Giornale di Critica dell'Architettura
Linguaggio Architettura

Andrea Branzi sulla linguistica architettonica

di Andrea Branzi - Bruno Zevi - 13/2/2003


Articolo tratto interamente da "L'architettura cronache e storia", n°234 dell'aprile 1975


Il grande patrimonio linguistico e culturale del Movimento Moderno lentamente ma inesorabilmente sta dissolvendosi, senza avere raggiunto nessuno dei traguardi che si era prefisso. Ciò che resta oggi di tutte le esperienze più avanzate di almeno cinquant’anni della recente storia dell’architettura, dai nuovi modelli di urbanizzazione a una nuova civiltà dell’abitare, sembra poter essere riassunto nelle “sette invarianti”, piccolo ma completo compendio delle novità compositive dell’architettura moderna. Dunque al momento di eseguire il mandato testamentario della architettura moderna ben poco resta in mano se non un generale atteggiamento antisimmetrico, che potrebbe essere ricondotto forse a quel perenne conflitto tra lo spirito Apollineo e lo spirito Dionisiaco presenti fin dalle origini nella cultura occidentale…
Elencando oggi le “sette invarianti” come patrimonio vivo e possibile del Movimento Moderno si scavalca però l’analisi della crisi profonda dell’architettura; crisi che non è, o non è soltanto, crisi compositiva, ma malessere che cela una più radicale dimensione, una “impossibilità a vivere” dell’architettura nel mondo attuale.
E’ vero che oggi esiste una estesa ignoranza progettuale, ma non credo che proponendoun più dinamico capitolato d’appalto sia possibile reinserire l’architettura nella vita, dalla quale è esclusa in maniera sempre più definitiva.
Io credo che sia giunto il momento di analizzare questa crisi, verificando gli strumenti che l’architettura predispone, la qualità che essa propone, gli stessi presupposti urbani sui quali oggi essa agisce.
La crisi che stiamo traversando non è linguistica, ma investe l’esistenza stessa dell’architettura, come operazione culturale e tecnica e come atto disciplinare, formale e culturale.
Le dimensioni di tale crisi, la sua natura, o meglio le sue molteplici nature, vengono quotidianamente vissute da ognuno di noi, come cittadino o architetto; le analisi che di tale crisi vengono fatte, sono nella stragrand maggioranza dei casi rivolte alle occasioni mancate, verso le inefficienze amministrative, le corruzioni politiche o contro lo strapotere della speculazione; ma tali analisi, forse proprio a causa di così complesse condizioni avverse, non sono mai rivolte verso la crisi “interna” dell’architettura, verso i limiti oggettivi della città come strumento di vita, verso limiti ormai esplorabili di una disciplina che vive una propria contraddizione storica e intravede la propria possibile morte naturale all’interno di più ampi e profondi fenomeni di trasformazione culturale e sociale.
Il grado di obiettiva arretratezza della disiplina architettonica e urbanistica nei confronti di tutte le altre tecniche umane, dalla produzione industriale alla ricerca scientifica, è un dato di fatto che difficilmente può essere imputato a semplici disfunzioni locali; la tragedia delle metropoli, la morte dei villaggi, l’incubo architettonico, sono divenuti temi costanti della nostra esperienza quotidiana, e rivelano non solo il fallimento, ma i limiti operativi di una cultura urbanistica e formale che affronta ancora le dimensioni macroscopiche degli agglomerati urbani, conservando strumenti progettuali almeno inadeguati alle attuali necessità.
E’ gran tempo di porsi gravi domande, e di trarre alcune prime conclusioni.
La metropoli, che un tempo è stata la “scena madre del progresso” è divenuta il settore più arretrato e compromesso dell’intero quadro del sistema; più che un problema non risolto la città sembra un problema storico superato dalle stesse forze politiche ed economiche che determinano le ideologie e guidano la storia sociale e tecnica.
Viene da chiedersi se il Potere si pone ancora oggi, come nei secoli passati, il problema della gestione dellea propria immagine e del proprio funzionamento al livello della forma urbana, o se piuttosto l’insieme delle trasformazioni avvenute o in atto non ha trasferito i suoi sistemi di identità su un altro piano, trasformando il concetto stesso di città.
Diciamo anche che la città è il luogo dove si realizzano e si esaltano tanto le contraddizioni del sistema, dove i conflitti sociali trovano lo spazio fisico dello scontro, e che la città è la struttura che più di ogni altra opera l’integrazione e l’assuefazione dell’individuo nei meccanismi culturali e sociali. In questo complesso gioco di contraddizioni e temporanei equilibri le “qualità” urbana e architettonica restano oggi escluse, e, come strutture formali, non intervengono sul piano della qualità della vita se non in una misura infinitamente inferiore e sproporzionata rispetto ai capitali e alle energie messe in moto.
Ciò che oggi possiamo almeno dire è che l’uomo progetta e vive dentro la metropoli usando criteri di giudizio assolutamente fuori scala rispetto alla realtà, facendo continuamente riferiment a una sorta di archetipo primario di città, come a un sogno corticale emergente, anche inconsciamente, in ogni decisione urbana.
Non potendo superare il limite “architettonico” della metropoli, viene creata una serie di riferimenti minimi attraverso i quali permettere ancora l’esercizio di un “giudizio”, anche se solo sul piano della pura gratificazione visiva.
Le panchine di granito sulla Park Avenue,…le fioriere del Rockefeller Center,…le fontane elettroniche sul sagrato…
E’ chiaro che questi limiti critici diventano un peso al progresso stesso del fenomeno urbano e alla sua possibilità di affrontare le nuove dimensioni con nuovi strumenti culturali oltre che tecnici.
Se il problema di una megalopoli è ancora quello dei fiori sul davanzale, è chiaro che il problema della città non sarà mai risolto. L’architettura non ha il coraggio di lanciarsi verso la “non-qualità” verso la sospensione dei suoi vecchi sistemi di controllo oramai essiccati e privi di funzione.
essa resta chiusa nel suo concetto di “spazio”, di limite e di giudizo, bruciano, sporcano, usano, sprecano, asportano, ma infine liberano tutte le strutture formali, fino a renderle neutri strumenti di vita. La “qualità” architettonica è ancora sottintesa in qualsiasi forma urbana; però essa è estranea totalmente ai criteri scientifici di cui già largamente la pianificazione territoriale può disporre. Una cosa è utilizzare un servizio urbano, una casa, una scuola, un ospedale, e una cosa è servirsi del messaggio culturale, che la forma architettonica di tale servizio continua, nonostante tutto, a trasmettere all’utente. Questo messaggio culturale, anche se espresso attraverso una qualità linguistica e culturale scadente o quasi incontrollata, in realtà costituisce un grave intralcio all’organizzazione e al funzionamento del territorio urbano. La pianificazione territoriale, che si definisce come una corretta politica urbanistica, deve nella sua fase finale passare la mano a strumenti che non sono politici.
Così assistiamo da una parte ad una disciplina urbanistica che lavora all’individuazione di una zonizzazione secondo criteri tecnici e non formali, chiedere all’architettura una sorta di verifica visuale del vaolre civile delle proprie scelte. Dall’altra vediamo l’architettura che pur utilizzando strumenti compositivi tradizionali, cerca attraverso questi di restituire allegoricamente al cittadino la qualità di un processo politico.
Così si cerca di rendere omogenee due”qualità”, quella formale e quella politica, attribuendo alla prima valore sociale, e alla seconda valore estetico.
Oggi la progettazione di strutture urbane coincide interamente con la progettazione di strumenti legali ed amministrativi. La “forma” di queste strutture è sempre individuata dall’architetto per assonanza allegorica, per similitudine tecnologica.
Basta vedere, in questo senso, i risultati di tanti concorsi internazionali di questi ultimi anni. La soluzione die problemi è sempre cercata in un salto discala.
Il plastico, come strumento sintetico di rappresentazione del progetto, è divenuto esso stesso il “progetto”: la sua assurda perfezione esorcizza il sicuro fallimento qualitativo della realizzazione. Gli effetti formali che esso rappresenta saranno percepibili solo sorvolando l’edificio con l’aeroplano: l’andamento plastico delle coperture, del tutto invisibili nella realtà, sono nel plastico la dimensione principale ed hanno assunto lo stesso ruolo che un tempo, nei progetti tradizionali, svolgeva la “facciata”. Gli stessi strumenti progettuali sono legati ancora alla simulazione dimensionale, alla miniaturizzazione della realtà; questi limiti storici, oltre che tecnici, tendono a far sì che l’architettura tenda a “rappresentare” i problemi che incontra, più che a risolverli effettivamente sul piano dell’uso. Il progetto di una scuola è oggi costituito dall’immagine formale che meglio rappresenta il funzionamento distributivo e sociale della scuola stessa: la scula come edificio deve rappresentare una scuola: simmetrica se autoritaria, organica se democratica. Il fatto che probabilmente la soluzione migliore per una scuola potrebbe essere un piano di segatura coperto da un tendone da circo, non è presa neppure in considerazione. L’urbanistica non usa ancora oggi parametri di giudizio differenziati per accostare progettualmente fenomeni urbani di scala diversa, come METROPOLI, CITTA’ e VILLAGGI.
gli strumenti di studio di tale agglomerati vengono differenziati solo per quanto riguarda il volume del traffico o i mercati delle aree, ma generalmente resta ferma negli specialisti del settore la convinzione che tra questi fenomeni (metropolo, città e villaggi) non esiste che una diversità di scala.
Anzi il giudizio di qualità è inversamente proporzionale alla loro dimensione, per cui il villaggio rappresenta l’optimum tra i modelli di urbanizzazione, per il raggiunto equilibrio tra individuo, spazi urbani e “forma complessiva”, e la metropoli viene giudicata in rapporto allo stesso parametro, cioè alla misura in cui essa riesce a conservare alcuni “valori” propri del villaggio.
Questa “continuità” all’interno della diversità dimensionale dovrebbe garantire la permanenza di una dimesione umana (come normalmente si sente dire), anche nei grandi agglomerati. La delinquenza givanile, la droga, il problema dei vecchi, diventano il sintomo della scomparsa di tale qualità.
Come abbiamo già detto, il rapporto visuale che lega il paesano al suo villaggio (il campanile, la chiesa, la piazza, il monumento) resta lo stesso che accompagna il cittadino nella metropoli; per l’urbanista non è ancora oggi comprensibile una struttura urbana che non coincida con un certo sistema di rappresentazione di se stessa.
La “mediazione architettonica” tra l’individuo e la sua città, o tra l’individuo e la natura, resta la soglia limite al di là della quale l’urbanistica non riesce a verificarsi.
La metropoli, nella sua articolazione di eventi urbani come momenti scenici diversi, fornisce all’individuo la struttura fondamentale che organizza la sua esperienza e la sua memoria urbana.
Lo strato di città che egli però di fatto utilizza arriva fino alla quota di pochi metri da terra: come dice Kevin Lynch, egli costruisce dei tunnel memoriali nella città, strettamente privati, che gli permettono di realizzare un proprio sistema di immagini, che vanno dalle insegne luminose a singoli elementi di arredo urbano.
Prendiamo l’esempio di Manhattan: il cittadino che percorre la maglia regolare delle sue strade si trova sempre nello stesso punto figurativo, nel senso che egli non attraversa episodi planimetrici differenziati, ma ha sempre dabvanti a sé una struttura prospettica elementare costituita dall’incrociarsi perpendicolare di due strade.
La sua esperienza urbana giunge fino alla lettura delle scritte stradali e al di sopra di quella quota (5-6 metri) la città non è più un fenomeno che egli percepisce.
Il grattacielo non è più il supermonumento immaginato negli anni trenta: è un’accumulazione indifferenziata di metri cubi che può raggiungere anche quote vertiginose, ma che non interviene più di fatto a”figurare” l’esperienza urbana del cittadino. Tale accumulazione di metri cubi parte da una base distributiva elementare, molto bassa (che è quella che il cittadino fruisce figurativamente), e si sviluppa proporzionalmente all’accumulazione del capitale sul suolo.
Traversando manhattan possiamo verificare la variazione di un diagramma qualitativo costituito dal materiale di rivestimento del basamento degli edifici. Ciò che avviene al di sopra di questa quota non ha importanza, e sul piano dell’esperienza urbana non esiste assolutamente. Se Parigi è ancora una città costituita di parti sceniche assemblate, Manhattan è già un circuito integrato.
L’Empire State Building si propose a suo tempo come una mega-cattedrale di un improbabile mega-villaggio nel quale le “distanze” tra l’individuo e l’architettura erano ancora quelle della tradizione prospettica, e non erano ancora superate dal realizzarsi appunto di un rapporto integrato tra cittadini e strutture urbane. La civiltà industriale è nata nella città, e nella città ha identificato i propri modelli culturali e di comportamento, perché la città significava il commercio, i traffici, lo sviluppo tecnologico, realtà queste che avevano una alternativa preliminare costituita dalla campagna. La campagna ha sempre rappresentato, nell’ideologia della borghesia urbana, l’area immobile, dalle cui tradizioni e tecnologie si poteva misurare il cammino percorso dal “progresso”.
La città si stagliava nel paesaggio come concentrazione vertiginosa di tutte le innovazioni, come luogo esclusivo della storia politica ed economica.
Oggi, all’interno della società programmata, le diverse zone geografiche, le aree produttive, le diverse economie non sono più in conflitto tra di loro, ma sono “funzioni” diverse di un tutto omogeneo. Non esiste più niente, di fisico e di sociale, che non si trovi all’interno di questo.
Tutto questo ha stabilito un nuovo rapporto economico e culturale tra città e campagna: l’unità della città nel paesaggio si realizza innanzi tutto nell’unità degli interessi economici. Il terreno, nella logica della Pianificazione, è un dato omogeneo e continuo, non interrotto idealmente che da accidenti geografici.
La metropoli, come concentrazione, non è che il residuo dell’accumularsi spontaneo degli interessi economici sul suolo, dove la concentrazione urbana corrisponde all’incremento della rendita fondiaria, ma di fatto genera una discontinuità più apparente che reale con il territorio e le sue funzioni produttive.
La metropoli come concentrazione corrisponde alla prevalenza delle attività terziarie su qualsiasi altro genere di attività, e corrisponde alla fase in cui la gestione degli interessi si organizza sul luogo stesso degli scambi, mentre in una società economicamente programmata i controlli possono essere demandati da strutture politiche scalate progressivamente sul territorio, ottenendo un controllo effettivo e profondo su questo.
La possibilità retorica di penetrare nel territorio per raggiungere qualsiasi suo punto, la necessità di distribuire in maniera omogenea il traffico su di questo, per mettere in collegamento diretto ogni sua parte con le altre e con il tutto, ha di fatto superato il concetto ottocentesco della città-capolinea, collocata ai vertici di reti ferroviarie, al termine delle sequenze paesaggistiche.
La metropoli come concentrazione edilizia ha sempre garantito un’altissima densità di comunicazioni merceologiche e culturali, una sorte di “selva” nella quale la merce e l’informazione circolano naturalmente e vi acquistano “valore”, mossa dalle differenze di potenziale interno al tessuto urbano. Lo shock stimola la creatività individuale e fornisce significato a tutti i modelli di comportamento; li genera e li brucia. Ma nella dimensione attuale l’informazione merceologica e i modelli di consumo non usano più come strumento di circolazione preferenziale la macchina urbana e i suoi sistemi segnaletici; la diffusione dei suoi modelli di consumo ha già adottato tutti i media elettronici e le telecomunicazioni come massiccio ed omogeneo sistema in grado di sostenere “artificialmente” i consumi attraverso l’induzione della domanda e del bisogno apparente, in ogni luogo e in ogni momento.
I media elettronici garantiscono una penetrazione “profonda” del messaggio, una loro circolazione omogenea sul territorio: l’architettura resta una forma di comunicazione culturale e un supporto merceologico immobile nello spazio, che deve essere raggiunto in pellegrinaggio, incapace di mutarsi nel tempo, testimonianza di un ordine tecnologico del tutto formale, e di una unità culturale già superata nella vita quotidiana e nella storia.
L’architettura come medium qualitativo comunica ancora e soltanto sul piano dell’allegoria formale, e su quello della mediazione funzionale, e resta legata al concetto di luogo, conservando capovolto il rapporto con il suo consumatore, che deve muoversi per ricevere il suo messaggio.
L’architettura di fatto, rispetto a tutte le altre culture è rimasta in una fase pre-Gutenberg…
L’equilibrio “naturale” che la città può fornire al sistema di comunicazioni sociali è superato nel momento in cui essi diventano “natura” attraverso l’azione profonda dei media elettronici che gli garantiscono una modificazione permanente e dinamica di tutti i costumi di vita.
La metropoli che ha perduto nel tempo il proprio ruolo di “rappresentazione sociale” è una metropoli che perde l’ “immagine di se stessa”.
La metropoli cessa di essere un “luogo” per divenire una “condizione”; è tale “condizione” che viene fatta circolare in maniera omogenea nel sociale attraverso i consumi.
Essere cittadino oggi non vuol dire più abitare in un luogo, in una strada urbana, ma vuol dire adottare un determinato modello di comportamento, fatto dall’abbigliamento, dal linguaggio, dall’informazione stampata e televisiva: fin dove arrivano questi media arriva la città.
Non esiste più una cultura esterna al fenomeno urbano, o al significato d’integrazione produttiva che esso possiede, nella misura in cui non esiste una campagna legata ad una reale logica alternativa, non esiste un luogo che in qualche modo e in qualche misura non sia in “comunicazione” con la città e con i suoi modelli. E’ lo sviluppo della produzione di serie e la circolazione sociale della merce che ha creato una nuova “condizione urbana mobile”, esportabile all’esterno di qualsiasi area metropolitana ma che possiede tutte le caratteristiche che un tempo furono della città.
L’azione ideologica dei prodotti industriali sull’individuo è integrante; è esso adesso che fa circolare attraverso questi prodotti milioni di metri cubi di città in forma di prodotti di serie, e ogni giorno molte di queste città (molecolari) “fantasma” entrano in circolazione, si consumano, diventano spazzatura dentro le vecchie città immobili e di pietra.
La dimensione della megalopoli allora non è più quella di un mostruoso gigante nato nell’involucro della vecchia città, legato ai suoi vecchi equilibri e ai suoi vecchi modelli, ma è la dimensione del mercato stesso che supera la distinzione tra urbano e agricolo, per diventare la “società” stessa. La metropoli come sistema di rappresentazione del sistema economico non ha più necessità di esistere, dal momento che il sistema si rappresenta benissimo da solo attraverso la merce. Gli sforzi per attribuire ancora alla città questa funzione “figurativa”, come macchina gigante, come struttura degli scambi, come strumento mostruoso di accumulazione, non serve ad altro che a trasformare in un’unica immagine una struttura che possiede milioni d’immagini.
L’industria non è più quel grande “ready-made” da scoprire, paese delle meraviglie illogiche, delle tecnologie surrealiste, deserto che la cultura può esplorare per scoprirne i tesori nascosti: l’industria è una catena di montaggio che assolve solo alla propria specifica funzione meccanica.
I sistemi di “rappresentazione” del sistema sono ormai altri che la città: sono la conquista della luna, sono le resine indistruttibili, sono i parchi nazionali, sono la bomba atomica.
Fine ultimo dell’architettura è sempre stato l’ “eliminazione” dell’architettura stessa. Questo avviene per il concorso di due diverse forze. Come “struttura razionale” tendente a risolvere il maggior numero di problemi funzionali, ad un livello tecnico ottimale, l’architettura moderna tende a raggiungere soluzioni e tipologie definitive, a intendere cioè la soluzione dei problemi come una progressione verso l’eliminazione di tutti i problemi aperti, attraverso la loro successiva soluzione.
Essa tende cioè a collocarsi come processo progettuale che raggiunge soluzioni non culturali, ma scientifiche, dei problemi abitativi. La fiducia di muoversi all’interno di una metodologia definitiva, flessibile ma razionale, ha sempre confortato una larga componente del Movimento Moderno, come una sorta di utopia naturale, non dissimile dall’atteggiamento di molte attività di ricerca scientifica.
Il grado di “inseorabilità” di molte soluzioni e di una diffusa metodologia didattica, cercano di far transitare oltre la storia, e quindi oltre la cultura, gran parte dell’architettura moderna, che sembra così poter raggiungere una soglia di sicurezza inamovibile, che la salverebbe da giudizi storici e da ulteriori evoluzioni linguistiche e formali.
Contemporaneamente l’architettura moderna, come struttura “culturale” cerca di garantire il maggior numero di gradi di libertà all’utente, all’interno di una figurazione la più rigida possibile; essa riconosce nel fenomeno urbano il suo vero destino, e nel privato la sua vera natura.
Le “sette invarianti” rappresentano questo conflitto permanente dell’architettura, tra la dimensione di coinvolgimento individuale e l’ordine generale astratto dell’architettura;nella cultura classica l’ordine predomina su ogni esperienza singola ed anzi dà ad essa una direzione, e quindi un significato.
Allora l’architettura da una parte si presenta come una prefigurazione nel particolare di un ordine generale a lei identico, e dall’altra si pone come testimonianza di ogni singolo fenomeno abitativo del quale quell’ordine generale deve tener conto.
Il conflitto è dunque tra individuo e architettura, tra pura fenomenicità e ordine universale, tra non-significato e messaggio artistico.
Conflitto e non dialettica, perché è in termini di scontro che oggi si pone tale rapporto, dal momento che che tutti gli atti di auto-liberazione che l’individuo compie, sono destinati a collocarlo fuori dai vincoli inibitori della morale codificata, dell’estetica e della cultura.
Il movimento di liberazione dell’uomo da questi “codici di comportamento” tende a fargli recuperare la cultura come pura energia creativa e alla definizione spontanea della propria identità.
La coscienza di questo diritto, a produrre e consumare la propria cultura, si scontra con l’organizzazione di tutta la società attuale, basata sul lavoro produttivo e sulla divisione sociale di questo, che determina da una parte l’attuale professionismo intellettuale (per cui una ristrettissima parte della società “produce cultura”), e dall’altra la grande massa che di questa cultura riceve solo il consumo, sotto forma di prodotti, strutture, modelli di comportamento, che simulano nell’utente l’uso delle proprie facoltà creative di fatto atrofizzate.
Il problema di fondo dell’architettura, e della cultura, non è la partecipazione, ma la “libertà”: Le Corbusier propose la pianta “libera”, la facciata “libera”, il terreno “libero” dall’edificio attraverso i pilotis, uso “libero” delle coperture ecc., ponendo il problema della “libertà” al centro della qualità architettonica.
Però Le Corbusier imposta tale problema ancora in termini “architettonici”, cioè compositivi, confermando il ruolo di figurazione e di mediazione sociale proprio della tradizione storica dell’architettura.
Tale mediazione è svolta dall’architettura in termini di allegoria, ma si esaurisce quando i rapporti tra realtà particolare e generale cessano di essere oggetto di “ipotesi” reciproche e stabiliscono tra di loro un confronto direttamente ed esclusivamente politico.
Il progresso stesso quindi, sociale e culturale, a cui l’architettura partecipa rimuove lentamente le sue stesse premesse di struttura culturale, cioè ideologica.
L’architettura si trova per sua natura al centro di un incrocio dove confluiscono le contraddizioni di fondo di tutte le attività progettuali, le quali tendono oggi (sotto la spinta della scienza) a raggiungere “soluzioni definitive” e nello stesso tempo a garantire (sotto la spinta della crescita sociale) l’ “assoluta relatività” di ogni oggetto privato come difesa dell’uomo contro gli ordini universali che lo condizionano e lo limitano. Da una parte cioè si tende a superare la soglia superiore del significato, collocandosi sopra la storia, e dall’altra si tende a superare la soglia inferiore del significato collocandosi dentro le parti infinitesimali della storia stessa.
Complessivamente oggi l’architettura tende a risolvere il suo problema esistenziale eliminando se stessa.
Parlare di “fine dell’architettura” non vuol dire proporre un ritorno alle caverne, ma dichiarare storicamente e socialmente finito il ruolo culturale di questa. Esistono strutture di servizio alle quali nessuno attribuisce valore culturale: una metropolitana, un elettrodotto, una coltura agricola, non vengono valutati per la “forma” che possiedono (anche se possiedono una “forma”), ma per i servizi che offrono.
Storicamente alcune strutture hanno perduto nel tempo il loro ruolo di comunicazione visuale per diventare neutra disponibilità tecnica: un acquedotto ai tempi dei romani era un monumento territoriale, per motivi tecnici ma anche politici, ed oggi non rappresenta che una soluzione di ingegneria idraulica.
Esiste quindi una “soglia del significato” nella realtà che ci circonda; l’architettura sta per passare questa soglia, e per entrare nel limbo delle realtà che non comunicano, ma che servono semplicemente a vivere.
Già oggi è più presente e importante alla nostra cultura la qualità della luce, del calore, del regime acustico, del microclima di un ambiente, che non le leggi compositive che presiedono la sua formazione strutturale. e forse questo è il suo destino segretamente agognato.

Bruno Zevi su Andrea Branzi
Il nucleo del discorso di Branzi riguarda un’acuta, magistrale, ineccepibile analisi della crisi del ruolo funzionale, rappresentativo e concettuale della metropoli. Possiamo sottoscriverlo per intero: infatti, la storia sociale intesa come mera storia della città è un anacronismo ottocentesco, anzi un falso ereditato dal Rinascimento e corroborato dal dogma classicista. Da William Morris in poi, la cultura moderna, polemizzando con la tradizione rinascimentale e classicista, si è rispecchiata nel Medioevo; tale processo non è stato immune da equivoci, ma ha favorito una presa di coscienza della dimensione territoriale confutando il mito dell’egemonia urbana.
Il dissenso, se mai, attiene alla premessa e alla conclusione del discorso. Per Branzi, la crisi della metropoli coinvolge inesorabilmente quella del movimento moderno; per noi, invece, ne conferma la validità dimostrando a quale catastrofe porti l’averne ignorato i principi. Brandi opina che il dibattito sulle “sette invarianti” induca a scavalcare “l’analisi della crisi profonda dell’architettura, crisi che non è, o non è soltanto, compositiva”. Noi, al contrario, riteniamo che la crisi dell’architettura sia pienamente verificabile nel linguaggio, le cui invarianti non sono affatto “compositive”, ma graffiano contenuti e comportamenti, realtà esistenziali e sociali. La lingua è lo strumento con cui comunichiamo e pensiamo; non può essere paragonata ad un “capitolato d’appalto”.
Vogliamo riscontrare il nostro punto di vista sull’analisi della metropoli svolta da Branzi? Ebbene, se “l’architettura non ha il coraggio di lanciarsi verso la ‘non-qualità’, verso la sospensione dei suoi vecchi sistemi di controllo oramai essiccati e privi di funzione”, la colpa è anche degli architetti che restano irretiti in una ricerca di “qualità” meramente formalistica e in sistemi di controllo scontati, di matrice accademica; non sanno destrutturare il linguaggio, non sanno azzerarne le convenzioni, non tornano alla prima invariante, all’elenco, all’inventario, cioè alla “non qualità” (in chiave di cosmesi compositiva) delle cose vere.
Analogamente, se “la qiualità architettonica è ancora sottintesa in qualsiasi forma urbana”, ciò dipende dal fatto che gli architetti applicano alle città la logora nozione di “forma urbana”; il movimento moderno l’ha sempre combattuta, tanto che la settima invariante postula la “reintegrazione edificio-città-territorio”.
Esatto quanto afferma Branzi in merito al “plastico, come strumento sintetico di rappresentazione del progetto”; ma il linguaggio architettonico moderno ripudia l’ “assurda perfezione” dei plastici, mira a sporcarsi, ad ingoiare il Kitsch. E ancora: se “il progetto di una scuola è oggi costituito dall’immagine formale che meglio rappresenta il funzionamento distributivo e sociale della scula stessa”, a chi ascriverne la colpa se non ai proggettisti tuttora succubi di tali tabù tipologici? Qualora “parlassero” in modo moderno, rifacendosi al grado zero della scrittura architettonica, esaminerebbero senza pregiudizi anche la possibilità di una scuola ridotta “a un piano di segatura coperto da un tendone di circo”. Veniamo all’esempio di Manhattan. Dice Branzi che “l’Empire State Building si propose a suo tempo come una mega-cattedrale di un improbabile mega-villaggio nel quale le ‘distanze’ tra l’individuo e l’architettura erano ancora quelle della tradizione prospettica”. Giustissimo, ma quale conseguenza trarne? Che l’architettura moderna è attuale e pungente con la sua terza invariante, la “tridimensionalità antiprospettica”, e con la sua quarta, la “scomposizione quadridimensionale”, solo tenuemente inverata nel Rockefeller Center.
“L’architettura come medium qualitativo comunica ancora e soltanto sul piano dell’allegoria formale, e su quello della mediazione funzionale, e resta legata al concetto di luogo…”. Che genere di architettura? Certo, quella statica, monumentale, simmetrica, assonante, “finita”, chiusa in sé; ma non quella dinamica, mobile, magari dell’”instant city”, propugnata dal movimento moderno. E, dall’altra parte, che le sette invarianti rappresentino “questo conflitto permanente dell’architettura, tra la dimensione di coinvolgimento individuale e l’ordine generale astratto dell’architettura” attesta della loro pregnanza, specie considerando che il coinvolgimento è anche collettivo e le invarianti servono a sconfiggere “l’ordine generale astratto” e repressivo.
La “morte dell’architettura” riguarda dunque soltanto il cadavere classicista, il cui ruolo culturale e visuale è da tempo finito. Se davvero l’architettura sta per passare la “soglia del significato” e “per entrare nel limbo delle realtà che non comunicano, me che servono semplicemente a vivere”, facciamo un brindisi! Al movimento moderno non interessano le comunicazioni sovrastrutturali e allegoriche, ma quelle cariche di significato –oltre la “soglia” accademica- che discendono dal vivere concreto. In questa ottimistica, raggiante ipotesi, dovremmo celebrare la nascita dell’architettura moderna, dopo la tormentata e gloriosa gestazione.


(Andrea Branzi - Bruno Zevi - 13/2/2003)

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Commento 10900 di Franco Galardi del 23/11/2011


Nella pratica della professione sento sempre la necessità di confrontarmi con i modelli classici, quelli dell'architettura di pietra scolpita a mano, che come la scultura restituisce l'opera dopo un lavoro sapiente.
Queste architetture in pietra, nelle forme classiche, sono il linguaggio eterno che parlano nel presente, anche se le biblioteche che esse contenevano sono ormai estinte. Quindi all'architettura si è affidato, ma ancora oggi si deve affidare il senso di un messaggio che supera i secoli.

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Commento 286 di Carlo Sarno del 14/02/2003


"...se “la qualità architettonica è ancora sottintesa in qualsiasi forma urbana”, ciò dipende dal fatto che gli architetti applicano alle città la logora nozione di “forma urbana”; il movimento moderno l’ha sempre combattuta, tanto che la settima invariante postula la “reintegrazione edificio-città-territorio”..." risponde Bruno Zevi ad Andrea Branzi.
Si, mi sembra che il nucleo dell'argomentazione sia proprio qui : LA REINTEGRAZIONE EDIFICIO-CITTA'-TERRITORIO. Dice Bruno Zevi nel suo libro il Linguaggio moderno dell'architettura :"...crolla ogni distinzione tra spazio interno ed esterno , tra architettura e urbanistica , dalla fusione edificio-città nasce l'urbatettura ..." e ancora "...la reintegrazione architettura -natura va operata scientificamente , sulla base di studi antropologici , sociologici e psicanalitici...". In parole semplici , Bruno Zevi tende alla reintegrazione architettura-urbanistica-vivere felice dell'uomo.
Il maestro dell'urbanistica organica italiana Luigi Piccinato già dagli anni quaranta sulla mitica rivista Metron , portavoce dell'A.P.A.O. (Associazione Per l'Architettura Organica , nata nel 1945) , poneva la questione della reintegrazione della città con il territorio e con la vita felice dell'uomo.
Ma ancor prima Frank Lloyd Wright poneva le basi della settima invariante zeviana , e il suo pensiero lo troviamo ben espresso nella sua ipotesi per Broadacre City e con le sue stesse parole , nel libro La Città Vivente , il cui titolo è già un programma : "... la città nuova non è da nessuna parte se non è ovunque . Lo spazio diventa vivente , per poter essere goduto e per poterci vivere ... Questo è il nostro sviluppo , l'integrazione spirituale con la vita quotidiana . Semplice perchè è universale conservazione della vita , e la felicità ne è la conseguenza inevitabile ... ".
Con la fiducia negli uomini che sapranno in futuro organicamente reintegrare la vita e l'abitare con l'architettura e il territorio, mi unisco al brindisi di Bruno Zevi alla vittoria della vita !
Carlo Sarno


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