Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Le cose cambiano

di Domenico Cogliandro - 4/9/2002


Era il titolo di un film di David Mamet. Lo scrivo e mi risale dal profondo della memoria liceale un certo quae cum ita sint, latino, che dovrebbe recitarsi stando così le cose. Ma anche Lucrezio, scoperto in età adulta, che continua a trascendere le cose di cui dice nel De rerum natura, invitando il lettore ad una attenzione pervicace verso il loro cambiamento. Le cose sono sempre cambiate. Ho sentito dire al signor Vacchini, architetto svizzero, che il progetto è disegno, cantiere e caso; il caso ha un suo spessore, una sua importanza, e in virtù di uno statuto d’imponderabilità, che gli appartiene (e su questo non ho nulla da aggiungere), è impossibile essere preparati all'accadimento, pur sapendo di un suo probabile agguato. Nelle scuole di architettura bisognerebbe inventarsi il modo di insegnare una maniera, molte maniere, in cui affrontare il caso, pur rimanendo coscienti, presenti a se stessi, convinti del fatto che la variazione di uno stato di cose non possa prendere il sopravvento sull'idea informatrice del progetto. Sicché, pur se le cose cambiano - e spesso in maniera ineluttabile, basta leggere due righe sugli accidenti di Murphy - bisogna evitare che si sovrappongano alla personalità, oltrepassandola.
Questo valga da incipit. Adesso una piccola nota sulle espressioni. So, peraltro, che scrivendo la nota rendo nudo il mestiere dell'osservatore, lo spoglio cioè delle sovrastrutture lessicali che lo rendono invisibile. Chi osserva ha la capacità di filtrare le cose senza accorgersi di porre uno sguardo discreto sulle cose stesse. Chi guarda attentamente ha espressioni di cui non si accorge, ma che lo rendono nudo di fronte all'impertinente nomade, ignoto, che gli passa accanto. C'è un prendere e un dare che è degli esseri umani, uno scambio di conoscenze anonimo. Le espressioni passano da uno sguardo all'altro, senza confondersi e senza smarrirsi, per poi ritrovarsi scritte, disegnate, ricordate, affioranti tra un marasma di altre cose che andrebbero dimenticate. Uno sguardo incantato dinanzi ad una nicchia araba, la mano che sfiora un concio di pietra, il piede che si poggia malamente sulla seduta di un teatro greco. L'impercettibile, e con esso le espressioni inconsuete, affiora, perché altri colgano e ne facciano bagaglio di conoscenza.

Dirò di una nota di disappunto, un fermo immagine, ecco, stop. Sta in equilibrio tra il sopracciglio destro che s’inarca leggermente e l'aria solcata con mano e braccio sinistro, un guizzo lento, spazzando così ogni dubbio sul gesto, un giorno dello scorso fine luglio. Sono entrato in un cortile ancora colmo di incerte finiture, un cantiere in via di conclusione, a Siracusa, invitato dal ritardo ad un appuntamento, ritardo mio (per cui spinto dall'incoscienza a ritardare ancora), e da un'ombra che cadeva netta sul fronte di un'architettura restaurata. Ho scattato le foto che accompagnano questo testo. E mi sono fermato dinanzi ad una fenditura. Ci sono casualità che, accompagnando il progetto, rendono l'esito inatteso e forse più interessante del programma iniziale; a volte queste casualità, invece, non perdonano l'architetto di essere stato attento fino in fondo e tracciano una linea di confine insormontabile tra il programma e l'esito. Ecco, è così, non parlerò del progetto, non credo di avere dati sufficienti per farlo, ma di un vizio di forma che rende un programma altro da ciò che intendeva essere, non a causa di accidenti strutturali (il terreno, i materiali, le imprese, gli impianti, le regole urbanistiche, gli eccetera) quanto grazie alle ondivaghe attenzioni che gli uomini pongono verso le cose che gli sono proprie.

Questo edificio ospiterà i nuovi uffici della Provincia Regionale di Siracusa, è sito in Ortigia, a due passi da Piazza Minerva, non Via come altri dicono, a meno di cento metri da Piazza Archimede e ad altrettanti da un Teatro isolano in corso di rifacimento. Il corpo aggiunto, il corpo nuovo, sostituisce un'ala demolita, sostruzione sedimentale di altre epoche, e (non) collega le due ali ad esso normali, in maniera da rendere maggiormente fruibile e funzionale la vita dell'organo amministrativo. Il corpo separa, e al tempo stesso mette in comunicazione, nel senso longitudinale dell’accesso dall’esterno (si vede e intravede l’arco che lo collega alla strada esterna) due cortili, uno più pubblico e il secondo più intimo, in cui sono due sedute, evidenti. Separa e (non) mette in comunicazione, come detto, le ali opposte dell’edificio. Sta al centro, quindi, di flussi di persone che, a seconda di ciò che faranno e della frequenza con cui lo faranno, su livelli differenti, grazie a questo corpo intermedio, s’incontreranno e si scontreranno.
Ora, alcune volte l'architetto si mette in mezzo a diatribe che non gli competono per dare contezza di un problema, tentando di essere obbiettivo nella sua congenita parzialità, e risolve politicamente, cioè fuori dal seminato, questioni altrimenti impraticabili. In questo caso ci si è messa di mezzo l'imponderabilità della fazione politica. Nulla può darsi contro i verba volant della creatività amministrativa, e il programma edilizio si è scontrato sulla banchisa delle idee di alcuni, piuttosto che di altri. Eppure ci manca tanto così (prego, avvicinare pollice e indice della medesima mano, fino a farli quasi toccare), una linea di luce sormontabile. Una fessura, spazzata dall'aria, che ha avuto la meglio sulla secante, sull'incastro, sull'appoggio. Il caso ha voluto ("se una cosa può non accadere, accadrà", recita una delle leggi di Murphy) che l'oggetto di architettura non trovi la sua giusta collocazione, dato il motivo per cui è stato costruito e la opportunità di renderlo tale come avrebbe dovuto essere.
Tra questo stato di cose (che cambiano, mi pare dica il tempo) e l'essenzialità dell'opera va collocato il disappunto. Una immagine ci mette quasi un secondo a registrarlo (in questo la sintesi o, per eccesso di attenzione, l’articolata tessitura dei films rispetto ai testi), le parole hanno bisogno di tempo. Non sono abbastanza colto da riuscire a rendere il gesto in maniera splendida, come vorrei fare; certo, essendo ancora un lettore, posso dire che Pirandello lo renderebbe estremamente umano, Sciascia riuscirebbe a ricamarci sopra un merletto di figure parentali alle quali legare il gesto, Vittorini lo renderebbe definitivo nella sua normalità. Io lo lascio gesto, per quello che è, ma su questo ricamo il dire. L’architetto Giuseppe Pagnano, in parte in controluce, sotto una canicola pomeridiana, estensore del progetto di restauro dell'intero complesso e del corpo aggiunto, come detto, sostitutivo, per sua vocazione, di altro con altra funzione, ma non distintamente comprensibile, scivola nel gesto detto. Disappunto, stop. Accade anche questo: la vocazione di un soggetto, relativa a qualunque passione, viene osteggiata, senza apparente motivo e con tale impegno, da parte di altri più o meno interessati al futuro prossimo, da rendere impossibile la decifrazione dell'accanimento. Altre volte si ha chiarezza dell'opposizione ma non si hanno armi tali, dati i ruoli o le posizioni sul campo, da approfondire la questione. (Insomma, così va la vita, direbbe Kilgore Trout.) E sono cose senza nome, altrimenti non potrebbero cambiare.
Più si conosce una cosa, meglio la si dipana. Lo spirito scientifico rincorre questo rigore: essere in grado di dire tutto ciò che è possibile dire sulle cose, specie se ignote, e farsene una ragione di vita. Arrivati che si è ad un punto, le cose riprendono il sopravvento e – accade, ma non è sempre così - si ricomincia daccapo, o quasi, a disfare una tela che ci portiamo appresso sin da Omero. Sembra un caso, che tramuta in destino. Ci ritorna proprio con Omero, la sua Penelope, il suo Odisseo, veridici o letterari che siano. Nonostante le guerre, le sconfitte, i sacrifici, gli smarrimenti, le cose cambiano ad una velocità impossibile da verificare, gli uomini in questo c'entrano poco: sono protagonisti, assieme, del tempo, partecipano agli eventi, al teatro, alle cose dette e a quelle non dette con la frequenza di un gesto o di una vita intera. "A poco a poco - fa dire Pessoa al suo Faust - il mondo appartiene di nuovo al pensiero/ di nuovo esso rientra nella coscienza/ di nuovo lo sente./ E per dove era salito,/ per quei gradini del mistero,/ è sceso il mondo, da mistero a etereo/ da etereo all'anima sola davanti alla lira./ A poco a poco,/ lento e soave,/ come il volo/ di un uccello/ che si stanca/ ritorna il mondo al mondo/ Orfeo che si allontana, avanza/ piano piano, per il (…) profondo."
Le cose cambiano, poco a poco.

(Domenico Cogliandro - 4/9/2002)

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