Giornale di Critica dell'Architettura
Università

Tre parole: eretico in chiesa?

di Paolo G.L. Ferrara - 13/11/2002


I temi emersi dal forum di Channelbeta intorno alla presentazione del libro di Luigi Prestinenza Puglisi "Tre parole per il prossimo futuro", denotano la situazione in cui sembra muoversi quella che aspira ad essere la futura generazione di architetti, critici e storici. Vero è che al dibattito non hanno partecipato gran parte degli attuali protagonisti di spessore, ma credo si possa comunque trarre un'indicazione attendibile del pensiero attuale della situazione in cui si confrontano i giovanissimi.
Ad essere del tutto sincero, credo che quelli emersi non siano temi di assoluta novità, né che gli interventi (il mio compreso, ovviamente) siano stati in grado di evidenziare un nuovo atteggiamento. L'università, i maestri, i significati della "forma" nell'architettura, la critica architettonica, sono temi abbastanza inflazionati, soprattutto se se ne discute senza dare corpo ad iniziative concrete che aiutino a superare la semplice dialettica.
Il 15 novembre il libro di Prestinenza Puglisi sarà presentato agli studenti del Politecnico di Milano e, visto e considerato che si tratta di uno dei nomi più noti della nuova generazione, mi auguro possa essere un momento di critica costruttiva rispetto le innumerevoli inefficienze delle facoltà. Del resto, il tema è stato messo in risalto da più interventi su Channelbeta, dai quali Prestinenza Puglisi, raccogliendone il succo, ha rilanciato la discussione partendo proprio dall'opinione che "...l'università italiana sia una delle peggiori se non la peggiore. Cosa si può fare?".
Accogliendo l'invito di Luigi Prestinenza Puglisi a fare alcune considerazioni in merito, dico subito che, per quanto puzzi di muffa, l'argomento sullo stato delle università andrà affrontato con decisione, soprattutto avendo la possibilità di farlo nell'ambito di una presentazione all'interno di una facoltà.
I temi sono scottanti e a parer mio - l'ho già scritto, ma lo ribadisco- credo che l'unico vero problema dell'università italiana sia il clientelismo. Distrutto questo -e solo allora- si potrà riavere una struttura universitaria che premi la meritocrazia. Ma a chi il compito di distruggere questo sistema? Ebbene sì, proprio a tutti noi che ci lamentiamo della situazione ma che, non appena riusciamo ad entrare nel sistema, assumiamo le sembianze delle tre scimmiette e riponiamo nella custodia le "palle" che sembrava avessimo intenzione di vendere care pur di combattere. Vendere care le palle è l'unica "virtualità" che sembra essere consolidata, altro che computer.
Denunciare pubblicamente gli incarichi didattici clientelari; denunciare le lobby di potere che praticano l'interscambio (se tu dai un posto a me... io poi do un posto a te...); chiedere che i cultori della materia siano solo "cultori" e che non abbiano il potere di esaminare gli studenti (mi riferisco ai cultori/assistenti neolaureati); riferito ai professori a contratto: non accettare incarichi d'insegnamento solo per poter "esserci", ma esclusivamente se si è consapevoli di poter davvero essere utili alla didattica.
Ma prima di tutto ciò, sarebbe interessante sapere e capire cosa spinge gran parte di noi a voler entrare nell'organico universitario. Ci facciamo un bell'esame di coscienza?
Farlo significa legare questo primo argomento di discussione al successivo, ovvero quello dei "maestri", così per come li intende Prestinenza Puglisi: "Io usavo il termine maestro per indicare un fenomeno negativo che si era sorbettato la mia generazione, cioè subire un clan di personaggi che:
A)voleva fare di te un loro clone;
B)che se non seguivi i quali non facevi carriera, soprattutto accademica.
Erano questi i terribili maestri. I quali teorizzavano la Scuola, cioè la fabbrica di cloni."
Caro Luigi, sei così sicuro che oggi non succeda più? Io no, per il semplice fatto che finchè si resterà succubi del sistema clientelare universitario, le posizioni accademiche resteranno sempre vincolate a chi gestisce il potere, con l'aggravante, rispetto al passato, che di "maestri" veri non ce ne sono più molti in giro e che si accetta di diventare "cloni" di un sistema che privilegia i portaborse. Chi riesce ad entrare in facoltà grazie ad un professore, mai gli andrà contro, mai lo contesterà, mai ne metterà in discussione i metodi ed i concetti. Consapevole che, così come lo ha fatto entrare, lo può fare uscire, il novello cultore o professore a contratto preferisce pianificare la personale carriera, cercando di non crearsi nemici. D'altronde, si sa, in Italia la raccomandazione è il motore di tutto, quasi un'istituzione, e mi stupisco che non ci sia una "festa nazionale della raccomandazione".
Comunque sia, il discorso lascia il tempo che trova, quantomeno finchè non verranno regolamentate severamente le procedure d'incarico all'insegnamento. Ribadirò sino alla nausea la mia convinzione che qualsiasi incarico debba essere preceduto da un esame pubblico, a cui assistano tutti i candidati ed un organo di controllo.
Fa comunque piacere sentire da più parti che a Pescara le cose stiano funzionando in modo egregio e che ci sia fermento innovativo. Intanto, mi limito a parlare di Milano, dove sta emergendo e si sta affermando una nuova generazione di docenti. Da antiTHeSi, abbiamo invitato alla discussione sulla "storia contemporanea" Fulvio Irace ed Aldo Castellano, due tra i più quotati esponenti della suddetta nuova generazione dei docenti-critici-storici. Siamo ancora in attesa, dopo un anno e mezzo, di una loro partecipazione. Evidentemente non siamo degni di considerazione, ma ciò -per quanto possa comunque essere vero (ci mancherebbe! siamo solo una piccolissima nicchia) e per quanto, allo stesso tempo, ci lasci del tutto indifferenti- non fa onore a questi nuovi storici-critici-docenti. Il più grande messaggio di Zevi è per me stato la sua disponibilità a dialogare con chiunque, a rispondere a tutti. Almeno l'umiltà, ecco cosa chiedo ai nuovi baroni. Mi spiace, ma su questo punto sono intransigente, così come su quello delle falsità, delle ipocrisie che aleggiano nei rapporti tra gli addetti ai lavori. E, mi si creda, in tutti questi anni ne ho viste parecchie.
Il "No-Logo" di cui parla Prestinenza Puglisi può, nel suo contrario, tranquillamente calzare anche alla situazione universitaria italiana.
Basterebbe dare uno sguardo ai programmi didattici di tutti i corsi progettuali di Milano Bovisa: l'impronta Grassi-Monestiroli è marchio indelebile. Possibile, mi chiedo, che non ci sia un docente che sia uno che abbia idee diverse? Altro che "Multiculturalismo"...
Nelle facoltà italiane è molto difficile che qualcuno sia pagato -cito dalla presentazione di Puglisi su Arch'it- "...non per avvalorare le teorie esistenti ma per metterle in discussione".
Chi si scopre -e si lascia leggere- si sbilancia, si mette in discussione, si confronta. Poi, ciascuno di noi, se leale con se stesso, dovrà riconoscere che c'è chi può insegnarci a crescere culturalmente. Credo che oggi manchi volutamente il confronto tra le parti e che un tale atteggiamento stia contaggiando anche le nuove generazioni. Premesso che io non mi considero assolutamente un critico e che credo pochissimo che tra l'ondata di tutti i nuovi nomi che invadono riviste e web ci sia un'alta percentuale di critici che tali si possano considerare, resto del parere che almeno il 70% di essi puntino esclusivamente alla "visibilità".
Un esempio banalissimo*; lo scorso agosto ricevo un messaggio e-mail da parte dell'architetto Roberto Dulio. L'attacco è personale; dice Dulio: "Ho sperimentato due grandi sventure. Una è ormai quasi antica: frequentai un corso al Politecnico di Milano in cui Lei era assistente. L'altra è più recente: ho assistito all'incontro di cui Lei parla a Firenze, soprattutto ho assistito ai suoi vaneggiamenti. Diversamente da Purini io sospetto che Lei di libri di Zevi ne abbia letti anche troppi, ma uno in maniera più superficiale dell'altro. Leggere significa anche riflettere, capire, contestualizzare. Tre parole di cui, mi sembra, Lei ignori l'esistenza. Non è raschiando la superficie delle cose che se ne coglie il senso. Non è ripetendo qualche frase enfatica e tonante di Zevi che se ne possono cogliere ricchezza e complessità. Gli atteggiamenti come il suo sono più di danno che di aiuto a chi tenta di capire chi fu Zevi, quale fu il suo ruolo e quali sono stati i suoi pregi e i suoi limiti".
Riporto interamente il messaggio di Dulio perché chiarificatore del discorso che intendo fare. Indubbio che Dulio abbia espresso il suo parere e che questo possa essere democraticamente lecito. Accettata la critica, chiedo a Dulio di scrivere su antiTHeSi tutti i suoi dubbi sul mio operato, ma facendolo criticamente, esponendo cioè ai lettori il suo pensiero riguardo il rapporto Zevi/Purini e mettendo in risalto i miei errori.
Sono passati tre mesi e di Roberto Dulio -nonostante ulteriori mie sollecitazioni- ho perso le tracce, sino a quando non ritrovo il suo nome (credo proprio si tratti della stessa persona; l'omonimia mi pare dubbia, ma se c'è me ne scuso) nel comitato di redazione di "L'architettura cronache e storia".
Ora, che Dulio sia parte di un comitato di redazione prestigioso non me ne può fregare nulla per il semplice fatto che, chi insulta e sfugge al confronto, per me non vale nulla.
All'architetto Dulio è capitata la sventura di seguire un corso nel quale ero assistente? Ci può stare, ci mancherebbe. Ma è altrettanto possibile che nelle facoltà ci si imbatta in una marea di studenti nullafacenti, "parassiti" (e qui concordo con Enrico Botta) che, oltre ad essere nemici di se stessi, lo sono soprattutto dell'architettura. Probabilmente, gente come Dulio è più preparata di me e merita quel che raccoglie, ma non ha le famose "palle" per andare a fondo delle questioni: tipi come lui si parano in un colpo palle e sedere.
Morale: nonostante la diversità di pensiero, dovremmo tutti cercare di lavorare sinergicamente, proprio perché è la diversità di idee che accresce i dibattiti, crea nuovi argomenti, conduce a fare cultura. Dovremmo tutti (grandi, medi e piccoli cultori) comprenderlo ed attuarlo. Discorso assolutamente ascrivibile anche al campo propriamente progettuale. Le idee e la cultura precedono sempre il mezzo di lavoro, che sia la grafite o il computer. Da qui scaturisce il punto cruciale, quello delle piccole star, che io identifico in tutti coloro che rifuggono al confronto perché timorosi di dover ammettere agli altri ed a se stessi di non essere...star. Questo è quello che intendevo dire nel mio intervento nel forum di Channelbeta, e che qui ribadisco, respingendo la tesi di Tatiana Belluzzo e Sonia Augelli Curci, secondo cui "...forse proprio le piccole star possono giocare in questa fase un ruolo fondamentale: la questione dell'essere modaiolo, se utilizzata nei termini giusti, può essere un potente grimaldello per scardinare i meccanismi di comunicazione accademici, perché rendendosi visibili, organizzando mostre e presentando progetti dal forte impatto formale, visivo, comunicativo, si può sfruttare proprio il sistema modaiolo per dare fastidio, attaccando chi sta comodamente sulle "poltrone" con i soli strumenti che possano disturbarli: quelli della notorietà e dello star system".
Si attacca, si vince e ci si rende visibili con i contenuti, non con "...progetti dal forte impatto formale".
So di apparire pessimista, ma non è così: sono molto fiducioso, assolutamente. Il perché è semplice: la cultura è per sua natura libera e può svilupparsi solo in luoghi liberi. Il sistema universitario sta per crollare sotto la spinta incessante di chi non ambisce ad alcun titolo accademico, ma esercita il proprio pensiero al servizio di tutti.
Diceva A. Einstein che "...la società umana riesce a produrre grandi cose soltanto quando è abbastanza flessibile da consentire il libero sviluppo delle capacità individuali". Ma, di certo, questo non succede nelle facoltà governate ancora dalla generazione dei sessantenni a salire.
Il libro di Prestinenza Puglisi ha in nuce la contestazione del sistema universitario e il 15 novembre l'autore avrà occasione di entrare in chiesa da eretico ed affrontare questi temi direttamente con gli studenti e con i docenti che vorranno intervenire. Guido Nardi, Gianni Ottolini e Luca Molinari saranno un valore aggiunto affinchè il dibattito non si areni nella noia che, solitamente, contraddistingue la presentazione di un libro, quando tutti sono buoni e bravi, e tutto va bene...
Le premesse ci sono. I risultati, vedremo.

*La lettera di Roberto Dulio non era personale (nel caso lo fosse stata non sarebbe stata pubblicata), ma un commento al mio articolo "Sassolini nella scarpa di Purini")

(Paolo G.L. Ferrara - 13/11/2002)

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