Giornale di Critica dell'Architettura
Università

L’arte come il grammofono.

di Franz Falanga - 7/10/2002


Oggi pomeriggio, dopo una innaturale giornata piovosa nel mitico ed efficiente Nordest, è venuto fuori un magnifico sole che sta facendo giustizia dei disagi e delle difficoltà che si sono accumulati in questi giorni a causa delle stagioni che, come si dice nelle chiacchiere al supermercato, ormai non sono più quelle di una volta. Anche per me è spuntato un personalissimo sole che sta facendo giustizia di tutta una serie di interrogativi che mi stavano accompagnando da troppo tempo. Sono infatti più di trent’anni che sto cercando di risolvere un problema che fino a qualche ora fa mi pareva quasi irrisolvibile e che invece stanotte, pensando ad altro, d’un botto sono quasi convinto di aver risolto. Insisto sul quasi.
Bisogna partire un po’ da lontano, per capire tutto l’intreccio di questo strano giallo (visto che in certi momenti ha assunto per me connotazioni molto tangenti ad un romanzo poliziesco) e per lumeggiare tutto l’affresco nel quale si è mossa e si sta tuttora muovendo l’intera vicenda.
E’ da quando ho messo piede nell’Accademia di Belle Arti, a Bari, in un lontano e stranamente caldo febbraio del 1972, che mi sono immediatamente trovato a contatto con delle categorie culturali che fino a poco tempo prima avevo avuto il piacere di osservare e studiare soltanto sui libri. Voglio dire che era la prima volta che mi si concretizzavano davanti parole come “artista”, “arte”, “artisticità” e quant’altro potesse avere attinenza con questi termini. Per me, che venivo da una scuola di architettura dove mi incazzavo ogni volta che qualcuno chiamava materie artistiche le materie che invece secondo me era meglio definire grafiche, la situazione era di grande rapinosità ed interesse.
Mi incazzavo quando qualcuno definiva “artistiche” materie nelle quali bisognava matitare. Mi incazzavo perchè pensavo che era abbastanza improprio etichettare tout court con una parola così importante un progetto che forse sarebbe potuto diventare contiguo, nel migliore dei casi, a un certo qual tipo di artisticità solo e soltanto quando il progetto medesimo fosse stato eseguito e studiato/osservato da altri. E poi, chi doveva decidere dell’ ”artisticità” del progetto? Lo studente, il progettista insomma, o il professore che stava lì analizzando il prodotto dell’ingegno altrui?
Ma torniamo all’Accademia.
Ho incontrato, in questi miei trent’anni di lavoro, professori artisti, studenti artisti, professori storici che parlavano degli artisti, professori critici che presentavano artisti, e molti altri personaggi che, pur non essendo artisti, compravano e vendevano arte, questi ultimi appartenenti invece al mondo dei mercanti (forse è più corretto dire commercianti) d’arte, essendo i primi appartenenti di diritto al mondo accademico, al mondo cioè che dovrebbe essere dell’eccellenza nel campo dell’Arte (notare che ho usato la “a” maiuscola per devoto rispetto alla istituzione dove viene professata).
Prima annotazione utile alla comprensione del giallo: ho scritto, una riga fa, la parola arte con l’a maiuscola; da ora in poi non la scriverò più così, mi limiterò ad usare l’a minuscola, augurandomi di non doverla più scrivere in seguito, dopo questo articolo che sto digitando al computer oggi, giornata finalmente parecchio soleggiata, in mezzo a bellissimi prati sulle propaggini del Monte Grappa. Ma andiamo avanti.
I primi mesi e i primi anni di accademia guardavo con tenerezza e simpatia questo mondo così diverso da quello dove ero nato cresciuto e pasciuto fino ad allora. Ma con il passare del tempo mi accorgevo che qualche cosa non funzionava nel mio rapporto con questo universo che cominciava ad apparirmi sempre più sfuocato e sempre meno chiaro da leggere. Con questo universo dove gli scopi, le competenze, i ruoli, si confondevano fra loro dando luogo a classificazioni che esulavano completamente dalla lettura quotidiana della vita.
Mi trovavo invischiato sempre di più in un mondo che, anziché chiarirsi a me, si mascherava sempre di più fino a farmi venire complessi stranissimi. Non d’inferiorità, beninteso, ma di altro genere. Mi pareva di voler afferrare per la coda anguille velocissime e viscide che sfuggivano in continuazione ai miei tentativi di cattura.
Chiedere, per esempio, agli studenti di tracciarmi un loro personale identitikit dell’artista equivaleva, nel migliore dei casi, ad avere risposte fra il romantico e il banale. Chiedere ai professori di lumeggiarmi la situazione mi faceva intravvedere un subitaneo e momentaneo aumento della statura fisica dei suddetti, che, diventando di colpo molto più alti di me, senza nessuna fatica connessa al dovermi civilmente rispondere, si limitavano a guardarmi con benevola simpatia dall’alto in basso. La situazione diveniva più drammatica quando sfioravo, sia pure con la leggerezza di un’ala di farfalla, l’argomento con i supponenti critici d’arte. Gli storici dell’arte invece, più benevolmente, e di questo li ringrazio, sorridevano scuotendo la testa e cambiavano strada o argomento.
Come si può agevolmente immaginare, la mia esistenza professionale/professorale regolata quotidianamente da questo voler trovare comunque un bandolo, spesso e volentieri diventava sempre meno divertente. Ma, come ho appreso da vecchie frequentazioni con i duri sceriffi del West, frequentando le gloriose sale cinematografiche della mia città , non mollavo mai la preda.
Questa curiosità, peraltro assolutamente legittima, divenne, strada facendo, un argomento di studio che ho iniziato a mettere sul tavolo dei miei studi e nelle mie sconsiderate ricerche della verità. Per anni ho torturato i miei studenti obbligandoli a leggere libri e propinando loro dei questionari da far riempire da addetti e da non addetti. Questionari che, inizialmente avevano delle domande di cui confesso la forte carica di ingenuità. Poi i questionari si sono affinati e raffinati sempre di più finchè da un paio di anni a questa parte le domande sono diventate ben mirate e circostanziate. L’ineluttabilità dei quesiti era quindi diventata la spia della ineluttabilità della ricerca che, per ovvii vitali motivi, non poteva essere più rinviata. In questo ero via via confortato da ricerche parallele che stavano e stanno iniziando ad intrigare le accademie di belle arti europee e diverse scuole italiane di architettura che, con la nuova legge che ha trasferito le accademie e i conservatori nella fascia di istruzione universitaria, hanno pensato bene di correre ai ripari inventandosi nuovi pascoli di ricerca sconfinando nei pascoli “artistici” delle accademie che con questa legge stanno incrementando la circolazione di nuovi soggetti e di nuovi fenomeni culturali all’interno dell’universo universitario, facendo scoprire alle preesistenti università una propria (delle università già esistenti) particolare propensione a contrastare le novità. Mi scuso per questo chilometrico periodo.
Sono così cominciati a spuntare nuovi corsi di laurea e nuovi progetti di future facoltà nelle quali la parola “arte” e suoi derivati è sempre assolutamente presente. Corsi di laurea e ipotesi di nuovi corsi comunque abbastanza fumosi, ancorchè ben strutturati nei crediti e nelle pieghe amministrative, per il semplice fatto che un titolo è tanto più chiaro quanto più chiaro è il contenuto indicato dal titolo e viceversa.
Insomma, in questo particolare momento culturale nel quale c’è gran dovizia di iniziative organizzative e promozionali di nuovi canali e di nuove ricerche nel campo dell’arte, stanno venendo a galla più o meno inconsciamente tutti i rovelli connessi a questo modo di definire competenze e caratteristiche di una categoria/fenomeno (l’arte infatti) che esiste da un lunghissimo periodo temporale.
Ai miei dubbi e alle mie domande si sono quindi aggiunti ulteriori malesseri e novità, nate queste ultime con l’ingresso (come dianzi detto) delle accademie nella fascia dell’alta cultura universitaria. Il gioco è diventato perciò più perfido, più complesso, meno leggibile e più ambiguo, facendo nascere nelle immediate vicinanze, nuovi modi di pensare e di argomentare sull’argomento che si ammantano sempre di gran confusione, facendo quindi ammuina, come si dice a Napoli, esprimendosi addirittura con eleganza nel detto e non detto, e bagnando la penna nel curaro del piccolo cabotaggio e nella spocchia che è sempre più legata a certe ignoranze di fondo non so quanto volute, ma certamente strumentalizzate da altri soggetti più interessati e potenti ma più confusi anch’essi sull’argomento del quale stiamo parlando.
Ma ecco finalmente sopraggiungere liberatorie le considerazioni notturne della scorsa notte che mi hanno spalancata una finestra ad un livello superiore e che mi hanno permesso di liberarmi di un fardello di interrogativi che erano diventati soltanto pesanti e nulla più.
E’ da qualche settimana che sto raccogliendo tutte le parole che, pur avendo elaborate fra me e me, non ho comunque utilizzate nella stesura di una piccola storia del jazz a Bari, città dove sono nato. Fra queste parole che inserirò in un lessico dei termini non utilizzati, c’è il termine “grammofono”. Tutti conoscono benissimo l’uso e il significato di questa parola, che ha connotato per quasi un secolo uno strumento che serviva a far ascoltare la musica incisa su dischi. Questo termine si è inoltre caricata di significati aggiunti che gli hanno conferito un patrimonio notevole di implicazioni e di suggestioni. Un bel giorno, questa parola è stata messa nell’archivio delle parole non più utilizzate e sostituita con il termine “mangiadischi”. La stessa cosa è successa al mangiadischi a sua volta travolto dalla nascita (e dalla conseguente crescita e morte) rispettivamente di mangianastri, giradischi, stereo, fino all’attuale contemporanea ultima definizione “lettore di CD”. Nessuno quindi si sognerebbe più, all’oggi, di usare il termine grammofono.
Le stesse peripezie stanno accadendo, in maniera ancora morbida e diluita nel tempo, con la parola “arte”, ben più carica di significati e ben più carica di storia della parola grammofono. Talmente ipercarica di plusvalori da essere addirittura inflazionata e usata spesso in maniera non esattamente appropriata. Dog and pig ne hanno fatto un uso sconsiderato, fino ad arrivare a certe affermazioni che sono più un alibi che una dichiarazione di intenti, affermazioni, tanto per fare uno stupido esempio, nella quali si legge che siamo arrivati al punto che qualsiasi cosa, dico qualsiasi, purchè contestualizzata o decontestualizzata nei modi i più vari ed estemporanei, può rientrare nella categoria dell’arte.
Stiamo quindi assistendo alla scomparsa degli ultimi residui di rigore necessario per comprendere i fenomeni cosiddetti artistici, assistendo contemporaneamente alla nascita di nuove maniere di concepire l’arte che oscillano fra furbesca malafede, macroscopiche ingenuità e tentativi interessanti. In queste situazioni si nota, inoltre, moltissimo dejà vu, che pare non spaventi nessuno.
Alla luce di tutto quest’insieme complesso e complicato di cose, mi pare quindi che sia giunto il momento di riporre in soffitta, insieme ad altre categorie obsolete, il termine “arte”, ormai vecchio, bolso, trito e ritrito, tarlato e talmente abbuffato di significati da non essere più in grado di parlare, riuscendo solo ad emettere qualche rutto a bassissima frequenza. Codesto termine ormai si è ridotto ad essere un enorme contenitore pieno fino all’orlo di tutto e del contrario di tutto.
Vanno dunque inaugurate nuove parole, che ci rimetterebbero in condizioni di riprendere un cammino assolutamente interessante e nuovo nel vero senso della parola. Non ha più senso usare un termine ormai così inflazionato.
Consideriamo dunque il vocabolo “arte” obsoleto, mandiamolo in pensione, registriamo che ci è spirato dolcemente fra le mani agli inizi del nuovo millennio, e registriamo contemporaneamente la nascita di nuove parole che non diano più all’accadimento ex “artistico” una patina noiosa e patetica come è avvenuto fin’ora.
Come ultima considerazione chiarificatrice va detto che la parola “arte”, peraltro come tutte le parole/categorie, va considerata come un elastico contenitore di fatti, storie, e situazioni. Ma come tutte le categorie inaugurate dall’uomo, questo contenitore non è infinitamente grande e quindi ha capacità finita, ancorchè immensa.
A tutto ciò va aggiunta una microscopica ma particolare considerazione che ha una sua rilevanza. Come sanno bene gli amici jazzisti, siano essi esecutori o fruitori, nell’ambiente della musica di improvvisazione il termine arte viene usato con più moderazione, con più pudore direi, e comunque in percentuale leggermente minore che negli altri campi più o meno canonici, tipo arti visive quali pittura, scultura, eccetera eccetera. Questa minor frequenza dell’uso della parola in questione mi ha ulteriormente convinto che forse sono su una strada interessante ed ha contribuito positivamente a risolvere la mia lunga ed estenuante ricerca. Aggiungo ancora che con la mandata in pensione del termine del quale stiamo parlando, assumono grande e pari dignità discipline che fino a questo momento sono state tenute leggermente in disparte dal mondo accademico, mondo che, di colpo, passa da una spocchiosa postazione di pseudo avanguardia, a una vecchia, polverosa e sderenata retroguardia.
Per questi motivi, da questo preciso momento, smetto per sempre di usare il termine arte e lo sostituisco con tre parole/contenitori che mi paiono adatti al nuovo corso ed estremamente stimolanti. Questi nuovi vocaboli che da subito, per quanto mi riguarda, sostituiscono definitivamente la parola “arte” sono: creatività, forma e comunicazione.
Tutto diventa ora più chiaro e più agevole da analizzare. Riesco molto meglio a destreggiarmi in ambiti che fino ad ora mi parevano stranamente e irrazionalmente complessi, inoltre provo le stesse emozioni che immagino abbia provato von Neumann quando verificò che le sue intuizioni su un modo di organizzare la calcolazione automatica avrebbero portato lontano lui e i suoi amici. Provo la sottile libidine che hanno provato gli architetti inglesi il momento in cui hanno trovato un bandolo della matassa parecchio simile a quello del quale sto parlando, quando hanno messo ordine nell’universo delle varie descrizioni formali a varie scale della realtà, inaugurando i nuovi termini landscape, townscape, inscape, mettendo così fine alla confusione che regnava nel campo della descrizione delle varie realtà, da quella territoriale a quella interna. Dal paesaggio visto dall’aereo al gadget appuntato sul bavero della compagna di festino.
Ormai preda di questa felice libidine creativa, mi piace pensare ai nuovi nomi da dare a tutta una serie di istituzioni, di organizzazioni, e di attività che prima o poi dovranno venire fuori allo scoperto, relegando in soffitta/archivio parole come “grammofono”, “arte”, “ghiacciaia” ed altri ancora, termini ormai pieni e strapieni di significati e di storie.
Mi piace pensare alle nuove accademie intese come istituti di creatività, forma e comunicazione. Mi piace pensare a un istituto universitario della comunicazione e della forma teatrale, mi piace immaginare una nuova facoltà sulla genesi della forma, come mi piace immaginare un corso di design nell’ambito della facoltà della comunicazione e della creatività formale. Mi diverte moltissimo pensare al primo che aprirà una galleria di testimonianze formali. Mi piace pensare a una scuola di livello universitario nel quale la creatività, la forma e la comunicazione dovessero aprire orizzonti nuovi e stimolanti al nuovo che sta avanzando, malgrado tutto e tutti. Penso con infinita curiosità e passione a tutto quanto si potrà costruire nel campo della didattica universitaria indagando la forma, la creatività e la comunicazione in campo musicale. Penso alle immagini fisse (fumetto ad esempio) e in movimento (cinema e televisione) viste attraverso i meccanismi della creatività, della forma e della comunicazione. Penso a come tutta una serie di parole obsolete andrà sostituita da altre. A proposito di parole obsolete è interessante pensare che la loro obsolescenza è già insita nel loro DNA mentre è ancora sconosciuta a tutti coloro che si ostinano ad usarle ancora, non sapendo che stanno maneggiando termini ormai sterili e senza futuro.
Concludendo, provo a sintetizzare un nuovo tipo di organizzazione delle accademie. Provo a pensare a luoghi dove la creatività dovrà essere esercitata nel campo della forma e nel campo della comunicazione. Tenendo ben presente che questi due campi/momenti dovranno essere sempre, in ogni caso, interrelati fra loro.
Mi rendo conto che questo mio entusiasmo mi sta facendo sognare oltre le colonne d’Ercole, ma il fatto di essermi tolto dal groppone una parola in nome della quale e per conto della quale sono stati compiuti attentati alla mia ed altrui intelligenza è un lusso che voglio assolutamente permettermi.

Lessico delle parole usate.
Ammuina. Sostantivo femminile napoletano. Significa “gran confusione”. In un regolamento marinaro dei primi dell’ottocento del regno di Napoli, se non ricordo male essendo vicerè Gioacchino Murat, viene indicata per la prima volta la parola “ammuina”, termine che indicava un comportamento che doveva essere tenuto dalla ciurma tutte le volte che arrivava a bordo un ispettore generale, giunto apposta dalla Francia, per controllare il grado di efficienza della marineria borbonico-partenopea. C’era più o meno scritto così (cito a memoria, ma il documento esiste):
“Quelli che si trovano a prua devono andare a poppa mentre quelli che si trovano a poppa devono andare a prua. Quelli che si trovano a tribordo devono recarsi in fretta a babordo così come quelli che si trovano a babordo devono recarsi con sollecitudine a tribordo. Tutti i marinai che si trovano sugli alberi e sui pennoni devono scendere agilmente in coperta e permettere a quelli che si trovano sotto gli alberi di salire a loro volta agilmente sugli alberi e sui pennoni. Tutti quelli che si trovano in coperta devono rapidamente andare sotto coperta così come tutti quelli che si trovano sotto coperta devono salire al più presto in coperta. Tutti quelli che hanno finito di arrotolare corde devono srotolarle e riarrotolarle di nuovo. Tutti quelli addetti alle pulizie che dovessero aver terminato di lavare la coperta e lucidare gli ottoni, ricomincino daccapo a lustrare la nave. Guagliune! Facite ammuina! ”. (Ragazzi! Fate confusione!)

Bari. Città sull’Adriatico estremamente interessante per la sua storia urbanistica. E’ un esempio da manuale di come non bisogna progettare le città. Sua caratteristica è la stratificazione orizzontale sul territorio che allontana la città sempre più dal suo elemento naturale che è il mare. Non so più quante mediane, circonvallazioni, extramurali ci siano. A tutto ciò si aggiunga un esempio emblematico di come si possa dequalificare una classe operaia preparata ed altamente specializzata: negli anni trenta, durante il ventennio fascista, lo straordinario centro storico di Bari fu tirato in secco con la costruzione di una strada sul mare che aggirava e aggira tutta la penisola del centro storico medesimo. In questo modo la città antica fu messa in secco, “allontanandola” dal mare, e gli operai che la costruirono furono in maxima parte sottoutilizzati come spaccapietre per la costruzione del sottofondo stradale. Gli anziani baresi ricorderanno certamente “u’ cazzapete” (lo schiacciapietre/il frantumapietre) seduto su mucchi di pietre che frantumava tenendo una grossa pietra nel palmo della mano sinistra e spaccandola vigorosamente con il martello tenuto nella destra. Questo lavoro si svolgeva ogni giorno, tutti i santi giorni per anni ed anni, con la canicola estiva e con la tramontana invernale. Si garantisce la distruzione di qualsiasi coscienza civile operaia.

Dejà vu. Frase che mi sta accompagnando da un buon trentennio e che vorrei definitivamente togliermi dalle scatole. Mi spiego. Per chi conosce i prodotti formali del Bauhaus e si fa un giretto fra i vari atelier (cosa mi sta sullo stomaco questa parola!) delle accademie e delle scuole per la formazione “artistica”, arrivando a farsi un giro anche in una qualsiasi Biennale, il paragone fra gli universi formali del Bauhaus e quelli contemporanei delle succitate realtà è a tutto favore del Bauhaus. Nel senso che, sempre nelle succitate realtà, si è letteralmente sommersi da episodi formali angosciosamente visti e stravisti nel corso di questi ultimi ottant’anni.

Ingenuità. Caratteristica molto diffusa fra gli allievi “artisti”, che viene coltivata con amore e con dedizione da alcuni professori artisti e da molti critici d’arte talent scout.

Malafede. Caratteristica molto diffusa fra alcuni professori e fra molti critici d’arte talent scout. Non riuscirò mai a capire come possano non annoiarsi mortalmente i critici d’arte talent scout nello scrivere improbabili presentazioni e nell’organizzare costosissime manifestazioni. O forse lo capisco.

Nordest. Non c’entra nulla ma mi sovviene degli inverni e dei titoli sui giornali. Già che ci siamo parliamo di comunicazione. Su tutti i giornali italiani, durante l’inverno, si leggono titoli più o meno tutti uguali, come “Il Nord stretto in una morsa di ghiaccio” oppure “Il Nordest nella morsa del gelo siberiano” e così via di seguito. Codesti titoli sono un chiarissimo esempio di informazione scorretta. Secondo me sarebbe più corretto un titolo del genere: “Il Nordest sotto forti nevicate. Bloccato dall’inefficienza”. Oppure “Maltempo. L’Italia del Nord paralizzata dall’incuria”. Il freddo e il gelo fanno null’altro che il loro dovere. Gli enti locali no. Non vi pare?

Rigore. Parola da usare con le pinze. A seconda degli interlocutori. E’ sua caratteristica avere pregnanza e connotazione divine. Per cui non bisognerebbe mai usare la parola rigore invano. Si può anche azzardare l’ipotesi che là dove termina la logica, lì inizino le dispute sull’accademia. Ma è un’ipotesi molto azzardata, ancorchè suggestiva.
Chi sta scrivendo pensa con tenerezza alle riunioni dei professori. Con l’ingresso nella fascia d’istruzione universitaria si dovrebbe parlare di senato accademico, ma non so come ci organizzerà la riforma. Tornando al collegio dei professori, ecco qui degli argomenti di cui ho sentito parlare con assoluta parsimonia, nel corso dei miei lunghi anni accademici:
Cultura.
Studenti.
Iniziative culturali.
Richieste di miglioramenti strutturali fatte in modo civile.
Organizzazione di mostre.
Di queste ultime raramente se ne parla, ma, quando accade, il tutto è inquinato da invidie e da maldicenze.
Questo per quanto riguarda i professori. Per quanto riguarda gli studenti invece, ogni volta che dico loro che una delle componenti fondamentali del fare “artistico” è anche l’assoluto rigore nell’affrontare qualsivoglia problema formale e non, continuo a leggere nei loro occhi terrore e rifiuto precostituito. A loro onore va però detto che con un pò di pazienza e di insistenza si riesce a toglier loro di dosso il rifiuto e la paura del rigore, salvo notare che lo ri-indossano quando ritornano a frequentare le altre realtà accademiche. Gli studenti comunque sono incolpevoli, visto che sono costruiti a immagine e somiglianza di quelli che negli anni precedenti li hanno messi in condizione di non considerare il lato razionale del loro lavoro. Non scherzano neanche alcuni miei fratelli architetti che fanno della didattica dell’architettura il loro mestiere. Viaggiando da anni nei treni pieni di studenti architetti pendolari, mi capita spesso di ascoltare i commenti fatti ad alta voce su certe correzioni/revisioni. Ne segnalo qui una che vale un miliardo di fruscianti verdoni. A uno studente architetto che aveva presentato una tesina su un argomento, non ha importanza quale, anche perché non lo ricordo, l’assistente o il professore, che aveva fatto la revisione, disse con gravità che l’impaginazione della tesina non andava bene perché “troppo artistica”. Il malcapitato non osò controbattere. Mi pare l’apertura di una finestra di rara finezza.

Sceriffi. Se ognuno di noi elencasse i libri, i giornali, le riviste, i film sui quali si è formata la sua cultura ne leggeremmo delle belle. Lo straordinario Primo Levi scrisse, una quindicina di anni fa mi pare, un delizioso libro nel quale elencava le sue fonti culturali. Fra le fonti che hanno dato coscienza civile a molti di noi vanno assolutamente annoverati il Corriere dei Piccoli di cinquant’anni fa, Benito Jacovitti, e tutte le avventure di Paolino Paperino e soci.

Sorriso di uno storico dell’arte. Ripensandoci bene è un piacere ripensare ai sorrisi degli storici dell’arte. Ne ho visti moltissimi, stranamente tutti seguiti da imbarazzati silenzi e da sterzate repentine nella conversazione. Non nascondo una mia certa apprensione nel giudicare me stesso in quei particolari momenti. Ma essendo partigiano per natura, preferisco leggerne il lato affettuoso.

Spocchia. Pochissime parole sull’argomento. Non merita che un paio di righe. La sua caratteristica è che è presente fra gli addetti ai lavori (vedi l’argomento di questo scritto) in quantità industriali. Mentre il dubbio è una merce rarissima. Quasi inesistente.

Studenti. Malgrado ogni possibile implicazione, sono la parte migliore dell’organizzazione scolastica. Ho imparato più da loro, parlando con loro, osservando i loro lavori, che dai miei colleghi professori, con i quali generalmente, per una strana regola non scritta, non si parla quasi mai. C’è però un grave difetto che insiste sul continente giovani. E’ la mancanza di partecipazione alla vita pubblica e una notevole assenza di miti nella loro vita. Con le dovute eccezioni naturalmente, che però sono, percentualmente, ahimè molto esigue. Ma ho buone speranze per l’immediato futuro.

(Franz Falanga - 7/10/2002)

Per condividere l'articolo:

[Torna su]
[Torna alla PrimaPagina]

Altri articoli di
Franz Falanga
Invia un commento
Torna alla PrimaPagina

Commenti




<