Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Poesia, musica e rivolta

di Beniamino Rocca - 18/12/2003


Così ammoniva Maurizio Sacripanti negli anni ‘ 70 a proposito delle medicine con cui curare la sofferente architettura italiana.
Oggi sappiamo che la medicina non può essere certo il disegno di legge Urbani a tutela della Qualità architettonica per come è già stato approvato dal Consiglio dei Ministri.
Intervenire per imporre con questa legge sostanziali modifiche alla sciagurata legge Merloni è ancora possibile.
Noi del Co. Di. Arch. -comitato di difesa degli architetti- siamo stati ricevuti giovedì scorso a Roma dal capo di gabinetto dei Beni Culturali dott.Raffaele Squitieri (che pubblicamente ringraziamo per la disponibilità e l’attenzione dimostrata per le nostre proposte) al quale abbiamo illustrato le contraddizioni più evidenti nel DDL e consegnato una lettera-documento per il ministro Urbani.
Queste proposte, grazie ad antiTHeSi le mandiamo on-line sperando che possano essere una buona base di partenza per un dibattito costruttivo tra tutti coloro che hanno a cuore questo mestiere che, nonostante i lacci e lacciuoli che la burocrazia e le lobbie professionali inventano quotidianamente, rimane uno dei mestieri più belli che esistano.

Al Ministro dei Beni Culturali
On. Prof. Giuliano Urbani

APPUNTI A PROPOSITO DEL DDL SULLA “QUALITA’ ARCHITETTONICA”
La legge Merloni in tutto il suo articolato normativo, specie per quel che riguarda affidamento degli incarichi e progetto, privilegia la “quantità edilizia “ anziché la “ qualità architettonica”e ci sembra opportuno che le modifiche introducibili con l’art. 14 del DDL siano al riguardo più coraggiose; vadano con più forza verso la qualità architettonica.
Ci sembra, innanzitutto, che occorra salvaguardare l’unitarietà dell’ideazione progettuale e della sua realizzazione imponendo la stessa persona : sia per il progetto preliminare, sia per il definitivo ed esecutivo, sia per la direzione dei lavori, anziché lasciare la possibilità di frammentare, parcellizzare il progetto tra figure diverse che non si conoscono nemmeno tra loro.
Va poi abolito lo “scippo d’idee” che viene di fatto legalizzato nella Merloni con l’art. 57 del DPR 554/99 a proposito dei concorsi d’idee e che anche il DDL mantiene, velatamente, con il suo comma 2 dell’art, 4.
Per incentivare i concorsi d’architettura basterebbe imporre per legge ad ogni ente pubblico che vuole un finanziamento statale l’obbligo del concorso d’idee.
Il DDL dovrebbe preoccuparsi di dare anche direttive precise sull’organizzazione delle giurie giudicanti dei concorsi, anziché dare più potere agli ordini professionali che, dal periodo fascista ad oggi, non hanno tutelato né i cittadini, né l’architettura, né i concorsi d’architettura.
Due i requisiti fondamentali da introdurre che impedirebbero i giochi poco puliti tra membri di commissione ed esalterebbero la partecipazione e la democrazia:
1)Il dibattito tra i membri della commissione giudicante deve essere pubblico e il voto dei commissari palese. (I concorrenti e il pubblico possono assistere al dibattito, anche per TV magari, senza poter intervenire e solo i commissari, se vogliono, possono fare domande ai progettisti per chiarimenti sulla loro proposta di concorso).
2) I concorsi d’idee devono richiedere una sola tavola di disegno formato A0 e una sola pagina di relazione. (La capacità di sintesi, in architettura, è sempre espressione di qualità, basterebbe ricordare che una tavola è bastata a Le Corbusier per illustrare, pubblicamente, il suo Plan Voisin).
Naturalmente, tutti i concorsi devono essere palesi.
Il Filarete, già poneva questo problema nel suo Trattato di Architettura nel XV Secolo avvertendo che “ l’architettura per nascere ha bisogno di un padre e di una madre”.
Altra cosa che ci sembra utile è anche quella di diminuire il numero degli architetti nelle giurie a favore di altre professionalità. Oggi un’opera d’architettura esprime saperi sempre più complessi e diversificati e il “ senso del bello”, si sa, può essere più forte in un analfabeta che in un laureato.
Attraverso i concorsi d’architettura si realizzano ormai importanti opere pubbliche, pezzi di città, si spendono gran parte dei nostri soldi di contribuenti, si costruisce l’ambiente e il paesaggio nel quale poi dobbiamo vivere tutti; perché avere paura di discuterne pubblicamente?
Utile ci sembrerebbe anche l’opportunità di inserire nel DDL un articolo che preveda nei centri storici la demolizione di quegli edifici che costituiscono “inquinamento edilizio”. Un preciso riferimento a stimolare gli architetti a “progettare per vuoti” anziché pensare sempre ad aggiungere cubatura.
Un finanziamento pubblico potrebbe rendere praticabile, in un corretto bilancio costi-benefici, importanti operazioni di risanamento ambientale e rimodellamento di pezzi di città che già possono venire individuati in sede di stesura di nuovi piani regolatori.
Un preciso riferimento può già essere dato dal PRG di Monza, fatto da Leonardo Benevolo nel ’96, e dal suo art. 32 delle norme tecniche di attuazione.

Alberto Scarzella e Beniamino Rocca
Co. Di. Arch.



(Beniamino Rocca - 18/12/2003)

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