Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Urbatetture e architetture digitali

di Fausto Capitano - 23/9/2003


Anticipando i tempi del discorso, è bene sottolineare che in questo frangente non ci si aspetta che chi legge offra risposte totali a domande imbarazzanti né, tanto meno, quesiti affascinanti che levano il sonno. E sempre volendo precorrere il parolio di cui sotto, è doveroso focalizzare il punto principale di domanda: come si sta configurando la formazione del progettista di urbatetture incubate in ambiente digitale? (Chi forma chi? E come?)
Rimanendo, per qualche altro istante, nell'alveo delle puntualizzazioni, è utile scrivere che questo contatto non nasce per promuovere, sostenere o concretare valori di rivoluzionarietà scaturenti dalla fusione tra atti di costruzione architettonica e creatività cibernetica: tale funzione, culturalmente superflua e intellettualmente nebbiosa, è già ampiamente espletata da centinaia di individui che fanno ricorso all'aura dell'innovazione tecnologica per preparare il terreno a finte trasformazioni congiunturali dei prodotti architettonici, sotto le quali (secondo alcune "voci di settore") si celano campagne pubblicitarie di sempreverdi oligarchie corporative e piani economici per ricavare il massimo rendimento dalla "mercificazione architettonica" e dalla vendita di "competenze inventate" (tutti allarmi difficili da verificare), pregiudicando la reale autonomia di un naturale stadio di evoluzione nel quale siamo già entrati da oltre un decennio.
Il tema è caldo, e lo diventa ancor più nel momento in cui si prende coscienza del fatto che esso è concretamente, quanto intimamente, collegato con le problematiche dello sviluppo personale dello studente universitario, futuro progettista abilitato a costruire architetture; o quando si scopre che esso è ormai, effettivamente, campo di crescita di parametri capaci di regolare l'efficacia dell'attività lavorativa del costruttore architettonico, della sua espressività, delle sue potenzialità; parametri capaci di conciliare, come mai prima, fantasia e metodo, divertimento e lavoro, fatica e soddisfazione, qualità ripetibile e unicità artistica. E il tema diventa rovente nel momento in cui, da più parti e con toni nervosi, si denuncia che quest'evento evolutivo naturalmente a\classificabile, a\stilistico, pluriversale, multiculturale, inaccademico, è soggetto, da almeno sette/otto anni, a tentativi ben strutturati d'inquinamento (che sono cresciuti, finora, latenti e lenti) e di deviazione in filoni divulgativi preconfezionati: molti intellettuali avvertono che si sta cercando di pilotare la corrente verso autarchie culturalaccademiche e verso caserecci buchi neri imprenditoriali che si nutrono anche della luce massmediatica.
Probabilmente è tutto vero! … Ma questo contatto vuole circondarsi di un corposo manto coibente, rifugge l'incandescenza del flusso polemico esasperato, si sporge solo un po' al di là della posata tolleranza che domina sul paesaggio mutante. Sulla base di questa predisposizione nasce il desiderio di provare a diradare il fumo che inghiotte un paio di consapevolezze, comunque, ben ancorate nelle coscienze di tutti noi: prima consapevolezza - il software è, per la "massa parlante", un mezzo, cercato per convenienza e usato per convenienza; seconda consapevolezza - la produzione del sistema architettonico ideato e incubato in ambiente digitale (in una parola, per semplicità: archigitale) non è praticata dalla "massa parlante". Una precisazione sulla "massa parlante": si tratta dell'95% degli architetti, docenti universitari, ricercatori, membri di studi di progettazione, neo laureati, liberi professionisti, ecc. che, da qualche anno a questa parte, scrivono, discutono e professano sulla questione.
Il quinto percentile superiore è, invece, costituito da tutti i progettisti archigitali che sperimentano, smanettano su un software nuovo al giorno, condividono, tramite rete, i prodotti parziali dei loro tentativi, raggiungono risultati che sono diffusi, anche, secondo i consueti canali dell'informazione culturale. In pratica, li troviamo (quelli più fortunati e famosi) in qualità di ospiti d'onore di conferenze che vedono la quasi totalità delle poltrone, coperta dal 95% sopradetto. E, in pratica, li scopriamo, loro malgrado, "professori per un giorno" (ad imbellettare corsi innovativi) nelle "stra-università" mandate avanti sempre dal 95% di cui sopra; oppure, sono sfruttati a icona di corsi post laurea, alla stregua di uno splendido fondo schiena femminile dentro un paio di jeans stracciati con, in primo piano, la frase "chi mi ama, mi segua".
Domanda: le sostanze preziose di questo naturale stadio di evoluzione, sono distillabili dai liberi segnali operativi (freeware, patrimonio di tutti) del quinto percentile superiore o dalla logorrea di contorno (diffusa in casta) del "restante inferiore"? Altra domanda: che intenzioni ha il "restante inferiore"? E, ancora: la figura del progettista archigitale è il risultato di un proprio "progetto personale" di maturazione creativa, o è il marchio di una nuova "offerta formativa" (regolamentata, sistematizzata e onerosa)? Se c'è una porta chiusa da oltrepassare, perché è chiusa? chi si è appropriato della chiave, e con quale diritto?
Questo contatto può essere inteso, con un po' di buona volontà, come un flebile accenno di pausa, utilizzabile per compiere una scelta: estrarre, o meno, pietre di chiarezza diamantina dal magma dei messaggi che si rimandano in ogni direzione; ridurre, o meno, al minimo le discrepanze tra come di parla e come si pensa: la chiarezza in partenza. Perché, in fondo, non vale la pena complicarsi troppo la vita; è bene salvare energie mentali preziose, dall'imbuto della confusione, e risparmiarle per confrontarsi fattivamente coi processi che portano dall'intuizione elettronica di uno spazio, di una multisensoriale opportunità materica, ad uno specifico progetto edilizio intensamente pensato, costruibile, vivibile con naturalità, economicamente valido, cantierabile secondo norma e secondo le consuetudini edificatorie del luogo. Il paradiso? L'eden della produttività architettonica? Un miraggio? …Chi può dirlo!? Prima di sognare certe architetture, però, è da verificare la presenza sul mercato di progettisti capaci di realizzarle.
Fatto sta che basta una parola per regolamentare i flussi della riflessione: la "competenza". E' essa la dote preziosa che deve avere chi opera e chi parla. Semplice, no?! Proprio come è semplice convincersi del fatto che il costruttore di architetture, potenziale (se trattasi di studente universitario) o già produttivo (nel caso di professionista abilitato), deve rispettare il suo lavoro con un atteggiamento che lo spinga a valorizzare e ricercare le migliori condizioni della propria operosità in situazioni e contesti che favoriscano la crescita personale continua; non è difficile convincersi che chi progetta e costruisce architetture deve essere, il più possibile, consapevole che l'insieme delle proprie sensibilità, conoscenze e capacità è un patrimonio (il proprio capitale fondamentale) che spetta a lui stesso valorizzare, consolidare e accrescere, favorendo positivi indotti socio_culturali, attraverso la qualità della sua produzione. Ritorniamo, allora, alla "massa parlante": essa è competente? Cioè, essa al di là della dura crosta di cognizioni storiografiche, teoretiche, estetiche, filosofiche, è capace di spingere al massimo le potenzialità creative di anche un solo software di modellazione solida, di anche una sola piattaforma per la progettazione parametrica di forme 3D. E' capace di generare un prodotto totalmente archigitale con le proprie sole forze?
E' semplice riconoscere che la formazione è una cosa seria ed è, purtroppo, altrettanto semplice allestire le prime esperienze formative (e qui i pensieri si avvicinano, sempre, al mondo universitario) con modalità didattiche appesantite da pericolose "passività di scambio" tra docente e allievo, che non aiutano il coinvolgimento, la partecipazione e l'interazione tra i protagonisti. C'è molta strada da fare per vincere le ostilità celate di chi promuove la progettazione assistita, ma accoglie con silenziosa sufficienza gli esperimenti di un Eloueini o di un Oosterhuis, e c'è un'oggettiva difficoltà a capire perché chi non è immerso in una dimensione operativa si ritiene abilitato a discutere dei prodotti scaturenti dal suo proliferare.
L'Italia è un paese di allenatori. Luogo comune denso di veridicità. E da sempre, "lo stivale" è anche un paese di professori (e, poi, allenatori e professori sono un po' la stessa cosa!). Il guaio è che (attingendo dal gergo calcistico) sono sempre gli altri a dover scendere in campo! E gli altri sono o i calciatori veri, o i lavoratori; o chi suda per spedire la palla nella rete avversaria, o chi suda per rendere produttivo il sistema Italia. L'eccesso paradossale è che se tutti vogliono essere allenatori, non ci sono più calciatori bravi da piazzare sul prato; e se tutti si fanno professori di architettura, non ci sono più costruttori competenti e pronti a gestire progetto e cantiere, imbrattandosi, se occorre, di cemento e trucioli di legno segato, adoperandosi a curare ed alimentare le proprie competenze, accogliendo il meglio delle innovazioni tecnologiche. Ovviamente, si tratta di paradossi che non stanno né in cielo, né in terra, ma… Ma c'è chi è pronto a giurare che la deludente "storia edilizia" dell'architettura italiana di questo ultimo settantennio, è da accreditare agli effetti del secondo, suddetto, paradosso.
"Chi sa fa, chi non sa insegna" (è stato detto) - un aforisma antico sulla scia di "la pratica fa la grammatica" - una frasuccia abbastanza circoscritta che facilmente lascerebbe sfiorare milioni di metri cubi d'acqua e parole, sulla foresta pietrificata dell'insegnamento made in Italy. Grazie al cielo si è deciso che, in questo contatto, ci si sporge solo un po' al di là della posata tolleranza che domina sul paesaggio mutante! Ma ci si sporge abbastanza per riuscire ad osservare che dai Ministeri competenti la tracimazione (forse di fatti, oltre che di parole) è già cominciata. La riforma dei percorsi formativi universitari e la riforma interna dei meccanismi che regolano l'ascesa e la permanenza in carica di Dottori, Ricercatori e Docenti, sono i primi due spruzzi a catinelle.
La riforma universitaria, nata sulla spinta di considerazioni dettate da logiche europeiste (equiparazione fra titoli, mobilità e scambi comunitari), vive, però, un livello sperimentale che non può ancora lasciar intravedere un sicuro approdo oltre il limbo temporale presente fra università e mondo del lavoro. Il paradigma imperante è la flessibilità, ma essa è sostanza pericolosa se versata su una corpo con le membra ancora non formate del tutto e con un buon numero di nervi scoperti. Ma non è questa l'occasione giusta per espandere certi concetti; piuttosto, badiamo alle "questioni sul prodotto". Nelle sfere ministeriali si ammette che il sistema università va riformato, perché il suo prodotto non è del tutto spendibile sul mercato internazionale. Sarebbe il caso di aggiungere che l'università italiana, spesso, non produce affatto.
Stringiamo il campo, focalizziamo il prodotto dei corsi di laurea che dovrebbero formare alla professione del progettista d'architetture. Rischiando di far inalberare i teoreti, non si può non rilevare la tendenza diffusa a pregiudicare la giusta, e necessaria, traslazione dell'architettura da un concetto di "specialità anacronistica" ad un concetto di "contemporaneità specialistica"; è doveroso un chiarimento sulla frase appena appuntata, e cominciamo con un'immediata serie domanda/risposta: l'architetto è uno specialista? … Si! … Ebbene, specialista in che modo? … Specialista nello specifico! … E l'ingegnere edile (e/o civile)? … E' anch'egli uno specialista; e anch'egli lo è nello specifico. Allora, siamo di fronte ad una questione di specializzazione; non ci sono dubbi. Una specializzazione riconosciuta (pagata cara e protetta dagli Albi). E la specializzazione è un altro paradigma in sinergia con la flessibilità. E' un altro paradigma che ha, però, una falla. Esso, così come viene venduto e protetto, di esaurisce nello "specifico".
In realtà la specializzazione paradigmatica nella nostra contemporaneità è quella che prevede conoscenze applicative ampie e diffuse, visioni globali e operatività elastica. Cose che l'università, ad ora, non insegna in massa, l'assenza delle quali declassa il titolo professionale sul mercato odierno (da qui l'esigenza di mettere in cantiere una riforma).
Com'è possibile che degli "specifici" (professori di 50 anni, carta_schizzo_dipendenti, "bidimensionali", storiografi del mattone, tecnologi dell'involucro, esperti di comunicazione, psicologi della forma, e…) vogliano formare degli "specialisti" di archigitale? E' spontaneo affermare che non si configura nel quadro giusto la moda di fare i professori di archigitale senza essere dei Novak e dei Lynn. Non basta spruzzare le esperienze di quest'ultimi nell'area delle aule, per profumare atti didattici di tutt'altro odore. Né, allo stesso modo, è carino dibattere e scrivere di archigitale senza praticarla, quasi esclusivamente. Anche in questi casi il prodotto sarà di dubbia qualità. E anche in questi casi si rientra nel secondo paradosso: i professori di architettura non sono quasi mai progettisti produttivi sul mercato e, adesso, gli insegnati di archigitale non sono, affatto, smanettoni cybersperimentatori. Cosa genererà il consolidarsi di quest'ennesima anomalia? Si accettano anche previsioni di massima.
E', ancora, un luogo comune (anch'esso denso di veridicità) che l'ingegnere medio sa edificare, ma non sa fare architettura e che l'architetto medio non riesce a vedere le sue architetture più sofisticate come sistemi tridimensionali di membrature e forze da razionalizzare e governare in sicurezza. Il termine di discordia è sempre lo specifico: "il saper calcolare gestendo il comportamento dei materiali, le leggi della fisica, e il caso" - "il saper plasmare lo spazio infondendo valori estetici, simbolici ed espressivi nella sostanzialità materica". E la discordia si acuisce quando viene oltrepassata la soglia del "fatto nella media" e si arriva a subire "accidenti di punta": l'insigne architetto, dalla sua paradisiaca posizione di "maestro", crea meraviglie su carta che poi gettano nel purgatorio valorosi ingegneri, e mastri-operai, impegnati a "salvare la faccia al maestro", trovando il modo di "far reggere in piedi l'impossibile" e di cantierarlo senza rischiare la bancarotta; l'ingegnere, imprenditore illuminato, fattura (in nero ed in rosso) milioni di euro, progettando l'entrata in politica, mentre cementifica ogni suolo, regalando alla città veri mostri e dubbie icone urbane. Ora, chi legge ne converrà, anche la circostanza che un perfetto estraneo alla pratica archigitale straparli e strascriva di essa, è un increscioso "accidente di punta"; il suo complemento è il "fatto nella media" che vede il computer usato come un tecnigrafo elettronico, il layer come l'evoluzione strabiliante della carta schizzo, il plottaggio come la salvezza dall'incubo sbavatura di china e dalle file nelle eliocopisterie, ecc. (è questo il panorama del prodotto universitario di massa). Se la gravità dei sopraelencati "accidenti di punta" (e dei relativi "fatti nella media") non appare, al buon senso di chi legge, uniformemente alta, lo sforzo di provare a discuterne è oltremodo inutile. Resta, comunque, la questione: chi forma chi? e come?

Fausto Capitano.

(Fausto Capitano - 23/9/2003)

Per condividere l'articolo:

[Torna su]
[Torna alla PrimaPagina]

Altri articoli di
Fausto Capitano
Invia un commento
Torna alla PrimaPagina

Commenti




<