Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Spigolature d’oltre oceano

di Mariopaolo Fadda - 13/10/2003


1. Rem Koolhaas a Chicago
È stato inaugurato il 30 settembre il The McCormick Tribune Campus Center dell'Illinois Institute of Technology a Chicago.
È il primo edificio completato di Rem Koolhaas negli USA. L'architetto olandese vinse il concorso internazionale nel 1998 perchè a parere della giuria era quello che rispondeva in pieno all'imperativo categorico dell'IIT di "creare un campus di urbana intensità con una, relativamente, bassa densità di popolazione".
Nell'elaborare il progetto Koolhaas ha risolto in maniera superba la sopraelevata della Green Line: un tubo in acciaio inossidabile fonoassorbente lungo circa 160 metri. Una sfida di tipo ambientale che è stata risolta in modo soddisfacente, non eliminando del tutto il rumore (cosa pressocchè impossibile) ma riducendolo a livelli fisiologici accettabili. Un prototipo che troverà presto imitatori. Un' innovazione degna di un Istituto di Tecnologia del calibro dell'IIT.
L'edificio, un chiaro un'omaggio a Mies van der Rohe che progettò il Master Plan del campus nel 1938, riunifica funzioni residenziali e scolatiche che erano sparpagliate nel campus: centro ricevimento, mense, uffici per le organizzazioni studentesche, caffè, libreria, il club della facoltà. Il tutto in circa un'ettaro di superficie rivestita in vetro e coperta con tetto in calcestruzzo.
All'interno un unica componente grafica fatta di piccole, personalizzate icone culminanti in un ritratto di Mies alto circa 6 metri.
Come ormai si conviene ad ogni buona architettura contemporanea l'edifico è un'impegno dell'università per rivitalizzare la depressa area che la circonda. Ma è anche un'impegno a tenere vivi i valori della modernità incarnati dall'asse Mies-Rem.
Questo edificio conferma che la vena razionalista, libera da estremismi ideologici, regole auree, cedimenti commerciali, schematizzazioni meccaniciste, ha un ruolo importantissimo da svolgere nello scenario architettonico contemporaneo. E il talento di Rem Koolhaas è una garanzia.

2. La ricostruzione di Lower Manhattan
Dunque la ricostruzione dell'World Trade Center imbocca decisamente la strada della qualità. Dopo Santiago Calatrava, incaricato per la progettazione della Transit Station, arrivano Norman Foster, Fumihiko Maki e Jean Nouvel, che progetteranno le torri per uffici per conto di Larry Silverstein, l'irrequieto affittuario dell'area.
Daniel Libeskind resta ovviamente nel ruolo di play-maker dell'intera operazione, a vigilare sul rispetto dello splendido Master Plan vincitore della competizione internazionale. Ma riassumiamo brevemente come si è giunti a questo eccezionale sodalizio tra alcuni dei migliori architetti del mondo che hanno il compito di rispondere ad una sfida epocale. L'opera di ricostruzione era iniziata con la clamorosa sbandata delle sei orripilanti proposte elaborate da gruppi professionali famosi solo per saper fare cose commerciali che non hanno retto però all'impatto pubblico. Prima il mondo culturale e politico, poi un'assemblea di circa 4,000 newyorkesi hanno affossato quel rozzo tentativo. Per un'intera giornata semplici cittadini esaminano, analizzano, rivoltano sui computer tutte le proposte decretando infine il pollice verso.
Ma l'agenzia creata ad hoc per la ricostruzione, umiliata dalla sonora sconfitta, non si da' per vinta: lancia una competizione (400 richieste di invito) e restringe la scelta a sette gruppi che, lo scorso dicembre, hanno presentato le loro proposte. Sei gruppi vengono scelti per le ottime referenze internazionali mentre il settimo e' l'eccezione. "L'eccezione - lo studio di New York Peterson/Littenberg - è preoccupante. Peterson/Littenberg sono pianificatori interni dell'agenzia di stato. Questa selezione ha messo gli altri sei gruppi nella strana posizione di competere contro l'agenzia che giudicherà il loro lavoro ", picchia duro Herbert Muschamp dalle colonne del New York Times. D'altra parte se le sei proposte iniziali di cui i Peterson/Littenberg erano gli ispiratori sono state bocciate perche' rimetterli in gioco?
Gran parte delle soluzioni proposte appaiono subito di grande qualita' e straordinario valore, con una al di sopra di tutte, quella di Libeskind che poi risulterà vincente, una deludente ed orribile oltre ogni aspettativa (Meier&Company), e l'ultima, quella della coppia (marito e moglie) Peterson/Littenberg, ottocentesca, retrograda perfettamente in linea con il loro credo. Esponenti di quel rivoltante fenomeno neo-tradizionalista pomposamente autoproclamatosi "New Urbanism" sono anche seguaci, come ci ricorda Muschamp, "del reazionario architetto Leon Krier, consigliere architettonico del Principe Carlo."
Anche altri critici mettono in evidenza la qualita' scadente dei Peterson/Littenberg. Nicolai Ouroussoff, critico di architettura del Los Angeles Times, va giu' duro anche lui quando scrive che il loro progetto"ci ricorda quanto offensiva può sembrare tale mancanza di immaginazione in un contesto così carico di significati emozionali.""
Sulla competizione aleggia per mesi lo spettro del concorso del nuovo palazzo dei Soviet a Mosca del 1931 dove vinse il lugubre monumentalismo accademico di Boris M. Iofan a fronte delle originali soluzioni dei migliori esponenti del movimento moderno (Le Corbusier, Gropius, Mendelsohn) e dei razionalisti russi.
Il tentativo di incanalare l'opera di ricostruzione sui binari del più squalificato tradizionalismo viene stroncato dalla scelta finale che viene ristretta a due progetti quello di Libeskind e quello di Think, guidato da Rafael Viñoly, che a sorpresa prevale sulla proposta di Foster.
L'architetto polacco-americano vince e viene incaricato del coordinamento di tutta la progettazione dell'area. Sembra avverarsi finalmente il sogno dei maestri del movimento moderno: coinvolgere l'architettura nel processo urbanistico-pianificatorio della città. Ma segna soprattutto la fine delle competizioni per ottenere un oggetto finito, concluso e pronto ad essere realizzato. La competizione seleziona un'architetto la cui visione architettonica possa guidare qualitativamente la ricostruzione di un nodo urbano di rilevante valore. Libeskind dovrà coordinare il lavoro in cui sono coinvolti enti di controllo, organi statali, amministrazione comunale e privati investitori. E questi ultimi rispondono chiamando a raccolta i migliori architetti in circolazione.
Il movimento moderno dovette attendere il primo dopoguerra per sanzionare la fine dell'ottocento nonostante Morris, Sullivan, Wagner, Wright avessero già annunciato al mondo la nuova era. La mostra del MoMA del 1988 ha annunciato una nuova era e il concorso per ricostruzione di Lower Manhattan e' l'atto che sanziona la chiusura dei conti con il XX secolo: l'architettura entra in pieno nel terzo millennio, perfettamente al passo con i tempi.
Esemplare l'informazione fornita sull'intera vicenda dalla stampa americana in generale e da Architectural Record e dal New York Times in particolare.

3. Gehry in mostra
Il Museum of Contemporary Art di Los Angeles ha organizzato una imperdibile esibizione sui lavori a cui sta attualmente lavorando Frank O. Gehry. La mostra si intitola per l'appunto "Work in progress". Uno solo dei lavori è in corso di realizzazione mentre tutti gli altri sono ancora in fase progettuale o pagano la crisi economica americana, oppure sono proposte per competizioni vinte da altri (la nuova sede del New York Times a New York vinta da Renzo Piano).
La sala d'ingresso alla mostra è interamente dominato da un modello, appeso al soffitto, in vetroresina in scala naturale della "testa di cavallo" che Gehry studiò per la casa Lewis (mai realizzata) e che successivamente ha recuperato, come sala riunioni, nella DG Bank di Berlino.
In una saletta troneggia il plastico finale della Walt Disney Concert Hall che è ancora sotto le cure dei rifinitori in vista delle tre serate inaugurali che consegneranno un'altra pietra miliare alla millenaria storia dell'architettura.
La mostra è interessante perchè chi la visita può rendersi conto della profondità dell'impronta che questo geniale architetto ha impresso alla vicenda architettonica contemporanea.
Viene in mente un paragone con la mostra dedicata all'opera di Rudolph Michael Schindler tenuta nello stesso luogo due o tre anni fa. Allora dominavano, impreziositi dalla polvere del tempo, i disegni originali ed i plastici, professionalmente ineccepibili, delle sue opere. Nell'esibizione gehriana pochissime tavole progettuali (una quindicina su 12 progetti esposti), molti schizzi di getto, interi scaffali pieni di modellini di studio (per l'Astoria Hotel sono circa una quarantina) e plastici, alcuni in grande dimensione, dei lavori in corso. I visitatori possono toccare con mano e verificare la metodologia gehriana: gli schizzi iniziali, di getto, sono un groviglio di linee alla ricerca dell'idea, poi pezzi di carta accartocciata, ritagli di cartoncino, pezzi di moquette, strisce metalliche ammassati per dare concretezza tridimensionale al groviglio di linee. Da questi bozzetti generali si passa allo studio maniacale dei particolari (in cartone, metallo, cartapesta, vetroresina, gesso, polistirolo) per verificare l'idea e poi il ritorno ai bozzetti generali ed alle alternative rese indispensabili dal contesto che nel caso dell'Astoria Hotel a New York, ad esempio, sono di ordine normativo (gli arretramenti ai piani superiori) o, nell'azienda vinicola in Canada, di ordine fisico (l'ambiente naturalisticamente eccezionale). Inutile cercare i modelli definitivi delle opere, quelli arriveranno ad opera realizzata, perchè Gehry continua le sperimentazioni spaziali sino all'ultimo minuto disponibile.
Chi pensa che l'architetto californiano abbia abbandonato il tavolo da disegno stregato dal computer si sbaglia di grosso, non è tipo da farsi abbagliare dalle profezie di Mashall McLuhan su "il medium è il messaggio". Il passaggio dal tavolo da disegno al computer è mediato dal lavorio artigianale dei modelli. Il progetto si realizza nella tridimenzionalità reale e non in quella virtuale. L'elaborazione computerizzata non prende mai il sopravvento anche se sarà poi attraverso il computer che il groviglio di linee troverà espressione formale definitiva. Anzi come dice Brooke Hodge, il curatore della mostra "La tecnologia avanzata gli ha consentito di realizzare alcune delle più complesse e visualmente avvincenti architetture del nostro tempo."
Una parola ovviamente sul progetto veneziano. Ci sono anche per questo progetto varie versioni, ma in tutte traspare la sensibilità estetica di Gehry nel reinterpretare in chiave moderna l'ambiente lagunare nei materiali, nei colori e nelle soluzioni formali (i ponti in vetro, l'albergo sopraelevato per consentire il passaggio delle barche, i teloni metallici caccatastati del terminal delle barche), senza nulla concedere alle rancide teorie sull'ambientamento o alle elucubrazioni sul "genius loci". Dopo aver rigettato Wright, Le Corbusier, saprà Venezia aprirsi ad un'opera contemporane di grande valore? O si è definitivamente rassegnata alle mediocrità ambientate, ai falsi in stile e alle carnevalate tradizionaliste?
Il progetto per il Museo della Biodiversità a Panama City smitizza l'idea che Gehry si avvalga solo degli effetti del titanio, dell'acciaio, della pietra calcarea, dei mattoni. Il tetto, che copre e raccorda le otto aree espositive è un turbinio di pannelli vivacemente colorati, sembra quasi un,opera De Stijl saltata per aria. E questo uso marcato del colore combinato con gli effetti naturali dei materiali ricompare anche nel piccolo albergo a Marques de Riscal, in Spagna, dove i pannelli in titanio, che ricordano lo svolazzare della gonna di una danzatrice di flamenco, sono rosso-bordeaux a ricordare il colore del vino (l'albergo è un'estensione dell'azienda vinicola del proprietario).
Quarant'anni fa Bruno Zevi organizzò la mostra critica delle opere di Michelangelo rileggendole con l'ausilio dei plastici che fecero storcere il muso ai critici conformisti. Le opere rilette in chiave tridimensionale con strumenti tridimensionali: la famosa critica operativa, su cui non si stancava mai di battere il tasto. Gehry applica direttamente in campo progettuale quella metodologia.
Con amarezza dobbiamo constatare come nel lontano Pacific Rim gli insegnamenti zeviani trovino riscontro nelle sperimentazioni del miglior architetto vivente, mentre in patria vengono vilipesi e dissipati dall'ignavia della stragrande maggioranza dei critici, degli storici e degli architetti. Ma c'è ben poco tempo per i pensieri neri, appena fuori dal MoCA, le vele gonfie di vento della Disney Hall si stagliano maestose nel crepuscolo angeleno.

(Mariopaolo Fadda - 13/10/2003)

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