Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Il testo e l’opera: Borromini attraverso Zevi

di Tino Grisi - 19/6/2002






"Ogni architetto autentico dialoga col passato alimentandone la propria ispirazione."(1)

Sulla copertina del volume Architettura e storiografia, le immagini affiancate della spirale borrominiana di Sant'Ivo e di quella del newyorkese museo Guggenheim di Frank Lloyd Wright simboleggiano questo legame tra operatività architettonica e ricerca storica incessantemente sostenuto da Bruno Zevi lungo tutti i decenni della sua opera.
Un linguaggio architettonico vitale e moderno non può che trovare riscontro in una altrettanto vivace visione contemporanea di ciò che ci ha preceduto, pena la dilapidazione di uno straordinario patrimonio di suggestioni e codici spaziali.
Zevi disdegna una "architettura senza fonti", basata su un insegnamento fatto di agnostiche "ricette&soluzioni", quando sono, invece, la conoscenza del passato e la sua rilettura critica il nutrimento di un'autentica cultura architettonica: "Gli architetti professionisti che, per soffrire i problemi dell'edilizia contemporanea, hanno una profonda passione per l'architettura nel senso vivo della parola, mancano oggi, in gran parte, di una cultura che dia loro diritto di entrare legittimamente nel dibattito storico e critico. La cultura degli architetti moderni è troppo spesso legata alla loro cronaca polemica. Lottando contro l'accademismo falsario e scopiazzatore, essi hanno più volte, sia pur inconsciamente, dichiarato il loro disinteresse per le opere autentiche del passato, ed hanno così rinunciato a trarre da queste l'elemento conduttore vitale e perenne senza il quale nessuna nuova posizione d'avanguardia si amplia in una cultura...Noi avremo fatto un deciso passo in avanti nel cammino di questa cultura, quando saremo capaci di adottare gli stessi criteri di valutazione per l'architettura contemporanea e per quella che fu edificata nei secoli che ci precedono." (2)
La storia come scavo nel patrimonio anticlassico, da Villa Adriana all'urbatettura barocca, e tutela delle invenzioni linguistiche della modernità impegna Zevi in un serrato dialogo con le realizzazioni contemporanee il cui obiettivo è reintegrare vedere e fare architettura in un parlare architettonico che riveli la bellezza e la verità dell'espressione spaziale: "si tratta di esprimere un pensiero critico, di ricostruire il processo formativo di un'architettura con i mezzi dell'architettura, cioè di progettare una critica architettonica come si progetta un edificio...l'obiettivo di fare la storia s'identifica, negli strumenti e nei metodi, con quello di fare architettura." (3)

Questo percorso è così lontano dal procedere accademico che stancamente sistematizza periodi e tendenze sezionando e distaccando il tessuto artistico da quello tecnico, da quello filologico, ecc., da far maturare nel grande critico, in tempi più recenti, l'idea linguistica di una controstoria, definizione rafforzata, giustamente enfatica, della sua maniera di proporre l'excursus nei secoli dell'architettura, ma ancora una volta fondata sul continuum tra le testimonianza del passato e l'immaginazione del futuro: "Lo scopo consiste nel coinvolgere e nell'attualizzare, nel riproporre il passato come momento insostituibile per capire la stagione contemporanea, nel vederlo non passivamente, come dato da subire, ma come scelta da accettare o respingere, recuperandolo in chiave moderna o condannandolo."(4)

Ora dunque come procedere, come "aderire all'arte nel suo farsi, leggere con gli occhi degli artisti viventi nelle opere del passato, giudicare Borromini con la stessa spregiudicatezza, con la stessa confidenza con cui si giudica Neutra" (5)? Proprio il rapporto con l'opera architettonica di Francesco Borromini è, nella pratica critica e storica, un esempio paradigmatico di riduzionismo, in cui si bolla di incomprensibilità l'inquieta e misterica composizione dei suoi spazi per poi ingabbiarla in inibite schematizzazioni cartesiane e superficiali proiezioni psicanalitiche. La rappresentazione stessa degli edifici è spesso sorretta dall'equivoca tendenza a inquadrare la veemenza degli scorci borrominiani in una suadente gabbia prospettica: "Le fotografie pubblicate nei saggi monografici o esposte nelle mostre sono narco-foto, presentano un Borromini onirico", mentre "il vero Borromini è iconoclasta, ribelle, sovvertitore, traumatizzante per la virulenza dei messaggi etici ed estetici...Ha un'immensa fede nell'architettura come profezia. Smentendo un'opinione diffusa nella semiologia delle comunicazioni visive, afferma che l'architettura può parlare sulle proprie forme, agire sulle proprie leggi, organizzare rapporti sintattici intrinseci al proprio sistema...non si limita a dire "parole" adatte a dire "cose" decise in altra sede ma, attraverso i suoi stimoli-significati, trasforma la realtà, sposta le basi della cultura." (6)
Ecco quindi che "l'intreccio storia-design" applicato alla costellazione delle forme borrominiane si può dipanare attraverso un distrarsi dalla visione abitudinaria, poiché solo uno sguardo obliquo può cogliere l'incrociarsi di profili, fuochi, angoli i quali si offrono solo di scorcio in una veemenza insinuante, corrosiva di ogni rapporto prestabilito. E' questa visione trasversale che scruta nelle opere di Borromini scevra da imposizioni dogmatiche, a riportare al futuro la ricchezza degli spazi e la personalità creatrice che li ha plasmati. Le immagini qui presentate (7) rappresentano un tentativo in tal senso; hanno voluto, in virtù di una reazione alle celebrazioni antiquarie dell'architetto ticinese, far intravvedere una realtà non narcotizzata, quanto piuttosto viva e tenace, poiché la Roma di Borromini parla di un anticonformista genius artis che sconvolge il genius loci, parla architettura con tutti i mezzi dell'architettura, e in questo senso è aperta, partecipativa appassionante anche per le persone non specializzate, quanto di più distante dalla architettura di soli architetti o dall'edificio-fenomeno che trova motivo di esistere solo in se stesso.
Si evidenziano la compenetrazione delle forme, il loro staccarsi, levitare nell'originalità dello slancio plastico che non ricerca l'equilibrio, ma si nutre di energia ogni volta raccolta e rilasciata come nella contrazione di un muscolo. L'ondulazione, il rapporto concavo-convesso, il piegarsi degli angoli, il contrappunto della ricchezza simbolica sparsa sulle superfici, la cattura, non onirica, ma vertiginosa e astratta della luce rappresentano acquisizioni linguistiche del codice "architettura" atte a un potenziamento dello spazio che non possono smettere d'essere attuali se non a pena di un "sacrificio" sull'altare di una genericità che non vede, non penetra, non costruisce quanto invece Borromini, ancora oggi dopo quattro secoli, dimostra con l'evidenza radicale del suo stile irrompente nel paesaggio urbano.


(1) Bruno Zevi, Architettura e storiografia, Torino, Einaudi, 1974.
(2) Bruno Zevi, Saper vedere l'architettura, Torino, Einaudi, 1948.
(3) Bruno Zevi, "La storia come metodologia operativa", Il linguaggio moderno dell'architettura, Torino, Einaudi, 1973.
(4) Bruno Zevi, Architettura. Concetti di una controstoria, Roma, Newton, 1994.
(5) Bruno Zevi, Saper vedere l'architettura, op. cit.
(6) Bruno Zevi, Controstoria dell'architettura in Italia. Barocco Illuminismo, Roma, Newton, 1995.
(7) Foto dell'autore tratte dalla mostra Vedere Borromini, Roma, Chiostro di San Carlino alle Quattro Fontane, 24 maggio-2 giugno 2002.



(Tino Grisi - 19/6/2002)

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Commento 144 di Carlo Sarno del 20/06/2002


Borromini è architetto dell'infinito, del nuovo infinito postulato da Leibniz, dell'infinito del significante e del significato. Borromini non pone limiti, come dice giustamente Zevi e come evidenzi bene Tino, alla sua creatività e non è riducibile ad una classificazione per quanto poliedrica si cerchi di farla.
Borromini esplora non solo il multiforme universo formale ma anche il campo espressivo-simbolico, la sua immaginazione è oltre misura, è un gigante nel regno dell'arte e della poesia.
Lo spazio raggiunge con lui una fluidità ed una continuità mai percepite prima di lui, insegna agli uomini della sua epoca un nuovo modo di essere nello spazio e nel tempo, il suo sfondamento della prospettiva pone l'esserci a contatto dell'essere.
Agli architetti di oggi Borromini insegna che non bisogna porre freno all'immaginazione, alla capacità di rielaborare creativamente l'architettura di tutti i tempi e di tutte le etnie.
Con Borromini abbiamo una nuova interpretazione del mistero dell'uomo e del suo rapporto con Dio...un Dio che avvolge l'uomo in uno spazio libero e colmo d'amore : l'infinito borrominiano !
Carlo Sarno

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