Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Quindici punti di L. P. Puglisi

di Sandro Lazier - 12/5/2003


Luigi Prestinenza Puglisi propone, sulle pagine di Arca e sulla sua newsletter periodica, quindici punti per un manifesto della modernità da contrapporre al conservatorismo dilagante nel nostro paese. Condivido la posizione e la determinazione con cui l’autore affronta un tema largamente diffuso ma pressoché ignorato e sconosciuto dal grande pubblico nei suoi aspetti culturali, saggiato e sponsorizzato nelle forme comuni della cultura della comunicazione (in particolare della pubblicità televisiva che ambienta i suoi messaggi dentro scenografie tradizionaliste) e profusamente discusso nei salotti dei benpensanti.
I quindici punti riguardano in particolare la superiorità del valore funzionale dell’architettura rispetto alla maniera contemplativa con cui questa è comunemente concepita. Quindi no alla mummificazione, al presepe e alla monumentalità. Sì, invece, ad un atteggiamento critico verso il luogo, nel senso di lettura della stratificazione storica e di scelta severa su cosa conservare e cosa no. (Tutto il testo è disponibile a fondo pagina).
Due aspetti mi sembrano indicativi di una situazione come quella che il manifesto – così sono condensabili i quindici punti – vuole combattere. Il primo concerne la necessità di acquisire il consenso necessario per poter riscattare culturalmente “la modernità” nel contesto di quella “realtà italiana” che vorrebbe ogni gesto misurato sul contorno di una storia non sempre disposta, secondo il parere di chi vorrebbe tutelarla, a crescere e comprendere (nel senso di prendere dentro). Senza consenso, in sistemi che si dicono democratici ma che soffrono la tirannia dell’informazione di massa, nessuna intenzione può sperare di realizzarsi e condizionare i meccanismi sociali da cui dipendono le trasformazioni. Sarebbe quindi importante che al manifesto aderissero, oltre gli architetti, pubblicitari, registi cinematografici, scenografi della televisione e quanti fanno per professione comunicazione per mezzo di immagini. Troppo spesso, la reazione più efficace e influente alla proposizione del moderno, ha sede nei pregiudizi colti di persone insegnate al massimo livello ma totalmente estranee al modo della creatività e dell’arte contemporanea, comunque pronte ad accogliere e gradire i messaggi e le immagini metabolizzate dell’industria culturale. E’ sufficiente notare le scenografie dei più diffusi programmi televisivi (compresi quelli dichiaratamente colti come, per esempio, Superquark di Piero Angela) per comprendere la promozione e legittimazione del falso storicismo che poi dilaga nella realtà sociale. False piazze e piazzette, colonnati, terrazzi e porticati dovrebbero convincere lo spettatore della legittimità circa l’imitazione e la riproposizione di modelli arcaici.
E qui vengo al secondo aspetto. Il divario che risulta tra quelli che sono i messaggi e i concetti della modernità – in particolare dell’arte figurativa contemporanea – e chi dovrebbe fruirne, cioè la maggioranza delle persone al di là del loro livello formativo e cognitivo, è purtroppo ormai incolmabile. La comunicazione artistica ha raffinato talmente i suoi concetti e le sue utopie che, paradossalmente, è diventata linguaggio comprensibile a pochi esercitati. Gli altri, orfani di una musa astratta e incomprensibile, preferiscono – meglio sarebbe dire “necessitano”, visto il buco culturale che ne verrebbe – rifarsi a un concetto artistico premoderno, nel quale l’arte è concepita come rappresentazione, imitazione del reale o ad esso riferibile negli aspetti apparenti. In quest’ottica, l’astrazione funzionale è bandita a scapito di modelli simbolici o semplici atti mimetici che hanno il vantaggio della rappresentanza figurativa rispetto alle astrazioni performative del moderno. Quindi è facile la comprensione, facile la misura in virtù di una fedeltà al reale che richiede solo l’impegno e la dote del comune senso della vista. In architettura, questo atteggiamento, data l’assenza di modelli naturali ad essa direttamente riferibili, fa riferimento agli esempi della tradizione come se questi, in virtù del tempo trascorso, fossero assimilati alle cose della natura. Data la distanza che ho riferito, ritengo ardua l’impresa di promuovere l’ideale, cui Luigi Prestinenza Puglisi fa riferimento, senza il soccorso di una nuova disponibilità sociale verso il nuovo, secondo me improbabile nell’attuale contesto di povertà culturale dominante.



Sugli interventi nei Centri Storici: un manifesto in 15 punti
Viviamo tempi duri, anzi durissimi. Le Soprintendenze stanno mummificando i centri storici trasformandoli in piccole Disneyland, supportate da un'opinione pubblica sempre più reazionaria e ipocritamente recalcitrante rispetto a qualsiasi innovazione visibile.
Cosa fare, allora? Ecco di seguito alcuni punti, scritti in ordine sparso che possono servire come traccia di discussione.
1: valore funzionale. In un periodo dove la cosmesi domina, occorre rivendicare la trasformazione effettiva dell'ambiente. Realizzare piazze senza parcheggi sotterranei non serve a nulla. Ricostruire musei che vengono visitati da poche centinai di persone non ha senso. Davanti alla desolante tristezza dei lampioncini aggiunti dall'assessore di turno dovremmo richiedere più progettualità. La stessa che, per esempio, a suo tempo in Francia ha permesso di rimettere le mani al Louvre o alle collezioni dell'ottocento conservate al Museo d'Orsay. Di fronte all'intelligenza del programma funzionale, anche architetture mediocri o pessime - la piramide di Pei o i mortificanti vani della Aulenti-acquistano una loro dignità. Che senso ha, infatti, sottolineare, sia pure a ragione, che il Louvre è stato rovesciato e il suo ingresso posto nel retrobottega, di fronte all'intelligenza di un programma così forte di riorganizzazione di un museo per i bisogni di massa del nuovo secolo? Oppure criticare la Gare d'Orsay che è diventato il più importante museo dell'ottocento? Insomma: finiamola con le dispute su aspetti periferici e a volte marginali, per ritornare alla centralità dei programmi.
Programmi innovativi che anche i piccoli centri devono immaginare. Vorrei, in proposito citare un intervento di Vincenzo Latina a Siracusa, che eliminando incrostazioni e superfetazioni dell'edilizia esistente, liberando cortili e restituendoli alla fruizione pubblica, ritrova una strada che collega la parte alta di Ortigia con il mare e in tal modo arricchisce il nucleo storico di nuove relazioni urbane. Del progetto condivido in parte alcuni esiti formali, ma l'idea urbanistica è talmente efficace che non può non farci riflettere.
2: basta con la mummificazione. Conservare le scorze non serve. L'architettura non è solo massa edilizia ma complessa interrelazione tra persona, ambiente e costruzione. Ridurla a un gioco di prospetti, ambienti e volumi è un errore simile a quello dell'imbalsamatore che crede che una persona sia un insieme di parti anatomiche e non la vita che lo sostiene e caratterizza . Provate a ridisegnare a Roma una nuova mappa simile a quella del Nolli, cioè con evidenziati gli spazi pubblici coperti o scoperti. Oggi dovreste levare le navate delle chiese e mettere gli spazi cavi dei negozi. Capireste che la struttura urbana del centro storico è definitivamente cambiata, nonostante le ansie conservative di curatori e soprintendenze. O voi credete veramente che la San Gimignano di adesso, la Assisi di adesso, la Orvieto di adesso, nei loro usi attuali, abbiano qualche assonanza con i loro corrispettivi medioevali?
3:evitare i presepi. E' ipocrita chi vuole mascherare il vero proponendo della realtà immagini false e consolatorie. Chi nasconde i procedimenti costruttivi. Chi crede che basta mettere un segno falso per rifarsi al passato. Osservate lampioni, cestini, edicole. Alludono a un tempo che non è mai stato. Un presepe che simula una storia mai avvenuta, un tempo che è solo la proiezione del voler essere: dove non c'erano tensioni e tutto era ordinato e pulito.
4: levare piuttosto che mettere. Se non si finirà mai di parlar male delle Soprintendenze, ciò non toglie che molti architetti intendano la libertà di espressione come un lasciapassare per dare libero corso a un ego straripante, incurante di qualunque valore preesistente. Bisogna riconoscere che molte volte la cosa giusta è fare poco, togliere piuttosto che aggiungere. Dobbiamo acquisire dal mondo dell'arte una consapevolezza meno oggettuale, capire che un intervento efficace può ridursi a pochi gesti, spesso sottrattivi.
5: non disegnare. .Principio che deriva dal precedente. Osservate la gran parte delle piazze recentemente progettate dagli architetti e non potete non notare un eccesso di segni. Dettagli inutili, pavimentazioni eccessivamente arzigogolate. Troppo spesso il disegno è l'arma spuntata alla quale ricorre chi non è in grado di agire in altro modo. Segno di impotenza piuttosto che di trasformazione.
6: non costruire per l'eterno. .Perché fare polemiche infinite su progetti, magari non felici, ma certo non peggiori di ciò che si proponevano di modificare? Il ponte di Cellini a Roma, la tettoia di Isozaki a Firenze, il museo di Meier, sempre a Roma. E poi le recenti polemiche sugli interventi di De Carlo e Gehry... Non si tratta di lotte per l'ultima spiaggia. Un progetto lo si dovrebbe valutare nel tempo. Teniamoli per venti, trent'anni e poi decidiamo se conservarli o meno per altrettanti.
7: valutare il luogo. .Non tutti i luoghi sono uguali. Dire centro storico significa poco e nulla. Certi ambienti hanno valore inestimabile, altri meno, altri nessuno. E' sciocco pensare di conservare gli errori del passato solo perché sono stati. Per non farne altri, occorre però chiamare i migliori progettisti del momento -che non sono necessariamente i più famosi- valutandoli attraverso concorsi. Corollario: più il luogo è delicato, più l'architetto deve essere bravo e l'intervento consapevole, quindi tolto di mano alle strutture burocratiche.
8: stratificare. .La storia è sovrapposizione di eventi. Aspetti anche contraddittori purché dotati di senso sono un valore. La stratificazione permette di leggere l'antico senza falsificarlo, di affiancargli il moderno senza renderlo perenne. Lo si diceva prima, se tra trenta'anni ci accorgeremo che ci siamo sbagliati, si tornerà indietro. L'errore deve essere considerato una possibilità del gioco e quindi non è lecito proporre interventi irreversibili. Su questi principi mi sembra che sia da recuperare la filosofia di restauro dell'indimenticabile Franco Minissi, oggi colpevolmente accantonata. E anche una brillante storia italiana che va dal museo di Castelvecchio di Carlo Scarpa alla manica lunga del Castello di Rivoli di Andrea Bruno, con protagonisti del calibro di Albini e Canali.
9: fine della politica del contenitore. .Non tutto può contenere tutto. Edifici incompatibili con qualsiasi norma e standard sono il lascito di una politica che ha voluto conservare edilizia mediocre a qualsiasi costo. Occorre avere il coraggio di non accanirsi sui cadaveri, proponendo impossibili usi per pessimi edifici. Anche se con tutte le cautele del caso - cfr. quanto detto a proposito della reversibilità degli errori- dovremmo avere anche il coraggio di abbattere e ricostruire o di abbattere e basta. Corollario: controllare i costi. Restauri di decorazioni di scarso valore bruciano miliardi. Aveva senso riprendere tutte le mediocri decorazioni ottocentesche dell'Acquario di Roma quando con una bella imbiancata si sarebbe risolto il problema (se si voleva essere pignoli: si poteva salvare qualche campo e il resto lasciarlo alla cura di futuri archeologhi)?
10:lavorare sull'immateriale. .Uno spazio urbano lo si trasforma più con un mutamento di destinazione d'uso che con cospicui interventi edilizi. La pedonalizzazione di una strada, l'immissione di un bar in una piazza, le bancarelle e le attività di commercio parallele a quelle ufficiali, cambiano sino a stravolgerli, i connotati di un luogo. Nonè esagerato affermare che la vita dei centri storici, in bene e in male, è stata resa possibile proprio dai cambiamenti funzionali che sono scappati di mano ai nostri conservatori. Riuscire a gestirli o indirizzarli, sia pure attraverso politiche intelligenti e non vincolative, sarà una delle sfide dei prossimi anni.
11: evitare il finto provvisorio.. Decine di edifici sono deturpati da falsi interventi a carattere provvisorio che dureranno per secoli. Tra questi: scale di sicurezza, scivoli per handicappati, transenne. Ci rendiamo conto che si tratta di interventi funzionalmente essenziali che si sono potuti fare solo grazie all'ipocrita salvacondotto del provvisorio. Oggi è bene smascherarlo e porsi obiettivi più qualificati. Reversibilità dell'intervento non vuol dire finto provvisorio.
12: non feticizzare l'esistente.. Il feticismo porta all'esaltazione dell'oggetto indipendentemente dalla funzione. Alla riduzione a opera d'arte anche di ciò che non lo è. Da qui il prevalere della funzione contemplativa, la messa in custodia, la museificazione, la paura del contatto. Con i risultato che i monumenti sono isolati in gabbia, strappati alla vita urbana. Dimenticando che la gran parte dei reperti può, senza alcun danno, essere oggetto di ordinaria e straordinaria manutenzione e che comunque la salvaguardia di un mattone antico o di un gradino di travertino non può avvenire a scapito del suo uso.
13:il parassitismo. .Il centro storico non può vivere a spese della restante città, scaricando su questa i propri problemi. Non ha senso che esclusivamente nel centro trovino luogo le attività politiche e di rappresentanza. Non può diventare un'isola di evasione per politici pigri, istituzioni megalomani, privilegiati d'ogni sorta. Si noti, per tutti, in che modo le istituzioni pubbliche , Camera ,Senato, Ministeri hanno deturpato il centro storico di Roma con restauri pseudo-storicistici ai limiti dell'indecenza, carichi urbanistici insopportabili, facendo passare l'ottenimento di benefici per un servizio ai cittadini e contribuendo a mandare a monte il centro direzionale orientale.
Si osservi, per inciso, che quasi tutti i deputati hanno abitazione nel centro storico: casa e bottega.
Nei piccoli centri il parassitismo avviene quando il nucleo storico diventa l'unica immagine riconosciuta della città. Vi si inseriscono tutte le attività di pregio, avendo cura di sottrarle alla periferia ridotta a dormitorio. A San Marino , come ha ben documentato la mostra USE, appena si fa notte, il centro storico si spopola. Nella quasi generalità, le amministrazioni dei comuni italiani, invece di creare città complesse, scelgono la strada più idiota: valorizzare turisticamente i centri storici sovrappopolandoli di alberghi, ristoranti tipici, negozi tipici , centri congressuali, sedi dell'attività municipale, svuotando di funzioni pregiate il resto della città .
14: evitare mimesi e citazioni. .Inutile discutere su questo principio teorizzato anche da critici non in odore di eterodossia quale Cesare Brandi. Al massimo è lecito utilizzare uno storicismo di comodo quale grimaldello per ottenere permessi e prendere in giro i conservatori: come ha fatto -speriamo con ironia- Renzo Piano che ha dichiarato che i mouse dell'auditorium erano rivestiti in piombo per ricordare le antiche cupole romane. In genere queste affermazioni passano: infatti coloro che custodiscono la storia centimetro per centimetro e bazzicano per le accademie, di regola, sono coloro che la conoscono meno. Desidererei, tuttavia, sottolineare due interventi coraggiosi e intelligenti, affidati dalle Soprintendenze a progettisti esterni. Il primo ai mercati di Traiano a Roma, opera di Riccardo d'Aquino e Luigi Franciosini e di Nemesi, l'altro in una piazza di Cosenza opera di Marcello Guido. Pur nella diversità di approccio, sulla quale credo debba discutersi criticamente per valutare se e quando è opportuno un approccio più o meno invasivo, dimostrano che esiste una speranza, che ancora c'è un barlume di vita all'interno delle strutture preposte alla tutela del nostro patrimonio.
15:combattere per i principi.. Bisogna far valere la propria integrità professionale. Abbandonare un progetto valido e coraggioso solo perché tarda a ottenere il nulla osta, da parte di Sovrintendenze sempre più conservatrici e riluttanti, è una pratica che alla lunga ci si ritorcerà contro, conferendo a chi ha potere di vincolo una influenza enorme, spropositata rispetto alla sua effettiva capacità propositiva. Conosco progettisti che hanno tenuto duro, attivando tutti gli strumenti legali per ottenere tutela dagli abusi di coloro che volevano imporre logiche scioccamente conservative, e alla fine l'hanno vinta. Dicono gli americani: if a principle is worth having, it's worth fighting for. Se un principio ha valore, allora ha valore lottare per sostenerlo.
(Luigi Prestinenza Puglisi)



(Sandro Lazier - 12/5/2003)

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Commento 341 di Andrea Pacciani del 13/05/2003


Gentile Sandro Lazier,
leggere di “dilagante conservatorismo” nella architettura italiana contemporanea mi sembra un po’ paradossale e inutilmente vittimistico, mi piacerebbe fosse davvero così;
Non c’è un professore, dico uno, in alcuna facoltà di architettura italiana che insegna una materia vicina alla composizione architettonica tradizionale contemporanea; non c’è una rivista, dico una, che pubblica sparuti lavori di architettura tradizionale ben fatta da pochi stranieri; non esistono più maestranze depositarie delle conoscenze di trasmissione orale su come costruire a regola d’arte con le risorse tecnologiche e i materiali locali; non ci sono professionisti che progettano secondo tradizione, ma autoreferenzialisti di gusto più o meno raffinato che valicano dalla tradizione al kitsch; non esiste un P.R.G., dico uno, che consenta la ripresa del disegno urbano della città storica nei nuovi insediamenti. Non esiste un concorso di architettura, dico uno, in cui la giuria sia disposta ad accettare un progetto tradizionalista.
Mi sembra il suo uno scenario, purtroppo, non rispondente alla realtà anche se sono perfettamente delineati i due aspetti, da lei ben affrontati, del consenso dell’architettura da parte del pubblico e del divario culturale con il pubblico, sono assolutamente rilevanti per lo scenario prossimo venturo dell’architettura e della sua lettura faccio i complimenti.
Mi spiace solo che lei insista, come tutti i delatori della tradizione, con il concetto di “falsità“ che si abbina a quello di architettura tradizionale se fatta oggi (che credevo di aver fugato con i miei precedenti interventi, in questo sito, cui rimando lettura un po’ più accurata), mentre non c’è migliore elemento di espressione del proprio tempo e di contemporaneità dello stato dell’arte della tradizione.
Secondo il mio punto vista la riflessione da farsi è un’altra: come mai malgrado il sistema culturale-disciplinare-accademico-professionale abbia completamente sotterrato e sepolto ogni velleità all’architettura tradizionale, eliminandone ogni traccia, tale renderla risibile dietro motivazioni intellettuali superficiali, come emerge dai punti di Puglisi, questa torna quale unico scenario possibile di consenso popolare e vicina ai suoi fruitori?
E’ troppo facile dare dell’ignorante al pubblico. È un po’ come accanirsi contro il film da cassetta a difesa dell’incompreso film d’autore; io sono dell’idea che un buon autore possa fare cassetta e la storia del cinema ne è piena.
Difendiamo pure il funzionalismo in architettura contro le gratuità figurative che anche in quella tradizionale fanno male, ma non dimentichiamo che un edificio, una strada, un quartiere non devono solo funzionare ma anche avere a che fare con valori abitativi quali il senso di “appartenenza” ai luoghi, l’aspirazione alla “rappresentazione” della comunità insediata, l’“identificazione” e la “partecipazione” alla vita sociale. Credo siano questi alcuni degli aspetti che creano consenso e non risentono del divario culturale tra progettisti e fruitori e da quanto mi risulta non sono mai messi in primo piano nella architettura moderna.
Questi stessi valori radicati nella tradizione dell’abitare sono di fatto nelle aspettative della gente nella loro vita quotidiana. Lo hanno capito i pubblicitari e gli scenografi da lei citati, ma anche gli autocostruttori e i produttori di materiali edili che tirano in questa direzione con risultati sì risibili e posticci proprio perché vittime dell’assenza della architettura tradizionale da quei contesti sopra citati.
Non si capisce invece perché i progettisti oggi si illudono che la modernità debba contenere questi valori automaticamente e chi non riesce a trovarceli, nelle “citazioni” e nell’elaborazioni mentali degli architetti o è arretrato culturalmente, o ha bisogno di un critico che glielo spieghi (questo può andare bene per l’arte ma non per l’architettura!).

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