Giornale di Critica dell'Architettura
Linguaggio Architettura

Testo e contesto: è ora di finirla

di Sandro Lazier - 7/5/2001


Tra i peggiori luoghi comuni della lingua architettura spicca, per numero di riferimenti e per la popolarità di cui gode, il termine contesto. Non v’è persona, tacendo la sua scienza, che non celi il proprio dissenso per le manifestazioni eterodosse della cultura contemporanea con la frase “ …è fuori dal contesto…”. La forza del pregiudizio è tale - dico per esperienza diretta - che il termine assume qualifica di categoria per negare anche il principio fondamentale di ogni democrazia: la libertà di parlare (nel mio caso architettura). Coloro i quali, chiamati istituzionalmente a verdetto, ricusano in virtù di un preteso “contesto”, paradossalmente negano il contesto “democrazia” dentro al quale è tenuta la misura del loro giudicare. Logica singolare, circolare, insostenibile razionalmente. Logica comunque dilagante che, dalle aule universitarie fino alla commissione edilizia del più piccolo paese, sostiene questa semplificata procedura di giudizio contro l’invisa facoltà degli individui di rappresentare liberamente la propria esistenza.
Ammesso che la valutazione propriamente critica, quindi relativa al linguaggio ed alla sua tensione poetica ed espressiva, è nutrita di cultura e conoscenze non ordinarie, è davvero sorprendente il numero di commissioni, comitati, esperti, funzionari che la legislazione nostrana è riuscita a produrre sulla testa dello sprovveduto cittadino. Il dilagante scatolame in stile (razional-popolare o postmoderno o vernacolare) della nostra architettura di massa è figlio legittimo di commissioni, comitati, esperti, funzionari che, a quanto pare, non funzionano.
Ma questo non importa quanto il credo che tutto avvenga nel e per il “contesto”. Compresa la repressione degli individui nelle loro cellette condominiali; compresa la rinuncia a disporre come meglio si crede della propria vita domestica; compreso l’obbligo di pagare queste privazioni un prezzo molto salato.
Il godimento meschino del divieto imposto gratuitamente ai propri simili – protofascismo genetico della natura italica – nel mondo dei nani della cultura pomposamente ha titolo di “contesto”.
Bene, è finalmente venuta l’ora di fare chiarezza.
Mutuato dalla linguistica e dalla semiologia (o semiotica per coloro che apprezzano la distinzione) il termine contesto presuppone un testo. Per testo è da intendersi un racconto, o meglio narrazione, espresso all’interno di un linguaggio non parlato. Un libro è un testo poiché le parole per essere espresse hanno necessità di un segno: lo scritto che sta all’interno del linguaggio scrittura. Un’architettura è un testo poiché le sue parole hanno necessità di segno spaziale (architettonico) che sta all’interno del linguaggio architettura. Una città è un testo scritto con parole di architettura all’interno del linguaggio architettura, a sua volta parola del metalinguaggio urbanistica. La stessa scienza è un testo, o meglio un metalinguaggio, le cui parole necessitano di un ulteriore linguaggio e relative parole fornite dalla matematica.
Tutto questo pare coerente ed inoppugnabile. Ma tutto questo, come un semplice libro, presuppone un inizio o un assioma, una trama o una regola, uno sbocco o un risultato: una storia o narrazione. La struttura che contiene la narrazione, la lingua, ne determina il limite oltre il quale cessa la comunicazione. La struttura, quindi, presuppone una forma costruttiva dei contenuti e dei significati, una macchina logica che funga da sintassi. Presuppone, soprattutto, una regolarità logica e non disturbata. Presuppone e produce alla fine una sistemazione categorica ed enciclopedica della conoscenza. Tutta la costruzione della nostra conoscenza sembra reggersi grazie a questo sistema di strutture. Nessun testo può essere compreso se le parole che lo definiscono non fanno riferimento allo stesso. Il testo è quindi quella storia che si esprime con le parole che la definiscono. Il contesto, paradossalmente, esiste dunque prima che la storia sia scritta.
Per la ragione filosofica la “cosa”,” l’essere” esiste prima della sua narrazione. Per Heidegger la “cosa”, “l’essere” vaga angosciosamente fino alla sua dimora che è il linguaggio: non c’è cosa senza linguaggio; l’essere alla fine è linguaggio.
Il testo, lo scritto, traduzione della “cosa” in segno, alla fine è segno. Da Platone fino all’altro ieri il segno non ha avuto vita propria, essendo dipeso dalla parola e dal suo significato, dalla “cosa” di cui è rappresentazione.
Il filosofo francese Derrida non è d’accordo. Tra “cosa” e sua rappresentazione, tra essere e linguaggio per usare i suoi termini, vi è pari dignità ontologica; il linguaggio non coglie tutto l’essere e tra i due esiste uno scarto (différa(e)nce), una differenza che legittima l’autonomia della scrittura. Anzi, il linguaggio scritto, il segno offre maggiori possibilità di analisi rispetto a quello parlato per la ragione che la scrittura libera l’essere dal contesto in cui è intrappolato. “Decostruire” il linguaggio significa quindi spezzarlo, frantumarlo, esaminarlo per parti, decontestualizzarlo affinché le differenze non rimangano precluse all’analisi e all’interpretazione. La conoscenza, dunque, pare rifiutare il contesto, nutrendosi di differenze e frantumazione che anzi lo aborrono. Filosoficamente è la fine di una tale necessità unificatrice e della storia che ne narra l’aspetto costruttivo.
Il linguaggio architettura è forse immune dalla descritta necessità epistemologica? Direi proprio di no e, anche se personalmente ritengo limitante giustificare il segno architettonico con argomenti filosofici, trovo appropriato confutare l’invasione della linguistica nell’architettura con argomenti, appunto, della linguistica, della semiologia e della filosofia.
Basta “contesto”, quindi, per favore.

(Sandro Lazier - 7/5/2001)

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