Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Abbiamo una formazione Cybermediale?

di Domenico Cogliandro - 4/9/2003


Molto è stato detto e molto ancora si dirà, magari fino alla noia, di architettura e medialità, spazio e realtà virtuali, cyberspace e quant'altro attiene le questioni di relazione tra il reale e tangibile mondo degli umani e quell'altra cosa, tutta informazione e rappresentazione, che è più eterea e numerica che ha a che fare, non so se "è", con l'idea delle cose.
Finché queste riflessioni attengono, e atterranno, la sfera del sensibile ci si potrà cincischiare intorno, giocando a rimpiattino con la legge delle probabilità e il rapporto forma/funzione, con lo studio della meccanica dei fluidi applicata alla passeggiata sulla luna di Neil Armstrong o il rapporto entropico tra la mia passeggiata sulla tastiera del computer e l¹anomalia di un tornado nel sud dell'Alabama.
Speculazioni teoriche e filosofiche utili a muoverci di un millimetro in avanti, poco ma sostanziale.
La questione è stata dibattuta da filosofi e teoreti, e ha portato quasi sempre alla fatidica frase, di cui già in altri lidi ha detto ironicamente Ugo Rosa, "qui il problema è un altro", oppure, aggiungo io con meno verve poetica, "sembra la fine di un discorso, ma è solo l'inizio". Punto e a capo.
Ci si confronta sovente con una maniera kafkiana di ritornare sui propri passi, cancellando con un colpo di spugna lo sforzo fatto per arrivare al punto in cui s'era arrivati; è un vizio territoriale, probabilmente, ma rimane e si perde comunque del tempo ad estirparlo. Io non sono un esperto delle mode e dei vizi virtuali, non sono aggiornato sulle novità in materia, non so dei movimenti d'architettura che in questi mondi s'arrischiano a viaggiare che poche notizie: o rubate alle nostre webzines (sono anche un cattivo anglofono) o tratte dai testi di Luigi Prestinenza Puglisi, che ha caricato su di sé questo critico fardello, o da uno o due pamphlet della collana di Testo&Immagine.
Ho seguito soltanto le traversìe di un lavoro di laurea, mi capita anche questo, che ha il merito e la colpa assieme di essere arrivato abbastanza in anticipo sull'approfondimento "sostanziale" della questione, in antitesi al portato filosofico e alla esegesi speculativa di cui sopra. Non solo. Maurizio Marrara ha voluto fare di più per confrontarsi con i temi da lui trattati e sviluppati: li ha trasformati in un sito in maniera da trovare una o più sponde interessate alla questione. Un suicida, dunque. O, grosso modo, quello che siamo noi tutti: coscienti suicidi che divagano e divulgano di architettura e ambiente, di luoghi e di distanze, alla faccia dei ruoli e dei percorsi dettati dalle tendenze ufficiali a cui affrancarsi.
Un compagno di viaggi, allora. Meglio così. La scelta di una cicuta pericolosa almeno quanto i temi che tratta dipende anche dagli ingredienti che la compongono: non si ferma alla pelle della questione (che ha a che fare con tutto ciò che pertiene la rappresentazione delle cose) ma infierisce sulle carni crude e arriva a toccare argomenti legislativi, disciplinari e didattici. Questioni spinose anche per gli addetti ai lavori. La domanda che si fa è più o meno questa (che io complico e semplifico al tempo stesso): posto che la strada per la definizione di architetture con spazi di altra dimensione rispetto a quella convenzionale, che sanno del cheapscape gehriano ma si spingono fino alle visioni oniriche gibsoniane (quanto mi piace complicarmi la vita, eh?), debba passare non solo per il selfmade postuniversitario ma anche per una formazione universitaria di base e specialistica, in che maniera è possibile affrontare la questione proponendo un modello ³ragionevole² di riferimento che tenga conto delle possibilità e delle limitazioni adottabili per legge? Cioè, mi traduco, si può insegnare in una Facoltà di Architettura a diventare Architetto Cybermediale? E che sbocchi professionali può avere una laurea con questa specializzazione?
Oggi, grosso modo, quelli che si occupano di progettazione e di comunicazione del progetto mediante strumenti differenti da quelli delle ormai scomparse eliocopie, oggi, dicevo, quasi tutti gli studi professionali sanno come adeguarsi tecnologicamente e linguisticamente ai tempi e ai committenti acquisendo "materiale umano", si dice così, che per passione (e non dalla scuola) ha ricevuto il battesimo di silicio e da lì ha proposto il proprio "essere lì per fare quelle cose" ad una vasta platea. La ricerca di Marrara si incista in questo spazio della formazione che, almeno in Italia, oggi vale meno di un euro bucato e che, per accontentare le folle di nuovi iscritti (o, meglio, per accaparrarsene il maggior numero possibile), non fa altro che inserire tra le discipline una cosa che si chiama, in maniera autarchica, "Disegno automatico" come esempio della collateralità di un argomento a cui, suvvia, non si può dare, disciplinarmente, tutta questa importanza.
Ricordo che quando nel 1992 proposi ad un collegio di docenti un tema da trattare per la mia tesi di dottorato di ricerca che suonava così "La rappresentazione tradizionale e il cyberspace", mi si disse che non avrei trovato interlocutori e che l'argomento aveva più a che vedere con la fantascienza che con le potenzialità della rappresentazione analogica. Io accettai il consiglio di cambiare tema ma, comunque, per bastian contrario, proposi una tesi redatta utilizzando le rappresentazioni virtuali e una navigazione virtuale nello spazio ricostruito di un edificio distrutto dal terremoto del 1908.
Sono passati quasi dieci anni da quella tesi di dottorato di cui oggi non mi rimangono che alcuni brandelli originali, e sarebbe ora di riprendere in mano l'argomento, visto che negli ultimi quattro anni c'è stata un'esplosione linguistica che media temi provenienti dal cyberspace per assecondarne i ritmi e proporli alla fattibilità concreta dell'acciaio e del cemento: nulla può impedire, adesso, che il linguaggio continui a trasformarsi. Se questo linguaggio assumerà coscienza del proprio essere si porranno davanti due stadi di evoluzione: uno conservatore (per così dire) che a partire da un corso di studi universitario in architettura cybermediale consolidi le conoscenze in questo campo e controlli il fenomeno per laureare dei professionisti pronti ad affrontare un mercato in rapida evoluzione; un secondo progressista, che a partire da quel corso si renda conto che i linguaggi e le tecnologie non solo vanno usati ma vanno anche progettati, almeno quanto le opere, e tenderà a schierarsi su un confine mobile pronto a rimanere in trincea o a sferrare un attacco improvviso (a costo anche di perdite considerevoli) non appena si intraveda una strategia diversa da quella conservatrice.
Ogni posizione, inoltre, avrà sue alternative e filiazioni, ma questo appartiene già al futuro.
Ora bisogna partire da un punto di riferimento, e io ritengo che la ricerca di Marrara (navigabile, almeno in parte, sul suo www.cybermediarchitect.com) abbia quel qualcosa di buono che sta in bilico tra l'innocenza dell'allievo e la coscienza del professionista, la prima priva della seconda e viceversa possono indurre sonnolenza o ipertensione.
E', ovviamente, una strada tutta da percorrere, ma da questa strada se ne possono biforcare molte.


(Domenico Cogliandro - 4/9/2003)

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Commenti
1 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 952 di Carmelo Aretusa del 12/09/2005


Ho visto il sito della cybermediarchitettura è mi sembra fantastico. www.cybermediarchitect.com
Se ci fosse un laurea che si occupasse di questo e formasse delle menti che fossero pronte a interloquire su questi argomenti con le vecchie generazioni di architetti sarebbe una grande rivoluzione.
Perchè non creare dunque una facoltà con queste caratteristiche?!
Le risposte sarebbero innumerevoli. Con me in testa.
Carmelo Aretusa
Facoltà di Architettura di Siracusa

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