Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Luce di stelle

di Mariopaolo Fadda - 13/2/2004


Luce di stelle di Robert A. Ivy, FAIA
(Traduzione di MariopaoloFadda)
Una delle più persistenti lamentele tra gli architetti riguarda l'attenzione che i media dedicano alle cosiddette stars. L’accusa, frutto di un disagio profondamente radicato per tanta attenzione concentrata su pochi, riguarda una piccola scheggia, forse l’un percento, di tutti gli architetti che dominano la scena architettonica. Perchè, continua il lamento, quelle facce familiari aspirano tutto l'ossigeno della stanza e monopolizzano l'attenzione? Perchè prendono i lavori migliori? Perchè, è implicito nelle osservazioni, non scelgono me?
Spesso il loro sembra un lavoro ostinato o irrealistico, mentre il vostro è tutto responsabilmente immerso nell’abituale, laborioso sforzo per soddisfare i bisogni del cliente o per stare entro i limiti del terribilmente ristretto budget. Loro pare abitino un raffinato regno di travertino e acciaio inossidabile, mentre i vostri progetti sembrano confinati nei limiti dei blocchi di cemento. La ripetuta enfasi posta sulle individualità diminuisce il ruolo giocato, nella professione contemporanea, dai gruppi; modelli esclusivi, edifici spettacolari distolgono l’attenzione da un’attenta pianificazione. L'elenco delle lamentele continua monotono, ma si riduce infine a questo: a loro la gloria, a voi il lavoro.
Storicamente, il fenomeno delle stars è relativamente nuovo in America. Dopo H.H. Richardson, Frank Lloyd Wright ha dilatato la fiorente tradizione, auto-invocando, giustamente, il titolo di genio, un termine che ha radici nel Rinascimento e che è prosperato nel Romanticismo del diciannovesimo secolo ed è impareggiabile per l’auto-esaltazione: chi potrebbe dibattere col genio? Oggi la frenesia, nutrita dai media, rafforza la tendenza, proiettando una litania familiare di nomi e immagini sulle nostre pagine e sui nostri schermi. Sempre gli stessi nomi.
Perché? Sinceramente, dobbiamo ammettere che la fama non si manifesta a caso. Le stars, le nostre stars, operando a un alto livello di successo, possiedono spesso qualità che ammiriamo, tra cui un’autentico talento, l’impegno, la capacità organizzativa, l’astuzia, la dimestichezza con i media e l'acume intellettuale. In più, spesso, questi architetti sono dotati di quello che alla maggior parte di noi manca: il senso di coraggio nell’esplorare idee, nello sperimentare nuovi sistemi, nell’avventurarsi per primi in territori dove la maggior parte di noi non oserebbe avventurarsi. In un certo senso, sono i nostri esploratori.
Consideriamo quelli rappresentati in questo numero [Architectural Record 2/2004]. Lord Norman Foster, con edifici progettati in tutto il mondo mondo che si elevano verticalmente o distendono orizzontalmente, è l’impersonificazione di colui il quale concepisce e crea strutture che funzionano come laboratori animati, combinando architettura, sociologia e biologia. Il suo lavoro è capace di reindirizzare il nostro modo di pensare offrendo contemporaneamente, ai clienti ed al grande pubblico, più confortevoli modi di vita e di lavoro. Le stars non sempre hanno bisogno di ostentazione. I progetti magistralmente dettagliati e stringati di Fumihiko Maki offrono lezioni di cortese, urbana moderazione, rigorosamente particolareggiati e consistentemente in armonia con l’intorno.
Santiago Calatrava, che ha appena reso pubblico il suo progetto per il nuovo Transit Hub di New York, continua a stupirci e a confonderci con audaci nuove espressive forme che ci parlano con voce particolare, riflettendo una coscienza educata e individualistica. I suoi progetti urbani, come la Opera House a Tenerife, combinano spesso la bravura ingegneristica con l’artisticità, regolando e definendo memorabilmente il luogo. Nessuno dimenticherà mai la Opera House o Tenerife.
Se siete convinti di aver inquadrato Richard Meier, ripensateci. Questo maestro dell'idioma moderno continua, come architetto, ad evolvere. La sua Chiesa del Giubileo, una struttura sferica segmentata in calcestruzzo, suggerisce un nuovo significato al termine building blocks. Chi si sarebbe mai aspettato queste liriche forme curve dal maestro del gridded block? Le stars, a quanto pare, possono sorprendere e contraddire i nostri preconcetti.
Non che per questo dovremmo limitare le nostre preoccupazioni. Fin troppo umani, uomini e donne che occupano oggi la scena architettonica, esercitano diversi tipi di influenza, non tutti benefici: anche le grandi stars possono fare brutti edifici. Al meglio, come ha osservato Cynthia Davidson in questa rivista [AR, maggio 2003, pag. 144], la fama, come una fiamma, attrae. Il pubblico, così come noi, rimane mutevole. Dovete anche ammettere che alcuni individui tra noi producono costantemente lavori che meritano di essere esaminati, in queste pagine e nel più ampio ambito dei media. Il loro lavoro, quando ha successo, attira, con forza gravitazionale che potrebbe sembrare planetaria, l'attenzione del pubblico allargando così l’interesse per l’architettura. Chiamatele stars, o chiamatele come vi pare.

Testo originale tratto da Architectural Record
STARLIGHT By Robert A. Ivy, FAIA
One of the most persistent complaints among architects concerns media attention to the so-called “stars.” The rap, a deep-seated unhappiness that so much attention is lavished on a very few, concerns the tiny sliver, perhaps 1 percent of all architects, who dominate the architectural airwaves. Why, the lament goes, do those familiar faces gobble up all the oxygen in the room and hog all the attention? Why do they get the plum jobs? Why not, the remarks imply, pick me?
Often their work seems willful or unrealistic, while your responsible work is bathed in regular, laborious effort to meet client needs or match excruciatingly tight budgets. They, it appears, inhabit a rarified realm of travertine and stainless steel, while your own projects may feel weighted down with the limits of concrete block. Repeated emphasis on individuals diminishes the role teamwork plays in contemporary practice; one-off, spectacular buildings draw attention away from careful urban planning. The list of complaints drones on, but it comes down to this: They get the glory, you do the work.
Historically, the star phenomenon is relatively new in America. After H.H. Richardson, Frank Lloyd Wright enlarged the burgeoning tradition, self-righteously invoking the title “genius,” a term with roots in the Renaissance and that flourished in 19th-century Romanticism, which is incomparable for the purpose of self-aggrandizement: Who could argue with genius? Today, the media feeding frenzy deepens the trend, projecting a familiar litany of names and images onto our pages and screens. Always the same names.
Why? Truthfully, we have to admit, fame doesn’t occur by happenstance. The stars, our stars, operating at a high level of accomplishment, often possess qualities we admire, including real talent, application of effort, organizational ability, savvy, media friendliness, and intellectual acumen. In addition, often these architects bring a sense of courage that most of us lack—exploring ideas, testing new systems, voyaging first where most of us dare not go. In a sense, they are our explorers.
Consider those represented in this issue. Lord Norman Foster defines the type, with buildings around the world soaring vertically or horizontally, conceiving and creating structures that operate like animate laboratories, combining architecture, sociology, and biology. His work is capable of redirecting our thinking while offering clients and the larger public more comfortable, adaptable ways of living and working. Yet stars need not be flamboyant. Fumihiko Maki’s masterfully detailed and pared-down projects offer lessons in mannerly, urban restraint, rigorously detailed and consistently in harmony with their neighbors.
Santiago Calatrava, who has just unveiled his plans for New York’s new transit hub, continues to amaze and confound us with bold, expressive new forms that speak to us in an idiosyncratic voice, reflecting a consciousness both educated and individualistic. His urban projects, such as the opera house in Tenerife, often combine engineering prowess with artfulness, setting and memorably defining place. No one will forget the opera house, or Tenerife, again.
If you thought you had pegged Richard Meier, think again. This master of the Modern idiom continues to evolve as an architect. His Jubilee Church, a segmented spherical concrete structure, suggests new meaning for the term “building blocks.” Who might have expected these lyrical, curving forms from the master of the gridded block? The stars, it seems, can surprise and confound our preconceptions.
Not that we should diminish our concerns. All-too-human, the men and women occupying today’s architectural stardom cast different kinds of power, not all benign: Great stars can make bad buildings. At the best, as Cynthia Davidson proposed in this magazine [record, May 2003, page 144], fame, like a flame, attracts. The public remains fickle, as do we. Yet you have to admit: Some individuals among us consistently produce work worth examining, in these pages and in the broader media. Their work, when it succeeds, attracts attention by widening audiences for architecture with a type of gravitational pull that might seem planetary. Call them stars, or call them what you will.


(Mariopaolo Fadda - 13/2/2004)

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Commenti
2 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 661 di Ermelinda Tuzzi del 15/02/2004


Caro Fadda,
tradurre non è il mio mestiere; mi sono rivolta a lei perché ha preso una iniziativa in tal senso e certo lo sa fare (difatti batte cassa, sigh..). Ma sono certa che i lettori sapranno armarsi di pazienza e gustarsi in originale l'articolo da me indicato.
Quanto al destinatario del commento, lei forse non conosce il detto: "parlare a nuora perché suocera intenda"...
Saluti.

Tutti i commenti di Ermelinda Tuzzi

15/2/2004 - Mariopaolo Fadda risponde a Ermelinda Tuzzi

Cara Tucci,
Tradurre non è neanche il mio mestiere e se l’ho fatto è perchè volevo che anche chi non conosce l’inglese avesse l’opportunità di leggere quell’articolo. Lei si limita alle battutine. E invitata ad approfondire se ne lava le mani ( “i lettori sapranno armarsi di pazienza...”) e risponde con le battutine sulle suocere.
Ma non ha altro di meglio da fare?

 

2 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 660 di Ermelinda Tuzzi del 14/02/2004


Due brevi osservazioni all'articolo dell'Architectural Record:
1) invito Fadda a tradurre anche lo scritto apparso a firma di Ann Wilson Lloyd sul NY Times del 25 gennaio dal titolo "If the Museum Itself Is an Artwork, What About the Art Inside?" sulla chiusura del Bellevue Art Museum, "a three-year-old avant-garde edifice designed by the New York architect Stephen Holl" in cui sono magistralmente evidenziati gli effetti della capacità (sigh) di certe architetture di "reindirizzare il nostro modo di pensare offrendo contemporaneamente, ai clienti e al grande pubblico, più confortevoli modi di vita e di lavoro";
2) il concetto di "building blocks" della chiesa d Dio Padre Misericordioso a Roma è per intero ascrivibile al prof. Antonio Michetti e non certo a Richard Meier che in quelle curve avrebbe da par suo instillato la sua solita impalpabile griglia (cfr. pure Ara Pacis, sigh sigh sigh)
Grazie, saluti a tutti.

Tutti i commenti di Ermelinda Tuzzi

14/2/2004 - Mariopaolo Fadda risponde a Ermelinda Tuzzi

Cara Tuzzi
A pagamento le tradurrei tutto il New York Times del 25 gennaio.
Perchè non traduce lei gli articoli che pensa possano interessare i lettori di antiTHeSi?
Per quanto riguarda le osservazioni, sigh compresi, può farle direttamente a Ivy; questa l’e-mail: rivy@mcgraw-hill.com.


 

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