Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Tradimento e tradizione

di Vilma Torselli - 13/2/2004


"[…] Tradimento e tradizione hanno la stessa origine etimologica, vengono dallo stesso ceppo, esprimono varianti di uno stesso segno. Tradere, verbo latino che sta per "consegnare". Gesù fu tradito da Giuda, che lo consegnò ai suoi giudici. Ma l'intera verità del nostro mondo giudaico-cristiano ci è stata consegnata fra mille tradimenti, e riposa (si fa per dire) nel corpo della tradizione. La morale della fedeltà, quella che prescrive non già di cercare e capire ma di vivere in obbedienza e amore a quanto è stato rivelato, a quanto si crede da generazioni, ha un senso nell'ortodossia religiosa e si innalza su un fondamento biblico. Trasportata nella storia è puro nonsense, rassegnazione intellettuale, animalità meno che canina, diabolica perseveranza. Se scavate dentro la parola, se non vi accontentate della morale della fedeltà, vi accorgerete che il peggiore tradimento, e forse l'unico, è quello che si commette contro la propria libertà."(Giuliano Ferrara, "Ai comunisti. Lettere da un traditore", Laterza, 1991).
Il verbo tradire (il latino tradere), porta con sé il significato di "consegnare" un ordine precostituito, un sistema preesistente, "in nome di una nuova "consegna", di un nuovo ordine, di un nuovo sistema. Esso sancisce dunque il dramma del passaggio dal vecchio al nuovo e quindi in sostanza l'eterno dramma del processo evolutivo. Il tradimento ha dunque sempre a che fare con l'abbandono da parte di un sistema di precedenti regole o configurazioni a favore della novità". (Ada Cortese)
La parola tradizione, anche in architettura, ha quindi il significato di trasportare, di consegnare ai posteri un sistema, un ordine, un insieme di regole, di norme consolidate, senza perdere di vista che è termine avente in sé il senso di passaggio, di conversione dal vecchio al nuovo, di abbandono, di tradimento di ciò che è stato a favore di ciò che sarà.
Come scrive ancora Ada Cortese, psicoanalista e sociologa, "quando la nuova regola o configurazione si afferma, il tradimento si trasforma in tradizione [……] Proprio questo è il significato etimologico della tradizione: essa è la storia dei tradimenti passati".
Il processo evolutivo, necessario ed ineluttabile, si compie quindi all'interno della dinamica tradizione-tradimento, attraverso l'abbandono dell'ultima "consegna" ereditata dalla storia, che verrà tradita in nome della prossima, senza tradizione non c'è cambiamento, senza tradimento non c'è modernità.
Queste mie considerazioni prendono spunto anche dall'incipit del programma del prossimo Convegno di Parma," LE FORME DELLA TRADIZIONE":
[...] Tradizione è sinonimo di continuità: la parola si usa quando si vuole porre l'attenzione su una cosa od un concetto, che richiamano un valore ancorato al passato, o al patrimonio di conoscenza collettiva, o semplicemente alla prassi costruttiva consolidata. Tradizione, dal latino "tradere", significa propriamente trasmettere: è il peso delle cose del passato tradotte nel presente.
La definizione è riduttiva, superficiale, incompleta, equivoca e fuorviante, prende vita da quel concetto deteriore di tradizione che Walter Benjamin definisce conformista ("in ogni epoca bisogna combattere per impedire che la tradizione venga sopraffatta dal conformismo che cerca di soffocarla"), non esiste, come recita più avanti lo stesso documento, "una logica tradizionale di continuità e di cauta perturbazione", se non nell'ambito non già della "tradizione", ma della "traduzione" (il latino "trans-ducere", trasportare, "trans loca et tempora ducere"), che in campo culturale rischia sempre di essere un'operazione di inutile dietrologia e di sterile "rassegnazione intellettuale".
Il '900 è stato un secolo di cultura "contro", ma la sua forza produttiva di nuovi linguaggi e di straordinarie innovazioni risiede, per quanto contradditorio possa sembrare, nella tradizione, negata, vilipesa, rifiutata, tradita e proprio per questo sempre presente, seppure in dialettica marcatamente oppositiva: questa è l'importante funzione della "tradizione" e di tutto il tesoro di conoscenza che vi sta nascosto, non già la sua possibilità di "essere espressione di opposizione" a più o meno temibili trasformazioni della modernità e consolatorio paravento alla mancanza di creatività e al timore del nuovo.


(Vilma Torselli - 13/2/2004)

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Commento 670 di Isabel Archer del 18/02/2004


Corsi e ricorsi storici…
Domus, n. 51, marzo 1932.
"Morte e vita della tradizione".
E’ opinione comune che modernità significhi mortificazione della tradizione.
La tradizione è mortificata invece dai pigri profittatori di essa. Da qui la decadenza delle arti, proprio per opera inconsapevole di fedeli della tradizione, che poi la vanno a ficcare, gelosi a comodo loro, anche dove (come in tante attività e tecniche d’oggi) tradizione non esiste, o dove (come in certe nostrane industrializzazioni che datano dalla fine dell’ottocento, vedi tappeti) la tradizione sarebbe l’imitazione o contraffazione di modelli esotici.
La tradizione, per noi, più che nella forma mutabile, è nella gloria delle arti, nella mira degli spiriti: il carattere che deriva all’espressione artistica dalla natura di una razza è sicuramente incancellabile; non è questo snaturamento da temere, è da temere solo la decadenza di quelle viventi energie che creano via via gli elementi della grande tradizione.
Ora, se essa ha da essere per noi un prestigio da servire perché sia conservato ed accresciuto, è alle sole energie viventi, cioè moderne, che la tradizione stessa infallibilmente si raccomanda.
Senza l’apporto di queste energie, proprio quelle arti, che parrebbero più salvaguardate dalle pure forze della tradizione, sicuramente decadono; e decadono non per mancanza di modelli, di regole, di musei e di trattati, ma per mancanza dell’intervento di artisti d’oggi. Questi artisti hanno in sé le forze ed il destino di ciò che si chiamerà la tradizione, essi soli ne sono i depositari.
Acutamente è stata notata già questa fatal presenza in alcune opere nostre moderne. Ed essa è viva non nelle fabbriche ma solo negli artisti che quelle opere han create: nei laboratori donde essi han tratto rivoluzionariamente queste nuove produzioni, la tradizione giaceva corrotta e tradita.
Le forze che operano nella tradizione sono occulte, di volte in volta le individuiamo anche dove non ci apparvero presenti: ma esse operano attraverso i più vivi: la tradizione è fatta solo di autenticità. Vicinissimi le sono ed ardentemente la servono non quanti se ne giovano, ma quanti invece, avendo per se e per le proprie opere alte e severe ambizioni, incorruttibile spirito, danno perdutamente alla espressione di se stessi e del loro tempo, tutta la propria energia, tutta la propria passione.

Gio Ponti

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Commento 666 di Irma Cipriano del 16/02/2004


IN RISPOSTA A VILMA TORSELLI.
Innanzitutto vorrei chiarire che il discorso è direttamente sfociato in un ambito prettamente linguistico e filosofico. Si parla dunque di Interpretazione e quindi di Ermeneutica. Credo che le cose stiano più o meno così. Se discutiamo di Traduzione penso per prima cosa che non si possa parlare assolutamente di Falso bensì al massimo di Tradimento, cosa del tutto differente. Ma il tradimento è insito in ogni cosa che facciamo allora, perché non potremo mai essere altro da noi stessi.
L’illuminismo aveva dichiarato che in claris non fit interpretatio, ovvero le cose sono normalmente comprensibili e l’atto di Interpretare avviene solo quando si è di fronte a qualcosa di oscuro. Ma viene da sé che oramai quest’Interpretazione è oramai obsoleta nella nostra cultura. Di fatti Schleiermacher , partendo da un contesto prettamente antropologico e difficilmente non condivisibile, affermava che “ Gli altri sono essenzialmente un mistero per me, di modo che ogni loro espressione, non solo quella consegnata allo scritto, ma altresì ogni comunicazione orale dotata di significato, può essere fraintesa”. Questo avviene tra persone di stessa lingua e, più o meno, cultura. Figuriamoci quando si comunica e si produce pensiero tra lingue diverse e culture differenti!
Da questo, come dirà poi Dilthey, viene che ogni comprendere sia interpretare.
Ma Interpretare significa per noi, oggi, intendere il senso e non di già esprimerlo. Il linguaggio è trascendentale, che piaccia o meno. Ciò non vuol assolutamente significare che una parola, o meglio un sinonimo valga per un altro, anzi. Ma se teniamo conto della difficoltà a Interpretarsi anche tra esseri che parlano la medesima lingua.! Il traduttore è l’unico mezzo che abbiamo per poter avvicinarci a ciò che è altro da noi e che non possiamo comprendere. Inoltre è cosa non da poco se pensiamo che in moltissimi casi autore e traduttore lavorano insieme quando c’è da trasporre un’opera in altra lingua. Ciò ovviamente non avviene se l’autore è morto anni prima che avvenisse l’atto della traduzione. In questo caso vorrei citarLe uno scritto di Umberto Eco riguardo la Traduzione, scritto quando il suo editore aveva a lui proposto di tradurre il Montecristo di Dumas: «.. Dumas non era forse autore che lavorava in collaborazione? E perché no, allora, in collaborazione con un proprio traduttore di cento anni dopo? Dumas non era forse un artigiano pronto a modificare il suo prodotto secondo le esigenze del mercato? E se il mercato gli chiedesse ora una storia più asciutta, non sarebbe il primo ad utilizzare tagli, accorciature ellissi? Il traduttore può snellire, aiutare il lettore a seguire più velocemente le vicende, quando per istinto avverte che la lungaggine, il giro di parole, non hanno alcuna funzione né trattengono alcun profumo dal tempo. […] Non si tratta di guadagnare spazio, ma di rendere la lettura più agile, di saltare di fatto quello che il lettore automaticamente salta con l’occhio. E in questo si è aiutati non solo da ridondanze che il francese impone e l’italiano evita, talora come regola e spesso come norma ( per esempio molti soggetti, e i possessivi), ma anche dal fatto che certe espressioni cerimoniali, consuete e nella lingua e negli usi della società francese dell’epoca devono sparire nell’italiano proprio per ragioni di fedeltà allo spirito del testo. Tanto per fare un esempio, un ringraziamento in un dialogo tra due persone di bassa condizione suona in francese come “merci monsieur”, ma in italiano deve diventare un semplice “grazie”, perché un “grazie, signore” farebbe sospettare un rapporto di ossequienza che non è nell’intenzione dell’autore né nelle connotazioni della lingua. Si potrebbe obbiettare che questo fenomeno si verifica in ogni traduzione italiana da qualsiasi testo francese: ma in un libro come questo dove i “merci, monsieur” si sprecano per le ragioni già elencate, il risparmio conta ed incide sulla leggibilità. » Io aggiungo: un’operazione del genere viene sempre fatta in narrativa, proprio per questioni di rispetto per la lingua ( anzi, per entrambe le lingue ) e di volontà di significato che l’autore ha voluto dare alla sua opera. E se ciò accade per la letteratura e anche per le opere scritte in genere, accade ancora di più per ciò che è concetto espresso in forma e colore, spazio e luce come può essere per l’architettura e per l’arte in generale, visto che queste sono codici ancor meno codificati della scrittura. Se non si traducesse, o neanche ci si provasse, la maggior parte delle opere che oggi abbiamo non esisterebbero perché chi scrive impara anche da tutti gli autori che egli ha letto, di qualsiasi lingua fossero. Se non ci fosse la traduzione- per esempio se Joyce non avesse letto Svevo- magari non avrebbe scritto determinate cose. Noi oggi non potremmo leggere gli scritti di Wright o di Van Doesburg se non conoscessimo bene l’inglese o l’olandese. Magari non sono del tutto fedeli, an

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16/2/2004 - Vilma Torselli risponde a Irma Cipriano

E' vero, il discorso è scivolato in ambito prettamente linguistico, come la sua scolastica trattazione ben evidenzia, e le confesso che a me personalmente non interessa più di tanto. Oltretutto quello che intendevo esporre nel mio scritto (mi illudevo che si capisse), è semplicemente il concetto che il trasporto acritico "trans loca et tempora" di linguaggi del passato è un'operazione passiva che non può che nuocere alla cultura in generale.
Ciò che sostengo inoltre, e da cui non mi sposto, è che la traduzione può alterare talvolta in modo molto significativo il senso del testo, potendo tuttavia ognuno scegliere di correre il rischio di recepire concetti "non del tutto fedeli", pur di recepirli.
Dico però che bisogna essere coscienti della possibilità di mistificazione ed esercitare il dubbio, una delle prerogative che più incisivamente distinguono l'uomo dagli animali. Tutto qua.

 

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Commento 664 di Irma Cipriano del 16/02/2004


Sembra incredibile, ed io per prima me ne stupisco, ma per una volta sono totalmente daccordo con Di Baccio. Non posso difatti assolutamente accettare che si dica che la traduzione è falsità.
Certo, un'opera tradotta non darà mai la stessa lettura dell'originale. Ma oltre alla linguistica in sè ci sono anche i contenuti, parte assolutamente non da trascurare. E se un traduttore è bravo e scrupoloso, credo che possa solo dare un ottimo contributo all'opera in questione. Se così non fosse ci sarebbe del tutto preclusa ogni tipo di cultura che non corrisponde alla nostra. E questo sinceramente lo trovo aberrante. Non posso credere che qualcuno vorrebbe una situazione di questo genere. L'abilità dell'uomo sta anche nel riuscire a trasmettere agli altri idee, pensieri, forme, immagini che per forza di cose non ci appartengono e non possono appartenere a tutti, sia per questione di incomunicabilità linguistica e formale, o più genericamente culturale. Se così non fosse sguazzeremo nella nostra stagnante autocelebrazione .

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16/2/2004 - Vilma Torselli risponde a Irma Cipriano

Ciò che, secondo le più recenti teorie della traduzione o traduttologia, che è una vera e propria scienza, non è possibile rispettare quando si attua una traduzione è il concetto di "equivalenza", che sembrerebbe di fondamentale importanza in un'operazione che Catford J. C. A. definisce "sostituzione di materiale testuale in una lingua [...] con materiale testuale equivalente in un'altra lingua ".
In estrema sintesi, è parere condiviso da molti studiosi del campo che decidere cos'è un equivalente è estremamente difficile, perché ci si scontra con il problema della mancata corrispondenza di categorie grammaticali (parti del discorso) tra lingue (specificatamente russo, francese e inglese), problema evidenziato dal classico esempio: My father as a doctor - Mon père était  docteur - u menja Otec byl doktor .
Io so ben poco di questa scienza, e forse lei ne sa meno di me, ma è evidente che, comunque si voglia definire il termine "equivalente", l'inglese "a" non ha equivalenti, ed infatti nel testo russo non c'è equivalente traduttivo dell'articolo indeterminativo inglese. In casi come questo, che lei capisce essere estremamente frequenti, l'equivalenza può essere stabilita solo ad un rango più alto, ossia di gruppo .
"Sul piano scientifico, ciò dovrebbe indurre a creare un modello diverso, che non si basa sulla parola come unità traduttiva minima, ma su frammenti di testo maggiori. Questo, purtroppo, non avviene", sono parole di Bruno Osimo, docente di traduzione, che riprendono Catford quando dice: "Le voci della source language che occorrono spesso di solito hanno più di un equivalente nella target language nel corso di un testo lungo".
Concludo con altre parole di Osimo che mettono in evidenza quel tanto di arbitrario che sempre c'è in una traduzione e che, in misura minima o consistente, falsifica il significato originario del testo tradotto:"........ quando in una traduzione incontriamo la parola X, nel 60% dei casi la traduciamo con la parola Y. Sempre che non vari il tipo di testo. Sempre che non vari l'argomento. Sempre che non vari l'autore. Sempre che non vari l'epoca storica. Sempre che non vari il registro. Sempre che non vari la collocazione.....".
Insomma, nel passaggio da un prototesto ad un metatesto intervengono sempre delle variabili ineliminabili che non impediscono certo l'osmosi culturale, ma che ancora una volta ci invitano ad affrontare criticamente ciò che la storia, la tradizione e la traduzione ci tramandano.

 

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Commento 662 di Pierluigi Di Baccio del 15/02/2004


Gentile Vilma Torselli,
mi sembra pacifico che noi due la pensiamo in maniera alquanto diversa. Non condivido infatti la sua radicale negazione di utilità e valore all'attività della traduzione: lei forse eccede in formalismo nel momento in cui pretende dalla traduzione una oggettività e neutralità intrinsecamente impossibili.
E' per me ovvio e nient'affatto scandaloso che tradurre un testo, una lingua altra, è operazione culturale prima ancora che tecnica: l'interpretazione personale è non solo inevitabile ma necessaria, nella cornice comunque di un atteggiamento scientificamente filologico. Accanto alle regole sintattiche, alle questioni fonetiche, persiste sempre e comunque il compito arduo di rendere accessibile appieno il significato del testo, che spesso si compie oltre la sua valenza semantica primaria.
"Il rischio incombente è quello della soggettività della traduzione, che diviene così una interpretazione personale e quindi un falso. Personalmente credo che la traduzione non possa che nuocere ad un’opera letteraria, che nasce legata alla sua lingua"... Lei parla di Falso laddove semplicemente si tratta di essere consapevoli che la sensibilità del traduttore è componente indissolubile e anzi valore aggiunto, che bisogna saper riconoscere e valutare.
La responsabilità è forse in chi legge piuttosto che in chi scrive: siamo noi a dover sapere che quando leggiamo una poesia come "Aspettando i barbari" di Costantino Kavafis nella traduzione di Filippo Maria Pontani in realtà leggiamo per il 40% Pontani e non Kavafis. E' quel 40% che possiamo agilmente riconoscere leggendo la stessa poesia nella traduzione di Eugenio Montale...
L'opera di traduzione dunque permette, anzi richiede, il contributo attivo di sensibilità e scienza del traduttore che in ciò finisce per esprimere una parte della propria originalità: alla luce di questo è scorretto dire che la "traduzione avrebbe ritardato lo sviluppo e l’espressione dei caratteri architettonici autonomi di una cultura indipendente e libera".
Ricordiamoci d'altronde che la letteratura latina nasce come traduzione di originali greci e questo non le impedisce di svilupparsi in maniera autonoma e originale, sviluppando anche nuovi generi letterari rispetto alla tradizione ellenica.

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15/2/2004 - Vilma Torselli risponde a Pierluigi Di Baccio

Il fatto che le sembri "pacifico che noi due la pensiamo in maniera alquanto diversa" mi conforta molto, significa che è possibile sviluppare pacificamente, appunto, una dialettica serena e costruttiva seppure all'interno della pluralità e della diversità delle opinioni.

 

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Commento 657 di Pierluigi Di Baccio del 14/02/2004


La lettura dell'articolo di Vilma Torselli mi suggerisce due riflessioni:
1. sulla TRADUZIONE
Non mi pare corretto affermare che la traduzione rappresenta una operazione "che in campo culturale rischia sempre di essere [...] inutile dietrologia e [...] sterile rassegnazione intellettuale". L'autrice dimentica che l'esercizio della traduzione ha rappresentato e rappresenta uno sforzo creativo e cognitivo di dimensioni a volte sovrumane, e mi riferisco certo all'ambito letterario e della poesia, laddove grandi traduttori si sono rivelati di fatto e prim'ancora grandi scrittori o poeti loro stessi. La traduzione, fin dai tempi dei Settanta che tradussero la Bibbia dall'aramaico al greco della koiné, è atto fondamentale per la circolazione delle idee e la crescita di intere civiltà: non sviliamola, dunque. Tradurre non è copiare, partecipa appieno di quel senso del passaggio ragionato e della conversione, anche traditrice, da un prima a un dopo.
Saremo tutti d'accordo, spero, che la tra-duzione in ambito nord europeo degli stilemi del rinascimento italiano è stata foriera di eventi architettonici fondamentali per la storia delle città europee (Parigi, Londra, etc.), non certo indice di "rassegnazione intellettuale".
2. sulla DIALETTICA OPPOSITIVA
Per tradurre bisogna conoscere ciò che si traduce, per tradire bisogna conoscere ciò che si tradisce: creare il nuovo, senza conoscere il vecchio, è impresa impossibile. La tradizione è tesoro di conoscenza, come dice Vilma Torselli, solo se non si relega la Storia a figlia illegittima, negletta e dimenticata. Lo scontro artificioso e banalizzante fra il culto della frattura da una parte e il culto della continuità dall'altra produce a parere mio solo una vittima, la conoscenza.

Tutti i commenti di Pierluigi Di Baccio

14/2/2004 - Villma Torselli risponde a Pierluigi Di Baccio

1. sulla Traduzione
ciò che mi pare contestabile, nell’attività di traduzione, è proprio lo “sforzo creativo e cognitivo di dimensioni a volte sovrumane” poichè, essendo spesso i “grandi traduttori…….. grandi scrittori o poeti loro stessi” il rischio incombente è quello della soggettività della traduzione, che diviene così una interpretazione personale e quindi un falso. Personalmente credo che la traduzione non possa che nuocere ad un’opera letteraria, che nasce legata alla sua lingua non solo concettualmente ma anche letteralmente e foneticamente , se invece la traduzione la migliora, bisogna sospettare.
Ricordo un mio vecchio professore di greco che ci faceva tradurre Omero e poi confrontare la nostra traduzione con quella di Vincenzo Monti (“gran traduttor dei traduttor d’Omero”, che traduceva dalla traduzione latina non conoscendo il greco), facendoci così scoprire versi onomatopeici che in origine non lo erano affatto, metafore inventate, significati addomesticati, povero Omero!
Non sono certa che la “tra-duzione in ambito nord europeo degli stilemi del rinascimento italiano è stata foriera di eventi architettonici fondamentali per la storia delle città europee “ se penso, per analogia, a Palladio ed alla traduzione in inglese dei suoi quattro libri dell’architettura, che hanno introdotto nel nuovo continente stilemi non tanto europei quanto francamente palladiani.
Ebbene, mi chiedo cosa sarebbe accaduto se anzichè Palladio, per caso avessero tradotto, che so, il Vasari: oggi la Casa Bianca sarebbe probabilmente in stile rinascimentale e anche in questo caso una “malaugurata” traduzione avrebbe ritardato lo sviluppo e l’espressione dei caratteri architettonici autonomi di una cultura indipendente e libera che avrà bisogno dell’opera dirompente di Wright per configurarsi ed affermarsi.
Chissà che anche il Nord Europa non abbia perso l’occasione per articolare un suo originale linguaggio architettonico, come sarebbe accaduto senza il condizionamento degli stilemi del rinascimento italiano!

2. sulla dialettica oppositiva
…….. non mi pare che si debba discutere, non ho mai negato che la tradizione vada conosciuta, analizzata e criticamente revisionata, senza proporsi aprioristicamente l’intenzione di operare una frattura o una fusione con il passato.

 

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