Giornale di Critica dell'Architettura
Linguaggio Architettura

Sul rapporto economia/politica

di Fausto Pitigliani - Zevi - 4/9/2002


Fausto Pitigliani Testo tratto integralmente da L'architettura, cronache e storia n°225 del luglio 1974

E'possibile seguire le trasformazioni dell'economia in termini linguistici, applicando le sette invarianti proposte per il codice anticlassico dell'architettura, cioè l'elenco, le dissonanze, la tridimensionalità antiprospettica, la scomposizione quadridimensionale, il coinvolgimento di ogni fattore nel gioco strutturale, la temporalizzazione dello spazio, e la reintegrazione dificio-città-territorio? E'comune all'economia e all'architettura la necessità di esprimersi o di operare diversamente, interpretando i veri bisogni dell'uomo e della società moderna. Ciò è sentito particolarmente in Italia, dove si constata quanto sia ritardata la circolazione di quelle idee che, nei paesi più progrediti, sono acquisiti a molti livelli e da vaste masse della popolazione. Anche in Italia vi è un nucleo di consumatori di nuove idee; solo che, come in ogni paese classista, è ristretto, si rinnova poco e ha peso limitato.

La differenza tra architettura e economia si manifesta anzitutto nel fatto che l'architetto opera costruendo, mentre l'economista descrive e spiega, come dice il Samuelson, i processi che hanno luogo nella struttura istituzionale della società. Chi si dedica poi all'economia politica cerca di criticare e migliorare l'efficacia con la quale la collettività mobilita i suoi mezzi per raggiungere finalità che rientrano nell'uso delle risorse, dei processi tecnici utilizzati per trasformarle e nella distribuzione che s'intende fare della ricchezza prodotta. Pertanto il linguaggio dell'archiitetto e dell'urbanista si traduce in case e città; quello dell'economista in analisi e sintesi di una realtà sociale dinamica che egli studia, ma sulla quale non opera direttamente. Al più, può partecipare con i politici alla formulazioni di norme che regolano la distribuzione e l'uso della ricchezza.

L'inconciliabilità tra ideologia classicista e codice moderno è evidente in architettura, specie per quanto attiene all'Italia. Ebbene, dello sfasamento tra evoluzione dell'economia in concreto e maniera di parlare degli economisti mi resi conto nel 1950 quando, tornato dagli Stati Uniti, osservai come venivano affrontati in Italia i problemi economici sia sotto l'aspetto teorico che sotto quello operativo. Fu dopo un convegno promosso dall'Accademia dei Lincei sul tema "Pianificazione economica in regime democratico" che pubblicai, nella "Rivista internazionale di Scienze Sociali", del 1953, alcune considerazioni che qui riporto.
Da un lato, le istanze dell'individuo erano chiare: come garantirlo dalla disoccupazione? come proteggerlo dall'inflazione? come assicurargli il godimento di quei progressi tecnici che sono ormai il patrimonio di una società avanzata? come evitare lo sfruttamento da parte dei gruppi monopolistici? come controllare che le direttive economiche dello Stato mirino al vantaggio dei più, e dei meno abbienti? che ogni investimento dello Stato consenta un raffronto tra costo e risultato utile? ed infine e soprattutto che, in cambio di questi vantaggi economici garantiti dall'autorità dello stato, gli individui non si lascino spogliare di quei controlli costituzionali che sono la base stessa del principio democratico?
Dall'altro, le proposte degli studiosi nostrani, e cioè degli esegeti e degli architetti delle nostre strutture economiche, apparivano oscure in quanto ricalcavano vecchi schemi espressi in un linguaggio scolastico e trattatistico. Inoltre i molteplici studi operativi, cioè su aspetti concreti della realtà economica, relativi ai settori primario, secondario, terziario e quaternario, fiorentissimi all'estero, da noi erano e sono relegati in una categoria secondaria, pur trattando questioni fondamentali per la vita e lo sviluppo dell'economia.
Così, dietro la cortina delle parole, emergeva l'incapacità di avanzare sul cammino della teoria e di contribuire sul piano pratico con idee innovatrici; e, per di più, la tendenza a trasferire sul terreno politico le soluzioni ai mali di una società tuttora parzialmente arretrata e gravida di duplicazioni e contrasti interni. Pertanto l'apporto dei nostri studiosi, anche dei più aggiornati, tendeva a dare maggior peso ai concetti marginalistici e di equilibrio neoclassico, piuttosto che a valorizzare interpretazioni più realistiche ed eterodosse dell'economia, di cui R.G. Tugwell, J.R. Commons, W.C. Mitchell, J.M. Clark e G.C. Means sono stati gli antesignani in America. Questi autori che, per determinare il comportamento economico dell'individuo, analizzano l'evoluzione storica della società in cui esso viveva, da noi erano pressoché ignorati, quasi fossero passati sul cammino delle teorie economiche senza lasciarvi traccia.
Oggi queste teorie hanno finalmente fatto breccia, ma è difficile dire se si tratti di una postuma consapevolezze dei nostri economisti o della loro "politicizzazione" per altri motivi. Certo è che abbiamo perduto trenta anni; quello che si è acquistato sul terreno pratico negli ultimi anni è il risultato di un braccio di ferro politico più che di una maturazione ideologica. Indubbiamente, le concentrazioni monopolistiche sono oggi viste con occhio meno ostile; il tasso di interesse è rivalutato allo scopo di scegliere tra investimenti a lunga scadenza con alta produttività e quelli a breve scadenza con alta produttività; così è il rapido aumento del prodotto che sviluppa la capacità produttiva, la quale a sua volta spinge gli investimenti. Il progresso della tecnica, le mutazioni nella tendenza al risparmio divengono elementi stabilizzatori in un'economia di sviluppo. E' in essa che queste regole funzionano avendo per soggetto l'economia generale e come tempi quelli lunghi. Ma tali regole poco valgono in un regime economico che cambia frequentemente, come da noi, sotto la spinta della pressione demagogica e di mutevoli circostanze internazionali.
Di qui il maggiore divario nostrano tra la teoria e la pratica. Premesso questo, appare chiaro come quanto detto sul linguaggio anticlassico dell'architettura abbia un senso ed una rispondenza nel lavoro dell'economista, soprattutto ove la sostanza dell'innovazione verta su questioni di metodo. Così, per esempio, nel lavoro di chi deve approntare piani economici.
Il problema della graduazione delle priorità nelle scelte parte dall'elenco (I invariante) delle condizioni di fatto locali, senza alcuna gerarchi tra l'una e l'altra. Sono le risultanze finali dell'indagine, con le preferenze espresse dagli utenti, che determinano il peso da assegnare alle condizioni elencate e quindi portano ai suggerimenti delle opzioni che il tecnico si pone, o che sottopone all'autorità politica.
Le invarianti relative alla dissonanza, alla tridimensionalità antiprospettica, alla scomposizione quadridimensionale, al coinvolgimento strutturale, riguardano concetti diversi e non mi pare possano essere traslate dal campo architettonico a quello dell'economia.
Significativa rispondenza ha invece la temporalizzazione dello spazio (VI invariante) "vissuto, socialmente fruito, atto ad accogliere ed esaltare gli eventi". La vita punta sul percorso e sul mutamento. Questa non è solo la concezione biblica: è concezione di libertà. L'economista, il sociologo, come l'urbanista e l'architetto, possono guardare il dinamismo nell'utilizzazione dello spazio, ma debbono fondare i loro piani sull'uso di esso a misura dei bisogni dell'uomo. Nell'assenza di questa disponibilità nasce lo spreco, la sopraffazione, l'arbitrio, la speculazione nel suo aspetto più antisociale.
Ampliando il concetto di "spazio temporalizzato"si giunge a quello di "campo" che, secondo Gruchy, autore di "Modern Economic Thought: The American contribution"del 1947, corrisponderebbe nella sua sintesi economico-sociale a quello che la teoria einsteiniana della relatività porterà nel 1915 nella fisica.
Infine, nella VII invariante, cioè nella reintegrazione edificio-città-territorio, vi è un'analogia funzionale con l'opera del pianificatore economico che prevede un'azione comune per lo sviluppo delle risorse sotto la direzione di un centro coordinatore.
Qual è infatti lo scopo della pianificazione? Lo sforzo cosciente e deliberato di soddisfare bisogni collettivi compatibilmente con la capacità produttiva. Quali i mezzi di cui si serve? La direzione collettiva dello sviluppo delle forze produttive per il miglioramento del tenore di vita del popolo. Pianificazione quindi non significa un sistema il cui funzionamento debba necessariamente investire ogni aspetto della vita economica e sociale, ed essere totalitario negli obiettivi e nei metodi. Essa si eserciterà attraverso una serie di uffici, in parte governativi ed in parte privati, a cui verranno demandati taluni tipi di controlli che serviranno ad accertare se la produzione segue determinati livelli tecnici e sociali, se il prezzo permette un certo programma di distribuzione e se il credito affluisce in modo da consentire la vita e lo sviluppo delle imprese partecipanti al piano. tali controlli non potranno limitarsi al solo compito di accertamento, ma dovranno, nei riconosciuti casi di necessità, stabilire limiti al potere dei singoli.
A proposito di questa programmazione coordinata, va ricordato il contributo dell'urbanista con gli studi sul territorio che hanno assunto negli ultimi anni tanto sviluppo. Essi hanno consentito di compiere un esame delle condizioni necessarie, anche se non sufficienti, per la valorizzazione delle aree destinate all'agricoltura, all'industria, o a quelle aventi vocazione turistica. Mercé questo apporto, si è giunti a proposte di piani basate sugli accertamenti compiuti e corredati dalle indicazioni delle norme di salvaguardia. Con tali piani è stato possibile immettere nel circuito economico, con la giusta valutazione della priorità, nuove aree.
Rilevate così le convergenze tra invarianti architettoniche ed economiche, ritengo utile aggiungere due osservazioni.
Di recente, Jan Tinberger ha tentato di ridurre ad invarianti, o meglio, a nuovi indirizzi l'economia comunista e quella libera, allo scopo di scoprire la tendenziale convergenza dei due sistemi, i quali s'influenzano a vicenda progressivamente.
Le nuove tendenze dell'economia comunista sono:
1) la specializzazione quale fattore di efficienza;
2) necessità di collegamento del salario alla produttività;
3) pianificazione in termini di valori monetari, sulla base di prezzi e costi, e non di quantità fisica;
4) interesse del capitale quale elemento del costo;
5)consumo quale obiettivo della produzione;
6) applicazione di metodi matematici quale strumento utile alla programmazione;
7) il commercio internazionale quale fattore integrativo tra economie diverse.
Le nuove tendenze dell'economia libera sono:
a) ampliamento del settore pubblico;
b)imposizione fiscale quale elemento regolatoredell'attività economica;
c) intervento di fattori tecnici per la riduzione della libera concorrenza;
d) disciplina dell'attività imprenditoriale con politiche antitrusts;
e) estensione dell'istruzione a più larghe sfere della popolazione.
E' evidente che, in ambedue i casi, ci si è avviati verso un codice anti-classico.
La seconda osservazione è di carattere morale. Riguarda la constatazione dell'inadeguatezza dell'approccio tradizionale alla realtà che ci circonda, e la consapevolezza che il tempo stringe. I bisogni degli uomini nell'ambito dell'economia richiedono risposte concrete oggi e non domani. Per questo siamo sempre più insofferenti verso coloro che, irretiti in un gioco conformista di schemi e parole, non riescono ad imboccare la strada che conduce alla sostanza dei problemi e alla formulazione di nuove strategie. Alla radice di questa impotenza vi è una disfunzione spirituale prima che idiomatica, economica o architettonica. La disfunzione di una società che deve evolversi per merito di una superiore coscienza della giustizia e della libertà.


Bruno Zevi sulle considerazioni di Pitigliani
L'intervento di un economista nel dibattito sul linguaggio moderno dell'architettura appare così significativo da indurre ad assegnargli una precedenza rispetto ai numerosi contributi già pervenutici da parte di architetti e semiologi. Infatti una caratteristica fondamentale delle sette invarianti è quella di svincolare il discorso architettonico dal suo ambito specialistico. Un linguaggio anticlassico, antiautoritario, antiaulico, antimonumentale, e perciò democratico e popolare, deve essere capito da tutti, anzi deve essere "costruito" con la partecipazione di tutti, in quanto rispecchia e si rispecchia nelle più varie attività.

Si parla molto di lavoro interdisciplinare, in architettura e soprattutto in urbanistica. Ma se tale istanza, acquisita in linea teorica, ha dato finora scarsi risultati concreti, ciò va ascritto alle difficoltà nello scambio linguistico, particolarmente evidenti proprio nei rapporti tra economisti ed urbanisti. L'articolo di Fausto Pitigliani è un primo tentativo di rompere questo stato di incomunicabilità, ed assume tanto più valore poiché ne sottolinea le vischiosità.

Veniamo subito al nodo della questione. Non ci pare credibile che quattro delle sette invarianti siano irrilevanti nel campo economico. Forse la terminologia -dissonanze, tridimensionalità antiprospettica, scomposizione quadridimensionale, coinvolgimento strutturale- può essere diversamente qualificata, o addirittura cambiata. I concetti devono però trovare un'applicazione in economia senza forzature e senza metafore. Un salto dalla prima invariante (l'elenco) alla sesta e alla settima (temporalizzazione spaziale, reintegrazione) non sembra accettabile.

L'argomento offre l'occasione di precisare che la sequenza delle sette invarianti non è modificabile a capriccio. Le invarianti non sono assiomi atemporali, verità sovrastoriche, assolute. Nascono da esperienze ben collegate e interdipendenti. William Morris destruttura il codice classico, lo azzera, propugna l'elenco, l'nventario delle funzioni, rifiutando ogni canone di simmetria, proporzione, ordini, assi, allineamenti, equilibri di peni e vuoti.
La dissonanza è una tappa successiva: non si appaga di registrare le differenze funzionali, come l'elenco, ma ne prende coscienza esaltandone i contrasti. La tridimensionalità antiprospettica matura simultaneamente con l'espressionismo e il cubismo, quando l'oggetto non è più osservato da un punto di vista statico, ma dinamicamente da infiniti punti di vista. Ne consegue la scomposizione quadridimensionale, la sintassi analitica del gruppo De Stijl.
Forse la quinta invariante potrebbe essere spostata perché attiene all'intera vicenda dell'ingegneria moderna; tuttavia Wright la legò alla scomposizione quadridimensionale, alla poetica delle strutture in aggetto, delle lastre proiettate nello spazio, da cui derivò appunto De Stijl.
La temporalizzazione sta al sesto posto, com'è logico: trasla l'operazione volumetrica del cubismo nelle cavità, nella sede specifica dell'architettura. Infine è superfluo ripetere che non si reintegra senza avere scomposto; altrimenti si integra a priori ricadendo nel classicismo.

Ora, nessun architetto ha l'obbligo di adoperare tutte e sette le invarianti. Mackintosh si ferma all'elenco, ed è sommo poeta. Gropius si caratterizza per l'elenco, le dissonanze, la tridimensionalità antiprospettica, e la scomposizione quadridimensionale in volumi, non in piani; ignora lo spazio temporalizzato e la reintegrazione. Si possono dunque omettere alcune invarianti senza gravi inconvenienti, ma sempre rispettando la sequenza, senza compiere salti. Non si può, ad esempio, adottare la scomposizione quadridimensionale senza avere prima acquisito la tridimensionalità antiprospettica: De Stijl è una filiazione del cubismo, inspiegabile fuori di esso. Il linguaggio ha una sua coerenza scientifica, il suo processo formativo segue precise tappe.

Per questo motivo, il brusco passaggio dall'elenco alla temporalizzazione dello spazio, implicito nello scritto di Pitigliani, solleva dubbi, tanto più quando si estende la sesta invariante al concetto di "campo", secondo l'illuminante suggerimento di Gruchy. Il "campo", nozione già usata nella critica architettonica in relazione all'opera di Wright, non è un'invariante, ma un ponte tra la temporalizzazione spaziale e la reintegrazione.

Non crediamo che ci sia una radicale diversità nell'azione dell'architetto e del programmatore economico. Ambedue, nella loro ottica, studiano la realtà sociale dinamica, ed intervengono per orientarne gli sviluppi o per riprogettarla. Il linguaggio anticlassico serve per scrivere e parlare architettura (o economia), come per leggerla, descriverla, interpretarla.

Bruno Zevi

(Fausto Pitigliani - Zevi - 4/9/2002)

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1 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 184 di Carlo Sarno del 14/09/2002


Lo studio delle società primitive e arcaiche condotto da Karl Polanyi nel suo libro "La sussistenza dell'uomo" ci fa riflettere su una maniera non illuministica di considerare l'economia e la politica.
Le invarianti di Zevi del nuovo linguaggio dell'architettura si innestano in una prospettiva antropologica paleostorica, paleolitica, dove i rapporti sociali e l'economia sono vissuti in una armonia di rapporti estranea alla economia di mercato attuale, e che attualmente si legano ad una idea del sociale democratica e ad una concezione libera e dignitosa dell'essere umano. Zevi:"... Un linguaggio anticlassico, antiautoritario, antiaulico, antimonumentale, e perciò democratico e popolare, deve essere capito da tutti, anzi deve essere "costruito" con la partecipazione di tutti, in quanto rispecchia e si rispecchia nelle più varie attività...".
Pitigliani affronta la problematica del rapporto invarianti/economia riferendosi ad una concezione istituzionalizzata di economia, strettamente connessa ai mercati, alle capacità produttive, alla necessità di una imposizione di un ordine e di un controllo nella pianificazione del socio-economico e del territorio. Malgrado il tentativo di un accordo, le premesse dei due autori sono molto lontani, e di qui una mediazione, attuata da Pitigliani con sorpresa di Zevi, di una approvazione parziale delle invarianti, considerandone alcune inadatte ad interpretare i rapporti economici.
Ma Bruno Zevi, conosciamo il suo carattere, non accetta compromessi!
Carlo Sarno

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