Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

La Carta del Restauro

di Vilma Torselli - 4/1/2004


"Il concetto di restauro si è profondamente modificato […] al centro ora è il concetto di memoria, la forma a priori comune a ogni uomo che dà valore alle tracce del passato e permette di identificare ciò che un patrimonio culturale rappresenta. La memoria va oltre il rapporto tra estetica e documentazione e implica la scelta: l’operazione che ci permette di distinguere ciò che merita di essere conservato da ciò che invece può essere dimenticato".
Sono parole di Giuseppe Cristinelli, ordinario di Restauro Architettonico all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia e vicepresidente del Comitato Cracovia 2000, assemblea dalla quale è scaturita una Carta del Restauro sottoscritta da paesi europei ed extraeuropei, esperienza raccolta in un volume, "La Carta di Cracovia 2000 . Principi per la conservazione e il restauro del patrimonio costruito", ad opera dello stesso Cristinelli.
Solo il tempo dirà se non si tratti di una ennesima Carta delle Buone Intenzioni, destinata a scontare con la disattenzione quel tanto di indefinitezza che accompagna ogni tentativo di regolamentazione delle discipline umanistiche, del resto, l'arte del '900 è piena di Carte, Manifesti, Dichiarazioni e Proclami puntigliosamente redatti, sbandierati e tranquillamente dimenticati, uno in più non fa la differenza.
La scelta, la selezione tra più alternative, l'attività di discernimento, la capacità di decisione… sono queste le qualità squisitamente umane che devono entrare in gioco nel giudizio mentale e nel conseguente comportamento pratico.
Sempre Cristinelli aggiunge: "Bisogna avere fiducia nel principio umano di identificazione delle cose. Bisogna scegliere e dalla scelta, dunque, deriva inevitabilmente il concetto di progetto, perché la conservazione non è più una tecnica, è un fine”: scegliere, quindi, e poi elaborare un "progetto di conservazione" (nuovo termine con cui si definisce più modernamente il restauro) nel quale tecnica e risultato coincidano.
Anche a non voler fare del facile disfattismo, è doveroso sottolineare che la fiducia nel principio umano di identificazione delle cose si dimostra, nella realtà, spesso mal riposta, come il professor Cristinelli, che insegna a Venezia, può facilmente verificare con una visita alla Fenice.
Ma probabilmente il compito delle varie Carte va individuato nella loro capacità di fornire indirizzi di carattere generale, eppure non generico, che leghino il restauro con il suo tempo e con l'architettura contemporanea, dando per scontato che siano destinate ad essere cambiate con il mutare ciclico del concetto di restauro.
La cui finalità, comunque, pare essere salvaguardare il bene ed arrestarne il degrado, attraverso un progetto conservativo che tenga conto dell'edificio sia come monumento artistico, sia come documento storico, patrimonio culturale e traccia del passato, frutto di un pensiero architettonico "compositivo, figurativo ed espressivo", un insieme di valori materiali ed estetici che unitariamente ne definiscono l'identità senza preconcette priorità.
Ma un'opera architettonica ha un'attribuzione che l'opera d'arte non potrà mai avere, né le è richiesta: l'utilità.
Non che il valore estetico dell'oggetto non assolva già di per sé una sua utile funzione, ma l'architettura ha un valore aggiunto, lo scopo, la destinazione d'uso per la quale, inizialmente, è stata concepita e realizzata, l'idea primaria, l'imput che ha messo in moto la macchina della progettazione: l'architettura "serve", l'uomo non può vivere senza fare ed usare l'architettura.
E in architettura vale il principio che non sia la funzione uno stato della forma, una sua condizione, ma che sia la forma a dare della funzione una "interpretazione formale" (mutuando parole di Giò Ponti, "Amate l'architettura"), intendendo per funzione non la mera funzionalità, ma il compiersi di un'esigenza estetica ed intellettuale che "esclude ogni memoria di altre provenienze formali", che segue le tracce di una memoria collettiva o individuale, che asseconda procedimenti di libera associazione creativa e ci fa capire che solo quella forma esprime quella funzione, non altre. E' così che la "funzione" diviene "in-formazione", trasferendo i suoi contenuti in una "forma" architettonica.
So di addentrarmi in un terreno minato: è vero che "un edificio parla al di là del risultato della sua funzione" (Sandro Lazier Commento 43 di V. De Gennaro), ma dire che "l’architettura è funzione di qualcosa" non vuol necessariamente dire che non possa essere anche (e inutilmente) poesia, o arte, anzi, fare architettura, e non semplicemente delle costruzioni, può proprio voler dire fare un discorso funzionale in un linguaggio poetico, è possibile e, fortunatamente, accade.
La funzione, anima concettuale della materia, coincide con ciò che l'arte visiva moderna identifica come il contenuto dell'opera, espresso nella sua realizzazione anche tecnica, per un risultato in cui "medium is message", per un esito in cui tutto confluisce armonicamente in una equilibrata sintesi dove la forma non è più separabile dalla funzione, è inutile cercare inesistenti gerarchie perché sarebbe un po' come voler stabilire se è nato prima l'uovo o la gallina.
Ho ricordato, molto brevemente, il concetto di funzione di un edificio solo per poter sottolineare l'indifferenza nei suoi confronti da parte di tutte le teorie sul restauro architettonico, recenti e passate.
In un restauro che, modernamente inteso senza cadere in un opaco storicismo, deve essere sempre filologico, cioè rispettoso dell'identità stilistica del bene, la funzione dell'edificio, che discende dallo stato evolutivo e dalle esigenze della comunità cui è destinato, dalla realtà socio-culturale in cui il progetto matura, dagli usi e dai costumi del tempo, dallo sviluppo tecnologico raggiunto, oltre che, naturalmente, dalle intenzioni progettuali dell'architetto, a differenza della struttura che la esprime, non è un valore restaurabile, né decontestualizzabile, né sostituibile, individuato com'è da parametri non ripetibili al di fuori del contesto storico di riferimento: come dice Sandro Lazier (Complimenti e auguri 2004), " La storia non è reversibile a piacimento […].
E' vero che "[…]Dopo il restauro c’è il riuso, che è altra cosa, perché richiede integrazione di parti nuove con le forme “...di continuità storica con una innovazione che sia evidente e creativa”, tuttavia, credo che per dare effettivo valore ed autenticità alle tracce del passato, il restauro dovrebbe mirare anche al ristabilimento o alla conservazione della funzione, nata con il progetto architettonico da cui non è disgiungibile, o quantomeno dovrebbe salvaguardarne la leggibilità: per questo non finisce di stupire la facilità con cui molti edifici possano, in sede di restauro, indifferentemente assumere una funzione diversa dall'originale, divenendo in genere contenitori storici di non meglio identificati spazi culturali, gallerie d'arte o musei, destinazione-jolly preferenziale per la quale ogni spazio sembra andar bene, dietro il collaudato alibi del carattere culturale o pseudoculturale.
Da frequentatrice amatoriale di mostre d'arte, posso testimoniare che è quanto accade continuamente per conventi (è recente, ad opere di Gregotti e Associati, il restauro degli ex Monasteri che ospitano il GAMeC di Bergamo), carceri, scuderie o interi palazzi e ville, Palazzo Sarcinelli a Conegliano, Palazzo Forti a Verona, Palazzo Zabarella a Padova, Palazzo Crepadona a Belluno, Palazzo Martinengo a Brescia, il Palazzo Reale di Milano, Villa Manin a Passariano, l'elenco è sterminato, è la sorte di rocche e castelli , Rocca di San Giorgio a Orzinuovi, Castel Sant'Elmo, il Belforte,a Napoli, il Castello Svevo di Bari, spesso con forzature ed artifici frutto di una ri-progettazione che rende indistinguibile l'intervento restaurativo e snatura l'originaria funzione senza soddisfarne correttamente una sostitutiva.
Anche il contrario, fortunatamente, accade: a Castel del Monte, struttura fortificata voluta da Federico II di Svevia , dove la particolare ubicazione ha scoraggiato qualsiasi tipo di fantasioso recupero funzionale e lunghi lavori di restauro tutt'ora in corso hanno ripristinato l'antico fascino di un edificio inserito dall'Unesco nel patrimonio mondiale dell'umanità, "[….] un castello dove forse l’imperatore non soggiornò mai ma dove, paradossalmente, l’immaginario collettivo ne avverte più che altrove la presenza incombente" (Stefania Mola), a Palazzo Spinola, a Genova, interamente recuperato e divenuto museo di sé stesso, all'Arsenale di Venezia, protagonista indiscusso di ogni evento ambientato tra le sue mura, esempi di come un restauro correttamente condotto possa salvaguardare, con la funzione o con una sua rispettosa memoria, lo spirito dei luoghi.
Ciò che manca è in genere l' innovazione evidente e creativa invocata da Bodei, che giustifichi la fatica e la spesa per il ripristino di quella materia, oggetto, forma, funzione dell'architettura che deve diventare agibile alla moderna collettività con un costruttivo sforzo di creatività e rinnovamento delle tematiche progettuali: attualmente con più di 3500 sedi museali, siamo il paese al mondo che ha la massima densità di musei per abitante, compreso un museo del pane, un museo della carta, uno del gelato, svariati musei della civiltà contadine ed altre simili amenità, forse è il caso di cominciare a valutare possibili alternative.
Dobbiamo indignarci davanti a certe integrazioni "citazioniste", a certi devianti riutilizzi, alle riconversioni scontate quando siano riempitivi casuali di vuoti creativi, davanti a rimediate ed anonime sistemazioni museali che si limitano ad attaccare i quadri alle pareti, almeno quanto per i falsi stucchi, le sculture di plastica, i putti di cartapesta della Fenice.
A proposito della quale, per la serie 'si dice il peccato ma non il peccatore', mi pare che incomba un omertoso silenzio sull'imputato più illustre dello scempio, il maestro Aldo Rossi. E' vero che un fallimento non si nega a nessuno, ed è anche vero che "Quandoque bonus dormitat Homerus", ma qui si tratta di ben più di un sonnellino.
Non c'è milanese che non si ricordi di lui, quando passa all'incrocio fra via Crocerossa e via Manzoni e getta un'occhiata al monumento a Pertini, il famoso cubo che impalla la visuale della bella via dei Giardini, "dove, tra l’altro, ho potuto costruire con i marmi dell’opera del Duomo", (sic!) dichiara Rossi.
Che nella stessa intervista (G. Leoni, a cura di, Costruire sul costruito, intervista a Aldo Rossi), “AREA”, 32, 1997, maggio - giugno, pp. 44-47, afferma: "Se Roma perde un monumento è un dramma ma Venezia non è città di grandi monumenti, è composta da piccoli episodi. Se bruciasse il Caffe Florian, che io trovo bruttissimo, lo rifarei com’era [……..]Il bando per la ricostruzione della Fenice mi è parso comunque un pò restrittivo. Io credo ci si dovesse limitare al rispetto della volumetria originaria, per non turbare lo skyline veneziano. Il rifacimento filologico dell’interno, che il bando prescrive per un preciso vincolo della prefettura, è in un certo senso paradossale."
Mentre si configura così non solo il peccato, ma anche la recidiva, per buona misura, a specifica domanda dell'intervistatore sull'importanza dei valori ambientali, il maestro aggiunge:" Direi che non mi sono mai interessato molto ai valori ambientali. Anche in polemica con il mio maestro Rogers, non ho mai condiviso l’idea delle preesistenze ambientali; è un concetto di sapore scenografico".
Il tutto si commenta da sé, alla faccia della Carta di Cracovia.

(Vilma Torselli - 4/1/2004)

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Commento 578 di Pierluigi Di Baccio del 10/01/2004


Cara Vilma Torselli,
a parte il fatto che, per esser precisi, io ho usato il termine "ripristino" filologico, il problema è che lei dà per scontata e universalmente accolta l'assimilazione del concetto di restauro a quello di conservazione.
Si tratta d'altronde dell'equivoco tutto italiano del cosiddetto restauro conservativo che raprresenta in realtà un vero e proprio ossimoro.
Il concetto vero di restauro, etimologicamente corretto, si porta dietro una componente di progettualità e innovazione rappresentata dal ri-nnovare, ri-fare, ri-portare in vita....insomma uno sguardo volto a ricomporre lo iato generatosi fra passato e futuro nel momento in cui un edificio ha perso nel corso del tempo la sua integrità fisica, strutturale, funzionale, artistico-formale e noi ci proponiamo di ricomporla.
Conservare e basta rappresenta nel migliore dei casi una abdicazione, una rinuncia a restituire all'oggetto che abbiamo di fronte la sua identità piena, la capacità di vivere nel presente e non solo come lacerto o rovina.
Restaurare filologicamente significa, ad esempio di fronte a edifici gravemente danneggiati da eventi tragici, decidere di ricostruire non solo la materia ma anche la forma, che è poi carattere indissolubile della prima, che ne costituivano l'essenza. Si tratta di una scelta, attuabile ovviamente solo laddove si hanno tutte le informazioni necessarie allo scopo: sta qui la filologicità della cosa, nel non procedere per arbitrio ma solo se supportati da adeguata documentazione. Altrimenti, se, come intende lei, restauro è solo conservazione di ciò che è rimasto, che bisogno c'è di aggiungere l'aggettivo "filologico"?
Opporsi al ripristino filologico del testo architettonico, come fanno i sostenitori del sedicente restauro conservativo, significa quasi stabilire l'intangibilità del testo deturpato, in una visione parossistica del concetto di architettura come organismo vivente e della sovrapposizione/sedimentazione storica.
L'abdicazione, la rinuncia alla scelta progettuale di ri-costruire significa dare dignità alla deturpazione come momento evolutivo dell'organismo architettonico, in un circolo vizioso che finisce di fatto per ammettere la possibilità di operare anche con ulteriori manomissioni!
Sta tutta qui la contraddizione di chi partendo da propositi conservativi finisce per dire, fra il serio e il faceto, che una manutenzione ordinaria mancata entra a far parte della storia del manufatto, della sua stratificazione storica, e quindi non è lecito rimuoverne gli effetti e ripristinare lo stato originario (Dezzi Bardeschi).

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10/1/2004 - Vilma Torselli risponde a Pierluigi Di Baccio

"Gli antichi avevano su di noi un grande vantaggio. Gli antichi non avevano niente di antico" - (Denis Diderot)

Vede, egregio Di Baccio, credo che lei ed io potremmo andare avanti per pagine e pagine in un nostro personale dibattito su restauro, ristauro, ripristino conservativo o filologico, scuola di Roma o scuola di Milano, Marconi o Dezzi Bardeschi ecc. ecc. ecc. finendo probabilmente per annoiare a morte eventuali lettori.
Perciò le voglio sottoporre alcune considerazioni, non mie, dalle quali, ne sono quasi certa, non potrà dissentire.
Scrive Antonio Paolucci (laurea in storia dell'arte, dirigente del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendente per i Beni Artistici e Storici di Firenze, Prato e Pistoia) :"[……]Ogni restauro - ogni restauro moderno intendo dire - deve essere filologico non potrebbe essere diversamente. Filologico deriva da philos, ossia "amico" della realtà fattuale dell'opera d'arte, quindi un restauro che deve rispettare l'identità stilistica e materica di quell'opera. Questo è il restauro filologico. Ora, ci può essere un restauro filologico devastante, quando la filologia è portata alle estreme conseguenze [……] la conservazione dell'immagine nella sua completezza è un valore che non è filologico nel senso stretto della parola, è piuttosto storico: quindi la filologia deve sempre misurarsi con la storia, con le cose che si sono succedute nei secoli e, soprattutto, deve misurarsi anche con gli occhi di chi guarda [……]".
Paolo Marconi, circoscrivendo di fatto le sue teorie interventiste ai soli casi ineccepibilmente documentati, riferendosi comunque ad ampie ricostruzioni e non a totali rifacimenti, afferma "Bisogna pensare all’architettura come a una lingua. L’intervento sull’antico si somiglia nei due casi. Se io sono un filologo classico e mi trovo di fronte a un brano di Cicerone mancante di una parte nella metà, sono di fatto obbligato a ripristinarlo: a patto che conosca bene quella lingua".
Bruno Zanardi, dell'Università di Urbino, allievo di Federico Zeri e Giovanni Urbani, scrive sul Corriere della Sera: "Attenzione perché l’effetto Disneyland può incombere su di noi. Va bene l ’abbandono dei restauri fin troppo "filologici". Ma non perdiamo mai di vista Brandi. Ed evitiamo diversi eccessi".
Come vede, la definizione del termine "filologico" ha in realtà, attualmente un significato più sfaccettato e meno letterale di quello che lei sembra attribuirle, così come l'aggettivo "conservativo" si inquadra in quel concetto di programmazione del recupero dei monumenti che rappresenta un nuovo atteggiamento culturale del nostro paese, accolto anche in una proposta di legge (n: 5534, 20 giugno 2000).
Sono considerazioni (molte altre ne potrei riportare) che, mentre ampliano e rendono più flessibile la chiave di lettura di teorie e regole che si devono adattare ai tempi, e non viceversa, ci inducono a meditare sulla centralità dell'uomo, dell'individuo nella sua esseità, o anzi nella sua asseità, per usare un elegante termine coniato da Mario Costa, professore di estetica, a sottolineare che ogni uomo è diverso da un altro (ed ogni architetto è più diverso).
E l'uomo (architetto compreso) non è teoria o regola, è memoria, conoscenza, esperienza, sensibilità, buon senso e buon gusto, un insieme eterogeneo che si chiama "cultura", la quale, come per don Abbondio il coraggio, uno non se la può dare, deve averla di suo.
Ed alcuni non ce l'hanno.

 

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Commento 576 di Isabel Archer del 09/01/2004


Dal "com'era dov'era" all' "abbattiamo tutto" non se ne può più di leggere sciocchezze.
Dalla PresS/Tletter n.2 - 2004
http://www.prestinenza.it/
Stefano Casciani wrote:
"Stanno toccando il fondo gli esaltatori della preesistenza, i difensori dell'anticaglia, i commentatori gattopardeschi: come l'incauto che sulla Repubblica del 6 gennaio ha gioito in un lungo articolo per il ritrovamento delle solite quattro carabattole romane durante i coraggiosi scavi per la Metropolitana di Napoli, nei pressi del Maschio Angioino. Mentre arrivano le ultime foto dal Pianeta Marte, vogliamo farci venire un orgasmo per l'ennesimo accumulo di cianfrusaglie che stopperà, probabilmente all'infinito, un altro piccolissimo passo per la modernizzazione di una grande città (che dopotutto si chiamava proprio Città Nuova), per finire poi scaraventato in qualche buio magazzino dellaSovrintendenza? "
Non si comprende l'arroganza di questo modo di esprimersi.
Perfino i replicanti di blade runner portavano con sè foto fasulle che rappresentassero i propri ricordi.
Questo disprezzo per la memoria perpetuato nelle forme più varie è inamissibile.

Tutti i commenti di Isabel Archer

 

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Commento 573 di Pierluigi Di Baccio del 08/01/2004


Se posso, solo una nota. Credo che stavolta Vilma Torselli potesse risparmiarsi la reprimenda al fu Rossi riguardo all'affaire Fenice. D'altronde non capisco come non se n'accorga ma ella stessa cita un'intervista allo stesso Rossi da cui si evince chiaramente che la scelta del ripristino filologico degli interni (il cosiddetto "scempio") non compete a lui ma fu una richiesta esplicita e vincolante del committente!
Se si vuole attaccare Rossi, un suggerimento: si guardino piuttosto gli abomini funzional-distributivi del teatro Carlo Felice a Genova....

Tutti i commenti di Pierluigi Di Baccio

8/1/2004 - Vilma Torselli risponde a Pierluigi Di Baccio

Egregio Di Baccio,
Innanzi tutto un consiglio: acquisire una corretta dizione del termine "restauro filologico", altrimenti rischiamo di portare avanti un dialogo tra sordi.
Perché è ben altra cosa da una integrale ricostruzione in falso stile originale (ciò che è stato fatto), quando magari un vero restauro filologico si poteva forse fare limitatamente ad alcune parti della struttura scampata all'incendio (credo fosse questa l'intenzione del bando), senza mascherare da citazioni gli interventi nuovi ed avendo il coraggio di progettare nei termini di una modernità libera e creativa.
E' vero, il fu Rossi dichiara che il rifacimento filologico è paradossale perché è un vincolo non rispettabile, ed infatti non lo fa: avrebbe dovuto limitarsi a questo.
Lei dice "non compete a lui…", e a chi, scusi? Deontologia vuole che se un committente ti chiede la luna, tu o riesci a fargli capire che non è edificabile, o rinunci a dargliela, o gli dai un falso che lo accontenti, la scelta tra le tre opzioni è personale, Aldo Rossi ha fatto la sua.
Infine, ho voluto riallacciarmi alla Fenice ed alla polemica più recente poiché l'attualità mi pareva più degna di interesse sia per me che ne scrivevo sia per i lettori, non volevo scrivere del Carlo Felice, altrimenti avrei scritto del Carlo Felice.

 

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