Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Problemi di metodo

di Mariopaolo Fadda - 9/9/2003


A West Hollywood, uno degli 88 comuni che formano l’area metropolitana di Los Angeles, un imprenditore ha presentato il progetto per la realizzazione di un condominio, sul lotto confinante con la casa-studio che Rudolf Michael Schindler costruì per sè stesso nel 1922, agli albori del movimento moderno. Schindler giunse nella città californiana per seguire i lavori della Barnsdall House (Hollyhock) perché Wright era impegnato in Giappone con l’Imperial Hotel. Il progetto presentato dall’imprenditore è in conformità con il piano urbanistico della città ed ha ottenuto le necessarie autorizzazioni. Gli attuali proprietari della casa-studio, il MAK (Centro Arte e Architettura) si preoccupano per l’impatto che la nuova costruzione potrebbe avere con l’opera schindleriana. Che fanno? Urlano? Minacciano le barricate? Invocano California Nostra? Fanno istanza al giudice perché blocchi tutto? Nulla di tutto ciò.
Organizzano, a loro spese, una competizione a cui partecipano eminenti sconosciuti (cito i più sconosciuti): Zaha Hadid, Peter Eisenman, Eric O. Moss, Coop Himmelb(l)au, Dominique Perrault, Michael Maltzan, Günther Domenig. La giuria, presieduta da un’altro eminente sconosciuto (certo Gehry) premia ex-equo tre progetti (Hadid, Eisenman, Odile Dcq + Benoit Cornette).
Le differenze tra le proposte non potevano essere più marcate. Hadid, ad esempio, agisce per contrasto: una torre per abitazioni alta 21 piani per rimarcare il valore di quel edificio “sdraiato” per terra; Eisenman si muove in sintonia con la celebre preesistenza proponendo una serie di garden-galleries ad un solo livello fuori terra, come la Schindler House.
Architetti diversissimi tra loro, uniti dalla comune passione per l’architettura ed i suoi valori. Una risposta, se mai ce ne fosse bisogno, a chi sostiene che essi hanno scordato, in nome di presunte frivole mode, i compiti sociali dell’architettura.
In una società libera e liberale la libera cultura risponde così, con un confronto di idee, alle istanze, pur legittime, di interventi privi di qualità ed insensibili ad opere del recente passato. Potrebbe essere una battaglia persa (pare che i lavori inizino a fine anno), come fu battaglia persa il concorso, nel 1931, per la sede dei Soviet dove vinse il lugubre monumentalismo accademico di Boris M. Iofan a fronte delle originali soluzioni dei migliori esponenti del movimento moderno (Le Corbusier, Gropius, Mendelsohn) e dei razionalisti russi. Ma alcuni dei migliori architetti in circolazione mettono li quelle proposte a futura memoria: che nessuno si azzardi più a dire che non c’erano alternative, che nessuno si azzardi più a dire che gli architetti moderni non si battono per la conservazione del patrimonio architettonico, che nessuno si azzardi più a dire che sono insensibili al “contesto”.

Proviamo ad immaginare per un attimo come avrebbero reagito in Italia la cosiddetta società civile e la libera cultura in una situazione simile a quella angelena. E qui è necessario armarsi di fantasia perché, è difficile immaginare una reazione qualsiasi per salvaguardare un’opera moderna. L’esempio della Casa della Scherma di Moretti, massacrata impunemente dallo stato e contro cui sono pochissime le voci che si sono levate contro e che si sono infrante contro con il culo di gomma dei burocrati ministeriali ed il muro di omertà dell’associazionismo parastatale. Un’opera del movimento moderno non suscita grandi entusiasmi perché al “piccolo uomo” (Alvar Aalto) è stato insegnato che il moderno mira a corrompere e a distruggere l’antico e quindi va additato al pubblico ludibrio.
Ma facciamo uno sforzo supremo. Supponiamo che qualcuno voglia costruire sul lotto confinante con la Chiesetta di Collina di Michelucci. Il tutto in conformità con le norme del piano urbanistico. La società civile (Italia Loro, Gli Amici della Tradizione, Toscana che ride) che fa? L’unica cosa di cui è capace: presenta immediatamente un’esposto alla magistratura chiedendo il blocco del progetto (figuriamoci se gli azzeccagarbugli non troveranno un cavillo giuridico nella giungla di leggi e leggine che ricopre la penisola dalla Sicilia all’Alto-Adige). Di pari passo grandi strepiti sulla stampa del trombonismo accademico con tanto di contorno di tribuni in cerca di proseliti pronti ad accusare la modernità di non rispettare il nostro passato. (Le architetture di ieri sono sempre meglio di quelle di oggi).
Alternative? Soluzioni? Neanche per sogno: “quel intervento non s’ha da fare!” sentenziano i Don Rodrigo del proibizionismo. Punto e basta. Avanti il prossimo!
Un metodo, questo, animato da spirito statalista, autoritario, illiberale. Un metodo che invece del campanello d’allarme suona le marce militari, che invece di sondare alternative invoca interventi autoritari, che invece di proporre soluzioni pretende la legalizzazione dello “status quo”. Un metodo degno dei Soviet.


(Mariopaolo Fadda - 9/9/2003)

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