Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Sua maestà la Qualità

di Paolo G.L. Ferrara - 29/11/2003


Racconta Pippo Ciorra che Cofferati, se eletto Sindaco di Bologna, farà demolire le "Gocce", intervento di Mario Cucinella in pieno centro antico, a ridosso della sede del Comune, Palazzo d'Accursio. Inquietante prospettiva perché, pur non trattandosi di un’architettura particolarmente importante, ci si è scagliati contro un intervento contemporaneo all’interno del centro antico, non certo straordinariamente innovativo, ma comunque di qualità per l’obiettivo postosi del recupero di uno spazio sotterraneo abbandonato. Tra l'altro, la Sovrintendenza di Bologna ha dato l'ok sub judice, ovvero solo per due anni (cosa di cui qualcuno, prego, mi spieghi il senso), dopo i quali le "gocce" dovrebbero essere rimosse. Dubito che Cofferati sia un grande intenditore di "qualità architettonica" e, per quanto si possa comprendere -ma sino ad un certo punto- che la propaganda elettorale contempli anche "sparate" del genere, consigliategli certamente da consiglieri ancora meno esperti di lui, la dichiarazione di Cofferati è sintomatica di quanto approssimativa sia da parte dei politici la questione sulla qualità dell'architettura.
E di qualità si è discusso proprio a Bologna il 21, 22 e 23 novemre scorsi, più precisamente di “Qualità dell’architettura contemporanea nelle città e nei territori europei”, seminario voluto dal DARC di Pio Baldi. Tema imprescindibile è parso essere la sinergia con la politica, quella che gestisce lo Stato, che non sempre (o quasi mai) ci gestisce come dovrebbe, ovvero nei nostri interessi di cittadini.
E' un tema che hanno toccato un pò tutti i relatori, ma ciascuno con diversa accezione, pur sempre sulla scia della ricerca di un colpevole principale dello stato critico dell’architettura italiana. Che ne è uscita assolutamente tritata.
Siamo dunque all’anno zero? E’ storia vecchia, così come quella di avere fatto di Tangentopoli la chiave di volta di un cambiamento che poi non c’è mai stato. Mario Virano, in rappresentanza dell’ANAS, sostiene che “...dopo tangentopoli, le scelte sui progetti non vengono affidate a chi si dovrebbe”, nel senso che la paura di trovarsi le manine tra le manette ha portato ad una “...de-responsabilizzazione”. Il concetto è, forse, che nessuno si vuole più sporcare le mani, quantomeno alla luce del sole?
Claudio De Albertis, in veste di presidente, parla a nome dell’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili e, affermando che “...le committenze pubbliche latitano in modo totale”, sembra dare man forte a Virano.
Vere e proprie banalità se rapportate alla questione della qualità architettonica, semplicemente perché è relativamente vero che, come dice Virano, “...non c’è qualità se non vi è qualità nella committenza”.
I motivi sono ovvi se pensiamo che le grandi opere vengono affidate per concorso e che le giurie di questi ultimi sono composte da esperti del settore, dunque, i veri disciplinatori delle scelte architettoniche, che si fanno garanti della committenza pubblica o privata che sia.
Piuttosto, è la parte dei funzionari-burocrati, che forza maggiore vengono inseriti nelle giurie, che andrebbe sfoltita attraverso una selezione mirante a qualificarne la competenza in merito alle scelte. E’ quanto ha giustamente sottolineato Marco Casamonti, anche se è stato Pippo Ciorra a mettere il dito nella piaga, quella dei concorsi aleatori, il cui risultato è già deciso prima ancora della stesura del bando. Una situazione che andrebbe affrontata con più coerenza, sino al punto, sottolinea Ciorra, di “...dare gli incarichi senza fare falsi concorsi”.Il che è apparentemente poco democratico, ma quantomeno non ipocrita.
Le stoccate di Ciorra non risparmiano neanche gli Ordini professionali, colpevoli di formare le giurie dei concorsi tenendo in considerazione o il grande nome per concorsi grandi, o l’architetto locale per concorsi locali, dimenticandosi di una fascia di mezzo che è quella di cui fanno parte gran parte degli emergenti e dei professionisti che hanno dietro una storia non certo da poco.
Che De Albertis affermi che parte della colpa della mancanza di qualità sia riconducibile al comportamento di urbanisti ed architetti, chiusi nelle loro caste, lascia il tempo che trova, soprattutto se consideriamo il fatto che non sono certo le imprese di costruzione a fare dell’etica sulla qualità un loro punto di forza: mai sentito di qualche costruttore che si è rifiutato di eseguire un progetto brutto? mai sentito di qualche impresa che, pur sapendo che sta costruendo qualcosa che poi dovrà essere modificato, rinunci alla varianti in corso d’opera? Suvvia, non prendiamoci in giro: la qualità è semplicemente figlia dell’onestà intellettuale del progettista. Le imprese si limitano a fare i computi e ad incassare. Carlo Olmo ribalta il problema rispetto a come posto da De Albertis: “ ...manca la ‘cultura d’impresa’, quella degli enti pubblici, che poi riguarda direttamente il mercato”.
Ricapitoliamo. La qualità dell’architettura è soggetta all’azione di più attori: committente, progettista, impresa. Niente di nuovo, visto che è sempre stato così. Ma la regia? vogliamo parlarne? chi sta dietro la macchina da presa dettando la recita del copione? La politica ha un ruolo fondamentale nella qualità architettonica. Ora, per quanto Pio Baldi ne sia esaltato, che la qualità vada ricercata con il solo orpello dello stanziamento del 3% degli investimenti sulle infrastrutture da destinare ai beni culturali è davvero una presa in giro, visto e considerato che per trovare i fondi per le grandi infrastrutture questo governo ha deciso di vendere i beni culturali...
Certo, siamo indubbiamente in un momento in cui molti progetti di architetti internazionalmente prestigiosi stanno per essere avviati, ma la qualità è altra cosa, o quantomeno è anche altro.
Dice Stefano Boeri che “...discutere sulla qualità non aiuta a svilupparla”, il che ha una sua logica solo se consideriamo che è poi il costruito, l’atto pratico, che deve evidenziarla questa benedetta qualità, ma attenzione a non parlarne del tutto, perchè si rischia di non raggiungere l’obiettivo che lo stesso Boeri indica, ovvero quello del giusto equilibrio tra “...il rapporto tra le idee di qualità e la democratizzazione delle politiche di selezione e della procedura concorsuale”.
Bene, ma da chi dipende che ciò possa avverarsi? Escludendo i noti giochi di equilibrismo praticati dai giurati per indirizzare l’uno o l’altro architetto alla vittoria, la democratizzazione dovrebbe essere condizione naturale, basata sulle rispondenze al bando di concorso e alle scelte concettuali del progettista.
Dunque, il punto è uno ed uno solo: le giurie sono formate da professionisti; i professionisti hanno il dovere di dibattere sulla qualità di ciò che devono giudicare, ma dovrebbero farlo senza alcun patto di sangue che recita “oggi a te...domani a me”.
Allora, va anche bene non discutere e basta sulla qualità, ma sul modo di democratizzare le scelte è necessario farlo, e ciò significa indirettamente parlare anche di qualità.
Etica del progettista, etica del committente, etica del costruttore: senza di esse, tutto il resto risulta chiacchiera da salotto buono, magari piacevole, ma senza costrutto.
E se Carlo Olmo lamenta che “...manca la cultura d’impresa e quella degli enti pubblici”, iniziamo a pretendere da questi soggetti che venga fatta una vera e propria selezione non politica ma culturale degli architetti capo dei singoli comuni. Che siano gli Ordini a verificare le capacità dell’incaricato, a prescindere da qualsiasi pressione politica.
Possiamo raccontarcela su come vogliamo, ma sono sempre quei signorini che mandiamo a gestire la cosa pubblica che hanno poi il potere di fare e disfare, considerando il più delle volte la qualità architettonica semplicemente un extra, spesso superfluo.
Il nodo da sciogliere è il rapporto cultura/politica. Se la cultura diviene mezzo di riscatto politico ecco che potrà esprimere tutte le sue potenzialità. Si veda la storia che, con i preludio di Terragni, Pagano, Persico, va dalla Resistenza agli anni ’60 dello scorso secolo.
Ma oggi, che tipo di riscatto politico può incarnare la cultura? Forse quello della legge sulla qualità dell’architettura? Suvvia! Ne abbiamo già scritto (I due deputati), prima ancora della presa di posizione degli ordini professionali di architeti, geometri e ingegneri.
Piuttosto, ricordo ancora le parole del Presidente del Consiglio, Cav. Silvio Berlusconi, all’indomani del crollo della scuola di San Giuliano, il cui succo era “...manderò qui i miei architetti, quelli di Milano 2, e farò ricostruire la scuola ed il paese secondo una moderna concezione urbanistica e architettonica”.
A parte il fatto che, sino ad oggi, a San Giuliano e dintorni non si è visto nessuno, l’arroganza del Presidente di sentirsi anche “urbanista/architetto” (chi non ricorda il manifesto elettorale del Cavaliere, in cui una sezione s’intitolava “Berlusconi urbanista”, e in cui, portando ad esempio Milano2 e Milano3, egli si definiva il più grande urbanista del xx secolo?), fa morire in anteprima qualsiasi speranza che politica e cultura abbiano obiettivi comuni.
Ho riletto una dichiarazione dell’Istituto Nazionale di Urbanistica fatta negli anni ’60, poco prima che cadessero le illusioni di una salda unione tra politica e cultura. Credo siano attualissime, soprattutto nei passaggi in cui si sottolinea quanto “...il successo politico, civile, morale della programmazione economica non è affidato soltanto all’intelligenza tecnica, ma anche alla fantasia creatrice [...] l’architettura è lo strumento più idoneo a tradurre la programmazione economica in una visione accessibile a tutti. Una città brutta o ingrata è anche una città inefficiente che denuncia un difetto di programmazione economica e sociale. La qualità architettonica costituisce perciò la verifica della validità di una programmazione economica in termini umani e civili [...] un governo non caratterizzato dalla programmazione può realizzare anche cento città senza incidere sul costume. Ma un governo che abbia un corretto indirizzo di programmazione incide sul costume anche costruendo una scuola, un ospedale, una casa, perché si distingue nel modo in cui la progetta, nelle forze che chiama a collaborare, negli interessi che riesce a suscitare”.
La sottoscrivo senza indugi, ma mi chiedo come oggi tutto ciò possa essere possibile: forse con una legge sulla qualità architettonica già anacronistica prima di essere operativa, causa la controriforma del condono edilizio, che è parte integrante della programmazione economica dello Stato italiano governato dal centrodestra?


(Paolo G.L. Ferrara - 29/11/2003)

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