Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Eisenman, Gehry e '...la ripetizione dell'identico'

di La redazione - 1/11/2003


La polemica in merito all'articolo di Mariopaolo Fadda su Gehry , scoppiata sulle pagine di antiTHeSi, necessita forse di un approfondimento che vada oltre le personali diverse opinioni.
L'occasione potrebbe essere quella di prendere spunto da quanto Peter Eisenman afferma su Gehry: “L’espressione individuale è una qualità del pensiero tradizionale e dialettico. Pensando agli edifici di Gehry, si capisce subito che il suo lavoro è frutto di un pensiero dialettico: cerca di scavalcare la ragione, ricorrendo al sentimento. Al contrario, quando pensi in termini di singolarità, non stai più affrontando un problema di espressione o espressionismo individuale, quanto una questione di ripetizioni differenti. L’opera di Gehry mi appare semplicemente come ripetizione dell’identico [...] Gehry occupa un settore molto interessante, ma solo la storia deciderà se i suoi lavori sono critici [...] Non voglio costruire monumenti ai sentimenti [...] devi essere critico per trasgredire”.
Invitiamo M.P. Fadda, E.G Botta, F. Capitano, A.Pacciani a fare alcune considerazioni proprio su quanto affermato da Eisenman, considerando ovviamente la statura del personaggio.
Ovviamente, anche antiTHeSi parteciperà alla tavola rotonda virtuale, aperta comunque a chiunque lo desideri.

(La redazione - 1/11/2003)

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Commento 525 di Pietro Battarra del 29/11/2003


Spio dalla serratura del web le vicende di Anthitesi da qualche tempo, ma probabilmente per pigrizia o per malessere da tastiera non ho mai partecipato ai dibattiti proposti.
Questa volta il tema è troppo pruriginoso per non essere affrontato:
il vecchio “five”, l’autore di “The graves of architecture”, della splendida serie delle Houses, il radical newyorkese che assieme a pochi altri ha tentato di riannodare parte dei fili interrotti dalla iattura post, ha lanciato il suo anatema intellettuale sul californiano!...
Troppo bello per essere vero: è ricominciato un dibattito architettonico sul metodo e sul tema della ricerca!
Effettivamente… sarebbe troppo bello.
A sapere ben guardare tra le pieghe del foglio di carta o delle orbite oculari della testa di cavallo (nota: per chi era a Modena a sentire la presentazione del progetto, per non ricordo bene quale porta cittadina, la testa di cavallo rappresenta un vero e proprio nodo gordiano della personalità gehryana, tornando in almeno tre o quattro progetti differenti con fare quasi geometresco) la scena che si presenta è tutt’altra:
una ballerina di seconda fila (che ha studiato danza classica alla Scala ed è molto apprezzata dai “veri intenditori“) tenta di sottrarre un pezzetto di ribalta alla star del varietà del sabato sera sulla rete nazionale mentre mostra il seno appena rifatto e le rosse labbra carnose.
A parte la piccola divagazione letteraria, sembrerebbe ritrovarsi nella critica di Eisenman un ritorno di quella tensione intellettuale che lo ha contraddistinto per buona parte della sua carriera e che tanto ho apprezzato per profondità di ricerca e singolarità di vedute: Peter Terragni, così si autodefiniva pochi anni fa (povero Giuseppe!... che brutta fine hai fatto…), richiama all’ordine Gehry e ne decreta la morte intellettuale sancendone l’inaridimento della vena speculativa.
E’ un peccato che il caro Peter abbia perso il titolo ad ammonire chiunque da quando ha aderito a quella che Andrea Pacciani (non conosco le vicende della polemica iniziale, ma condivido a pieno il contenuto dell’intervento) definisce “architettura strillata”, al carrozzone dell’architettura da “rivista d’architetturatuttafoto”, da servizio di NONSOLOMODA, alla tendenza di dovere stupire con il fantastico e l’inusuale, magari mascherandola con un leggero tocco di onanismo intellettuale attraverso delle griglie distorte al calcolatore date poi in pasto ad un tornio 3d.
Lo stesso Eisenman ha battuto la strada della grande scala e del grande pubblico (non so perché, ma ultimamente quando penso all’architettura contemporanea mi viene sempre più alla mente il motto “panem et circenses“ ed in questo, continuo a non trovarci nulla di innovativo o rivoluzionario), entrando di diritto nel mondo atomizzato delle starlettes dell’architettura dei giorni nostri: signori sulla sessa-settantina di cui riconoscere un progetto è ormai più facile che distinguere il baffo della Nike dal marchio della Coca Cola.
Peter ce l’ha fatta: è entrato nel gota dei “creatori di un linguaggio, suo, unico ed irripetibile“.
Avere creato un linguaggio???? Creare un linguaggio????
A questo proposito, cito Chomsky (lo stesso con cui il nostro Peter andava a braccetto anni fa e di cui utilizzava le teorie linguistiche per compiere le sue fantastiche capovolte intellettuali): “Abbiamo forse, come individui, “fatto” noi la nostra lingua? Cioè, tu hai “fatto” l’italiano ed io l’inglese? Questo mi sembra senza senso, o errato. Non abbiamo avuto affatto alcuna possibilità di scelta rispetto alla lingua che abbiamo acquisito; essa si è semplicemente sviluppata nella nostra mente in virtù della nostra costituzione interna e dell’ambiente. “ (vi risparmio il seguito).
E’ per questo che dello scultoreimprenditorepubblicitariomuto Frank Owen Gehry preferirei non PARLARE.

Quello a cui assistiamo (a questo punto avrete capito che Eisenman è la delusione personale che fa da pretesto ad una critica estesa allo stato delle cose) è la nascita di una miriade di multinazionali dell’architettura che creano dei landmark ben riconoscibili e riproducibili NON PARLANDO ALCUN LINGUAGGIO: strilli, gridi e sussurrii incomprensibili ma molto rumorosi.

E’ per questo che dello scultoreimprenditorepubblicitariomuto Frank Owen Gehry preferirei non PARLARE...

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29/11/2003 - Sandro Lazier risponde a Pietro Battarra

Mi pare che Pietro Battarra usi la citazione di Chomsky un po’ a sproposito. Detta così si dovrà convenire che la lingua, paradossalmente, sia esistita prima delle persone (quindi Derrida, quindi la decostruzione ecc..).
Mi pare invece importante chiarire che, quando in architettura si parla di linguaggio, sarebbe opportuno comparare l’espressione architettonica al mondo della musica più che a quello della lingua parlata o scritta. Purtroppo, la necessità della lingua parlata di comunicare, oltre ai sentimenti, azioni e intenzioni, è capace di sporcare l’esito di ciò che può apparire evidente. Per esempio, in ambito scientifico la comunicazione deve essere pulita, possibilmente non contaminata da interpretazioni soggettive. Nel mondo della poesia, invece, non sono importanti le parole (che sono suoni condivisi con un significato, ecc…) e le regole che le governano, ma il modo con cui queste stanno insieme e la comunicazione “figurata” che ne consegue. Credo che Battarra converrà che l’italiano di Dante non è l’italiano di Manzoni, e che, pur rimanendo tra contemporanei, l’italiano di Pasolini non è l’italiano di Moravia. Dante, Manzoni, Pasolini e Moravia hanno un loro linguaggio. Così come Bernini e Borromini, come Eisenman e Gehry, come me e chiunque altro abbia intenzione di produrre un segno riconoscibile e interpretabile.
Nel campo della musica si può benissimo comunicare per ore (sentire un brano) senza dire nulla intorno alle cose concrete che ci circondano, ma un brano può dare senso a tutta una vita. La nona sinfonia di Ludwig van Beethoven non è solo “strillata” ma addirittura anticipa e recupera nell’ambito della musica la “dignità del rumore”.
Probabilmente, per i contemporanei di Beethoven, il Rock sarebbe stato rumore incomprensibile. Non lo è per noi.

 

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Commento 470 di lorenzo marasso del 05/11/2003


Sono uno studente di architettura e da un po' di tempo mi sono abituato a sentir parlar male di Gehry, se non addirittura a vederlo venir presentato come " il male " in architettura, specifico "in" e non "dell' " architettura. E questo preclude tante possibilità di dibattito, all'interno della scuola, sulle sue opere, che vengono velocemente tacciate di bizzarria o eccentricità. E più uno appare sulle riviste più diventa bersaglio di critiche a volte anche violente. E questo è dovuto all'insoddisfazione di molti del mestiere, di cui una buona fetta si considera singolarmente come "l'architetto" che non sbaglia e quindi non perdona. Ma penso che un fondo di vero ci sia in tutto questo, ma attenzione che non penso possa escludere il resto. Gehry è un genio dell'architettura, è uno che ha "creato" un linguaggio, suo, unico e irripetibile, nel quale ha saputo magistralmente fondere elementi tratti da altre discipline, specie dall'arte figurativa. I mass-media lo hanno celebrato però solo dopo Bilbao, tant'è vero che la sua reputazione di grande architetto, agl'occhi delle masse più o meno acculturate, inizia solo con quell'opera.
Questo dimenticando il prima, le sue opere più belle, nelle quali c'era inventiva spaziale, materica, che era in evoluzione. Poi tutto si è bloccato, e anche lui si è bloccato, ma ne è stato costretto. Dopo Bilbao, tutti vogliono Bilbao, lo vogliono a NEw York, a Los Angeles,a Washington, a Venezia. Non vogliono il Gehry dopo Bilbao, ma vogliono il Gehry di Bilbao, tutto ipersuperfici e titanio luccicante. Per fare un paragone musicale, quando il pianista russo
Vladimir Horowitz emigrò negli Stati Uniti, esaltò il pubblico americano per la sua strabiliante tecnica e per le sue velocissime ottave. E tutti da quel punto in poi volevano sentire solo più le sue ottave, per cui lui era costretto ad esibirsi in Carnegie Hall suonando un repertorio limitato alla massaccia presenza di ottave. Ma la sua bravura è rimasta fino ad oggi al di là delle ottave, come penso che la bravura di Gehry rimmarrà al di là di Bilbao e delle opere più recenti, che, sì lo penso anch'io, sono ripetitive e inflazionate. Tuttavia penso che il giudizio di Eisenman non significhi quello che molti pensano. Non credo che Eisenman giudicherebbe Gehry diversamente anche se quest'ultimo cambiasse linguaggio ogni settimana. L'identico di Eisenman, e la sua ripetizione, non è riferito alle ipersuperfici o al titanio, non è un discorso di forma, ma di approccio all'architettura. Non mi stupirei che Eisenman possa giudicare, se non lo ha già fatto, Gehry un "classico", come fece per tutta l'architettura dal Rinascimento al modernismo, basta leggere " la fine del classico " per capire cosa lui intendeva. Eisenman non potrà, per questi motivi, subire lo star system che invece sta condizionando Gehry, perchè Eisenman non fa immagine. E' fuori dall'immagine, o se c'è un'immagine, viene subito negata. Ogni progetto di Eisenman è nuovo, è diverso anche se il sostrato teorico è identico. In quanto appannaggio della visione l'architettura è stata per secoli sottomessa alle modalità di comprensione che sono proprie dei nostri strumenti con i quali percepiamo la realtà. In questo senso una stanza barocca è uguale ad una stanza di Mies, la differenza sta nella scala, ma l'ordinamento che noi diamo ad ogni segno architettonico presente in entrambe è sempre riferito ad un codice conosciuto. Eisenman prova a costruire sondando il non-visto, il non rappresentabile o figurabile, di qui ne deriva un non-linguaggio architettonico assieme una sorta di negazione degli strumenti compositivi tradizionali, strumenti che Gehry ancora usa, ripetendo l'identico che attraversa la storia. Ma questo non fa di Gehry un architetto meno capace di eisenman. Quello che stupisce è che gehry continua a costruire a destra e a manca e Eisenman no, o per lo meno non quanto ci si aspetterebbe da una della sua levatura. In questo Gehry è identico a ciò che abbiamo sempre avuto sotto gl'occhi, anche se lui lo fa un po' più piegato o più storto, ma i suoi canoni sono sempre gli stessi di tutta la storia dell'architettura. Dopo l'effetto Beaubourg c'è stato l'effetto Bilbao, ma tra non molto forse parleremo di effetto Santiago, dove Eisenman sta realizzando la sua ultima fatica. Allora ci sarà da pensare e ritornare su molte affermazioni fin qui fatte!!

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Commento 468 di enricogbotta del 04/11/2003


A scadenze quasi regolari mi si invita a scrivere un “un articolo in cui illustri e commenti un opera di questi anni che abbia per me un vero valore nel contesto architettonico di oggi”. Inviti a cui rispondo come ho sempre fatto, e cioe’ dicendo che non sono un critico ne’ ho interesse a diventarlo. Le opinioni che saltuariamente esprimo sono le opinioni di un giovane ricercatore che evidentemente ha le sue idee ma che non pretende in alcun modo di fare della critica seria.
Detto questo, invito chi non l’abbia fatto a leggere il mio intervento precedente su questo tema e a guardare la foto che gentilmente Ferrara ha messo in cima all’articolo a cui questo commento si riferisce. Ora, per conoscere quale sia il potenziale “positivo” (perche poi sia necessario essere positivi non mi e’ chiaro, si legga un bell’intervento di Mara Dolce su newitalianblodd.com http://www.newitalianblood.com/testi/testo121.html) di me stesso si legga tra le righe, meglio se le righe sono tante visto che la verita’ e il significato sono fatti statistici, e si capira’… non c’e’ a mio avviso alcun bisogno di leggere le etichette ne tanto meno di appicicarle su tutto e su tutti.
L’evidente disagio di Saggio (scusate il gioco di parole) e Ferrara si spiega con la difficolta’ a etichettare i miei interventi, credo per altro sia un difficolta' di molti. Il piu’ delle volte, in mancanza d’altro ci si accontenta di definirmi nichilista.
Il fatto che io non proponga opere che reputo valide o significative nel panorama contemporaneo e’ perche ritengo una tale operazione estremamente scorretta. Primo perche qualsiasi opera e’ insufficiente, e questo e’ un principio che bisogna accettare. Secondo perche l’opera e’ contestuale, e per parlarne bisogna parlare del (e conoscerne) il contesto. Un’opera e’ singolare, contestuale e insufficiente, l’opera di un architetto e’ singolare, contestuale e insufficiente, l’opera di un gruppo di architetti e’ singolare, contestuale e insufficiente. In poche parole, di opere di architettura non si puo’ e non si deve parlare. Chi la pensa diversamente da me ne parla e ne scrive, a mio avviso compiendo esclusivamente una mistificazione.

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4/11/2003 - Paolo GL Ferrara risponde a enricogbotta

Ovviamente, ne sono certo, Botta, quando parla di "mistificazione" si riferisce al suo significato inteso quale "alterazione", e non quale "falsificazione"....
C'è infatti una differenza sostanziale, perchè la critica è certamente soggettiva ma difficilmente può falsificare (o, quantomeno, è facilmente smascherabile), poichè discute su argomenti oggettivi, ovvero disponibili a tutti, e su cui tutti possono soggettivamente esprimere opinioni.
Altro: caro Enrico, credimi, non mi hai messo a disagio (non hai due belle poppe, non hai due belle gambe e, per di più, sei maschietto...il che non mi attira, assolutamente), piuttosto, con i tuoi interventi, dai spunto a temi che andrebbero approfonditi, e se ciò significa "fare critica", bè, anche tu lo sei a modo tuo, così come io (che critico non mi ritengo, ugualmente a te) lo sono quando apro bocca ed esprimo la mia analisi delle cose (anche su due belle poppe, sicuro!).
Ora, se è scorretto proporre opere valide su cui discutere, altrettanto lo è criticare senza proporre. E, nel tuo caso, è ancora più grave, perchè non ti mancano certo i numeri per farlo. Altro che "...giovane ricercatore che evidentemente ha le sue idee ma che non pretende in alcun modo di fare della critica seria". Se così fosse, saresti anche tu "mistificatore", ma quale "falsificatore".

Aggiunge Sandro Lazier
Dice Botta:"...in mancanza d’altro ci si accontenta di definirmi nichilista.[...] In poche parole, di opere di architettura non si puo’ e non si deve parlare. Chi la pensa diversamente da me ne parla e ne scrive, a mio avviso compiendo esclusivamente una mistificazione." Come volevasi dimostrare.
Tra l'altro, Botta, fin'ora, di cosa parlava se non d'architettura, di filosofia forse?

 

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Commento 461 di Fausto Capitano del 02/11/2003


>>> [autonomia e assuefazione] >>> Probabilmente la parola "trasgressione" fa troppa "fog" attorno alla figura di Eisenman (e se ve lo dice il "Capitano nebbioso", potete crederci!), stona un po' se la si immagina spalmata sulle sue rughe, sa di kitsch sulla sua stoffa radicale. Comunque, il suo accenno di autonomia mentale rispetto agli ultimi successoni gehriani, deve servirci da spunto per fare altrettanto. A dire il vero, ora che ci penso, Eisenman non avrebbe motivo di ostentare autonomia da niente e da nessuno, ma, forse, l'età avanzata favorisce cedimenti psicologici che poi vengono conditi, come in questo caso, con afflati giovanili d'istigazione alla rivolta creativa. L'autonomia, però, resta un possibile centro dei nostri discorsi: non più partendo dall'accenno di Eisenman, ma dalla materia di Gehry. Essa è (parafrasando) la ripetizione di un identico progetto. Progetto, come invenzione individuale, protesa a lasciar specchiare il reale in se stessa e ad offrire lo sfavillio di stimoli alla mutazione ed alla riorganizzazione di ciò che è sempre stato (e continua ad essere), in un modo che, finora, non c'è mai stato. Nel progetto gehriano (ripetuto nella sua identità in/scoperta) le contingenze, le sostanze materiali del nostro tempo, le tecniche CAM, le dinamiche della relatività fisica e della dis/locabilità emozionale, i rapporti di potere economico e culturale, i riti sociali, i gusti, l'appena iniziato cyberinascimento dell'arte ... tutto questo coagula forme e produce spazi, forse, diversi dal "solito/architettonico" e, forse per questo, "critici" già nella loro originaria diversità. Il progetto gehriano è dialetticamente autonomo da tutto e interlacciato a tutto; in quanto avente una dimensione estetica, esso è suscettibile anche all'assuefazione massmediatica. Ma il progetto gehriano (azzardo un'ipotesi "fog"!) è ancora in fase di "presa delle misure", prima di avviarsi sull'obiettivo: è proiezione, è slancio. E forse, ora che ci penso, già solo il vederlo sotto questa luce, giustificherebbe l'accredito di "criticità", di "strappo", che Eisenman mostra difficoltà nel dargli. Allora, Gehry sta costruendo "una cosa nuova"? E, in quanto "una", ma non ancora concretata, è possibile che le ultime installazioni "verso" essa (da interpretare, dunque, come passi sperimentali verso l'ultimo salto), appaiono ripetizioni di un'identità solo percepita? ... Aiutiamoci a capire! >>>

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Commento 460 di enricogbotta del 02/11/2003


Non ho mai pensato che Gehry fosse la “morte nera” dell’architettura. Un ruolo questo che spetta di diritto a Peter Eisenman, vero e unico artefice dell’intellettualismo autocompiaciuto dell’architettura degli ultimi15-20 anni. Come l’impero del male in guerre stellari, anche le vie dell’intellettualismo estremo introdotto sul volgere degli anni ’60 dalle elucubrazioni di malati di mente (non e’ un insulto ovviamente, ma una diagnosi), influenzati a loro volta da veri e propri psicopatici come Derrida e le premiata ditta Deleuze Guattari, sono infinite. Persino l’estremismo apparentemente opposto del quasi-pop Koolhaas non è altro che uno dei molti strumenti dell’impero intellettual chic dei circoli londinesi e newyorkesi, monopolisti della cultura architettonica della seconda metà del ‘900 e artefici della sua distruzione. Chi sostiene che non ci fosse niente da distruggere, come molti affermano, dice una grossa falsita’. Prima c’era un discorso (e non a caso dico “discorso”) che qualcuno, il Darth Vader Peter Eisenman, si è divertito a fare a pezzettini (prima di lui c’era stati altri ma forse non sono stati cosi’ determinati). Ora sta a noi “mandarli a casa”, o si capisce (leggere: o i giovani capiscono) che è *obbligatorio* liberarsi di questi fardelli o presto “architettura” non vorra’ dire piu’ assolutamente niente.
La frasedi Eisenman citata da Ferrara/Lazier non dice nulla sul lavoro di Gehry. Dice molto sul lavoro di Eisenman “in confronto” al lavoro di Gehry… siccome non mi interessano ne’ l’uno ne’ l’altro preferisco estrarre i temi che potrebbero essere interessanti dal contesto del lavoro di un qualsiasi artefice particolare.
In particolar modo il tema critico che mi sembra evidente è la scala. Un po’ di tempo fa ho ascoltato una intervista a Philip Johnson, grande amico/nemico (a certi leivelli nessuno e’ amico di nessuno…) di Gehry (con il quale cenava una volta alla settimana in una specie di loggia massonica dell’architettura newyorkese alla quale presenziava persino Cesar Pelli, a certi livelli sono tutti amici), di Eisenman, di Koolhaas, di Zaha Hadid, nonche di Frank Stella e Richard Serra. In questa intervista fatta nella proprieta’ di Johnson nella suburbia incantata di New Canaan (dove persino Koolhaas in visita esclama “what a nice place!”), lo Zelig dell’architettura parla di una scultura di Stella che ha nella sua galleria e dice: “e’ bellissima, intricata, la guardo e mi immagino piccolo piccolo che cammino su questi pezzi di metallo lucente, posso passare sotto questo punto, salire qui sopra, sedermi in questo punto”. La descrive come uno spazio architettonico, ma anche come un paesaggio. Serra nelle sue sculture da sfogo a queste suggestioni creando spazi molto meno intricati di quelli miniaturizzati di Stella dove pero’ non sono richiesti sforzi di immaginazione e l’esperienza e’ sensoriale. Gehry coniuga il desiderio di Johnson di entrare nelle sculture di Stella con la scelta di Serra di rendere questo sogno possibile anche a costo di semplificare lo spettro di esperienze possibili. Nel lavoro di Gehry secondo me non c’e’ molto altro. La tecnica costruttiva, l’efficienza tecnica (come l’acustica della WDCH) o la funzionalita’ degli spazi sono compiti che qualsiasi Corporate Firm potrebbe adempiere altrettanto bene. Gehry ha successo perche quello che deve funzionare funziona, quello che deve svolgere un compito svolge quel compito quello che deve essere efficiente e’ efficiente come in un edificio di KPF o SOM. In piu’ ci aggiunge la sensibilità di dare forma al desiderio di abitare uno spazio immaginario, meglio se a una scala imponente. Il che fa anche in modo che i soldi in piu' che vengono spesi per un progetto di Gehry rispetto a uno di SOM rientrino in cassa con il "ritorno di immagine". Nel momento in cui una di queste due condizioni venisse meno finirebbe anche il clamore per un architetto per ora bravo a fare l'equilibrista, non certo a innovare.
Ora provate a prendere un foglio di carta, accartocciatelo per bene e poi provate a scrutarlo e immaginatevi a camminare sulle superfici inclinate, passare sotto gli aggetti, sedervi su uno scoglio che da sul vuoto di una caverna candida. Gehry, Stella, Serra… non vi servono.

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Commento 459 di Fausto Capitano del 02/11/2003


>>> [invidia e pazienza] >>> L'invidia, rabbiosamente attaccata da Fadda, più o meno, già dal suo primo contatto con la comunità antithesiana, ha forse un solo pregio (che Fadda stesso dovrebbe apprezzare) in questa finestra dialettica su Gehry: è, infatti, traccia evidente della tendenza a non idolatrare il progettista in questione. La schiera di presunti invidiosi fa da tappo, forse involontario, nei riguardi della sostituzione dell'opera col suo stesso creatore: è, questo, un fenomeno rosenberghiano di s/definizione che, a mio avviso, darebbe adito, esso soltanto, al vero gesto criminale e deplorevole ai danni dell'attuale opera gehriana. Ed esso soltanto (e non i poveri architetti italiani improduttivi ed eticamente cedevoli) dovrebbe essere il centro della violenta animosità offensiva di Fadda. Idolatrare Gehry, s/definire la sua arte attuale, gigantificare il pacioccoso immigrato californiano, comporterebbe il rischio di ammissione, prematura, della pochezza dei suoi attuali gesti creativi. Eisenman sfiora il limite di quell'invidia che lo accomunerebbe alla de/classe architettonica sulla quale Fadda si è arrogata la libertà di sputo? Nessuno di noi può permettersi di favorire un tale sospetto, non tanto per la caratura del personaggio di cui il direttore di testata, e suo vice, citano il pensiero, ma quanto per non mollare la presa della sincerità di coscienza e cadere nel fognolo dell'ira faddiana. Forse fluttuo ancora nella "fog" con cui Sandro mi vuole ammantare, ma, mi pare che Eisenman avanza un invito semplice: stiamo a vedere se, al di là di questa iper/modernità, di tutto questo immaginario mediatico; al di là di queste forme/business di flessibilità tecnologica e tipologica (forme/business degne di rispetto)... stiamo a vedere se al di là delle mode e dei gusti volubili, l'opera gehriana è figlia, o meno, del dissenso, di quella spinta critica sulla vita, e per la vita, che "consumiamo"; stiamo a vedere se è figlia, o meno, della responsabilità etica verso l'interesse collettivo reale, di cui spesso la stessa collettività non riesce a prendere coscienza. Stiamo a vedere se, nel futuro che sta venendo (in condizioni differenti di habitat, consensi e bisogni) l'opera gehriana attuale, ormai radicata nel luogo in cui è stata costruita, sarà in grado di produrre significati veri, autentici, innegabili. Stiamo a vedere se il futuro mostratoci dal pacioccoso immigrato californiano, depurato dal corso del tempo che sottrarrà super/ficialismi e sostanze volatili, darà un nuovo presente di nutrienti creativi, morali, estetici, umani ecc., ecc. Questo invito comporta attesa. Chi di noi può permettersi di aspettare, è bene che lo faccia senza nervosismi, senza scurrilità, senza ansie! >>>

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Commento 458 di Andrea Pacciani del 02/11/2003


I miei più vivi complimeti a Sandro Lazier che ha saputo così ben organizzare e gestire questa istant media convention sull’architettura gehriana. Prima ha sparato i fuochi d’artificio del giovane Fadda, preparato ed esaltato quanto basta, un po’ volgare e maleducato, ma nel mondo mediatico senza insulti si fa poca strada (Sgarbi insegna).
Poi aspetta le risposte, inevitabili, forti forse prevedibili (?) dei soliti partecipanti, che si sentono toccati dalla faziosa tracotanza del giovane Fadda.
Quindi chiosa con il pezzo di citazione di Eisenman, già a molti noto e facilmente condivisibile, che se pubblicato subito a commento del primo intervento non avrebbe suscitato questa ridda di botte e risposte.
Non so se casuale, questa regia ha comunque dato una sferzata al forum sicuramente interessante ed apprezzabile, ovvero un giro d’opinioni dirette sincere su un tema d’architettura.
Personalmete mi aspettavo qualche risposta sincera e distaccata sul mio accostamento sul metodo e sui contenuti (!?) tra l’architettura strillata contemporanea di oggi e quella altrettanto strillata e contemporanea postmoderna di 20 anni fa. Probabilmente l’età anagrafica o la corta memoria dei partecipanti al forum non lo consentono. Per i giovani studenti che si avvicinano o scappano da questo sito consiglio di andare a scavare nelle emeroteche delle facoltà per rispolverare i domus di direzione Mendini, per scoprire le analogie di allora con l’aria fritta che viene loro proposta oggi.
L’impressione da architetti è sempre che la vita degli uomini cambi in maniera velocissima, esponenziale rispetto al passato, e che le risposte progettuali debbano innovarsi e stupire per tradurre questi cambiamenti di vita sociale. Di fatto, non è così: questi cambiamenti sono lentissimi, scalfiscono solo superficialmente le abitudini di vita; non conosco la vostra vita e le vostre case o i vostri studi, ma quelli delle persone che conosco io hanno ancora le foto del matrimonio nelle cornici d’argento, i centrini all’uncinetto delle bomboniere del battesimo del nipotino e un cassetto, magari di un mobile di laminato d'alluminio, con il corredo della nonna mai usato da generazioni. Ho visto una foto di Gehry a questi festeggiamenti della Disney Hall felice nel suo classicissimo e convenzionalissimo smoking e mi ha fatto tenerezza per la distonia con il presunto messaggio architettonico della sua opera; auguro a lui e al suo teatro che sia sempre pieno di spettatori in ghingheri ad ascoltare l’Opera italiana.
L’acustica è importante per apprezzare un Guarnieri (per gli studenti d’architettura: é un violino non un architetto!) ma io preferisco ascoltarlo in una sala magari un po’ scomoda, con le ginocchia contro la balaustra del palco, la schiena dolorante per la mancanza di ergonomia delle sedute, con l’odore della polvere delle tavole da palco e la pesantezza dei decori. Mies raccontava sempre l’aneddoto sulle sue poltrone Barcelona che a chi piacevano le trovava anche genialmente comode, mentre chi non le sopportava le trovava anche scomodissime e progettate per il mal di schiena. Era il primo autogol della modernità!?

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2/11/2003 - Sandro Lazier risponde a Andrea Pacciani

Nessuna regia, caro Pacciani. Tutto è spontaneo anche se meditato, come la citazione di Eisenman che Paolo G.L. Ferrara ha voluto giustamente ripoporre all'attenzione dei lettori. Gli articoli di Fadda scaldano gli animi, pro o contro, ma li scaldano. Sta poi a noi cercare di non sudare troppo ed evitare che la pelle si irriti oltre il lecito. Per il resto ben vengano le polemiche e le discussioni.

 

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Commento 456 di Elena Camaiti del 01/11/2003


Mai traccia di discussione fu più appropriata per verificare possibili altre idee per altrettanti dibattiti. E' da tempo che seguo Antithesi e ultimamente mi sembra che ci siano state discussioni trasformatesi in polemiche. Invece la traccia 'esca' che è stata scelta spingerà i polemisti di mestiere (pochi e i soliti) a predere finalmente una direzione di ragionamento architettonico, senza rapportarsi a chissà chi, per dirne chissà che cosa! Capiremo tutti se intendono l'architettura come 'polemica di riflesso', da condurre all'infinito, riempiendo i siti di puerili e grottesche 'parole nel vuoto', oppure 'creando' (parola ai polemisti sconosciuta) un mondo possibile di riflessioni. Non preoccupatevi, le discussioni servono, e molto, ma trovo inopportuno che durino più di una risposta.
Credetemi, si può parlare veramente di Architettura; queste strategie atte a riempire i siti di confusionarie illazioni e tendenziose accuse, debilitano l'architettura della rete e allontanano chi, magari, prova ad avvicinarsi. Una sola persona che leggendo queste polemiche (studenti compresi) si allontana dalla discussione in quanto confusa, rappresenta per tutti noi, che invece ci crediamo, una sconfitta.
Le 'polemiche infertili' per attaccare chiunque e dovunque rappresentano ciò che il titolo condanna : ...la ripetizione dell'identico.
E, guarda caso, non và più bene!

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1/11/2003 - Paolo GL Ferrara risponde a Elena Camaiti

Gentilissima, osservando solo la durezza degli interventi tra i protagonisti, quello che dice è abbastanza vero, ma la cosa va guardata da un altro punto di vista: quanti strumenti ci sono che permettono la libera espressione? Attenzione: c'è da dirLe che moltissimi commenti davvero polemici ed inutili non vengono pubblicati. Ciò che mandiamo on line può sembrare 'sterile polemica' ma dobbiamo imparare a scrutare tra le righe e, di certo, troveremo spunti interessanti su cui dibattere. Devo dire che mi sembra paradossale la lamentela che spesso ci sentiamo fare, ovvero che antiTHeSi, invece di parlare di architettura, parla di 'critica della critica'. Paradossale perchè prima di antiTHeSi ci si lamentava che non c'era neanche quella...Lo strumento antiTHeSi è nato per essere dei lettori e non solo degli specialisti. Non siamo 'patinati' e non cerchiamo di pubblicare a tutti i costi articoli 'buonisti'. Il nostro scopo è fare dibattito, aperto e, nel caso, duro. Ovviamente, ciò non ha la pretesa di arrivare a delle verità assolute, tutt'altro. Un esempio potrebbe essere indicativo di come antiTheSi rappresenti un primo momento di contatto con i lettori. Mi riferisco al rapporto con Enrico G Botta, assolutamente dialettico e contraddittorio, alcune volte molto forte. Lentamente, pur non condividendo le stesse idee, abbiamo intessuto un rapporto che sta pian piano chiarendo ad entrambi quelle che sono le reali personalità. Nessuno è nemico di altri: dobbiamo cercare di lavorare sulla materia architettura in Italia, e sdoganarla dal provincialismo in cui si bea da molti anni.
Ribadisco: leggere tra le righe degli interventi è fondamentale per intuire linee guida. Poi, si sa, ciascuno di noi ha il personalissimo carattere che lo guida nel modo di esporre le cose.
Non siamo migliori di altri, ma nessuno, oggi e nel futuro, potrà mai assimilarci a 'carta igienica'.
Cordialità

 

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Commento 455 di Paolo Marzano del 01/11/2003


Tempo fa in uno scritto dal titolo 'L' Uomo Altrove', analizzavo proprio questo argomento che P.Eisenman sottolinea, sono pienamente in linea con lui. Vedete, incastrando forme anatomico-organiche o zoomorfiche di qualunque profilo e carica digitale; una testa di cavallo o un pesce dei fogli al vento o della lamiera accartocciata, evidentemente è una strada da percorrere, insomma la libertà formale raggiunta può distribuire qualunque piega e concavità, ma il rischio è di trasformare quest'enorme possibilità in un'impasse progettuale!
O titanio o teflon o qualsiasi altro materiale va bene come esperienza tecnologica, è da evitare la produzione in serie di forme casuali a cui appiccicare il nome a seconda della destinazione d'uso del momento.
Sappiamo già da tanto, tanto tempo che una forma libera può contenere un solido geometrico oppure quest'ultimo contenere la prima, sappiamo che i due volumi possono incastrarsi e allora realizzano 'interferenze' o NURBS o anelli di Mobius come le volete definire, bene studiamone le caratteristiche spaziali e azzardiamone le possibili intelaiature rimanendo attenti alla forma generale altrimenti finiremmo per creare acquari giganteschi o bottiglie con i velieri all'interno o gabbie per imprigionare le nuvole (forme costrette). Certo la tecnologia è sollecitata dalla grande scala d'intervento, ma la forma è ormai 'industrialmente' acquistabile! Incredibile,
(sapevamo che andava a finire così, la 'gehrytechnologies' insegna).
Oppure, i contenitori tanto in uso negli ultimi tempi, costituiti da una maglia strutturale 'grigliata' capace di amplificare visivamente la forma per contrasto rispetto ad un fondo omogeneo, mostra una forma illusoriamente libera però 'contenuta'. E' un approccio veramente povero! Rimane una condizione abbastanza frustrante, basare la passionale intenzionalità architettonica solo stabilendo la scala degli omini di riferimento magari ben distribuiti attorno all'aura di un poco probabile 'sublime informatico'. Tutto questo lo conosciamo già lo abbiamo studiato, digerito, ripercorso e ritrattato ma è capace, sotto altre spoglie di ri- ri- ripresentarsi.
Sappiamo dunque quanto sia 'popolare' tra alcuni degli osannati maestri contemporanei, la tendenza a caratterizzare la trovata architettonica attribuendole del valore aggiunto di perfezione digitale, tale forma "[…] carica l'immagine globale di valori autoreferenziali", vedi F.Purini, Il disegno digitale , Quaderni LAR, 3, 1998 pp.19-33.
Bisogna riferirsi ad esempi pratici per analizzare e tentare di interpretare alcuni elementi che si presentano con il nostro 'quotidiano' architettonico in preda a sconvolgimenti mediali e trasformazioni comunicative. Questo ci aiuta ad oltrepassare pian piano la linea invisibile tra una realtà fisica relazionale-materiale, connessa alla grande città parallela del mondo delle informazioni, o almeno quello che noi percepiamo di essa, durante il nostro 'normato' vivere, relazionale-virtuale. In caso contrario l'apparire della scontata ma mai compresa, 'ripetizione dell'identico'. Ottimo Eisenmann, mi sembra il momento di annullerà questa pratica architettonica che ci ha torturato per decenni, esaltando il 'sensazionale'.

paolo.marzano@inwind.it


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Commento 454 di Fausto Capitano del 01/11/2003


>>> Capitano nebbioso >>> FOG >>> Gehry >>> l'espressione individuale è pensiero dialettico >>> il suo lavoro è frutto di un pensiero dialettico >>> egli passa la ragione rincorrendo l'emotività >>> dialoga con la massa introducendo la metrica del design nello spazio statico >>> un dialogo di massa non ha termini di singolarità >>> un unico individuo costruisce alla gente che risponde fruendo >>> si tratta di espressionismo individuale >>> industrializzato >>> ripetizioni indifferenti >>> messaggi dell'identico >>> confezioni critiche >>> cioè ragionate sul senso del dare la crisi alle emozioni >>> monumenti alla "tipologia FOG" >>> nebbioso Capitano >>> devi mettere in crisi per trasgredire? >>>

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