Giornale di Critica dell'Architettura
Design

Design inerba

di Gianni Marcarino - 2/11/2003


"La storia di questo oggetto: "erba voglio" (nome del tavolino) è nato così per gioco, facendo girare la matita sul foglio bianco cosa che capita soprattutto nelle ore notturne dopo una giornata di "copia-incolla" o peggio "specchia" davanti ad un PC.
L’oggetto è vivo, ha bisogno di cure, va innaffiato, potato, concimato e non solo spolverato ed osservato dai potenziali fruitori (negazione del concetto della massaia/o con il pallino dell’ordine e della pulizia es. pattine per non rigare il pavimento da 150 euro al mq.) non ha alcun senso
."
(Arch. Luca Toppino, 27 anni lucatoppino@tiscalinet.it )

Luca Toppino, con "erba voglio", lavora sul versante artistico. Il design, inteso come ricerca formale e materica non trova spazio in questo lavoro. Per assonanza linguistica la prima immagine che ha evocato il comodino, è stato "Pratone" (1969), impossibile seduta dell'architetto Derossi, prodotta alla fine anni 60. Enormi fili d'erba in materiale sintetico, opponevano un paesaggio naturale all'innaturalità della materia di cui erano costituiti. Lo sviluppo tecnologico, l'affermarsi di una società guidata dalla tecnica, trovava interlocutori critici che, pur lavorando con nuovi prodotti dell'industria, cercavano di opporre alla direzione unica dello sviluppo economico, un paesaggio poetico. Il comodino, sottrattogli il manto erboso, è un oggetto comune rintracciabile in quasi tutti i cataloghi di mobili.Toppino non cerca neppure un aggancio positivo con materiali di ultima generazione od un riuso possibile e positivo dello stesso oggetto. Spinge il pedale dell'ironia e dello spostamento di senso, usando l'arte come "erba" per una possibile (od impossible) alternativa di vita.



link:
http://www.designboom.com/eng/funclub/gufram.html

http://www.gufram.com/multiple/pratone.html
http://www.archinform.net/arch/...


(Gianni Marcarino - 2/11/2003)

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Commento 514 di Domenico Cogliandro del 22/11/2003


Un tavolino è un tavolino. Punto. Non mi farei fregare dalla dicotomia (ho detto dicotomia?) tra forma e materia senza avere idea di cosa sia una e cosa l'altra. Diciamo che, ecumenicamente, capisco tutte le posizioni, e che tutte le posizioni, in quanto tali, debbano essere difendibili, ognuna per sé, per le fatiche che si portano appresso, per il tempo che c'è voluto a maturare, in un senso e nel suo avverso, quella determinata posizione. Tra tutte, se devo essere sincero, preferisco il fervore di Sandro, ma è una simpatia a pelle. Non è però questa la cosa di cui voglio scrivere. Design è un termine che ingerito male può provocare, a seconda degli organismi (siamo tutti diversi, vivaddio), stitichezza o emicrania, o entrambe senza soluzione di continuità. E poi è un termine che abbiamo ingerito, ormai è acclarato, dalla lingua inglese, e nella lingua inglese (come nell'antica Grecia la parola polis significava tre cose - politica, città, e le molte cose - inscindibilmente e contemporaneamente) il termine design, ma vorrei fosse un lemma o addirittura un suono, significa almeno due cose: progetto e strategia. Barthes avrebbe parlato di anfibilogie, o di termini che si portano appresso "assieme e nello stesso contesto" almeno due, se non tre, significati. Quando parliamo di design, dunque, dobbiamo intenderlo, correttamente e anfibologicamente, portatore di due significati che non possono essere scissi, pena lo smarrimento della qualità del termine. Sicché, comunque vada, tra la diatriba tra il critico e il designer, come accade nella fiaba della volpe e il corvo a proposito del formaggio, io sto dalla parte del tavolino, o del formaggio. E aderisco, per concludere, alla posizione di Marasso, le cose che adesso stanno così riflettono il nostro "così", tutto qui. In questo momento gli "interessi" per le cose (e, se possibile, vorrei candidarmi a sostenere le iniziative autonome degli studenti universitari, e non solo del Politecnico) vengono veicolati da altri poteri su altri vettori e, nonostante la purezza del progetto di Toppino, fa specie l'attenzione mediatica allo star system (sparate sul pianista, please!) e la disattenzione generale al progetto (design) e alla strategia (design) che ne definisce i caratteri.

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Commento 512 di fausto capitano del 21/11/2003


Non sarebbe un danno se per un momento ci si astenesse dal discutere sulle valenze di un comodino e si osservasse un minuto di silenzio in onore di una architettura vicina alla morte. Tra poco tempo avrà luogo lo smantellamento del corpo di fabbrica che Luigi Cosenza aveva pensato e realizzato per l'ampliamento della Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma. Io ho, ancora, una scarsa sensibilità estetica e spaziale, ma quel minimo che riesco a raccimolare frugando nelle tasche vuote della mia coscienza, mi dice che si tratta di un piccolo, invisibile evento luttuoso per l'architettura moderna. All'atto si dà una giustificazione funzionale, ma proprio per questo (correggetemi se sbaglio) si sarebbe dovuto annientare la fabbrica di Cesare Bazzani che, in confronto, mi pare un afono e scialbo episodio dell'arte e dell'architettura moderna. Riflettendoci su un attimo (per quel poco che riesco a fare), sarebbe stato più logico un intervento di contemporaneità trasversale (rispetto + transfusione di nuovi dna) tenendo conto della mutevolezza di usi e bisogni. Penso che questo gesto demolitore inquina ulteriormente la già torbida cultura italiana rispetto ai temi della modernità.

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Commento 511 di Mara Dolce del 20/11/2003


Gianni Marcarino domanda
RISPOSTA 1.
Gianni Marcarino dice: “VORREI AVERE da Lei degli esempi di prodotti di qualità(..) al di fuori delle bagarre parolaie descritte dal suo commento”.
1-Gli elenchi, le liste, lasciano il tempo che trovano,ne abbiamo avuto recentissime conferme con le discusse liste under40. mettere in colonna
nomi di opere di architettura e design, quando non se ne giustificano i criteri , è un operazione da auproclamati critici di architettura italiani, di quelli che un giorno si definiscono critici e quello dopo teorici dell’architettura se non addirittura comunicatori.. Questo semmai potrebbe il tema di un prossimo articolo.
2- per il “VORREI AVERE” la rimando alla risposta n.3

RISPOSTA 2
Gianni Marcarino dice: “preso atto del kitch italico in cui ci siamo immersi, come propone di uscirne” (…)
Più che di Kitch parlei di trash, inteso come emulazione fallita. Basta farsi un giro nelle università il giorno delle tesi , per vedere un ricco campionario di emulazioni fallite di Ghery, Hadid, Eisemman, Fuksas ecc. insomma una specie di “ciaocrem” , dell’architettura , un succedaneo della ben più nota e buona “nutella”. La colpa è ovviamente dei docenti che vertono in uno stato di semincoscienza dell’architettura e che appoggiano da pari a pari, l’allegro entusiasmo adolescenziale degli studenti.
“Come uscirne?”
Credo che si debba ripartire dall’università. Oggi i presidi di facoltà si limitano a fare i gestori e i burocrati di un organismo pubblico. Non hanno una linea culturale chiara, (praticamente non la hanno), accettano indiscriminatamente tutto. Una linea riconoscibile sottintende una scelta cosciente di un tipo di architettura e la difesa critica della stessa, significa aver chiaro come dovranno essere gli architetti di domani. La recente riforma dell’autonomia degli atenei, che prevedeva una sana competizione che si sarebbe dovuta misurare sull’offerta culturale e poteva essere uno stimolante rilancio dell’architettura; è stata invece
immediatamente polverizzata dall’interpretazione provinciale dei loro presidi che ne hanno fatto uno strumento politico ridotto a competizione del proprio prestigio e alla corsa (patetica) all’accaparramento delle matricole con gadget e promozioni. Un “ottimo” esempio in questo senso, è la facoltà di architettura di Roma “la Sapienza” che divisa recentemente in tre sedi ,ha messo a nudo tutti gli aspetti di potere, burocrazia e di povertà culturale che per almeno vent’anni la hanno corrosa, facendola precipitare nelle classifiche delle peggiori facoltà italiane. A partire dagli anni ottanta le facoltà di architettura hanno avuto come unica “linea culturale” il potere; lo strumento per gestirlo e mantenerlo è stato quello della poltrona incollata eternamente al culo per sé e per pochi intimi. Ancora oggi, la cattedra è un titolo nobiliare che si passa di padre in figlio; infatti, recenti studi scientifici nei dipartimenti di facoltà, hanno dimostrato che il gene dell’architettura, della cattedra e del merito scientifico, è nel DNA del padre che non può non trasmetterlo all’altrettanto meritevole figlio o nipote. I dottorati pagati, guarda caso, li hanno tutti i figli dei docenti, ce ne fosse uno che non se lo meriti. Le borse di studio praticamente non esistono, i soldi sono a beneficio dei dipartimenti per comprare gli schermi al plasma per la gioia di docenti- adolescenti senili le cui ricerche finanziate con denaro pubblico, al 90% sono carta straccia che non serve a niente e a nessuno, se non a loro stessi per fabbricarsi titoli.Le facoltà di architettura sono un luogo dove “piove sul bagnato”: per chi ha soldi: borse di studio, (quelle poche che ci sono),per chi ha il padre professore: il dottorato pagato, per quelli che non hanno niente da dare in cambio: meno di niente. Il merito, si sa, nell’ italietta dalle mezze maniche, non paga. Le raccomandazioni ci sono in tutte istituzioni del mondo, ma è semplicemente scandaloso vedere come in Italia il merito proprio non trova posto, o che questo venga riconosciuto, difeso e anteposto ad altri interessi solo da rarissimi integri docenti che nella corruzione generale fanno quasi la figura degli eroi. E sì, perché docenti di questa fatta ovviamente di amici ne hanno pochissimi. E’ solo di pochi giorni fa la notizia di centinaia di ricercatori che facevano fagotto e se ne andavano all’estero; e non perché non ci siano i soldi, ma perché vengono distribuiti arbitrariamente: chi nell’università non sa fare politica rimane a bocca asciutta.
In questo clima di profonda ingiustizia sociale e disonestà intellettuale, non c’è posto per una“ linea culturale“: non ci può essere quindi l’Architettura.

RISPOSTA 3
Gianni Marcarino dice: “Dato che il tavolino di Luca Toppino non è, secondo lei tanto male, ma non la convincono i commenti sociologici culturali ATTENDO Suo punto di vista”(…)
Gentile

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20/11/2003 - Gianni marcarino risponde a Mara Dolce

Domanda 1
"Le liste, gli elenchi non servono". Quando si parla di dicotomie, di fronti contrapposti, di palesi scemenze (vedi il commento 486) significa avere le idee chiare. In questo senso gli esempi sono utili, aiutano a capire ed a dialogare su elementi concreti. Mi auguro che questo possa essere un tema futuro. Un esempio: il programma di Daverio, condotto dallo stesso critico d'arte la domenica su Rai 3. Ha affrontato il tema del restauro filologico, prendendo una posizione, con tanto di nomi, cognomi, e documenti filmati. La posizione è ovviamente tutta da discutere; il miracolo è che cio' accada.

Domanda numero 3
A parte la filippica sulla buona educazione, (mi ricorda la scuola e le compagne/bene, accompagnate dallo sguardo benevolo degli insegnanti tanto amici di papà e mammà: i loro "cazzo cioè", erano politicamenre correttissimi) segnalo che a parlare dei pattini e della massaia è, ovviamente in modo del tutto lecito, l'autore del tavolino il quale ha introdotto il proprio lavoro con un piccolo commento segnalato tra le immagini dell'oggetto. Commento peraltro richiesto da Antithesi per dialogare sul tema senza alcuna pretesa aulica, ma con la convinzione che un progetto possa anche essere "raccontato" e discusso.

 

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Commento 506 di Francesco Pietrella del 17/11/2003


Mi sono interessato dell'argomento in questi giorni difficili in cui ho mio padre ricoverato in ospedale con urgenza. in effetti entrando in luoghi come gli ospedali per l'appunto mi domandavo tra me' e me' quale importanza etica puo' avere il mio mestiere in confronto per esempio ad un medico, un primario, un semplice infermiere, un carabiniere in Irak. Con sorpresa mi accorgo di quanto anche ammalati gravi "necessitino" di allegria, convivialita' e vitalita', condivisione di uno spazio abitabile "loro". Mi domando in quale modo e concretamente il "luogo" progettato possa essere necessario alle persone, e quanto sia impegnativo oaleatorio il ruolo di un designer-architetto nella societa'.
Ritornando al tema del tavolo-erba ho notato la presentazione nel sito e mi domando qual'e' la motivazione per pubblicare e fare dibattito culturale sulla presentazione voluta da voi di un lavoro presentato come novita' in copertina visto che l'idea e' gia ampiamente stata svolta da tanti e ancora tanti, fin dalle basilari scuole di design. Vi chiedo informazioni se questo lavoro presentato sia accreditato come "oggetto di design" da chi di dovere, un concorso, un ente, una pubblicazione, una produzione ind. Sinceramente ho trovato aleatorio il tam-tam tra gli utenti. Personalmente seguo altre linee di pensiero progettuale, ma ritengo che nel "design ludico" debba essere tale la forza espressiva di suggestione dei sensi percettivi tale da motivarne interesse. Ho notato che tale forza espressiva di coinvolgimento dei sensi e' alquanto assente, riducendo il tema progettuale alla citazione di relazioni tra elementi come la seduta e il materiale erba senza la sintesi stilistica e talentuosa necessaria o lo svolgimento di tale relazione in un progetto nuovo, fresco e sorprendentemente coinvolgente. Le relazioni vanno tutte bene .....ma mi devi affascinare molto di piu'. E' "necessario" e il design "necessita'" di novita' sorprendenti, di superamento evoluto dei concetti del design conformati da tempo, e' il nostro dovere di designer,di architetti, di operatori culturali, abbiamo il dovere di indirizzare al futuro prossimo condivisibile la societa', il mercato, il prodotto, l'attenzione estetica di un'umanita' che vive, che lavora, senza rimpastare vecchie idee oramai conformate. Io nel mio lavoro cerco di essere utile appunto ad un' umanita' seguendo principi primitivi e antichissimi e modernissimi perche' l'umanita' che comperi un tavolino-erba non sia impreparata alla vita, perche' non rida dell'erba in casa di una comitiva di amici perbenini figli di papa' annoiati, ma sorrida silenziosamente nel guardare una lampada polifunzonale ma economica,una lampada o un' oggeto "diverso" auspicio di un atteggiamento tollerante verso le diversita' del mondo, di quel senso estetico che evolve dal finto antico alla sensorialita'. Un'oggetto che accompagni l'uomo contemporaneo verso un'apertura culturale sana, il "segno" della contestualizzazione di un atteggiamento etico verso il modo auspicio del sorriso di una classe dirigente occidentale ben disposta alle integrazioni sociali, alle contaminazioni culturali, all'operoso impiego delle risorse produttive dell'industria. Proprio perche' tra gli uomini ci sono guerre, incomprensioni religiose e terrore, enormi muraglie di cemento e cultura tra popolo e popolo, dolore e fame, mancanza di risorse
primarie e inegluaglianze essenziali. non si ridacchia dell'erba a malo modo sparato sul proprio sito,o peggio facendo catenaccio di comitiva. Si sorrida ad un futuro condivisibile.
buon lavoro
Francesco Pietrella www.newitalianblood.com

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Commento 503 di Mara Dolce del 16/11/2003


Scusi Marcarino, non ho capito qual'e' la domanda, me la puo' ripetere?
Sara` forse per colpa di quel ritorno al Barocco che lei tanto auspica.
cordialità
Mara Dolce

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16/11/2003 - Gianni Marcarino risponde a Mara Dolce

Gentile Mara,
sarò sintetico, razional(ista) al meglio delle mie possiiblità.
Domanda numero 1:
Vorrei avere da Lei esempi di prodotti di qualità (design, architettura), compresi da pochissime persone, prodotti al di fuori della bagarre parolaia descritta nel suo commento.
Domanda numero 2:
Preso atto del Kitch italico in cui siamo immersi, come propone di uscirne, anche e soprattutto, visto il sito che ci ospita, sul piano culturale ed estetico ?
Domanda numero 3:
Dato che il tavolino di Luca Toppino non è, secondo Lei, tanto male, ma non la convincono i commenti " sociologico-culturali", attendo un suo punto di vista specifico sull'oggetto.
Cordialità
Gianni Marcarino

 

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Commento 502 di gianni marcarino del 15/11/2003


Nel suo commento 486, Mara Dolce contrappone il mondo dell'astrazione, delle parole al mondo della pratica, dei fatti. Mi pare discutibile sul piano logico, in quanto esistono le parole ed esistono i fatti, esistono i concetti e le azioni e non credo ci sia una possibile scala di valori che possa definire la prevalenza della " pratica sulla grammatica". E' bene certamente che alle teorie seguano i fatti,ma Antithesi è un sito nato appositamente per fare critica e dibattito.....
Per rimanere sul concreto, vorrei conoscere alcuni esempi di prodotti di qualità di design , d'architettura, secondo Mara Dolce....fuori i nomi.
Segue poi l'elenco delle doglianze sugli endemici difetti degli italiani, peraltro piuttosto condivisibile, ma chiedo, per amor di realismo, quale sia il rimedio. Dal mio punto di vista è utile prendere coscienza che tra le necessità di oggi c'è quella di ottenere l'accesso di massa alle informazioni, attraverso il computer ed internet, attraverso una informazione televisiva allargata e dialettica, la scuola, per sviluppare il senso critico generale. Così come sono oggi necessità concrete (non solo fisiche ma anche psicologiche) oggetti reali, mezzi di comunicazione, trasporto, abbigliamento, arredo, con una dignità estetica ieri solo appannaggio delle classi privilegiate. Tutto ciò al di fuori di una possibile orgia consumistica, ma nell'ambito di una società, la nostra, in cui non si muore più di fame, in cui aumentano le aspettative di vita e di realizzazione personale.
Oppure possiamo vedere le cose dal punto di vista dell'intellettuale impegnato che tempo fa, su un quotidiano nazionale, ricordava con nostalgia gli anni in cui con famiglia e servitù trascorreva alcuni mesi di riposo l'anno (alcuni mesi) nella casa antica sul mar ligure e la popolazione locale, povera, ignorante ma felice, faceva da vernacolare contorno alla loro vita di meditazione. In questo contesto sociale non correremmo certo i rischi della possibile moltiplicazione delle scemenze che tanto teme Mara Dolce.
Mi rendo conto che, per certi versi, il nostro paese è una bolgia disordinata, fatta di passioni private e di poca passione etica. Tuttavia esiste una vitalità, una socialità antica ed anche un modo di essere soggettivo che ha prodotto grandi opere (per esempio il fenomeno del design, sviluppatosi fuori da qualunque programmazione, attraverso l'incontro tra artigiani coraggiosi, architetti visionari e manodopera qualificata). Per rispondere alla chiosa di Mara Dolce, auspico certamente che si possa dare una dignità estetica ed etica al nostro disordine ed al nostro modo caotico/creativo di vivere, ponendo naturalmente quei "paletti " sociali necessari alla convivenza civile. Quando questi "paletti" diventano rigidi al punto da determinare a priori il bello ed il brutto, quando la comunicazione è in mano soltanto alla vecchia solita elite formatasi secondo i soliti percorsi, la vera dicotomia rimane quella classica: la società " pensante" perennemente e gratuitamente sdegnata, il popolo becero e giovani a fare eternamenete il copia-incolla per quattro soldi. Vivo in Italia, in un posto in cui gli Svizzeri sognano di trasferirsi...


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Commento 490 di Luca Mancardi del 12/11/2003


Mi spiace vedere professionisti che ancora provano a fare progetti solo basandosi sul senso del quotidiano e con la concretezza che è figlia della necessità. O meglio che hanno la certezza di conoscere LA NECESSITA'; forse D'AMBROSIO (primo commento) è arrivato così in alto da poter inserire la testa nell' Iperuranio e da li trasportare in terra in concetto di NECESSITA' in tutte le sue possibili forme ed evoluzioni! Complimenti! La cito: ''L'idea di necessità che è dietro tutte le grandi idee dei progettisti di design e dell'architettura degli inizi del ' 900'' è ciò a cui dovremmo fare riferimento...”. Ma signori, non dimentichiamoci che viviamo in un mondo che si evolve e si trasforma con o senza di noi e molto più veloce... Questa è la base di umiltà da cui deve partire anche un professionista! Dice bene ENRICOGBOTTA (comm. 480 8/11/2003), lo cito: ''Le necessità, lo sappiamo, per un animale evoluto come l'uomo sono di natura molto varia'' aggiungo io probabilmente imprevedibili in certi casi, non dico che non si debba guardare al passato ma se ci si fossilizza a guardare indietro non si può decidere la direzione in cui si va e neppure la si può giudicare, si rischia quindi di avere una visione quantomeno riduttiva dello stato delle cose. D'AMBROSIO scrive (su www.archphoto.it) ''L'architettura non ha bisogno di essere spiegata, ma di essere vista e vissuta. L'uomo del passato non ha mai dimenticato la convivenza con la natura e la sua potenza mistica purificatrice'' parole sacrosante, ma non mi sembra del tutto in linea con il discorso che ha fatto qui, comunque dovrebbe esserlo dato che si sta facendo riferimento ad un oggetto che alla fine è scomponibile in un TAVOLINO (mio dio chi mai lo usera!? NON E' UTILE!) e un VASO... mi sembra che D'AMBROSIO ne abbia appesi in aria un bel numero nelle foto del progetto, penso di Bali, presenti sul sito prima citato, e ci stanno pure bene! Ma li può usare solo lui! Toppino è troppo ingenuo per i vasi, eppure mi sembra sia maggiorenne!
Qui uno più uno non fa due! Un tavolino e un vaso rivisitati come fa Toppino sono qualcosa di più, qualcosa di vivo! Un tamagotchi, qualcosa di cui ci si deve prendere cura... e non mi vengano a dire che in una galleria newyorchese esisteva già la stessa cosa perché è come dire guardando un ''IMPACCHETTAMENTO'' di CHRISTO : ''Miseria ha copiato! oggi alla Conad ne ho visti centinaia di pacchetti! " L'intento è diverso, perché, nonostante la presentazione del suo progetto, la proposta è di un oggetto di design, e come tale va considerato, allora forse si può riflettere su una cosa: se un oggetto che veniva considerato pura arte ora bussa alla porta di casa nostra come sedie e divani, forse si tratta di riconsiderare quel contenitore enorme di cose che si chiama NECESSITA'! Di aggiornarlo!
Inoltre ricollegandomi a ciò che dice S. RAIMONDI, penso che ci sia del vero in ciò che dice! D'AMBROSIO è irruente, MARA DOLCE un po' più moderata, almeno nei termini, ma si può notare una cosa : oggi fare design è una guerra, o almeno è quello che traspare, una guerra di troppe parole! Se per poter ''mantenersi economicamente con le proprie idee e poterle inserire nel mercato economico'' occorre attaccare quelle degli altri senza dialogo e chiudere le porte d'accesso ai nuovi arrivati, stringendo la mano a chi è già salito sul barcone, magari per poi buttarlo giù quando si volta, perché il mercato non è infinito, e dentro non ci stanno tutti! Bene, non si capisce se è un contesto più simile all' HOMO HOMINI LUPUS o alla LOBBY! Nessuno discute del discorso di L.MASSARO sull'evoluzione e sull'essere arrivato, ma dispiace se i motivi per cui ti stroncano sono solo camuffati da consigli e sanno molto di: ''VATTENE NON CI SONO PIU' POSTI SULLA BARCA (già non so come l'ho trovato io...)". forse ad alcuni dispiace di non averci pensato prima loro a quel oggetto.
Probabilmente A. ERRICO non sa una cosa molto interessante, e cioè che l'ombrello è nato come strumento per ripararsi dal sole ed era utilizzato esclusivamente da damigelle di corte, poi pensate un po’, un pazzo ha cominciato ad usarlo per ripararsi dalla pioggia, e non era una damigella! Probabilmente lo hanno stroncato e magari anche deriso! Un trionfo del pensiero laterale che per fortuna esiste e per fortuna è un'arma alternativa e complementare alla logica! Probabilmente è vero che Toppino nel suo commento ha venduto la sua merce in modo un po’ provocatorio, (un fatto interessante è comunque che molti ne stiano discutendo come dice ERRICO) facendo riferimento all'arte che fa rabbrividire i puristi del design e parlando di un progetto uscito facendo girare la matita sul foglio, un atto di onestà che è un po’ pericoloso, ma credo sincero... M. DOLCE dice che non è peggio di altri, io penso che sia persino molto interessante e ne vorrei uno per casa mia! Siamo abituati a oggetti la cui progettazione viene raccontata come la saga di guerre stellari ma che spesso nascono da se

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Commento 492 di Enrico Boffa del 12/11/2003


In questi ultimi giorni ho seguito con attenzione ed interesse le polemiche e i commenti riguardo il tavolino “ erba voglio”. Devo ammettere che io questo oggetto lo avevo già visto, prima che fosse pubblicato sulle pagine di Antithesi, essendo Luca Toppino un caro amico ed avendo passato piacevolissime serate attorno all’erba voglio.
Osservando quali e quanti commenti ha suscitato l’articolo “Design inerba”, mi sono reso conto che l’idea che ha generato il tavolino erboso ha fatto centro: proverò a spiegarmi meglio. Fra i vari personaggi che sono intervenuti a commentare gli articoli, quello con cui paradossalmente mi sono trovato pienamente d’accordo è stato D’Ambrosio ( naturalmente tralasciando le affermazioni paternalistiche condotte sul piano personale, sintomo di una caduta di stile di un pur bravo ed affermato progettista). Giovanni d’Ambrosio afferma che ,”L'idea di necessità che è dietro tutte le grandi idee dei progettisti di design e dell'architettura degli inizi del " 900 è ciò a cui dovremmo fare riferimento.” Pienamente d’accordo, ma a questo punto la domanda è: le necessità , perlopiù in una società dell’immagine e della comunicazione, sono sempre le stesse, condivise e accettate da tutti e soprattutto cambiano i modi e i mezzi con cui queste vengono soddisfatte?
I tempi cambiano e con essi le aspirazioni e le necessità dell’individuo; c’è un episodio, riportato nel libro “This is Tomorrow“ di Luigi Prestilenza Puglisi, che secondo me può aiutarci a capire come ciò che un tempo era considerato indispensabile per un’organizzazione razionale della vita dell’uomo, in grado di soddisfarne i bisogni ora non lo è più e viceversa.
Nel 1994 viene affidato a Gaetano Pesce il compito di ristrutturare la sede di New York della Chiat/Day, nota agenzia pubblicitaria americana. Il progetto di Pesce si può considerare un’opera antifunzionalista, che non esita sacrificare l’utile all’inutile. Basti pensare alla scelta di alcuni materiali, videocassette usate che formano pareti, resine colorate per i pavimenti, materie plastiche che danno vita a figure antropomorfe, come bucature che ricordano le bocche delle bambole gonfiabili in vendita nei sexyshop. Chait, il proprietario dell’agenzia, in un’intervista rilasciata qualche tempo dopo la conclusione dell’opera, affermava che il progetto alla fine funzionava anche in termini economici, avendo l’agenzia incrementato i guadagni. Gli oggetti introdotti da Pesce a prima vista sono tutt’altro che funzionali per un’organizzazione tradizionale di un ufficio e non soddisfano le caratteristiche richieste da una postazione di lavoro, ma ad una più attenta analisi ci si accorge che invece diventano gli elementi fondamentali per una struttura produttiva che vende immagine e creatività. In questo caso gli oggetti hanno svolto al meglio la funzione per cui sono stati progettati, quella di essere funzionali all’azienda, anche se in modo diverso dai canoni tradizionali dell’organizzazione del lavoro d’ufficio.
Così anche il tavolino di Luca Toppino oltre a svolgere la sua funzione primaria, sorreggendo un portacenere o un buon bicchiere di vino, ha dato il là, nelle serate fra amici sopra citate, ad interessanti discussioni sugli anni ’60, la musica, il cinema e perché no anche agli sfottò dei più scettici. E’ diventato un elemento capace di aggregare e far discutere non solo in un luogo fisico, ma anche in un luogo virtuale come il web, e allora….. cosa volete di più da un oggetto nato per gioco e divertimento?

Enrico Boffa

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Commento 491 di Isabel Archer del 12/11/2003


Vorrei chiarire i termini del mio stringatissimo commento (n. 478), che tra l’altro semplicemente voleva porsi come una personale riflessione ad “alta voce” e questo mi sembrava sottinteso.
Avevo scelto, quindi, di sottolineare ciò che in me risuonava stonato ad una prima (istantanea) percezione istintiva di un testo scritto, esprimendo il mio dissenso per una frase di Lazier, in risposta a Giovanni D’Ambrosio, che mi è difficile condividere.
Come dire, LEGGO: “Questo paese dannatamente cattolico non riesce a vedere la creatività fine a se stessa. Deve sempre ridurla ipocritamente al servizio del patetico e del patito. Non c’è speranza perché anche un bravo architetto come d’Ambrosio ne è tormentatamene coinvolto.”, PENSO: “Ma cosa sta dicendo?!!”. E quindi cerco un confronto esplicativo.
E se “I miei occhi non leggono nulla di moralista nel commento di Giovanni D'Ambrosio”, sono comunque i miei occhi, quali interfacce di elaborazione della mia accezione della parola “moralista”.
Anche questo è parlare di architettura, di design, di desiderio individuale contrapposto al bisogno, alla necessità (e Saggio ce ne parla da un bel pò).
Un forte desiderio di non settorializzare e sezionare la creatività mi ha naturalmente portato a non esprimere un insindacabile giudizio di valore su questo oggetto nato dalla mente di Luca Toppino.
Perciò, gentile Luca Mancardi, forse anche lei poteva essere più esplicito sul perché lei pensa che io sia “improbabile”.
Forse si riferisce all’uso che io faccio di uno pseudonimo (tra l’altro con una forte dose di autoironia le assicuro)? Del resto un uso alquanto palese direi.
C’è qualcosa di male a non prendere se stessi troppo sul serio?
Comunque le assicuro che non ho niente contro le formiche, rispetto profondamente ogni forma di vita, ho solo pensato ad una spedizione agguerrita di piccoli insetti che intravedono dal basso, attraverso il diaframma trasparente del vetro, la mia cioccolata calda e i miei biscotti.
E le assicuro anche che ho sempre desiderato una casa come quella della strega di Hansel e Gretel, ma sarebbe deleterio per la mia dieta.
Cordialmente.
Isabel Archer

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Commento 489 di Angelo Errico del 11/11/2003


Non è bello quel che è bello, ma è bello quel che piace.
E' nelle cose insomma, il dualismo del tutto e del suo contrario. O almeno, così ci si può esprimere.
In questa libertà, ognuno ovviamente ha la sua percezione delle cose: quella innata , e quella "costruita" (come me).
Mia madre un oggetto del genere lo troverebbe demenziale. Mio nipotino: divertente. Tra l'idea all'IKEA e la storia che continua con la rigenerazione del passato (si cita Pratone dell'architetto Derossi, giusto?) mi sembra che il tavolino trovi il tempo che si merita.
C'è stato chi, ha detto di averlo visto persino in una esposizione a New York, suppergiù. C'è chi ci vede una genialità per gli occidentali.
Il fatto è, che a commentare il bello, anzi: a giudicare il valore oltre che estetico di un oggetto, sia proprio la sua corrispondenza d'uso con la realtà di vita dell'uomo. E' ineccepibile che ogni idea, qualsiasi, anche la più bizzarra o stravagante, è un parto ammirevole della mente fantasiosa, ed intendo per fantasia davvero quel tumulto del cervello, un brain storming come dicono gli americani, con cui arrivare a far qualcosa. Si può fare di tutto e dire di tutto.
Poi c'è la verità. Non quella assoluta. E' un problema (direi: problematica) di comunicazione.
Non sempre si parla per tutti. A volte si parla per pochi. E chi non conosce il linguaggio, non identifica un senso di piacere, di serenità dal dialogo che ha (subisce o riceve a seconda) con ... l'oggetto che gli sta vicino. Sentimenti quelli di piacere e serenità che non devono essere univocamente abbinati ad azioni compiute, per così dire, pacifiste. Si può essere sereni anche dopo cattive azioni (cosa non è soddisfatto un tifoso dopo aver sfasciato un'auto che è lì parcheggiata, ma pensata per altre funzioni e scopi?) Eppure è soddifatto, compiaciuto e sereno per sé il tifoso "sfasciacarrozze".
Quindi, che il tavolino possa irritare, stizzire, far disapprovare, non è poi così grave. E', e basta. Il vero aspetto filosifico di questo tavolino è se la sua presenza, segna un tempo, oltre che materiale, anche culturale, civile, di natura antropologica. Ci sono momenti in cui la semplicità, l'efficienza, la coerenza anche estrema sono il tutto e il solo in un progetto. Fate a una carrozza dei tram per come è statio pensato il tavolino "prezzemolo" (posso battezzarlo così' senza che qualcuno si offende?). Se salite sulla linea 14 di Milano, vi trovate con tanti pseudo tavolini "prezzemolino". In una città affollata, di movimenti e flussi rallentati, un tram come il "prezzemolino" è ulteriormente insopportabile. In un'altra epoca, probabilmente lo apprezzeremmo e lo copieremmo anche per gli areoplani.
Ah. Se la funzionalità e la coerenza non hanno senso nella progettazione, per che cribbio usa Luca Toppino l'ombrello quando fuori piove? Un uso altrnativo c'è. Che usi la fantasia anche lì.

Angelo

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Commento 488 di lorenzo marasso del 11/11/2003


MI riferisco all'intervento di simona raimondi riguardo alle dichiarazioni di d'ambrosio sul tavolino di luca toppino. Anche se sono amico di luca e, lo dico, il tavolino mi piace, tant'è vero che gliene ho ordinato uno, ritengo che questa diatriba innescata on-line gli faccia bene, a lui come persona e come designer. Il bello della rete è la simultaneità, tu pubblichi un prodotto e subito migliaia se non milioni di surfer commentano in tempo reale!! nessuna cosa avrà successo all'unanimità, forse solo ciò che la storia ha dichiarato come suo patrimonio, boh, forse le sette meraviglie del mondo, greta garbo e la ferrari sono indiscutibili perchè ormai parte della cultura estetica di molte generazioni.
D'ambrosio è un architetto affermato, ho visto dei suoi lavori di recente, sono molto interessanti, sicuramente uno che fa bene il suo lavoro, e che ha molte cose da dire e dal quale si può certamente imparare. Se lui dichiara una cosa perchè rifiutare quello dice?? non è meglio pensarci su un po? quando anthitesi pubblica il tavolo di luca toppino non dice che luca toppino è un giovane architetto che si è laureato due anni fa e che come tutti cerca la sua strada nel duro mondo del lavoro. Il rischio del web è che luca te lo facciano passare per philip starck, cosa che non mi definisce chi è luca, che personalità ha, cosa pensa, cosa fa. Spero che lui diventi se stesso e che prenda da starck la grinta e voglia di fare ma che non copi i suoi prodotti, e tanto più farà così tanto maggiore sarà la possiblità che anche lui diventi uno che, come starck, ha saputo essere se stesso fino in fondo.
E forse il suo essere in erba lo esprime proprio attraverso il tavolino, che piace a me, piace a simona raimondi, piace ad altri di nostra conoscenza, ma che a d'ambrosio sembra inutile, a botta sembra copiato e a molti altri sembrerà anche molte altre cose, che potremmo o meno condividere.
Di sicuro se d'ambrosio avesse conosciuto luca toppino, se ci avesse fatto quattro chiacchere e bevuto un caffè, naturalmente servito su
" erbavoglio ", gli avrebbe dato dei consigli utili, o avrebbero semplicemente iniziato a parlare di architettura e design.
Se luca pensa di essere "arrivato" solo perchè un suo tavolo è finito sul web, di sicuro non farà molta strada, ma questo, per non sembrare moralista verso uno che ha già più titoli di me studente, lo dico anche a e sopratutto a me stesso. E poi penso che il suo atteggiamento è ben diverso da questo.
Non penso comunque che esista per l'artista o il creativo un punto di arrivo oltre il quale non c'è più nulla, sarebbe la fine della sua evoluzione. Tra i musicisti anglosassoni gira il detto che " you are as good as your last concert ", cioè sei bravo quanto lo eri nel tuo ultimo concerto. Luca è bravo quanto il suo tavolino di oggi, tra un anno lo sarà di più e magari diversamente. Il tavolino di oggi è il rompighiaccio verso una realtà che è necessaria alla sua crescita.

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Commento 486 di MARA DOLCE del 10/11/2003


Il commento di Gianni Marcarino è la dimostrazione di come l’architettura e il disegn oggi si giochino dicotomicamente su due livelli : il primo su quello della pura teoria e dell’astrazione che rappresensenta la parte più consistente della stragrande produzione di parole, riflessioni, consideracióni e dibattiti, e l’altro , della pratica, che interessa pochissimi (che non partecipano ai dibattiti), e che si traduce a volte in prodotti di qualità . Vedere allora nelle parole del critico Bonito Oliva: " L'arte invita l'umanità ad un “pranzo gratis" a bordo delle sue opere, un nutrimento spirituale introdotto fuori dalla logica della pura sopravvivenza" la giustificazione a qualsiasi scemenza architettonica o design partorita nel nome della creatività, è la posizione acritica e propria di chi vive nelle proiezioni dei desideri e non in un paese che si chiama Italia. In questa nazione, un qualsiasi riconosciuto zuccone che ha avuto la faccia tosta di definirsi critico di architettura, non solo non è smentito, ma leggittimato e invitato ad una tavola rotonda a dire la sua. In Italia, le veline e una qualsiasi scema di valore che mostra cosce e silicone, si autodefiniscono “artiste “, persone di spettacolo, senza che nessuno gli faccia una pernacchia. Un TizioCaio Qualunque che dice banalità come tutti, di autoproclama “comunicatore” di professione e lo scrive pure sui manifesti senza nemmeno una risata degli astanti. Un cantante di canzoni napolatane da crociera, traffichino e arrogante è Presidente del Consiglio da più di seicento giorni. Ecco, nel paese del “Lei non sa chi sono io” dove è piu’ importante la pubblicità dell’etichetta/titolo che la qualità del prodotto, è pericoloso parlare di arte e creatività; perchè sono termini usati per giustificare qualsiasi fesseria con l’appoggio omertoso di chi avrebbe gli strumenti (e il dovere ) per smentirli. Denunciare questo non significa essere nè “paternalisti” nè moralisti, ma possedere un minimo di senso dello stato delle cose. Dire che il design si occupa quasi eclusivamente delle non necessità di chi può comprare il superflo e che di conseguenza si è incrementato un ricco e svariato mercato della scemenza caríssima e’ un dato di fatto; asserire che il design e’ all'esclusivo servizio di questa richiesta, è una realtà; e voler spacciare tutto questo per arte e’ un’operazione da televendita registrata dell'arte e mandata in onda alle tre del mattino . E tornando al tavoloinerba di Toppino, (che è solo un pretesto), ripeto, non è affatto male come oggetto in sè, trovo sia peggiore la pretesa operazione sociologico-culturale che lo commenta: “negazione del concetto della massaia/o con il pallino dell’ordine e della pulizia es. pattine per non rigare il pavimento da 150 euro al mq.)”; e che Toppino si definisca uno che “lavora sul versante artistico”. E per concludere, a conferma del felice mondo in cui vive Marcarino: “auspicando che la vita possa tornare ad essere quella barocca, incasinata dei mercati rionali, delle case di barriera, degli oggetti da "esistenza massima" come l'informe Sacco di Gatti, Paolini, Teodori (vedi Fantozzi), in cui ognuno decide la postura che desidera(...)”
Ma questo paese e’ già così, dove vive Marcarino, in Svizzera?

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Commento 485 di Simona Raimondi del 10/11/2003


Ho letto per caso il dibattito scatenato dal tavolo erboso di Luca Toppino e molti commenti hanno suscitato alcune riflessioni. L'intervento di D'Ambrosio è di una superiorità irritante.. Premetto: sono una studentessa di Architettura e con altri 3 studenti stiamo organizzando un workshop all'interno della Facoltà. Il titolo è SpeciediSpazi, i temi sono già definiti (ormai da mesi), idem per i conferenzieri e per l'allestimento dell'aula. Unico inconveniente: siamo studenti e l'appoggio che abbiamo avuto dalle "Istituzioni" (Segreterie e Responsabili della sede all'interno della quale svolgere il workshop) è stato nullo. A meno di un mese dall'inizio del lavoro ci siamo sentiti negare qualunque disponibilità (di aule) e comprensione (morale). Abbiamo forse peccato di ingenuità confidando in un aiuto incondizionato dal "nostro" politecnico. La soluzione ora qual è? Cercare uno spazio (è solo questo che manca) all'esterno dell'università, chiedendo al Comune (che peraltro ci ha consigliato una saletta espositiva di un BAR...) o ad altri Enti. Personalmente lo trovo inconcepibile. E' assurdo e controproducente per lo stesso politecnico, possibile che chi di dovere non se ne sia reso conto? All'interno della nostra sede è il primo workshop organizzato unicamente da studenti, ora capisco perché! Se l'appoggio e lo stimolo che si danno ai cosiddetti EMERGENTI è questo, la situazione è a dir poco imbarazzante. Se noi fossimo stati invece dei DOCENTI?? Se Luca Toppino fosse stato STARCK?? E' questo che ho pensato leggendo il commento di D'Ambrosio. L'impressione è che le poltrone di chi è "un pò più in alto" traballino ad ogni istante, e che costoro, per mantenersi seduti (e senza scogliosi), neghino a priori e con fastidiosa altezzosità qualunque lavoro di un emergente.
E' molto triste leggere "Purtroppo è da tempo che sfoglio riviste o web, alla ricerca di progetti ed idee che alimentino la mia mente con immagini di sostanza." Copiare bene è un'arte, ma non lo si dichiari così apertamente! E si dica almeno che la fonte d'ispirazione è fuori dalla finestra...
Forse Luca Toppino ha venduto male la sua merce: un commento più deciso sarebbe forse stato meno criticabile. (Ma se il caro Starck mi venisse a vendere uno spremiagrumi passandomelo per un "rompighiaccio", ribatterei dicendo che è uno spremiagrumi...)

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Commento 482 di gianni marcarino del 08/11/2003


Il tavolino "erbavoglio" ha innescato una discussione che mette in luce due aspetti che vorrei sottolineare: il concetto di necessità e la definizione di design. Secondo il critico Bonito Oliva " L'arte invita l'umanità ad un "pranzo gratis" a bordo delle sue opere, un nutrimento spirituale introdotto fuori dalla logica della pura sopravvivenza". Mi pare bellissima ed emblematica questa definizione che si può estendere al dibattito sull'architettura e sul design. La necessità come stimolo per la ricerca sulle funzioni e sui diritti basilari dell'essere umano (spazio minimo vitale,salubrità, decoro) nasce da una spinta etica e politica che chiede, all'inizio del '900, migliori condizioni di vita per la classe operaia. Progettare oggetti, edifici, città con il conseguente solo paradigma della funzione e della ragione, ha portato infine alle città, agli ospedali che conosciamo; luoghi in cui forse la ragione si compiace della "griglia" in cui ogni evento sociale è stato inquadrato... ma la vita?
Dall' "esistenza minima" del razionalismo alle richieste etico -pedagogiche di Furio Colombo (vedi Mara Dolce), mi pare di leggere tra le righe l'atteggiamento paternalistico di chi, illuminato, deve tutelare e comunque dirigere il destino degli altri ... attraverso l'ordine. Dunque la necessità diventa la chiave del discorso.
E' possibile invece vedere le cose da un punto di vista diverso, auspicando che la vita possa tornare ad essere quella barocca, incasinata dei mercati rionali, delle case di barriera, degli oggetti da "esistenza massima" come l'informe Sacco di Gatti, Paolini, Teodori (vedi Fantozzi), in cui ognuno decide la postura che desidera. E magari immaginare ospedali ipertecnologi e freddissimi, in cui si consuma velocemente l'atto tecnico della cura, dell'operazione, per poi tornare a casa a vivere (o morire) ed essere lì curati come l'erba del tavolino di Luca Toppino. Vogliamo, magari, provare a dare dignità estetica al disordine, al pacchiano ed illuderci che possiamo vivere un poco sopra la necessità e la sopravvivenza?
Oggi stanno scomparendo i confini tra i vari ambiti del design e tra arte e l'arredo. Le reti informatiche modificano il nostro rapporto con lo spazio, il tempo e gli stessi oggetti che adoperiamo. Tutto diventa design nel senso di progetto e riproduzione. Non credo sia utile accusare genericamente la società del benessere di produrre scemenze varie. Credo sia positivo il fatto che aumenti il benessere, che ci sia la possibilità di proporre e produrre più idee ed oggetti di quanti ne permettesse un recente passato molto più classista.
Certamente la quantità maggiore produce anche maggiori rischi, contraddizioni, sirene consumistiche varie e certamente possibili stupidaggini. Ma se è dal letame che nascono i fiori, come giurava De Andrè, lasciamo che Luca Toppino innaffi la sua erba...

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Commento 480 di enricogbotta del 08/11/2003


Se Sandro Lazier evitasse ti saltare al collo di chiunque esprima la sua opinione forse si riuscirebbe anche a fare un discorso sensato...
Il problema che Giovanni d'Ambrosio solleva e' banalmente importante, quasi ovvio direi, e mi sembra naturale che si stupisca di come a volte (spesso) i problemi piu' basilari vengano sottovalutati o ignorati.
A me l'idea del comodino "vivente" li' per li' e' piaciuta. Poi mi e' venuto il dubbio di aver gia' visto una cosa del genere in una galleria d'arte newyorkese. Al di la' di questo il problema della necessità nel design, ma non solo nel design... nella creatività in genere (di cui forse Lazier ha una visione piu' ampia), e' fondamentale perche' un oggetto non necessario difficilmente sara' amato, quindi usato, quindi prodotto.
L'idea del comodino vivente mi piace (anche se ripeto, non credo sia del tutto originale ne' nella sua attuazione ne nella sua filosofia) perche' infondo risponde a una necessita', è (puo' essere) un oggetto persino utile, anche se al di fuori dall'ambito in cui normalmente applichiamo questa caratteristica ad un tavolo.
La necessità a cui vuole rispondere questo oggetto non e' solo quella di fare il tavolo (compito a cui per altro assolve pienamente) ma di diventare l'oggetto delle cure del suo padrone. Un tamagotchi in forma di tavolo e da certi punti di vista meglio del tamgotchi perche del tutto "naturale".
Come grandi designer ci insegnano, spesso gli oggetti fanno "altro", vanno al di la' di considerazioni meramente utilitaristiche. Un caso su tutti? Il famigerato spremi agrumi di Starck, che egli stesso ha definito non come "spremiagrumi" ma come "rompighiaccio", non perche' lo si usi per rompere letteralmente il ghiaccio, ma perche la sua "stravaganza" puo' servire a far partire una conversazione tra sconosciuti, come ad esempio tra una imbarazzata giovane nuora e la suocera.
Le necessita', lo sappiamo, per un animale evoluto come l'uomo sono di natura molto varia.
saluti
enricogbotta

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8/11/2003 - Sandro Lazier risponde a enricogbotta

E no, caro Botta.
Io non salto al collo proprio di nessuno. Non mi piace, non è nella mia natura, lo trovo disdicevole.
Ma devo difendere quello che e cosa pubblico e non posso, quindi, ignorare interventi di lettori-commentatori che si abbandonano a pedanterie irritanti. Conosco bene e personalmente Luca Toppino il quale è una persona buona e generosa, che vivrà la sua vita guadagnandosela onestamente con il suo lavoro e con quella generosità e giocosità che invece pare essere estinta presso anche, come ripeto, bravi architetti forse un po’ troppo compiaciuti.
No posso permettere a nessuno di dire “Mi auguro solo che questi nuovi progettisti siano un giorno in grado di mantenersi economicamente con le loro idee e poterle inserire nel mercato economico che è ben diverso da quello che si dice intellettuale.” senza reagire.

 

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Commento 479 di MARA DOLCE del 08/11/2003


Non credo che il tavolino "erba voglio" sia peggiore di tanti altri pezzi di design nati "facendo girare la matita sul foglio".
E' da parecchio ormai che nel nome della creatività non ci sia oggetto (o progetto di architettura) che sia considerato troppo cretino per non essere prodotto o solo pensato. Praticamente la quasi totalità del design contemporaneo frutto della "creatività", "non ha alcun senso"; fenomeno che rappresenta mirabilmente le scemenzerie delle necessità impellenti delle società del benessere. A questo proposito e a proposito della reprimenda di Sandro Lazier al commento di D'Ambrosio, ricordo un editoriale di Furio Colombo apparso qualche tempo fa su " l'Architettura" (incredibile come su quella rivista le uniche cose sensate le scriva un non architetto) che si chiedeva perche' mai il design non si occupasse degli ospedali e delle necessità estetiche e funzionali di questi luoghi. Si tratterebbe di etica quindi e non di moralismo.

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Commento 478 di Isabel Archer del 08/11/2003


Io sono atea, ma davvero non capisco cosa mai possa avere a che fare il sentire cattolico con il design ed il patetico ed il patito.
I miei occhi non leggono nulla di moralista nel commento di Giovanni D'Ambrosio.
Non riesce gradito ai miei sensi un "tavolino-basso, comodino o non so cosa altro.." pieno di formiche.
Cordialmente
Isabel Archer

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8/11/2003 - Sandro Lazier risponde a Isabel Archer

“Isabel Archer era una ragazza dalle molte teorie e dall’immaginazione abbastanza fervida. Il possedere un’intelligenza più viva di quella della gente in mezzo alla quale era stata allevata, l’avere una più larga percezione dei fatti e l’esser bramosa di acquistarsi una conoscenza non comune era stato un suo privilegio”. Così James, con penetrante spirito analitico e lucido sguardo ironico, presenta la sua eroina. Con un’ irrequietudine facilmente scambiabile per superiorità, l’abitudine a trattar se stessa come oggetto d’omaggio, con pensieri dai contorni vaghi e un insopprimibile bisogno di stimarsi, Isabel Archer è convinta “che ciascuno deve essere tra i migliori, possedere una magnifica organizzazione vitale (e la sua propria era certamente bellissima) e muoversi in un regno di luce, di saggezza naturale, di ispirazioni deliziosamente abitudinarie”.
Isabel Archer: un ritratto immortale.
Di Henry James

 

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Commento 475 di Giovanni d'ambrosio del 07/11/2003


cari amici di antithesi,
come si fa a resistere, e non manifestare la propria desolazione nel vedere novità così sorprendenti.
Purtroppo è da tempo che sfoglio riviste o web, alla ricerca di progetti ed idee che alimentino la mia mente con immagini di sostanza.
Cosa voglio dire con questo.
Credo che dall'architettura al design in queste condizioni progettuali ed ispirazioni oniriche (come mostra anche il nostro amico designer con il suo tavolino-basso, comodino o non so cosa altro..) non si possa andare più lontano che da un bel lettino bianco del più famoso psicoanalista alla moda.
Mi dispiace, vedere giovani che ancora provano a fare progetti senza nessun senso con il quotidiano e con la concretezza che è figlia della necessità.
L'idea di necessità che è dietro tutte le grandi idee dei progettisti di design e dell'architettura degli inizi del " 900.
Sarebbe bene risfogliare quelle pagine e capire come hanno cambiato la nostra vita quei progetti. Forse sarebbe bene fare una review del passato invece di guardare troppo al futuro.
Mi auguro solo che questi nuovi progettisti siano un giorno in grado di mantenersi economicamente con le loro idee e poterle inserire nel mercato economico che è ben diverso da quello che si dice intellettuale.
Il Design non è giardinaggio, e tantomeno stravaganza.
Giovanni d'Ambrosio

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7/11/2003 - Sandro Lazier risponde a Giovanni d'ambrosio

Meno male che ogni tanto qualche bravo moralista ci ricorda che cosa è la necessità. Franco Albini diceva che per disegnare una sedia bisogna prendersi la scogliosi. Tempi epici, quelli di Albini. Perché non proporne la beatificazione? Magari come martire.
Questo paese dannatamente cattolico non riesce a vedere la creatività fine a se stessa. Deve sempre ridurla ipocritamente al servizio del patetico e del patito. Non c’è speranza perché anche un bravo architetto come d’Ambrosio ne è tormentatamene coinvolto.
Egli sa con precisione cosa è design e cosa no. Cavolo, è da anni che ce lo chiediamo e lui lo sa da chissà quanto. Poi scopriamo che, per lui, è forma-funzione e altre balle del genere sconfessate dalla realtà del "quotidiano e con la concretezza che è figlia della necessità." E purtroppo siamo di nuovo da capo. Quindi le lezioni d’etica le dia altrove.

 

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