamo fermamente nei valori etici dell’architettura e nel ruolo forte della critica, un ruolo che ci costringe a schierarci, ad essere “contro”, a subire anche attacchi trasversali.
Cuffaro ha promesso 9.000.000,00 di euro? Bene, iniziamo con il chiedere all’Amministrazione Regionale una relazione tecnica che attesti la necessità di tutti questi soldi. Formiamo un gruppo di tecnici che lavorino gratuitamente e che esaminino tale relazione (che mi auguro esista). Verifichiamo se davvero ci vogliono tutti questi soldi, appunto per evitare “che i soldi di Totò Cuffaro” (bèh, non proprio “suoi suoi”) siano l’ennesimo spreco. Chi non è d’accordo? Teoricamente, tutti siamo paladini di giustizia e libertà, ma all’atto pratico?
Lavoriamo in concerto. Voi dell’ Otto e Mezzo vi occupate di fare un sondaggio tra la gente e verificarne le esigenze, e tra gli architetti di Sciacca affinchè diano la loro disponibilità a lavorare al problema, con proposte di fattibilità. Noi di antiThesi chiederemo alla Regione Sicilia di avere la relazione tecnica che illustri i costi ed ogni 60 giorni chiederemo alla stessa ed al Comune di Sciacca l’evoluzione della situazione.Parallelamente potremmo lavorare su proposte che servano per non fare dell’ attuale “incompiuta” un’ “incompiuta compiuta”. Ma dobbiamo essere in tanti a farci sentire, anche se devo confessarti che ho timore che saremo in pochi, molto pochi.
Sciacca non ha coraggio, concedetemelo. Non ha avuto coraggio per l’acqua che manca, per lo stadio da ventimila posti (?!), per la Sitas, per il Teatro, per lo scempio costiero. Non abbiamo il coraggio di prendere posizione, di riappropriarci delle nostre esigenze e dei nostri problemi, togliendoli dalle mani di chi ne fa pretesto per le scaramucce politiche. In cosa consiste il coraggio? Solo in una cosa: agire, non lamentandosi. Venire a Sciacca a parlare dei problemi architettonici della Sicilia, portando architetti da tutta l’isola e da Roma, Napoli, Firenze, Milano, è stata una scommessa soprattutto se consideriamo il tema di discussione. Ma dov’erano gli architetti della nostra Provincia? Attenzione, nessuna polemica, ma solo la delusione di non avere destato l’attenzione dei miei colleghi. O forse era il tema a non essere particolarmente interessante? Bene, non siamo venuti a fare “passerella”, ma a metterci in discussione. A due passi dal Teatro Samonà, di cui nove anni fa scrissi del sulla rivista ANANKHE diretta da Dezzi Bardeschi, denunciandone la situazione a livello nazionale e universitario: nulla. Lo scorso anno scrissi su Antithesi l’articolo “Sedotta e abbandonata” (rintracciabile sul sito www.antithesi.info) , sottolineando quanto la gente del sud conviva da sempre con la cultura del “non finito”, ovviamente inteso negativamente. Ti prego di leggerlo e potrai verificare che il lavoro che stiamo svolgendo ha radici lontane. Concludevo l’articolo citando il film di Germi “Sedotta e abbandonata”, deducendo ironicamente che “Germi ambientò a Sciacca il suo film […] forse perché intuì che tutto il popolo siciliano vi si potesse identificare: sedotto dai politici e poi, a risultato acquisito, abbandonato. La Sandrelli veniva “sedotta e abbandonata” una sola volta; il popolo siciliano è stato sedotto e abbandonato innumerevoli volte, senza mai capire che si riduceva a fare la figura della puttana”.
Io non ho mai fatto politica perché consapevole di non averne le capacità, dettate soprattutto dalla passione. E credo che mai avrò occasione per farne. Tento di fare l’architetto, con tutti gli onori (?) e gli oneri che la nostra posizione comporta nella società, influenzandola con le nostre idee e le costruzioni. Per chi l’architettura è ricerca di appoggi politici per avere incarichi pubblici risulto uno “stupido”, che non ha capito come va il mondo. Bene, è vero, non l’ho capito, ma se il mondo è quello delle compromissioni e dei clientelismi, sono solo felice di non averlo “stupidamente” capito. Cosa c’entra tutto questo discorso personale? Chi ha da intendere, intenda. Intelligenti pauca.
Il tuo articolo solleva delle cose assolutamente discusse durante il Convegno e che appoggiamo, ma adesso è ora di agire. Nessuna voglia di schierarsi politicamente da una parte o dall’altra (già detto: non ho idee e capacità per farlo), ma solo voglia matta di smuovere queste acque stagnanti che coinvolgono l’architettura.
Infine, smettiamola di essere provinciali e continuare a dire “ma che ce ne facciamo di un teatro? Come facciamo a mantenerlo?”. Secondo quest’ottica dovremmo anche chiederci cosa farcene dello stadio adesso che lo Sciacca non c’è più. Lo demoliamo? Che ne facciamo del vecchio ospedale ora che è in disuso? Che ne facciamo dell’albergo di San Calogero che lo scorso anno ha compiuto 50 anni e non ha mai funzionato? Facciamo un bel botto e chi si è visto si è visto?! Li eleviamo a simboli dello spreco, contemplandoli e mostrandoli al mondo dicendo “vedete quanto siamo stati sprovveduti? quanti soldi nostri abbiamo sperperato invece di fare le fogne, le strade, le condotte idriche?”
No, nel modo più assoluto, non sono di questo parere. Rimbocchiamoci le maniche e lavoriamo per mettere in funzione tutte queste cose, comprese le fogne, l’acqua, le strade. Dovremo essere bravi a farle rendere, per la collettività. Attenzione, di queste nefandezze dobbiamo vergognarci tutti perché, anche se non direttamente colpevoli, abbiamo coltivato la cultura dello “stare muti”, che il mio amico Prof. Saggio ha così bene illustrato durante il convegno, nella fase in cui tu non eri presente.
Concludo rinnovandoti l’invito a lavorare in concerto, voi dal di dentro, noi dall’esterno.
Vediamo quanto coraggio dimostreremo.
Pregandoti della pubblicazione sul tuo giornale, un caro saluto e grazie

(Paolo G.L. Ferrara - 23/5/2002)

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