Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Urbatettura e sogni drogati

di Mariopaolo Fadda - 15/9/2003


Un interessante servizio sul numero di agosto di Architectural Record: "Design of Cities".
Vengono illustrati quattro progetti (3 negli USA uno in Germania) completamente diversi uno dall'altro ma accomunati dalla dimensione urbatettonica degli interventi.
(archrecord.construction.com)
Magistrale il progetto dell'Hadid per il Rosenthal Center for Contemporary Art a Cincinnati (che capeggia sulla copertina del numero di ottobre di Architecture). "Alcuni privati cittadini e generosi donatori hanno fatto quello che note corporations, pianificatori e consiglio comunale non hanno fatto. Costruendo coraggiosamente - ed essendone elogiati - hanno ridato self-confidence alla città." Scrive polemicamente Jayne Merkel.
Metodologia ineccepibile quella di Herzog & de Meuron nel Fünf Höfe a Monaco, anche se non sempre felici le soluzioni formali (dovute anche ad altri architetti). Il riciclaggio, in chiave moderna, delle corti interne di un isolato urbano.
L'università della Pennsylvania si è messa in testa di interagire con città e quindi si è presa la briga di reinserire nel circuito urbano un'area confinante con il campus. "MCDeath" veniva chiamata la zona, per la presenza di fast foods e per l'alta incidenza di crimini. Il progetto di Wood e Zapata per il cinema e il parcheggio, pur non raggiungendo vette eccelse parla un linguaggio schiettamente moderno (interessante la reminiscenza gehriana nel telo metallico che avvolge il parcheggio).
Tacoma, una cittadina industriale del nordovest americano ha deciso di liberarsi della subalternità verso Seattle puntando sulla cultura. Agli edifici, in gran parte insignificanti, dell'area intorno all'Union Station (edificio Beaux Arts) si aggiunge il Tacoma Art Museum, di Predock, che spicca per le sue chiare, semplici linee moderne. E la cittadinanza apprezza.
Non intendo comunque focalizzarmi sui singoli progetti (chi vuole può vederli documentati sul numero di AR) quanto piuttosto soffermarmi un'attimo sul generale problema sollevato da James S. Russell che, nella presentazione di quattro progetti, scrive: "Centodieci anni fa, l'esposizione mondiale di Chicago promise una scintillante città Beaux-Arts - un sogno in stucco bianco progettato da una mano architettonica. Oggi, gli architetti che hanno capito che gli edifici possono avere un'enorme influenza sull'intorno, quietamente riempiono il vuoto lasciato dall'eclissi dell'urbanistica della grande-idea."
Che gli edifici possano avere un'influenza sull'intorno gli architetti contemporanei non mi pare una scoperta eclatante. Basta dare uno sguardo alla storia. Cosa invocava Zevi? "La storia come metodologia progettuale." Ed infatti gli architetti moderni non fanno altro che leggere e rileggere la storia, senza paraocchi, senza inibizioni, senza ridicole subalternità. E vi innestano la loro creatività.

Nel 1492 a Ferrara, Biagio Rossetti fa un magistrale piano di espansione che preserva il centro antico della città e lo ancora ad alcuni snodi di rilevanza architettonica. Un piano urbatettonico, un piano pensato per "luoghi deputati", come scrisse Zevi, in tre dimensioni. Gli architetti contemporanei, in assenza di qualsiasi piano, sono costretti ad inventarsi quei "luoghi deputati" mentre la classe politica e quella imprenditoriale sono impegnate nel massacro di quelle poche idee geniali che consentirebbero di fare piani urbatettonici.
La geniale idea di Piccinato dell'asse attrezzato (la grande-idea di cui parla Russel?) a Roma viene prima annacquata (SDO) poi affogata in un mare di vuoti slogans: "piano delle certezze", "pianificar facendo". Piccinato pensa di ancorare l'espansione di Roma e la salvaguardia dell'area storica ad una struttura lineare punteggiata da emergenze architettoniche. Ma, non una delle decine di amministrazioni di sinistra, di centro o di destra, che si sono succedute alla guida della città, ha avuto il coraggio di abbracciare quell'idea. Da un lato una testa geniale che pensa e parla urbatettura, dall'altro una classe politico-imprenditoriale irresponsabilmente sorda alle istanze della cultura. Vincono ovviamente i sordi irresponsabili.
E, visto che parliamo di Roma, come dimenticare la lezione michelangiolesca dei "poli", delle emergenze con cui il genio toscano innervò lo sviluppo urbano della Roma del '500 e oltre?
Ma, per tornare all'attualità, un recente progetto di Rem Koolhaas, ad Oslo, sembra, in scala ridotta, un'evoluzione dell'idea di Piccinato.

(http://www.statsbygg.no/prosjekter/vestbanen/dbafile2291.html)
La sua proposta è quella vincente di un concorso di idee ed il Directorate of Public Construction and Property, che lo ha bandito, svilupperà un master plan secondo lo schema vincente, e quindi venderà l'area ad investitori privati.
L'area nonostante sia contermine alla sede del comune, alla vecchia stazione centrale e ad un grosso centro che ospita offici, negozi, cinemas nel cuore della capitale norvegese è da anni smorta e dismessa.
L'iniziativa prevede la costruzione di circa 40,000 metri quadrati di uffici, 50,000 di abitazioni, 50,000 di spazi commerciali, un albergo di 400 camere più centro conferenze, 20 sale cinematografiche un museo e la nuova biblioteca cittadina.
Il pezzo forte della proposta di Koolhaas è l'edificio che fluisce come un'ameba ed occupa gli interstizi tra i vari corpi edilizi. Quest'ameba è la biblioteca che però assorbe più funzioni. Il museo ad esempio potrà usare le sue sale lettura ed il teatro per esibire la collezione permanente. L'hotel potrà offrire ai propri clienti il sevizio di Internet della biblioteca raggiungibile facilmente dalla lobby.
Il piano potrà essere realizzato, in tutto o in parte, ma l'ameba sarà li pronta a catturare l'"intruso" di turno.
Ecco una metodologia valida anche per risanare le lacerazioni dei nostri centri storici o per riciclare creativamente le nostre informi e devastate periferie.

La considerazione sull'urbanistica di Russell è talmente generica da generare un dubbio. Si riferisce all'urbanistica dei maestri oppure alla pianificazione burocratica e all'urbanistica statica dei piani regolatori generali?
Se si riferisce all'urbanistica dei maestri pecca, come minimo, di superficialità. Se si riferisce all'urbanistica burocratica ha ragione da vendere.
I maestri non si sono mai sognati di separare artificiosamente architettura e urbanistica. Diceva Wright "Il decentramento e la reintegrazione organica della città sono primariamente compito dell'architettura". Fu il primo a comprendere che l'avvento dell'automobile e l'evoluzione della tecnica moderna avrebbero posto fine alla contrapposizione tra città e campagna "... saranno l'automobile, l'aereo, la parkway, la televisione, le tecniche più avanzate di trasporto e di comunicazione a dare un senso a questo tipo di insediamento dispersivo". La conseguenza di queste profetiche intuizioni fu il progetto per Broadacre City che Wright definiva "piano paesistico".
"Superfluo notare come a Broadacre l'urbanistica s'identifichi con la paesaggistica: il quale scienza separata e complementare che aveva frustrato gli obiettivi di Olmsted, viene qui reintegrato nel continuum città-paesaggio." (Zevi)
Con il progetto del grattacielo Illinois, alto un miglio, Wright, propone l'alternativa a Broadacre che è poi l'altra faccia della medaglia: o la città nella campagna o la campagna in città. "... urbanizzare l'intero territorio... e, all'opposto, concentrare gli insediamenti umani mediante gigantesche megastrutture". (Zevi)
Anche Le Corbusier, soprattutto nel piano di Algeri, ci consegna il pensiero che, come in Wright, abbraccia in un'unica visione architettura, urbanistica e paesaggistica: "... è una a raggio topografico che accoglie 180 000 abitanti in serpentine paesaggistiche, colossali ." (Zevi)
Quindi niente accuse generiche: i maestri non possono essere additati al pubblico ludibrio per gli orrori commessi da altri e cioè dai burocrati della pianificazione e dell'urbanistica di stampo statalistico-collettivistico, convinti di risolvere tutto a colpi di statistiche, di analisi sociologiche, di zoning, di cubature e lottizzazioni, snobbando ed estromettendo la qualità architettonica.
Per tutto il secondo dopoguerra questa classe di burocrati, sostenuti e sponsorizzati dai pensatori marxisti, ha continuato a pensare e ad agire per tenere ben separati i due termini del problema-città: la pianificazione urbanistica e la progettazione architettonica. Glorificando l'una e demonizzando l'altra. Il risultato è stato quello di creare una zonizzazione bidimensionale (zona per abitazioni, zona per uffici, zona per negozi ecc. ecc.) statica ed alienante, di cui ha ha fatto le spese la qualità architettonica. I professionisti hanno agito non in termini di architettura ma in termini di tipologie che sono puri e semplici schemi funzionali. Ecco quindi l'edificio per uffici, l'edificio per negozi, le abitazioni unifamiliari e plurifamiliari.
Sono cosi sorti quartieri-getto, centri amministrativi-getto, aree commerciali-ghetto che hanno costretto gli amministratori pubblici a costosi interventi di riqualificazione che però continuano a perpetuare la stortura della zonizzazione bidimensionale. Un circolo vizioso da cui è impossibile uscire.

L'esempio dell'esposizione colombiana di Chicago del 1893, la "White City", "sconcia esibizione di un'infantile imbecillità e di malcostume politico" la liquidò Sullivan, è calzante perchè ancora oggi il sogno drogato di pomposi villaggi che hanno l'ambizione di assurgere a modelli di pianificazione urbana trova adepti ad ogni latitudine. Dal Consorzio Costa Smeralda ai quartieri autonomi del suburbio di Los Angeles, dall'Olgiata ai villaggi del Club Mediterranée, dalle Milano 1,2,3, n, agli Waterfront Quarter, Jupiter, in Florida è un inno alla mediocrità architettonica, all'omologazione, alla noia, al ghetto pseudo-dorato per agiati. Banali incroci di città ideali rinascimentali, città esemplari comuniste, falansteri egualitari, "città in stucco". Cupe utopie di autoirregimentazione compiaciuta.
Negli USA i fedeli di questo rito si autodefiniscono "New Urbanism" che di new hanno solo il nome. Per il resto vecchiume e per di più di infima qualità. Uno dei loro aedi è, non a caso, Krier. (http://luciensteil.tripod.com/katarxis02-1/)
In un altro articolo dello stesso numero di AR sempre a firma di Russell c'è una disamina del problema del suburbio americano ormai lanciato verso megasuburbio con la complicità proprio dei cosiddetti New Urbanists: "Gli architetti New Urbanist sono stati in prima linea nel movimento per rifare l'ideale suburbano nei nodi-transito dello sviluppo urbano", scrive Russel.
E quando non c'è di mezzo il New-Urbanism c'è l'oltranzismo conservatore (si c'è anche negli USA ma privo degli artigli dei soprintendenti e dell'egemonismo marxista). Ma a questi fenomeni folcloristici reagiscono con determinazione gli architetti moderni, poco disposti a subire passivamente rigurgiti oscurantisti.


A Santa Fè, New Mexico, ad esempio, mettono in discussione il finto "Pueblo-Spanish Style". Un servizio sull'Architecture dell'ottobre scorso ci racconta perché.
La più vecchia capitale degli Stati Uniti (1610) e la più conservatrice, architettonicamente parlando, si è improvvisamente scoperta in ritardo sui tempi.
All'inizio del secolo un gruppo di nostalgici amanti dell'archeologia lancia il "Santa Fè style" che caratterizzerà la città per oltre un secolo. Sia ben chiaro che non si dice di conservare le strutture esistenti per trasmetterle al futuro ma si istiga a costruire il nuovo copiando il passato e quello che ne viene fuori sono "bastarde case coloniali in adobe" come le qualifica Lawrence Cheek su Architecture.
(www.stanford.edu/~hzong/travel/santa_fe2.html)
Lo style Santa Fe è un misto di clichés ripresi dalle chiese delle missioni spagnole e dai Pueblos indiani, travi in legno in evidenza, torri campanarie senza campane, angoli arrotondati e via dicendo. Grandissimo successo turistico, stile Las Vegas, ma stagnazione, sterilità e sbadigli per i locali.
Sono bastati un pugno di interventi moderni al di fuori del perimetro del distretto storico per rimettere in discussione il dogma della finta-tradizione.
Nel 1998 arriva Ricardo Legorreta che nel College of Santa Fè da l'assalto alla "città marron" (il colore dominate a Santa Fè) colorando l'edificio in rosso, blue cobalto, viola elettrico e giallo.

(http://www.epdlp.com/legorreta6.html)
Egli sembra dire agli abitanti "non guardate solamente la terra, guardate le arenarie rosse bagnate dalla pioggia e guardate i colori di un tramonto del New Mexico".

Poi è il turno di Michael Freeman (http://www.moderntrade.com) con la Fire Station Number Seven e Edward Mazria con il suo Community Center (www.mazria.com/projects/gccc.html). Non siamo al livello dei grandi, niente di scoppiettante, ma la lezione della modernità c'è tutta.
Impossibile costruire qualcosa di serio e decente nel distretto storico (Freeman, dopo vari tentativi, si è arreso) la cui l'ordinanza obbliga a costruire in stile Pueblo-Ispanico. Un'ordinanza talmente sciocca che un proprietario si è visto negare il permesso di demolire la stia per polli perchè la città la considera storica!
Le rigide restrinzioni e la monotonia architettonica provocano ormai un sentimento di incertezza e preoccupazione tra gli abitanti che sono ben coscienti del bivio a cui è giunta la città: o entra nel XXI secolo o finisce negli itinerari turistici dei "theme park" al fianco di Disneyland, Las Vegas, Universal Studios.
Se vuole entrare nel XXI secolo gli architetti moderni hanno indicato la via, se vuole restare nel giro dei parchi a tema nulla di male a patto però di non spacciare per operazione culturale qualcosa che è solo e semplicemente business. Un business alimentato da ricchi californiani e texani che comprano tutto quel che c'è da comprare, facendo salire vertiginosamente i prezzi delle abitazioni. Piano piano, c'è da scommetterci, gli abitanti di Santa Fè dovranno passare la mano. O, meglio, le "bastarde case coloniali in adobe" ai tour operators.
Quindi da un lato i cantori delle "città in stucco" e delle "bastarde case coloniali" che con i loro orridi sogni di un mitico ritorno al passato contribuiscono ad incrementare lo squallore delle periferie, la monotonia dei centri urbani e lo sfascio del territorio, dall'altro gli architetti moderni che si oppongono a questa volgare retrocessione della cultura architettonica contemporanea. Assenti gli architetti italiani troppi presi a servire il potere, le oligarchie e le corporazioni per opporsi a qualcosa. Poche, ma significative, le eccezioni.



(Mariopaolo Fadda - 15/9/2003)

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