Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Dal Co e il suo spettacolo osceno e commestibile

di Irma Cipriano - 14/1/2004


Ammesso e non concesso che Gehry abbia bisogno di essere difeso, credo che comunque non si possa non impietosire di fronte a determinate critiche che si sono scagliate, con assoluta e ingiustificata violenza, contro la Walt Disney Concert Hall. Impietosirsi per il modo crudo e incomprensibilmente violento. Ma anche un po’ indignarsi.
Se, mettiamo per caso, qualcuno non conoscesse l’opera in questione e, sempre per caso, si ritrovasse a leggere l’articolo dedicatole da Francesco Dal Co sul numero 717 di Casabella, rimarrebbe sicuramente impressionato dalla veemenza e dalla stroncatura totale che si fa della Walt Disney Concert Hall. Sarebbe lecita la domanda “ Ma ci troviamo di fronte ad una critica sull’ultimo film di Wes Craven o su un opera architettonica ?”, perché è quantomeno sorprendente la somiglianza della descrizione del nuovo lavoro del maestro americano con la recensione di un film dell’orrore.
Anzi, consiglio a chiunque non l’abbia letto di farlo, mettendo (ancora meglio di Craven!) come sottofondo di musica la colonna sonora del film Profondo Rosso, di Dario Argento. Sta benissimo con l’inquietudine che si prova leggendo i commenti di Dal Co.
Lo spettacolo che si trova di fronte agli occhi del direttore di una delle riviste più quotate in campo di critica architettonica è, difatti, nientemeno che "osceno e commestibile" e -come se non bastasse- "… le interiora disarticolate su cui poggiano le membra metalliche [...] il decomporsi delle forme" insieme "...allo spettacolo della propria putrefazione" alimentano sempre di più questo assai probabile equivoco. Per chi invece conosce quest’opera, e l’intero lavoro di uno dei più noti e osannati architetti viventi, la spiegazione arriva alla mente abbastanza in fretta. I casi in cui può rientrare questo "aggrovigliarsi di interiora" (dell’architetto Dal Co, questa volta... ) possono essere due: 1)Scarsa conoscenza dell’opera in questione e del lavoro tutto di Gehry. 2) Triste volontà di voler andare "contro" a tutti i costi per emergere da un probabile coro di ovazioni e applausi e rientrare in esclusiva in un modo di far critica alternativa e di contro tendenza.
Credo sinceramente che Dal Co sia una persona preparata e di indubbia cultura, tant’è che, fatti due conti, non rimane che la seconda opzione. In parole povere: Gehry va di moda? Allora lo attacchiamo, così da risultare ancora più glamour, se possibile, dell’artista stesso. Se ci mettiamo poi una manciata di parole roboanti e di sicuro impatto stiamo pur certi che il risultato è assicurato. Il lettore un po’ incauto e non preparatissimo, come può esserlo uno studente al primo o secondo anno di studio della disciplina, può decisamente essere ammaliato da cotanta capacità incantatrice di "membra che si contorcono", e poco ci manca che urlino anche di dolore, di "mostri che si esibiscono nella loro agonia" e che "sono tagliati da profonde ferite."
Se tentiamo di leggere e spiegare il perché di tale articolo non possiamo che darci questa di spiegazione. Io per lo meno non ne trovo altre.
Arriviamo dunque all’articolo in sé. Dal Co ci dice che le due più recenti opere di Gehry, cioè il Museo di Bilbao e questa sala concerti, vengono pensate negli stessi anni. Ancor più correttamente l’opera sovvenzionata dalla vedova Disney precede di un paio di anni quella di proprietà Guggenheim.
"Si può facilmente comprendere come i due progetti siano il risultato di un dialogo serrato e di stretti confronti, che hanno fatto si che le scelte compositive adottate da Gehry in queste occasioni siano conseguenze di numerose mutuazioni". Il solo fatto che queste due opere vengano elaborate nello stesso periodo non comporta di per se che una sia la mutuazione dell’altra. Difatti, come è scritto da Dal Co sembra che Gehry, carente in quei momenti di vena creativa, abbia di fatto copiato un’opera su un’altra, una specie di clone (anche se il verbo "mutuare" non significa di per sè copiare una cosa di sana pianta). L’argomento non mi sembra dei più pregnanti per due motivi. Da una parte, mi sembra abbastanza logico che un architetto abbia una sua impronta, diciamo un suo modus operandi e quindi che la sua mano sia riconoscibile nelle sue creazioni. Dall’altra, Gehry nello stesso periodo si trova a progettare la sede degli Uffici Nazionali Olandesi a Praga, opera questa originalissima e dirompente, tanto quanto quelle di Bilbao e di Los Angeles. Ma anche qui ritroviamo il prima citato modus operandi gehryano, anche se è diversissima dalle altre due costruzioni. Qui vi è la virtuosità delle forme propria del maestro di Santa Monica, lo sfalsarsi delle finestre ed il loro aggetto, la metamorfosi continua dei volumi e degli spazi, che si incurvano si arrotolano su se stessi, si piegano (come nella torre) e sono al contempo di metallo, di vetro, di pietra. Vi è anche il gusto per il rivestimento dei volumi proprio del nostro “imputato”. Come si può ben vedere, allora, è ciò che Gehry ha più o meno sempre fatto, riuscendo però sempre ad evolversi e a rinnovarsi. Perché di fatto il Guggenheim e la Concert Hall sono comunque due opere diverse, in due contesti diversi con funzioni diverse checchè ne dica Dal Co. Il Museo di Bilbao ci coglie quasi di sorpresa, con la luce del sole che si infrange e si riflette sulle sue pareti e ci presagisce la sua presenza e ci fa da guida mentre noi siamo immersi tra palazzoni del centro e cerchiamo di raggiungerlo. Lo spazio interstiziale che esso occupa ( una zona industriale dimessa ) fa si che questo abbia una forma molto complessa, a tratti allungata e in altri più compatta, mentre il ponte termina le sue forme per concludersi definitivamente nello slargo antistante il museo. La Concert Hall ci si presenta con scioltezza e tutta calma in una zona ben definita e compatta di Los Angeles che ha come sfondo grattacieli e costruzioni dai prospetti decisamente bidimensionali rispetto alla nuova costruzione. Molto più compatta e meno quasi “sofferta” nelle forme è l’Auditorium, anche se più sofferto è stato senz’altro il percorso della realizzazione. Quello che c’è di certo in entrambe le costruzioni è saper vedere l’architettura come un dialogare continuo tra spazi diversi che si concatenano l’uno all’altro. A questo punto allora ben vengano le “mutuazioni”.
Per Dal Co questi rappresentano « L’apice della ricerca che Gehry ha compiuto, a partire dai primi, guardinghi esperimenti della fine degli anni sessanta ( Casa Davis a Malibu 1968-72, ad esempio. » Sono contenta di sapere che per Dal Co casa Davis rappresenta un guardingo esperimento. E’, diciamo, l’opera di un Gehry timidone, quindi. Timido e accorto. E pensare che io l’ ho sempre reputata un’opera del tutto dirompente e di grande bellezza. Ma mi inchino di fronte al molto più anziano e preparato direttore che di architetture ne ha viste tante più di me e quella piccola e timida casa deve avergli fatto l’effetto di uno sbadiglio. Ma si arriva finalmente a parlare della sua casa a Santa Monica questa si vero e proprio manifesto, dove Gehry "..Senza mezzi termini annuncia di voler portare un affondo contro la concezione organico-retorica dell’architettura, negando, al contempo e di conseguenza, ogni riconoscimento al valore della tipologia" Ottimo...! E poi ? "Con la Disney Concert Hall e con il Guggenheim di Bilbao, Gehry rende chiaro il risvolto di simili precedenti provocazioni.[…]I racconti che egli ha messo in scena […]si avvalgono degli espedienti e si confrontano con i principali temi e problemi con quali l’architettura contemporanea si è cimentata". Non male per dei mostri.
Ma l’opera è fatta di "...involucro e matericità che diviene campo di gioco per l’arbitrio". Varrebbe a dire che il titanio che Gehry usa non ha nessuna valenza vera e propria; potrebbe essere qualsiasi altro materiale... usato arbitrariamente (sic!). "I materiali tendono a ridursi meri strumenti di commento [...] gli impianti sono distorti sino a rendere le successioni degli ambienti inviluppi labirintici". E’ un vero peccato che vi si legga solo questo nell’auditorium. Come ha sempre fatto, le concatenazioni spaziali di Gehry e i loro sviluppi sono indice di forte complessità e ricchezza, sempre volti a ricreare spazi interessanti e del tutto nuovi nella concezione architettonica moderna. Mi chiedo perché si voglia svilire o peggio mortificare un’opera di modernità, o meglio la modernità stessa in questo modo. Perché vengono buttate sulla carta affermazioni così forti senza spiegarle a fondo? Non capisco che critica sia. In che modo si può imparare a leggere un’opera di architettura da queste affermazioni? Non credo che uno studente da un articolo del genere impari qualcosa dell’opera in questione e come si fa una critica architettonica. Peggio: disimpara a dare argomentazioni e ad essere obbiettivo e recepisce che per essere critici quotati si debba elaborare paroloni e frasi ad effetto che colpiscono il lettore come uno schiaffo, e che da questo se ne rimanga talmente intorpiditi da non riuscire a pensare veramente a ciò che sul testo vi è scritto.
Se gli spazi "...sorprendono per l’incongruenza e l’interazione degli slittamenti di scala che esibiscono", ci si chiede perché una sala concerti debba avere la stessa scala di un negozio o di un ristorante (entrambi presenti nella costruzione). "Casualità dello spazio [...]Precarietà delle forme", detti così, valgono a dir nulla. Dal Co avrebbe potuto impiegare un pò più di tempo -e righe- per spiegare che cosa intendesse dire.
Se si inganna il lettore con metafore mostruose e accenni di concetti non spiegati si rischia di ritrovarsi a seguire questo tipo di critiche senza averne capito nulla. E il peggio è che parte dei lettori (parte di certo non trascurabile per quantità) sono anche studenti, che già sono ingannati da molte lezioni universitarie del tutto discutibili. Se ci si mette anche la critica che io definirei “patinata”, noi poveri studenti non ne usciamo più fuori. E, dopo le ingiuste e infondate critiche a Gehry, è il peggior danno che in questo articolo è stato fatto.


(Irma Cipriano - 14/1/2004)

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Commento 607 di Paolo Marzano del 26/01/2004


Lasciamo cadere il discorso perchè noto che il dialogo dopo due interventi arriva, non so' perchè, ai giudizi sommari fino alle offese facili come se fosse una tecnica strategica per imporre condizioni costumi e modi d'uso terminologico che non lasciano alternativa, la rete fa' questo effetto, evidenzia a livello comportamentale un alterazione veloce dei colloqui che entrano facilmente in conflitto.
Mi sembra veramente un atteggiamento facile facile e molto comune; troppo comune...mah!
Comunque, l'argomento iniziale erano le opere di Gehry ?
Bene cara lei, forse non mi sono spiegato (per il linguaggio della rete invece suonerebbe: 'non ha capito') che questi, è un grande architetto, ma con le sue colate di titanio non può rivestire il mondo intero, come la sua Gehry tecnologia prevede, è vero ci ha insegnato la libertà espressiva che si può raggiungere con quella tecnica (scultorea, è tutto dire!), ma fino a quando durerà come metodologia d'intervento? Non Le dico cosa diceva Wright a proposito perchè Lei lo sa' già, sul fatto che ogni luogo pretende un'architettura diversa perchè esistono relazioni diverse nello spazio e nel luogo in questione; altrimenti, detto in poche parole, l'architetto a cosa serve . Non crede?
A parte le battute, pendo che lo spazio architettonico sia un'altra cosa; magari un pochino più complessa e stimolante, d'altronde tanti altri grandi dell'architettura si sono evoluti e si stanno ancora evolvendo mostrandoci opere di qualità estrema. Ora tocca a Ghery , lo stiamo aspettando siamo curiosissimi di vedere le sue lineee che assumono un profilo diverso o uno scatto nuovo.
tutto qui!

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26/1/2004 - Sandro Lazier risponde a Paolo Marzano

Accomunare Gehry solo alle colate di titanio mi sembra un po' troppo riduttivo. Mi sembra una lettura piatta, poco plastica, che non coglie la sostanza ma si ferma alla forma.
Ma per chiarire il messaggio ottimamente ha fatto Vilma Torselli nel suo articolo Gehry, Oldenburg e l'archiscultura al quale rimando.

 

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Commento 605 di Irma Cipriano del 25/01/2004


In risposta a Paolo Marzano
Cosa voglia dire “ragionare di riflesso” questo me lo si dovrebbe proprio spiegare perché non l’ho capito. Forse uno ragiona di riflesso quando legge qualcosa che non lo convince e ne fa una critica...mah…Cercherò sul vocabolario!
Quello che è indubbio è che non ho MAI dato dell’incompetente a Dal Co e che il mio articolo era improntato su un certo modo di fare critica , e non ho MAI voluto dare lezioni a nessuno. E ben me ne guardo, soprattutto verso chi ha più cultura ed esperienza di me.
Ma vedo che purtroppo –o per fortuna?– pochi hanno capito il senso delle mie parole, anche se mi sembrava di essere stata abbastanza chiara.
Certo è che i miei occhi si incrociano quando leggo che non si può fare una critica al modo di scrivere di qualcuno senza aver scritto prima come minimo un’enciclopedia sul tema. Se come ripicca vuole che anche io scriva un articolo sull’opera di Gehry, mettendo le mie “metafore del cuore”, così che lei e altri come lei possano sottolinearle e criticarle per il gusto piccino di farlo….
Mi spiace ma questi giochi meschini mi irritano parecchio e preferisco divertirmi con altri .

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Commento 604 di Paolo Marzano del 25/01/2004


Benissimo sono pienamente d'accordo con Lei, era una delle risposte prevedibili come la mia definizione di 'METAFORA', ma c'è una differenza Dal Co ha scritto l'articolo su Casabella e tuti lo abbiamo letto (anche grazie a Lei che ci ha interessato), ora, però sulla stessa opera scriva qualcosa Lei , perchè si possa leggere tutti è appuntare, le metafore che non riusciamo proprio a vedere 'conness' con le deverse interpretazioni.
Questo vuol dire essere sul piano di chiunque e criticare anche propositivamente. senza difendere nessuno, di critica infertile ne siamo pieni, soprattutto in rete.
Dica la sua, ci dia una forma di 'controparte' senza parlare di 'interiora' , di 'putrefazione' ecc... si esponga. Non ragioni di riflesso, inizi una sua ridiscussione dell'articolo e la staremo a leggere, accogliendo certamente i suoi, sicuramente utili, punti di vista
Come fa Dal Co, d'altronde questo fa la differenza tra la ricerca di un storico e il 'normale' colloquio universitario. Non riconoscendo questo, allora non esistono più regole, leggi, norme di comportamneto linguistico, lezioni, esempi, ecc....ecc...ecc...
Attendiamo una sua dimostrazione di come vanno analizzate ed evidenziate le caratteristiche di queste 'eccezionali' espressioni architettoniche vere e proprie opere d'arte, o almeno ci dia un riferimento bibliografico o nome di autori rispetto ai quali usare una forma di filtro critico e i termini per osservarle.
al prossimo 'ricco' suo intervento.

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Commento 603 di Irma Cipriano del 24/01/2004


Che Dal Co abbia usato delle metafore credo sia chiaro a tutti, anche al più ignorante, basta sappia leggere. Come è chiaro -credo- il senso delle metafore, senza che ci sia il bisogno di andare a cercare il significato di queste sul vocabolario (cosa che spero neanche il più sprovveduto degli studenti farebbe). Nessuno vieta a nessuno di usarle, anzi ben vengano. Ma non c'è persona che mi convincerà che una metafora non abbia una sua "ragione di utilizzo", e che la sensibilità di ognuno le possa trovare appropriate o meno. Perchè, fino a prova contraria, anch'esse sono passibili di interpretazioni e come tutte le cose possono essere lette in maniera diversa, esser reputate calzanti o no. Io le ho reputate fuorvianti e un pò ridicole. E' l'opinione di Dal Co contro la mia. Ed è bellissimo che possa essere così.

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Commento 599 di Paolo Marzano del 23/01/2004


Gehry o della ‘titanica inno-ovazione fisionomica’
Nota a margine sull’articolo di I.Cipriano a proposito di F.Dal Co su Casabella 717/718
Devo osservare l'esistenza nel mondo dell’architettura di una categoria di persone vicine ad essa che, per spiegare i complessi fenomeni a cui è costantemente soggetta, usa, per meglio comprenderla, delle ‘METAFORE’. “La metafora è una sostituzione di un termine proprio con uno figurato, in seguito ad una trasposizione simbolica di immagini; es. le spighe ondeggiano, il mare mugola, il re del deserto ecc…Dal greco metaphora cioè ‘trasferimento’.
Da Oli De Voto, Dizionario di lingua italiana.
Perché questo? Perché ho un terribile sospetto che molti osservatori dell’architettura non si sono resi conto che dopo le descrizioni fisiche e materiali dell’architettura esistono una serie di caratteristiche ‘sensazionali’ che per essere descritte non hanno una possibile terminologia comune e allora si ha bisogno di trasporre i significati . Uno degli impegni di chi scrive d'architettura, è quindi quello di avere una mente così creativa da farsi avvolgere da questo mare magno di trasposizioni con l’unico scopo di creare degli ambiti di significato per cui a diverse persone arrivano diverse immagini. Poi a seconda dell’esperienza vissuta da ognuno esse, tentano di svelare possibili visioni di una generale ‘poetica’ (perché è proprio questo, alla fine, il significato). Chiaramente, chiunque si accinge a raccontare l’architettura, avrà una sua logica metodologia e si rifarà alla trasposizione che più gli aggrada. Per la maggior parte dei casi, sarà compreso, questo lo posso testimoniare. Per una parte, invece non sarà compreso, questo è chiaro, ma c’è una parte che non ci stà con quelle trasposizioni ‘METAFORICHE’ usate, e allude sovente all’errore dello scrittore. Mi spiace perché gran parte della letteratura critica architettonica si rifà a questo tipo di linguaggio dinamico e piacevolmente seguito, anche uno dei maestri della critica storico-architettonica contemporanea (Bruno Zevi), era uno di questi scrittori. Audace nelle metafore con cui, da esemplare prestidigitatore dialettico, accompagnava il lettore a descrivere, per esempio, l’angoscioso disegnatore Palladio, per il passionale Michelangelo nei disegni delle fortificazioni, a sovvertire l’equilibrio delle masse quasi anatomiche dei grafici-graffi di Mendelshon nei sui schizzi d’architettura fino all’estrema visione degli interni ‘intrauterini’di Gaudì. Ho! Quale vocabolo! E sì, funziona proprio così. Le sensazioni, non si evocano e non si trasmettono solo parlando di masse, volumi, piani, rette, punti oppure di intonaco, interasse, pendenza di scarichi ecc… questa è un’altra storia, di uguale importanza, certo, ma l’architettura pretende la loro contemporanea presenza per potersi svelare.
Già da un mio scritto in tempi non sospetti, dal titolo “l’estetica dell’espansione” (parafrasando l’insuperabile saggio di Paul Virilio “l’Estetica della sparizione”, ora, su Costruzioni.net), ma ancora prima ( la maggior parte dei miei scritti sono su architettare.it) analizzavo alcune opere di Gehry, Eisenman (che al contrario si legge n-amnesiE, dice il Tafuri) Libeskind, Hadid, notando l’evidente evoluzione formale degli ultii quindici anni. Ma, mentre in Hadid Eisenmann e Libeskind la ricerca continuava a trasformare la materia architettonica in esperimenti esaltanti per critici e studenti, in Gehry era arrivata ad un’impasse.
La nascita della Gehrytecnologia aveva congelato i termini di uno stimolante discorso innovativo e trasformava in una colata solita-solida di titanio, eventi spaziali di cui adesso bisogna specificare solo la destinazione d’uso all’esterno, perché l’immagine generale ‘soffre’ della sua solitaria differenza. Finivo lo scritto, col dire che si attendeva ormai da un po’, un tentativo di evoluzione non tecnologica (perché con le due opere che Francesco Dal Co analizza, Gehry ha stabilito una libertà assoluta dell’approccio architettonico, allo spazio), ma formale del capacissimo architetto. Lo scritto di dal Co è abbastanza chiaro, come spero premettendo ciò che ho scritto, sia per i più. Per coloro che non si convincono si questo, posso aggiungere che è solo una questione di temini da aggiornare senza significati nascosti o accuse di scarsa cultura, ognuno di noi ha una libreria in casa con una ‘strada’ bibliografica propria e solo che rispetto a quella, magari non coincidono delle trasposizioni terminologiche ‘metafore’, ma non essendoci quelle, mancherebbero anche gli objet a reation poetique, o i listelli e le fasce di legno di Alvar Aalto (che secondo me hanno generato i nastri di Hadid, nel Centro di Arti Contemporanee a Roma, vedi lo scritto ‘l’ambito variabile), non ci sarebbero le sculture di Boccioni di cui conosciamo le sensibili assonanze con l’architettura scultorea di Ghery, ecc…Allora come funzionano questi impulsi di esperienze vissute così funziona il

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Commento 595 di Isabel Archer del 21/01/2004


Io penso che, in ogni caso, chiunque produca informazione, e chi scrive un articolo - anche suo malgrado- ne fa, chiunque egli sia, non è autorizzato ad usare un linguaggio la cui reale interpretazione sia chiara unicamente ad un ristretta conventicola di persone.
Isabel Archer

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Commento 594 di enricogbotta del 21/01/2004


Lo scambio tra Giovanni Damiani e Paolo Ferrara mi ha incuriosito e sono andato a leggere l’articolo di Irma Cipriano.
Mi sembra che il senso dell’articolo, che condivido, sia “basta con questo linguaggio”. Non tanto perche “brutto” o insolente, ma perche completamente inutile.
Giovanni Damiani si irrita e dice che la signorina Cipriano è sostanzialemnte un’ignorante perché non sa che per DalCo “putrefazione” “membra disarticolate” hanno un accezione positiva.
Avrà le sue ragioni per prendersela così, per impartire lezioni a destra e sinistra per dare dei “perdenti” ad altri e non a se stesso. Soprattutto, evidentemente pensa di poterselo permettere. Chissà perché. Forse per lo stesso motivo per cui ritiene che DalCo si può permettere di scrivere emerite scemenze e tutti zitti perché se non si ha studiato quello che dice lui non si può neanche fiatare.
Allora, l’idea di fondo è che ognuno è padrone di avere una sua opinione, anche Irma Cipriano e anche Giovanni Damiani.
Se si difendono i ruoli e le caste però, come cerca di fare Giovanni Damiani, si devono accettare le conseguenze delle proprie scelte, che possono anche essere delle sonore pernacchie provenienti dal volgo ignorante.
Si parla di studiare, ma bisognerebbe anche capire cosa si studia e perche si studia. I percorsi critici sono una nobile impresa, ma infondo, perché ce ne dovrebbe fregare qualcosa dei persorsi critici approntati da chi fa conferenze sul lavoro e sul pensiero di un altro? Cioè, se Tschumi non fosse esistito su cosa la faceva la conferenza il signor Giovanni Damiani? Mi rendo conto che questa è una critica ai critici un po’ vecchia, ma fino a prova contraria i topi di biblioteca non sono architetti.
Quella dello studio è una bella favola che era tanto di moda tra i cosiddetti intellettuali “comunisti” (che col comunismo ovviamente non avevano nulla a che fare), in realtà solo affetti da gravi forme di invidia sociale, arrivismo, e complessi di inferiorità, come Tafuri, Cacciari e DalCo appunto. Lo “studio” era visto come strumento di affrancamanto da condizioni di inferiorità, vera o presunta che fosse: solo una favola però, visto che, come è noto, non si può essere null’altro di ciò che si è.
Chiudo, dicendo che ho trovato gli interventi di Giovanni Damiani, se non si fosse capito, molto irritanti e tipici delle patologie appena descritte, ma soprattutto fondati sulla convinzione, a mio avviso oggettivamente ingiustificata, di potersi permettere di esprimere giudizi riguardo l’ignoranza altrui. Giovanni Damiani non sarà ignorante o forse si, ma di certo è arrogante e antipatico, e studiare tanto temo non avrà nessun effetto positivo su queste due cose.
Saluti

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Commento 592 di Irma Cipriano del 21/01/2004


Risposta a Giovanni Damiani
Il dare agli altri degli ignoranti che non studiano lascia lo stesso tempo delle critiche accennate dell'architetto Dal Co. Il fatto che io sia una studentessa, e che quindi non abbia di certo le competenze del direttore di Casabella, non vuol dire che cio che lui dice sia oro colato e io dica scemate. Non si preoccupi signor Damiani, che lo studio c'è. Se vole che discutiamo DAVVERO sul mio articolo, non puo' dire che non abbia riconosciuto la cultura di chi ha scritto prima di me. Ciò che io ho contestato è il modo in cui le critiche su Gehry sono state affrontate. Le sue non spiegazioni non mi fanno di certo cambiare idea sul risultato che ha ottenuto Dal Co srivendo quell'articolo. Lo dico difatti chiaramente. Se come dice lei Casabella è una rivista "facile facile" -e già questo non le da giustizia, secondo me- dare in pasto al lettore le conclusioni che se ne tirano non è per niente costruttivo e sensato. Tutti sono onesti e tutti sono bravi finquanto non esprimono quello che pensano? Il solito adagio di attaccare la gente dando loro degli ignoranti è contro producente proprio per chi lo dice. Anche perchè in maniera socratica so anch'io di esserlo e lo è anche lei. Passa subito dalla parte del torto e, a mio avviso ci rimanne, continuando su questa rotta e senza dare spiegazioni sensate. Se non avessi ammesso di essere una studentessa - in quest'articolo e anche in altri commenti su antiTheSi - scommetto qualche cosa che i suoi commenti sarrebbero stati completamente diversi. E ciò non solo è scorretto ma anche avvilente. Se lei da ragione a Dal Co- ed è commovente la tenacia e la vis polemica con cui lo fa, sarà mica suo zio? - ci dica il perchè. Parliamo di cose concrete e non dei cocci delle noci. Altrimenti è davvero inutile - come lei dice -anche solo cominciare a parlare, perchè non ci si intenderà mai.

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Commento 591 di Giovanni Damiani del 21/01/2004


Scusate se replico ancora, ma qui davvero non ci sono le premesse neppure per comprenderci quel minimo che permette di parlare. Non ho mai usatola parola dilettanti, bensì intendenti che ha un ruolo preciso nella storia dell’architettura, detto tra noi molto nobile.
Mai mi sono pensato un culture sopraffino, mi occupo di architettura da alcuni anni, sono appassionato e cerco di costruire dei percorsi storiografici il più possibile seri.
Ben venga Antithesi, ben venga dare spazio a tutti e lasciar parlare tutti, cosa che nelle Università si fa poco e male, colpevolmente. Non fatemi fare l’accademico perché non lo sono per nulla e non fatemi difendere le nostre università perché vorrei essere uno che le critica, anche aspramente, Criticare però non significa dire la prima cosa che viene in mente, ma anzi essere massimamente coerenti, seri. Per criticare Dal Co bisogna studiare, altrimenti si viene zittiti subito (e lui è bravo a farlo) e si esce dalla discussione. Lavorare su una critica seria vuol dire anche comprendere che bisogna difendere l’istituzione in se e non confonderla per come viene usata. Voler provare a fare delle critiche serie vuol dire lavorare credo di più e farlo con ancora più impegno, non certo leccareculi visto che a questo mi pare vi riferite quando pensate ad un’Università. Nella pratica lo sarà (fino ad un certo punto, spazi abbastanza liberi si trovano mi pare, basta con questa retorica dell’escluso perché più pulito, le regole del gioco ci sono e non sono solo quelle di leccareculi e che forse serve vederle e faticare per farlo), ma resta il fatto che sparare sulle Università vuol dire demolire ciò che resta dei luoghi in cui si può studiare. Oltre quello c’è solo lo spazio libero del si dice ciò che viene in mente. A me questo non va per nulla bene. Non confondiamo la libertà, che è cosa serissima, con il tutto è lecito per cui posso dire ciò che mi salta in testa, quella non è libertà è ignoranza, almeno secondo me.
Credo che Antithesi, che reputo comunque un momento positivo come tutti i momenti di riflessione, come molte delle riviste in internet che sono nate, abbia il compito anche di aprire discussioni varie con toni di vario livello, ma l’esegesi della nicchia dei perdenti perché puliti debba finire.
È ora di studiare, proprio per costruire nuovi panorami, costruire nuove libertà. Libertà però non luoghi di svacco libero.
Dal Co, per tornare al suo pensiero su cui non ho nessuna voglia di discutere a lungo, nasce in un contesto molto preciso di letture che legano la generazione dei Veneziani. Il tragico, il marcio da Piranesi in poi, un certo anarchismo molto vitale e anche fisico, che fa si che quando parli di rovina, putrefazione le usi come termini molto interessati e sostanzialmente positivi.
Oggi è già un miracolo se uno legge qualcosa, ma studiare non significa leggere e neppure leggere e commentare, significa intrecciare, costruire contesti e sequenze logiche. Non sapere nulla del da dove e come escono i pensieri delle persone fa si che si costruisca un pensiero fatto di microframmenti e giudizi che lasciano il tempo che trovano perché non hanno struttura possibile a reggerli. Costruire delle storie, io credo, sia ancora possibile anche in questo tempo complesso, solo che bisogna lavorare per questo. Il momento è difficile, le università sempre meno difendibili, le posizioni di molti anche, è ora di rimboccarsi le maniche e invece di sparare a caso nel mucchio, bisogna a mio avviso fare l’unica cosa che ha sempre portato avanti le idee: STUDIARE.

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21/1/2004 - Paolo GL Ferrara risponde a Giovanni Damiani

Caro Damiani, qui nessuno si piange addosso. E’ davvero ora di finirla con la storia che ci sentiamo "nicchia dei perdenti perchè puliti": "puliti" lo siamo, e non ci consideriamo "perdenti". Il motivo è semplice: non vogliamo vincere nulla, né nulla vogliamo. Se ti guardassi un pò intorno ti accorgeresti dell’ipocrisia che vige nei rapporti tra i diversi personaggi dell’ambiente culturale "ufficiale". Ma forse lo hai già fatto...
In quello che tu definisci luogo di "svacco libero" ipocrisia non se ne trova: è luogo in cui tutti si possono confrontare, dai più lucidi cultori ai più neofiti tra gli studenti. Questi ultimi potranno anche parlare impropriamente ma, proprio perchè studenti, si aspettano che qualcuno li aiuti a capire anche gli eventuali errori. Chi, come te, ha conoscenze e capacità critiche tali da potere essere d’aiuto alla crescita degli studenti deve porsi al di sopra dei loro scritti, delle loro opinioni; piuttosto, deve capirne le difficoltà e dare i giusti consigli, che non devono però limitarsi a dire:"STUDIARE". L’ "ignoranza" può essere dolosa o meno: nel primo caso non potrei che essere d’accordo con te rispetto a quanto dici; nel secondo caso, invece, noi tutti abbiamo il dovere di aiutare la crescita, chi dando spazio affinchè le opinioni espresse dagli studenti possano essere portate a conoscenza di tutti, chi dando i giusti correttivi alle lacune -abbastanza probabili vista l'inesperienza- che qualunque studente può avere.
Il confronto è fondamentale, ma teniamo presente che l’esperienza dello studiare è qualcosa che cresce piano piano, sino ad arrivare a comprendere che sono necessari gli intrecci e le sequenze logiche. Sino a capire così che, spesso, tanto logiche non sono.

 

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Commento 589 di Giovanni Damiani del 20/01/2004


Non gradisco fare difesa d'ufficio a Francesco Dal Co, sia perché si difende benone da solo, sia perché non mi sembra nelle condizioni di non potersi pagare un buon avvocato migliore del sottoscritto, ma ogni tanto per leggere serve sapere qualcosa.
Casabella è una rivista facile facile e a tratti edulcorata, ma almeno due cordinate sono richieste per capire qualcosa anche in un articolo molto didascalico.
La minima conoscenza del pensiero del Dal Co, che poi vuol dire aver letto dei libri, vista la sua ampia produzione, e (magari anche o) del Tafuri sarebbe servita a comprendere che il senso dell'articolo è esattamente l'opposto.
Apprezzo l'idea di provarci sempre e il coraggio di mettersi in prima linea, in qualche modo è lo stile da intendenti d'architettura di antithesi e delle pubblicazioni internet...ma alla lunga il commento nel vuoto rende poco e i nodi vengono al pettine.
cordiali saluti da un vostro lettore

Tutti i commenti di Giovanni Damiani

20/1/2004 - Paolo GL Ferrara risponde a Giovanni Damiani

Ci definisci "intendenti di architettura" per non dirci chiaramente che ci reputi dilettanti? No, non fartene un problema, perchè è vero: siamo dei dilettanti che non possono certo competere con un cultore sopraffino quale sei tu. Ma vedi, caro Damiani, noi pubblichiamo anche pareri quali quelli della Cipriano poichè reputiamo che tutti siano soggetti ad approfondimenti, soprattutto se si tratta di studenti, i quali si cerca di spronare in senso critico, facendogli esprimere le loro sensazioni e non solo i concetti scritti sui "sacri testi" dell'architettura, che sono costretti ad imaparare nelle facoltà. Siamo dilettanti che però non conoscono il sapore dei sederi di chi conta, di quelli che potrebbero farci fare carriera. Credimi: ne siamo fieri. Piuttosto, il tuo ruolo di cultore dovrebbe andare oltre questi semplici commenti e puntare dritto al centro della questione, ovvero farci capire perchè il pensiero di Dal Co lo abbiamo frainteso. Nel modo in cui lo hai fatto, anche il tuo commento resta nel vuoto.
Come vedi, non mi soffermo a difendere i contenuti espressi dalla Cipriano, lasciando a lei stessa l'eventuale replica. Posso solo dire che concordo pienamente sull'aleatorietà delle critiche di Dal Co.

 

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