Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Bruno Zevi: per l’architettura

di Diego Caramma - 22/7/2002


Editoriale di aprile aprile 2002 apparso su Spazio-architettura - CH a firma Diego Caramma
“I convegni si fanno per modificare la situazione politica, o non si fanno”. Queste le parole di Bruno Zevi, poco prima di concludere l’intervento d’apertura al convegno di Modena del ’97, “Paesaggistica e linguaggio grado zero dell’architettura”.
Il convegno di Roma del 14-15 marzo a lui dedicato, ha inciso poco sul piano culturale, per nulla su quello politico. Eppure le occasioni non sarebbero mancate. A cominciare dalla presenza dell’assessore alle Politiche del Territorio del Comune di Roma, che ha accennato all’azione di Zevi per il progetto di aggiornamento del Sistema Direzionale Orientale (SDO), senza però precisare che era teso a dimostrare la fattibilità del piano regolatore del 1962 di Piccinato, Fiorentino, Lugli, Passatelli e Valori, e che è stato boicottato nel ’95 dalla giunta Rutelli con il Progetto Direttore, privo di coraggio e frutto dell’abbandono di una seria e impegnata progettualità.
Considerazione provocatoria: occasione invero quasi unica per annullare l’intero programma del convegno e ripercorrere le quattro decadi che hanno portato al sabotaggio dello SDO. Ma per far ciò non bastava il tenero auspicio da parte di Sara Rossi affinché l’amministrazione potesse “tenere in seria considerazione” le critiche di Zevi al Progetto Direttore del ’95.
Andiamo oltre. L’intervento di Massimo Teodori ha messo in luce l’intransigenza di Zevi, “intellettuale politicamente non corretto” proprio perché fuori dagli schemi di una politica di squallidi compromessi. La lettura dell’intervento di Joseph Rykwert è stata affidata a Marco Petreschi che non ha rinunciato a considerazioni personali: “Zevi odiava l’ipocrisia, e in questa sala vedo alcuni dei suoi detrattori che oggi fanno finta di piangerlo”.
Si sono distinti Alessandra Muntoni e Antonino Saggio. La Muntoni mettendo in luce la tensione etica di uno storico e critico disposto a riesaminare, aggiornare, verificare ogni volta il suo lavoro in funzione delle nuove acquisizioni interpretative; ma anche la necessità di inseguire per tutta la vita, così come espresso fin dal 1948 in “Saper vedere l’architettura”, la volontà e l’urgenza di scrivere quella che Zevi chiamava non una storia dell’architettura moderna, ma una moderna storia dell’architettura, data alla luce con la “controstoria” del 1998, esito di un lavoro cinquantennale. Saggio, parlando del ruolo di Zevi come assiduo divulgatore dell’architettura, ma anche in un certo senso ammonendo: non facciamo gli orfani di Zevi, sforziamoci piuttosto di coglierne l’eredità per investirla in nuove prospettive di ricerca.
Quali i temi rimasti insoluti, non affrontati o affrontati solo parzialmente? Ne elenchiamo solo due. Il primo, forse il più caro al professore, l’eredità ebraica nel rapporto con l’architettura. Pochissimi conoscono il libro stampato per le edizioni della Giuntina, “Ebraismo e architettura”. Tra questi, Luigi Prestinenza Puglisi che, in un acuto saggio pubblicato nel fascicolo di novembre di questa rivista - cui rimandiamo - è andato oltre, rivelando il nesso tra “la religione della libertà crociana e la visione ebraica di Zevi”.
Secondo tema, il concetto di modernità, quella che fa della crisi un valore. Concetto ripreso dal professore parafrasando Baudrillard. Su questo punto vale la pena soffermarci, poiché da qui è nato l’equivoco che ha generato, durante il convegno, lo scontro tra Arnaldo Bruschi e Antonino Saggio.
Esprimendosi in modo assai approssimativo e improvvisato, leggendo un testo preparato solo cinque giorni prima, Bruschi ha rischiato di rigenerare un pericoloso equivoco, che Zevi, già da trent’anni, aveva risolto. L’intenzione di Bruschi era quella di ribadire la necessità di uscire da una concezione della storia mitologica e acritica, gremita di sentenze tautologiche che spiegano tutto e il contrario di tutto; qualcosa, insomma, da cui si può attingere per citazioni. Ma a Bruschi è sfuggita una cosa importante che non gli ha permesso di concludere il discorso, lasciandolo in sospeso.
Procediamo con ordine, e prendiamo, a caso, alcuni brani di Zevi tratti dalla prolusione del 1963 “La storia come metodologia del fare architettonico”, pronunciata nella stessa sala in cui si è svolto il convegno in questione; da un editoriale dello stesso anno; dalla “Controstoria e storia dell’architettura” del 1998.
“L’umana vicenda in architettura brulica di valenze non utilizzate, di ipotesi lasciate in sospeso, di moti liberatori esplosi e subito dopo inibiti e soffocati… Non appena un poeta propone una nuova idea, la massa dei mediocri e dei pavidi s’affretta a corromperla. Ma è qui che la critica storica deve intervenire, impedendo che un patrimonio rivoluzionario sia avvilito in una cronaca meschina e insignificante.”
“Un simile ritorno alla tradizione, volto all’aggettivazione dei linguaggi contemporanei, non contribuisce al rilancio del movimento moderno verso più ampi obiettivi sociali e civili, basati su un recupero storico organico, scevro da formalismi. Il futuro del passato, ecco cosa si vuole; non un presente che alluda al passato rinunciando a prospettare un futuro”.
“- il metodo di lettura dei territori, delle città e degli edifici è critico-operativo, nel senso che riduce al minimo l’atteggiamento della mera contemplazione…
- si tenta quindi di sottrarsi sia al consumato ‘giudizio di valore’ che ad un fenomenologismo appiattente e rinunciatario…
- il consueto ‘elenco telefonico’ di autori e opere è drasticamente sfrondato. Anziché parlare genericamente di tutto, si opta per la decodificazione degli scatti linguistici innovatori, in possesso dei quali è facile verificare il significato delle varianti e delle aggettivazioni apportate dai contributi minori…”.
Cosa cambia tra i primi due e il terzo brano? Apparentemente, poco o nulla. In effetti, il salto è tanto impercettibile quanto significativo, ed è registrato nel discorso annuale del Royal Institute of British Architects (RIBA) del dicembre 1983. Si tratta di una precisa, urgente, coraggiosa presa di coscienza:
“dal 1948 al 1973 ho ritenuto che la storia potesse fornire un metodo consistente e scientifico per la progettazione. In altri termini, ho creduto nel manierismo moderno. Perché?”.
Per tre motivi: 1) in chiave michelangiolesca e palladiana, il manierismo è una rivolta contro il codice classicista e le regole sovrastrutturali; in chiave vasariana, di Vignola e Giulio Romano, il manierismo è anticlassico mediante contaminazione di poetiche diverse, spesso contrastanti. 2) in chiave della generazione successiva a quella di Michelangelo, nell’intento di combinare in modo creativo il linguaggio dei maestri fino a renderlo popolare. 3) in chiave moderna e contemporanea, nei vari generi: “intellettuale e concettuale” alla Eisenman e alla Meier; “più inclusivo e popolare”, alla Rudolph, alla Niemeyer; nel “non finito” di Johansen; “utopistico”, “High-Tech”, “organico”. Con una considerazione fondamentale: il manierismo di oggi è sostanzialmente diverso da quello storico, poiché quest’ultimo era “legato all’invettiva contro il potere totalitario e repressivo, mentre la nostra epoca ormai ne è largamente libera”. Non a caso il passaggio va anche letto in questo senso: intrecciando dapprima linguaggi aulici, successivamente proponendo contaminazioni vernacolari e dialettali.
Perciò, se la nostra condizione è diversa da quella dell’inquisizione del XVI secolo, è urgente rilevare difetti e lacune del manierismo moderno. “Perché - dice Zevi - dopo venticinque anni passati a insegnare storia come metodologia della progettazione, ho constatato che il manierismo non era sufficiente, e un ulteriore passo avanti era indispensabile?”
I motivi sono due: 1) il manierismo deve combattere le regole del classicismo, ma per fare ciò ne legittima l’autorità. 2) senza il manierismo, gli architetti medi sono allo sbaraglio, quasi incapaci di camminare con le proprie gambe, bisognosi di sicurezze.
Zevi è l’unico ad intuirlo: questa situazione è il terreno fertile per l’accademia e per fare attecchire il virus del post-moderno. Si sa, non c’è nulla di più facile che tradire i maestri. E il maestro, che tale odiava essere considerato, viene tradito dai tanti ex-allievi, Portoghesi in testa.
Che fare? Se il manierismo può diventare un alibi per giungere al suicidio dell’architettura, occorre un linguaggio codificabile e trasmissibile a tutti. Solo in questa luce si può comprendere lo sforzo di codificare le sette invarianti del linguaggio moderno dell’architettura (o linguaggio anticlassico dell’architettura), sulla base delle quali Zevi rivede tutto il suo lavoro, in un’opera di aggiornamento costante.
Un linguaggio anticlassico, non un codice costrittivo. Dunque “un elenco aperto per prevenire le regressioni accademiche”, non certo fondato su precetti e regole compositive, bensì su anti-regole.
Del resto, a ben vedere, su questo punto Zevi è sempre stato chiaro e intransigente, senza dar adito ad equivoci. La storia è segnata da gesti creativi, da momenti di rottura con i codici precostituiti che tendono ad ibernare il linguaggio. La storia si misura con questi momenti, perciò il suo compito non è la ricostruzione cronologica di eventi rivisitati in sé e per sé, ma è quello di analizzarne il corso per recuperare e registrare gli scatti creativi e respingere lo storicismo.
“In ogni senso - afferma Zevi a conclusione del discorso al RIBA - dobbiamo difendere il passato. Ma sempre ricordando che ‘le cattedrali erano bianche’, ed erano bianche perché erano nuove”.
Nelle pagine de “L’architettura – cronache e storia” abbiamo spesso visto pubblicati progetti mediocri. Il problema non riguarda il fatto che Zevi desse fiducia a questi architetti, ma che loro, in assenza di capacità critiche, non si rendevano conto - e non capiscono tutt’ora - che le invarianti del linguaggio moderno non sono uno strumento di progettazione, ma di controllo e lettura, utilissime se intelligentemente impiegate. La fiducia (se così si può definire) del professore nei loro confronti, si può spiegare anche e soprattutto sotto un altro aspetto, che è anche un monito: bisogna preferire chi propone una prosa semplice e capace di sostenere una buona causa, e rifiutare chi sfoggia un linguaggio per eruditi imbecilli. Concludendo in chiave zeviana si potrebbe dire: il guaio sono gli “zeviani”? Ma che colpa ne ha lui, se quelli non vogliono soffrire? Lui ha sposato l’architettura. Gli altri, no. Peggio per loro.
Ma preferiamo chiudere in chiave del tutto personale. Quanti tra gli “zeviani” sono disposti ad ammettere che per considerarsi davvero tali, paradossalmente, bisogna essere “anti-zeviani”? Forse non molti. Qualcuno che la pensa così, tuttavia c’è.

(Diego Caramma - 22/7/2002)

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