Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Sogno e precisione - Villa Colli

di Sandro Lazier e Renata Chiono - 28/7/2003


Renata Chiono ci segnala il recupero di Villa Colli (1928 - 1930), Cottage a Rivara Canavese degli architetti Gino Levi Montalcini e Giuseppe Pagano Pogatschnig. L'impegno dei proprietari per il recupero e la salvaguardia del moderno si sta scontrando con fatalità locali che comportano una scelta dolorosa tra la tutela del territorio e la contingenza di una ricostruzione industriale particolarmente molesta e rumorosa (stampaggio dei metalli). È di questi giorni la notizia che il ministro Urbani stia disponendo un disegno di legge recante "legge quadro sulla qualità architettonica" - tema di cui ci occuperemo presto - con il preciso impegno di dichiarare ufficialmente inaugurata una nuova stagione nella quale, la qualità architettonica e paesaggistica, assuma indipendenza e dominanza rispetto alle abituali emergenze delle vicissitudini sociali e politiche.
Per intanto, ci permettiamo di segnalare al DARC (Direzione Generale per l'architettura e l'arte contemporanee) la Villa Colli, oggi proprietà dei Chiono, affinché venga inserita nelle opere da tutelare e sottoporre a salvaguardia.

Sogno e precisione
di Renata Chiono

Di Gino Levi Montalcini e di Giuseppe Pagano Pogatschnig, binomio e quadrinomio, Domus ha illustrato ampiamente l'attività attraverso le loro opere maggiori e più significative. Con la Villa Colli, "Cottage in Canavese" degli anni 1928-30, si presenta una costruzione, più volte pubblicata, che denota caratteri molto interessanti sia nei rapporti dell'opera di Levi e Pagano, quanto in quelli del giovane movimento italiano di architettura moderna, nel quale gli architetti hanno una figura di grande rilievo.
Uno degli auspicati sviluppi dell'architettura moderna italiana è lo sciogliersi degli schemi che hanno caratterizzato e stilizzato l'architettura ultima, è il raggiungimento di una nostra indipendenza creativa. Di fatto questa costruzione è un segno molto interessante: concepita con tutti gli attributi della modernità, essa ne supera i luoghi comuni. Interessante come pianta e come organismo la casa propone, con i suoi ballatoi esterni ed interni, i più piacevoli e nostrani modi di vivere e di stare; non rinuncia a nessuna delle esigenze moderne ma vi assomma tutti i piaceri del nostro vivere all'italiana, piena di libero conforto, non rinuncia né al caminetto, né all'ombra delle gronde, in nome non di esempi stranieri perché le case a terrazzo sono prima mediterranee che centro-europee, ma di regole straniere. E', innanzi tutto, una casa tutta casa, niente macchinistica, e pur perfettamente funzionante: una casa che ti senti di amare subito con confidenza ed il cui valore quindi per coloro che la abitano durerà. Questo durare, effetto come di una amicizia fra i muri e gli abitatori, è una praticità da non dimenticare.
Domus - giugno 1930


Perché Villa Colli
La Villa venne commissionata per volere dei Signori Colli, come casa di vacanza. La storia ha un lato molto romantico, perché si dice che il Signor Colli volle qui la Villa, su questi terreni, perché qui aveva chiesto in sposa la Signorina Enrica Colombetti che diventò poi sua moglie, allora figlia dei proprietari dell'elegante Hotel Suisse, uno dei più importanti e prestigiosi hotels della Torino di inizio '900. Il Signor Colli fu, assieme a Frassati, fondatore della Stampa di Torino, sollevato poi dall'incarico dal Senatore Agnelli, non già per suo volere, ma per espressa richiesta del Duce, perché Colli fu un fervente antifascista, e si rifiutò sempre di avere la "tessera" del partito.
Per Giuseppe Colli inizia così un lungo periodo di forzata vacanza che divide fra questa villa in Canavese e l'abitazione di Torino. Qui vivono sei persone della famiglia, più cinque di servitù, fra cuoche, balie, cameriera, giardiniere ed autista. (L'automobile del Signor Colli è tutt'oggi conservata al Museo dell'Automobile di Torino). Alla fine della guerra, anche per avere una certa copertura di "credibilità", la famiglia Crespi, che tanto aveva sostenuto il partito fascista, ed allora proprietaria del Corriere della Sera di Milano, chiama Colli ad assumerne la direzione. La famiglia Colli si trasferisce così a Milano, e torna di tanto in tanto in Villa per i periodi di vacanza.
Durante la guerra, i Colli vissero qui sfollati, fino a che le SS naziste non li cacciarono per fare di questa villa, di così grande pregio architettonico, il loro "quartier generale" in Canavese: (Le colline circostanti erano rifugio di molti partigiani). La Villa visse così uno dei periodi più tremendi dalla sua costruzione. Il grande salone centrale venne adibito a stalla ove dimorarono dodici muli, sei per ogni parte. Le camere al piano superiore adibite a prigioni. Per intercessione del Senatore Agnelli, rimasto comunque in ottimi rapporti con Colli, Mussolini farà liberare la villa, e la famiglia Colli, dopo un lavoro di restauro non indifferente, riporterà la villa al suo primario splendore. La Villa rivive ed il Signor Colli desidera far dimenticare ai figli gli orrori della guerra. Nel campo da tennis (costruito dalla Ditta De Bernardi, tutt'ora esistente), vengono indetti tornei, sulla balconata viene spesso messa una orchestra che allieta le feste in Villa.
Qui trascorrono i week-end personaggi del mondo della cultura e giornalisti come Indro Montanelli, Guido Piovene, Mosca e molti altri importanti nomi del giornalismo italiano.
Tutti i mobili presenti erano stati costruiti appositamente per questa casa. Nel 1998 furono esposti a Palazzo Bricherasio a Torino.

Una più ampia descrizione viene fatta su "LA CASA BELLA".
Qui si parla ampiamente della casa evidenziandone i locali di soggiorno e pranzo, illuminati da luce diffusa per mezzo di una sbarra centrale sospesa al soffitto e da cubi di Atrax (tutte le luci della villa sono ancora originali e questi cubi, arrivarono da Berlino, con vetri della Zeiss n.d.r.) agli angoli, verso i ribassamenti delle stanze.Le sei stanze da letto al primo piano, vengono illuminate da vetri verso il balcone. Due bagni con guardaroba completano il piano, che vede anche una bellissima balconata che affaccia sulla hall di ingresso, ed una "galleria".
I materiali impiegati sono i più adatti all'ambiente campestre: in legno sono tutte le balaustre e le parti di sostegno del tetto ed i serramenti. La balaustra della terrazza al piano terra è in tubo di ferro a canottiera perché esposta alle intemperie. Lampade di ferro e vetro, protette dalle cornici del segnapiano, sono disposte agli angoli per illuminare di notte le terrazze.
Il caminetto, nella sala di soggiorno, è in mattoni e pietra di Borgone. Fra tanta modernità di arredo, il caminetto tradizionale - che qui è costruito alla moda inglese - mette una nota un po' nostalgica per le notti d'inverno. Piccole biblioteche (ancora presenti nella casa n.d.r.) sono un insieme pratico ed elegante.
La balaustra al primo piano, con la veduta della valle, su cui questo loggiato, come la passeggiata di un piroscafo, è un osservatorio assai poetico ed un luogo di riposo nella pace del bel Canavese, come era desiderio del proprietario.
Nella sala da pranzo un bellissimo mobile passavivande (ancora presente nella casa n.d.r.), in legno di noce, mette in diretta comunicazione con la cucina, alla quale si accede con un passaggio a doppia porta. Ampie finestre panoramiche permettono il godimento di un bellissimo paesaggio.
Tutti i pavimenti del piano terreno sono in lavagna nera, quelli del piano superiore sono in legno.
Lo scalone principale, importante e ben strutturato, è in marmo nero di Garessio.
Le pareti ed i soffitti in tutte le stanze sono in un medesimo colore giallo avorio. Tale unità di decorazione conferisce alla casa una pace ed una tonalità molto sensibile, non però disgiunta da un senso di grandiosità.
L'illuminazione della grande hall è ottenuta da un ampio lucernario a vetri opalini sul soffitto, e da quattro cubi di Atrax agli angoli.
Un esperimento riuscito, di trasferire il sistema di vita di una famiglia italiana su un piano di benessere comune ai popoli più ricchi e più attaccati a consuetudini di sobria signorilità. Con questo criterio, il tentativo dei due costruttori torinesi è un sogno che l'architettura moderna in Italia esca risolutamente dal periodo polemico, per passare alle attuazioni realistiche delle quali soltanto sarà chiarita la particolare fisionomia italiana delle nuove costruzioni.
L'aspetto di questa Villa in Canavese, i problemi che risolve, il suo valore artistico, sono, perciò, strettamente legati alle necessità che l'hanno ispirata, secondo il criterio di una originale funzionalità. Il carattere planimetrico interpreta i desideri del committente, al quale occorreva una casa fresca, ariosa, con grandi locali di rappresentanza ed abbondanti balconi e terrazze in ogni piano.
La Villa si erge su un pendio rallegrato da un magnifica vista della valle. Sotto la Villa trovano posto le cantine, la lavanderia, ed il pozzo per l'acqua potabile alimentante il serbatoio del sottotetto. L'ingresso secondario è disposto sul retro della casa, ma non sottovalutato. Per la sera gode della illuminazione di una lampada posta sopra una bellissima formella di Lenci degli anni 20, (probabilmente disegnata da Gino Levi Montalcini - n.d.r. - per cui si stanno facendo ricerche). La porta di ingresso è sovrastata da un tettuccio piano portante la scritta: "Là dove pace il ben sempre germoglia".
Seguono altre dettagliate soluzioni per i vari ambienti.
Si precisa che alcuni mobili originali sono ancora presenti nella Villa, ed è stato anche acquistato e conservato il pianoforte a coda tedesco che ornava la balconata ed il biliardo inglese di fine 800.
I quattro bagni sono in porcellane inglesi della Twiford, originali, ed anche le rubinetterie originali, in bronzo nichelato, sono state fatte restaurare e perfettamente funzionanti.
L'originale dépendence è stata anch'essa restaurata.
Tutte le luci della Villa sono originali.
La cancellata è attribuita allo scultore Callà.

Alla IV Triennale di Monza, nel 1930, sono esposti 36 progetti sul "tema di una villa moderna per l'abitazione di una famiglia, escludendo gli estremi della villetta economica e della villa sontuosa".
Il tema è di piena attualità: vi sono rappresentate, attraverso progetti di Albini, Bottoni, Diulgheroff, Pagano, Ponti, Ridolfi, Santoris e molti altri, tutte le tendenza che in quel momento animano il dibattito sull'architettura in Italia: razionalismo, novecentismo, futurismo…
Il progetto presentato da Pagano e Levi Montalcini per una villa in collina, nella scelta degli elementi architettonici accentua, a rischio di apparire schematico, la componente ideologica e programmatica razionalista.
Pochi mesi dopo Pagano e Levi Montalcini affrontano nuovamente il tema dal punto di vista più condizionato e realistico, di una commessa concreta: il progetto di questa villa per la vacanza di una famiglia di sei persone.
A prima vista l'impostazione è completamente sovvertita: l'impianto dei volumi, che là era articolato, qui è chiuso nella ritrovata simmetria di un parallelepipedo; le coperture piane sormontate da una pensilina hanno lasciato il posto ad un tetto a quattro falde; è scomparso il cubo di vetro dello "studio dell'artista" e ritroviamo al posto gli ambienti più prosaici del ménage familiare; nel basamento rialzato non una serra vetrata, ma cantine e lavanderie.
Ma la rigorosità del metodo rimane intatta di fronte al precisarsi del tema; anche il difficile incontro degli architetti razionalisti con le forme e i materiali della tradizione locale è controllato, evitando facili compromessi o cedimenti nel senso di un'"architettura minore", anticipando anzi l'atteggiamento nei confronti dell'architettura rurale che maturerà in Pagano negli anni successivi.
Il primo a cogliere gli elementi di novità di questa "casa fresca, ariosa", è Edoardo Persico, che le dedica, sulle colonne di Casabella un ampio spazio, nel settembre del '31.
Persico vi legge "il segno che l'architettura moderna in Italia esce risolutamente dal periodo polemico, per passare alle attuazioni realistiche".
Gli elementi di questo realismo e "di una originale funzionalità" sono riconoscibili nella "costruzione tale da poter resistere alle intemperie invernali", nelle "ampie finestre panoramiche che permettono il godimento del bellissimo paesaggio", nella balconata protetta dal tetto con consente una passeggiata e un soggiorno all'ombra, come era desiderio del committente. Fa eco a ciò "Domus" con un editoriale del 32', che rileva nel progetto "un segno interessante dello sciogliersi degli schemi" "una casa il cui valore nel tempo, per coloro che l'abitano durerà".....Una previsione che ha quasi valore di una PROFEZIA: dopo oltre sessant'anni la casa è ancora utilizzata e vissuta, anche se poco, ma sempre tenuta in perfette condizioni, dalla stessa famiglia, che l'ha conservata con cura anche negli interni e nell'arredamento.
Perché l'arredo, interamente disegnato dai progettisti, è "semplice, riposante e pratico", nel giudizio di Persico, ed è parte integrante della villa, della sua capacità di rispondere alle esigenze della vita che vi si svolge.

album fotografico

(Sandro Lazier e Renata Chiono - 28/7/2003)

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Commento 995 di Mariopaolo Fadda del 01/12/2005


Egr. Sig. Silvio Riorda
Sindaco pro-Tempore
di Rivara (TO)
ITALIA

e p.c.: AntiTHesi
www.antithesi.info/
Spazio Architettura
www.spazioarchitettura.net/


Apprendo dalle reti televisive e dai giornali americani (ma so che se ne occupano anche i media di altri continenti) della stoica battaglia intrapresa dall’amministrazione comunale di Rivara per tutelare il proprio futuro industriale messo a repentaglio dalla presenza di una villa privata.
CNN, FOX, NBC, CBS, New York Times, Los Angeles Times, Washington Post, Wall Street Journal non solo sottolineano, con diverse sfumature, la rilevanza internazionale della vicenda, ma dimostrano apprezzamento per le posizioni da Lei sostenute.

FOX News, per esempio, cita, in una corrispondenza da Rivara, una Sua lettera in risposta alle fastidiose intromissioni del FAI, in cui Lei afferma perentorio che la “preoccupazione è rivolta a questo punto non a ‘Villa Colli’... ma alle maestranze circa 150 famiglie occupate nelle aziende confinanti.” “E meno male! - scappa al cronista della rete televisiva che continua - da un lato una lussuosa villa e una famiglia (neanche rivarese) che la occupa, dall’altra una fabbrica e 150 (40 dice un’altra fonte non verificata) famiglie di Rivara, è chiaro che un’amministrazione lungimirante e paternalista deve tutelare le povere famiglie e al diavolo, una volta tanto, la cultura con tutti i suoi annessi e connessi.”

CBS dedica alla vicenda un’intero numero di “60 Minutes”, in cui ricostruisce i sei anni di angherie che la fabbrica confinante con la villa ha dovuto subire a seguito delle ripetute cause legali intentate dai nuovi rissosi “padroni” della Villa. Angherie supportate da associazioni e società di infimo livello che vanno dalla Società degli Ingegneri ed Architetti di Torino al Fondo per l’Ambiente Italiano, dai Giovani Architetti del Canavese all’Associazione Archivio Storico Olivetti. “Questi – dice il giornalista di CBS - la buttano sulla ‘Cultura’ pur di mettere in mutande 150 famiglie rivaresi vere. Senza nessun pudore si sono permessi di scomodare un premio Nobel e persino il Presidente della povera repubblica italiana! Finora senza risultati, per fortuna.”

Il servizio del Wall Street Journal si occupa, in particolare, del nuovo Polo di Stampaggio realizzato con fondi CEE a soli tre chilometri di distanza, che a parere del giornalista, è contro ogni logica economico-finanziaria ed uno spreco inaudito di soldi pubblici. “Il recente rilascio di una concessione edilizia per la costruzione di un nuovo fabbricato industriale confinante con la famigerata villa è la giusta decisione di un’amministrazione comunale gelosa della propria autonomia e del proprio campanile. Non sarebbe meglio, a questo punto, – si chiede ragionevolmente il giornalista newyorkese - che si trasferisse la famiglia proprietaria della villa, invece di costringere gli operai della fabbrica ad un incivile pendolarismo?”

Il New York Times titola in prima pagina “Italy: Nightmare and Sloppiness in Rivara” (che suona più o meno così “Italia: Incubo e pressapochismo a Rivara”). Nell’articolo, a firma del suo critico di architettura, si stigmatizza il comportamento “della gang di intellettuali [si proprio cosi li apostrofa, n.d.r] che tenta di far prevalere, ad ogni costo, il presunto valore storico-artistico della villa sul valore socio-industriale delle fabbriche che, come afferma Mr. Riorda, Sindaco pro-tempore di Rivara, ‘già al momento della costruzione’ circondavano la famigerata Villa (i maligni negano la circostanza), che quindi possiamo considerare un intruso in una zona ‘vocata all’industria’ come recita il Piano di Zonizzazione Acustica. Un oltraggio al patrimonio industriale di Rivara da far accapponare la pelle.”

Il Los Angeles Times dà notizia della costituzione di un cosiddetto Comitato Internazionale per salvare Villa Colli. “Tutta gente a cui non gliene importa nulla di Rivara, delle sue maestose fabbriche e delle povere famiglie operaie.” Scrive, senza peli sulla lingua, il responsabile della sezione economica del quotidiano angeleno.
A proposito, non si preoccupi se vede comparire il mio nome nella lista di aderenti, si tratta di una fastidiosa omonimia. Non ho nulla a che vedere con quel sordido individuo che fa solo, mi passi il romanismo, “caciara” per nulla. Forse le è sfuggita la sua ultima mascalzonata, un articoletto su quel fogliaccio online “Spazio Architettura”, scritto sotto l’evidente influsso di droghe pesanti.
Sa che le dico? Perchè non costituiamo anche noi un Comitato Internazionale per radere al suolo un’inutile e dannosa Villa? Ora che la vicenda è sui media di tutto il mondo, nei suoi giusti termini come abbiamo visto, sarà un gioco da ragazzi e agli intellettuali da strapazzo gli facciamo un bel cappotto.

Vediamo, infine, il presunto “valore” di questa casa di campagna. Progettata da d

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Commento 970 di Giannino Cusano del 05/10/2005


Leggo solo ora, attraverso il commento di Mariopaolo Fadda, di Villa Colli.
E' una vicenda ignobile, inqualificabile, vergognosa alla quale occore reagire. Non conosco l'intera vicenda se non per sommi capi, come era logico attendersi da una rivista.
Non faccio commenti né elenco, per ora, motivazioni a favore della villa: a caldo, credo urgente e necessario agire su due leve:
1. dare il massimo spazio per approfondire e divulgare ulteriormente questa vicenda e credo che Antithesi vorrà non solo rendersi disponibile ma anche spingere perché altri spazi di informazione si rendano disponibili;
2. occorre dare il massimo sostegno alle voci levatesi a favore di Villa Colli, a partire da quella del Capo dello Stato. Per questo credo che vada SUBITO istituito un Comitato per la difesa e la salvaguardia di villa Colli, che coinvolga figure di prestigio e comuni cittadini, e che sia capace di interloquire con le autorità locali. Io credo che alla fine almeno il buon senso (che è cosa diversa dal senso comune) possa prevalere.
Dichiaro sin d'ora tutta la mia disponibilità per qualsiasi iniziativa atta pernseguire lo scopo auspicato: lettere al sindaco, all'Unione Industriali, al Ministro Urbani, al Capo dello Stato, al Sindaco o qualsiasi altra cosa sia auspicabile e sperabilmente efficace.
Ci faccia sapere anche la sig.ra Chiono, che ha il polso della situazione, cosa davvero può essere utile in questo momento: il sostegno morale non basta e non intendo esprimerne. Forse è tardi, ma serve sostegno concreto e operativo.
E non è solo una questione di coscienza o di sensibilità: se non siamo disposti a scommetterci su nemmeno un capello, se cediamo alla rassegnazione e al pessimismo e gettiamo la spugna prima di aver tentato alcunché, non lamentiamoci poi se, in campo architettonico (solo?) , le cose in Italia vanno male: ce lo siamo (e ce lo saremo sempre di più) cercato e ampiamente meritato!
Possibile che non abbiamo più nemmeno la forza per scommettere su noi stessi? E se è così, non ci vergognamo per come ci hanno ridotti? G.C.

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Commento 969 di Mariopaolo Fadda del 03/10/2005


Torno brevemente sull’argomento Villa Colli-Chiono, segnalato da AntiThesi nel luglio del 2003.

La denuncia di allora non ha prodotto nessun apprezzabile risultato e Renata Chiono sta per gettare la spugna. “Sinceramente disperata per quanto accade qui ogni giorno, ho pensato più volte di arrendermi, senza poi attuare questo mio pensiero... Con la prospettiva di un nuovo capannone industriale non posso pensare di andare oltre”, nonostante coltivi, in cuor suo, timide speranze “Ho ancora tanti progetti: ciò che oggi vorrei, è proseguire questa folle operazione culturale, organizzando un Congresso Internazionale di Architettura dedicato a Pagano, Levi-Montalcini e Alberto Sartoris, tre architetti torinesi a confronto.
Creare momenti di aggregazione offrendo gratuitamente, come sempre, lo spazio del giardino, che mi è stato richiesto da una associazione che opera per un teatro creato da persone diversamente abili, affinché possano realizzare un loro spettacolo.”

C’è da fremere di vergogna nel vedere le traversie a cui si è esposta Renata e alle angherie che ha subito e subisce per fare quello che in un qualsiasi paese civile le avrebbe procurato onori e riconoscimenti. Si sono mossi la Società degli Ingegneri ed Architetti di Torino, il Fondo per l’Ambiente Italiano, i Giovani Architetti del Canavese, l’Associazione Archivio Storico Olivetti, si è mosso persino il Capo dello Stato. Sono state fondate l’Associazione Storico-Culturale E X T E N S A Ratio e la biblioteca dedicata a Pagano e a Levi-Montalcini, ma di fronte all’arroganza di un’amministrazione comunale cieca e sorda e alle prepotenze corporative dei sindacati non c’è nulla da fare.

La vergogna di questa vicenda non sta solo nel prevalere di ottiche rozzamente economicistiche a danno della cultura, ma anche nel generale disinteresse degli addetti ai lavori. Accademici di fama, critici, storici e liberi professionisti si distinguono per il loro silenzio assordante, qualche rantolo, ma nulla di più. Per non parlare del Darc, il carrozzone di burocrati in carriera, che giorno dopo giorno si qualifica sempre più come un’offesa e un insulto alle ragioni dell’architettura moderna.
Due sole le risposte all’appello lanciato da AntiThesi.
I nostri architetti, sempre pronti a difendere a spada tratta catapecchie, purchè vecchie, a deprecare lo sfacelo del nostro patrimonio storico, a firmare commoventi appelli per le sorti dell’architettura moderna italiana, a inseguire le ultime mode non hanno tempo da perdere con cose insignificanti come la ventilata distruzione di “un'opera significativa della vicenda architettonica italiana del XX secolo.”
Uno spettacolo di pavidità e indifferenza da iscrivere nel libro nero dell’architettura italiana.

Mentre 35 baroni e baronetti esibiscono, sulle colonne del Corriera della Sera, l’ipocrisia di una intera casta, Renata Chiono, una non-architetto, difende in solitudine, con i fatti (cioè con impegno fisico, mentale e finanziario), “la continuità di una ricerca che ebbe inizio negli anni trenta del Novecento.” Un ceffone morale all’intellettualismo inerte del mondo accademico e professionale.

Grazie Renata per questa lezione di tenacia, civiltà e amore per l’architettura. Un vero appello per la promozione dell’architettura italiana, che sottoscrivo senza riserve.

Mariopaolo Fadda
Los Angeles, 3 ottobre 2005


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Commento 527 di Chiono del 29/11/2003


Più che un commento è una precisazione:
all'inizio dell'articolo si legge dello scontrarsi della Villa con una "ricostruzione industriale". Mentre invece non si tratta di una ricostruzione, bensì di far mettere a norma una fabbrica che è nata ben dopo la villa Colli, ma che è ormai vecchia, obsoleta e che danneggia con rumore, scarichi. fumi e vibrazioni oltre all'ambiente circostante e altre case, anche la Villa Colli.
Sindaco, ammiistrazione e perfino l'Unione Industriali del Canavese si sono scherati con l'azienda, siccome generalmente poco importa del patrimonio architettonico ancorchè poco compreso di questo periodo.
Non solo: i proprietari della villa sono stati minacciati di sit-in di fronte alla villa stessa, bloccando il traffico della provinciale, di arrivare con le ruspe per abbattere la villa in modo che si risolva una volta per tutte il problema Villa Colli.
I proprietari della fabbrica hanno minacciato di chiudere lo stabilimento con articoli minatori e davvero un poco ridicoli comparsi su vari settimanali e quotidiani, dove, per colpa della villa Colli loro avrebbero chiuso TUTTI i loro stabilimenti (non solo quello vicino alla villa (e non si comprende bene il perchè) lasciando a casa (si leggeva nei primi articoli) centinaia, anzi migliaia di persone. Preciso che la fabbrica vicina non impiega nemmeno quaranta dipendenti che, se pur importanti, non sono "centinaia". Inoltre questi dipendenti sono spesso oggetto di gravissimi incidenti sul lavoro dovuti proprio all'incuria con cui è tenuta l'azienda stessa. Solo di recente è intervenuto l'elisoccorso per trasportare feriti gravissimi di cui uno ancora in prognosi riservata.
Ora mi domando come mai si debbano chiudere tutti gli stabilimenti per uno che non è a norma e disturba e crea vibrazioni e rumore giorno e notte. Mi domando come mai il Comune si schiera solamente con l'azienda e non con i proprietari della villa che desiderano fari rivivere un importante momento di storia dell'architettura in questo paesino del Canavese, che ha bisogno sì di lavoro, ma anche di cultura, creando in questa villa una biblioteca ed un punto di incontro per gli studiosi, naturalmente senza fini di lucro. Mi domando come mai si sia sempre così insensibili verso l'arte.
In un paese in cui, poi, per queste vechie ed obsolete fabbriche è stata individuata e costruita un'area per la loro ricollocazione con costi molto contenuti per l'acquisto dei terreni in cui è sorto il nuovo "Polo dello Stampaggio in Canavese", così tanto sollecitato dai Comuni e dall'Unione Industriali del Canavese.
E ci sarebbe ancora tanto da dire................

Renata Chiono

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