Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

La Fenice, com'era e dov'era

di Luigi Prestinenza Puglisi - 3/4/2004


Finalmente è stato ricostruito il teatro della Fenice a Venezia. Come era e dove era secondo l’indicazione dell’ex sindaco Massimo Cacciari. L’inaugurazione della nuova Fenice è stata un gran successo e non poteva, in una società strutturalmente conservatrice come la nostra ,essere che così. Tutti i mezzi di stampa hanno esaltato la bellezza del teatro ritrovato. E così, consumato tra la contentezza di tutti il misfatto, a noi poveri architetti non resta che qualche amara considerazione.
Premettiamo subito e a scanso di equivoci che non siamo affatto contro la riproduzione di opere del passato, tali e quali erano. Noi che predichiamo la simulazione come uno strumento conoscitivo e la applichiamo al cyberspazio, riconosciamo alla copia più vera del vero un certo valore, se non altro a fini conoscitivi. Semmai ci meravigliamo che a farsi paladini della simulazione siano proprio i conservatori, coloro che predicano l’autenticità, che non esitano a incolpare la tecnica di ridurre tutto a immagine e a simulacro, scomodando per questo Nietzsche, Heidegger e le fenomenologie servite in tutte le salse. Ci sono casi, del resto, che non rimane altra strada, per avere una migliore conoscenza del passato, che riprodurne le opere con modelli così simile al reale da sembrare reali ovvero conservarle anche a costo di renderle pallidi simulacri di se stesse. Si è ricostruito nel 1986, per esempio, il padiglione di Barcellona di Mies a Barcellona, e mi sembra, tutto sommato, con buoni risultati. La casa Schroeder ad Utrect di Rietveld è a tal punto un monumento di se stessa che ci si può entrare solo a piccoli gruppi e calzando degli speciali soprascarpe. L’importante però è che sia sciolto l’equivoco – e nel padiglione di Mies e nella casa di Rietveld, in verità, ciò non avviene- che ciò che noi vediamo non è l’originale ma un oggetto simile privato di vita ovvero, interpretato, anche se accuratamente, da un ricostruttore che in tutti i casi dubbi ha usato la propria cultura, la propria immaginazione e spesso la propria personale fantasia. Insomma i suoi pregiudizi. In Italia di riproduzione del passato, dichiarata e a fini didattici, purtroppo se ne fa poca. L’unico museo di questo tipo, con magnifici modelli e calchi, che riproducono alla perfezione oggetti scomparsi o situati in lontane realtà geografiche, fu voluto e realizzato dal fascismo ed è il Museo della Civiltà Romana all’EUR. Ed è triste, se non imbarazzante, vedere che i nostri musei non sono neanche all’altezza di questo del ventennio, con la loro scarsa e nulla propensione alla didattica cioè alla chiara ricostruzione, cioè interpretazione (d’ora in poi adopererò i due termini come sinonimi) di ciò che è stato.
La riproduzione tale e quale –diciamolo chiaramente- è in certi casi, l’unica soluzione. Pensiamo ai capolavori distrutti dai terremoti , quali quelli in Iran proprio nel dicembre 2003, o a brani di città distrutti durante le guerre, valgano per tutti i centri storici tedeschi nella seconda guerra mondiale. O anche a architetture notissime, quali il Colosseo, che oramai sono più l’opera dei restauratori che si sono succeduti nel tempo che dell’architetto che originariamente li concepì. Senza ricostruzione, purtroppo, non si dà memoria nel senso che ogni vestigia prima o poi diventerebbe polvere. E l’idea del monumento che dura eterno è puramente metaforica, nel senso che nulla senza restauro e manutenzione durerebbe più di tanto. Falsificare, come sanno le signore che con sempre maggior frequenza si sottopongono a numerosi interventi di ricostruzione, restauro e implementazione, può essere necessario. Ma proprio perché può esserlo, è bene adoperare gli strumenti dell’inganno con grande intelligenza e accortezza. Cioè senza quelle infantili fiducie, tipiche della nostra cultura da soprintendenza, che trasformano il falso in un giocattolone alla Disneyland e che denunciano solo la scarsa cultura di chi crede che il vero più vero del vero sia alla fine vero e non un abile simulacro ovvero un modello, una ricostruzione, un inganno con il quale confrontarsi.
Coloro che si occupano di restauro, dovrebbero mettere sulla loro scrivania l’immagine della mummia di Lenin nella Piazza Rossa o di Mao a piazza Tien An men. E’ ciò che meglio rappresenta lo spirito di chi cerca di fermare il vivente al dove era e come era. Prima riduce l’organico in inorganico, togliendogli la vita; poi, per preservarlo, lo mette in una teca di cristallo magari progettata da un architetto moderno ( nel caso di Lenin, la bara era di Melnikov), e infine in un edificio reliquario da destinare alla venerazione del pubblico.
Oggi per fortuna non tutto si mette ancora in teca. Ma intorno a troppi monumenti cominciano a vedersi vetri protettivi, cancellate e recinzioni. Come accade alla gran parte delle vestigia romane chiuse in gabbia per ventiquattro ore su ventiquattro. Oppure, come nel caso della nuova galleria Colonna a Roma, durante le ore notturne. Motivi di ordine pubblico? Certo ma anche di feticismo di chi oramai crede che il reperto debba essere reso oggetto di contemplazione, sottratto alla confusione, al caos, insomma alla vitalità disordinata dell’esistere.
Trasformatisi in grandi sacerdoti del culto del passato, i tecnici della conservazione fanno di tutto per nascondere che alla base del loro agire vi è una feticizzazione del falso. E a tal fine inventano un linguaggio specialistico, tecniche specialistiche, lauree specialistiche e si appoggiano a una pseudoscienza anch’essa specialistica con convegni che sembrano cenobi di alti studi di fisica quantistica. Non ho mai potuto fare a meno di essere stupefatto da quanta cultura sembra occorrere per ricostruire il colore di un intonaco fatto da un capomastro. E con risultati che lasciano allibiti. Non sono uno specialista ma francamente mi stupisco che a Palazzo Farnese il Sangallo , che era un classicista, si sia dato a esperimenti informali nella collocazione dei mattoni o che vigorosi maestri di cantiere abbiano accettato di eliminare ogni contrasto tra finestre e sfondo come è accaduto a Palazzo Chigi. Mi consola l’idea che con la stessa facilità con la quale gli illustri luminari giurano che l’intonaco fosse in un modo, dopo qualche anno, sempre sulla base di studi inoppugnabili, cambiano idea. E così , per esempio, Roma in pochi decenni si è trasformata da una città dai colori caldi, a una dai colori pastello stile Holly Hobby, a una color del cielo che rassomiglia più a una città asburgica che alla patria di una cultura carnale e barocca. A nessuno viene in mente che forse il segreto di ogni città consista nel non avere piani del colore, nel cambiare continuamente i propri lasciandone la scelta al buon senso degli abitanti? E che la ricchezza di una piazza consiste nel fatto che a un edificio recentemente dipinto gli se ne contrappone un altro oramai degradato e, magari, un altro ancora con colori oramai passati di moda? Si certo, a qualcuno sarà venuto in mente. Ma allora , si obietterà, se si annulla l’aura sacrale dello specialista, di cosa potrebbero vivere gli specialisti?
Per carità, non che ce l’abbia con loro. Anche loro servono. Ma tutti sanno che in discipline dove l’aspetto estetico è predominante non si possono lasciare i tecnici in balia di se stessi. Affidereste mai la traduzione di una poesia a un traduttore ignaro di letteratura? Giammai, distruggerebbe, banalizzandolo, ogni verso. Molto meglio affidarla a un poeta, anche se balbettante nella lingua straniera: come per esempio è successo a Quasimodo con le liriche greche. Ricordo che anche per l’Iliade si diceva: meglio una bella infedele che una brutta fedele. Insomma amare e reinterpretare è tradire e il tradimento esige competenza: in architettura Carlo Scarpa lo ha dimostrato in modo sublime. Provandoci in modo inconfutabile che è molto meglio uno Scarpa infedele rispetto ai mille restauri disgustosi che le nostre soprintendenze ci propinano.
Le nostre città, affidate a funzionari tecnicamente preparatissimi – si fa per dire- ma formalmente analfabeti, sono piene di scempi. Il dove era e come era, spesso vuol dire solamente mettersi in mano a mummificatori dilettanti. Che non hanno il senso del valore storico ed estetico e non sanno orientarsi di fronte a due problemi, che apparentemente appaiono semplici ma che solo una radicata cultura può risolvere. Il primo consiste nel fatto che una architettura è un’opera che nel tempo è soggetta a continui rimaneggiamenti, spesso per il meglio, e quindi decidere il com’era non è affatto scontato. Serve un giudizio cioè una assunzione di responsabilità e un riconoscimento di valore. Il secondo consiste nel fatto che molte volte le architetture sono sbagliate e accettarle come erano e dove erano è un errore. Ciò vale sia in senso formale: la facciata del Maderno per San Pietro era un orrore e bene ha fatto il professor Sandro Benedetti a darle una profondità che forse non ha mai avuta. Sia in senso funzionale: gli oggetti devono essere usati e non si vede perché debbano essere accettati come erano e dove erano. Ma l’uso cambia le relazioni, cioè in fin dei conti la forma e questo problema non può non essere assunto come un dato, anzi il dato principale, dal restauratore. Pena la riduzione della massa muraria, come avviene nei centri storici, a un involucro senza senso di nuove attività che dell’antico stravolgono i nessi.
Torniamo alla Fenice. Era giusto rifare un modello 3D del vecchio teatro talmente reale da sembrare vero? Forse dal punto di vista politico. Non certo per il valore intrinseco dell’edificio. Non era un granchè e, se si fosse perduto, la nostra civiltà non ne avrebbe risentito. Crediamo, inoltre, che Venezia con un nuovo teatro autenticamente moderno si sarebbe arricchita. Ma la Serenissima non ama l’architettura contemporanea e in tempi diversi ha rifiutato di ospitare un buon progetto di Le Corbusier e un magnifico palazzo di Wright sul Canal Grande. Cosa si può augurare a una città così sprecona, che si ammanta di storia ma non ha saputo sfruttare due splendide occasioni che la storia le ha offerto? Nulla, solo che non continui a farsi male con le sue stesse mani, tra gli applausi dei conservatori che credono di stare nel mondo reale e invece stanno costruendosi, pervicacemente e da soli, il da loro tanto paventato mondo di Matrix.

L'articolo è pubblicato su l'Arca, n°191 aprile 2004

(Luigi Prestinenza Puglisi - 3/4/2004)

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Commento 717 di Andrea Pacciani del 14/04/2004


Epocale!
L'intevento di Puglisi è illuminato da un punto di vista della critica architettonica; per la prima volta su una rivista ufficiale italiana qualcuno si pone finalmente di fronte all'amara (per loro) realtà che "una architettura è un’opera che nel tempo è soggetta a continui rimaneggiamenti, spesso per il meglio", che la continuità e il cambiamento sono principi regolativi dell'architettura che la fanno sopravvivere alle generazioni; l'alternativa è la museificazione feticistica del lacerto più vecchio.
E' un'ammissione pesante: questo vuol dire finalmente nei fatti abbandonare la dicotomia "vero-falso" temporale e materiale (concetto introdotto in architettura solo nel XX secolo di fronte allo storicismo fine 800, ma duro a morire); vuol dire dare più importanza nel giudizio della qualità architettonica all' "identità formale dello spazio" che alla sua identità temporale e materiale; vuol dire previlegiare i concetti di "opportunità","efficacia", "congruità" nel giudizio estetico complessivo di un edificio: di cosa sia fatto e quando sia stato fatto è sì importante ma meno della qualità della vita che vi si può svolgere in questo momento.
Con questo metro ecco che senza ipocrisie si capisce l'idolatria del mercato immobiliare per i rustici dei poveri contadini dell'800 e i prezzi del centro storico dei palazzi nobiliari (dove spesso risiedono e lavorano gli architetti moderni), così come la deriva da collezionismo d'elite dell'architettura conemporanea che punta solo ai valori temporali e materiali della costruzione.

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Commento 716 di Antonio Girardi del 12/04/2004


La riapertura della Fenice segna un importante centro per l’architettura moderna. L’interesse dei media e del pubblico verso l’inaugurazione del Teatro veneziano permette di puntare i riflettori una volta tanto su quello che è un atto di cultura civile e di grande architettura moderna.
Perché di questo si tratta, grande architettura contemporanea, ossia rispondente alle esigenze della nostra società. Permette una moderna fruizione del teatro: la torre scenica è stata riprogettata per essere compatibile con le necessità scenografiche dei nuovi allestimenti, l’intero teatro per essere compatibile con il lavoro degli addetti e la fruizione da parte del pubblico di spettacoli complessi che si tengono nei teatri più moderni e avanguardistici. Il tutto, si capisce, compatibilmente con il sito, la facciata, e gli altri pochi resti dell’Antico che erano, siamo tutti d’accordo, da salvare. L’equivoco in cui cade a mio avviso chi denuncia la politica della ricostruzione “dov’era e com’era” in nome di una ennesima occasione mancata per l’architettura moderna, sta nel credere che per “affrontare il nuovo” si debba necessariamente ricorrere a forme nuove, a tecniche all’avanguardia, a materiali nuovi –o presunti tali. Avrebbe forse l’utilizzo di un lessico contemporaneo reso il teatro più rispondente alle necessità della moderna fruizione, rendendo l’utensile più a punto? Questa è la domanda decisiva. Naturalmente sono da annoverare tra le moderne esigenze anche la necessità che il teatro sia una valida rappresentazione della nostra attuale società. Ma che il moderno lessico architettonico internazionale e cosmopolita sia in grado di esprimere “chi siamo da dove veniamo e dove andiamo” meglio di quanto possa farlo la nostra storia e la nostra tradizione –in una parola la nostra identità- è tutto da dimostrare.
Si veda a che risultati ha portato nell’entroterra veneziano la perdita totale di ogni segno morfologico del passato, lo stupido adeguamento a un’idea extraeuropea di città. Nello sfascio socio-culturale dell’edilizia veneta ciò che inquieta non è tanto il ricorso a segni e lessici antichi, l’ingenuo utilizzo di colonnine doriche, di finestrelle tonde, di archetti, frontoni, timpani, di modanature in calcestruzzo. Ciò che è realmente sconcertante è il fiorire ovunque di capannoni commerciali, di ville villine villette, è la totale distruzione del territorio, il completo svuotamento di senso dei centri storici ridotti ormai a lussuosi shopping centre. Il problema non è la decorazione classicista, ma l’impossibilità-incapacità da parte degli strumenti urbanistici di immaginare una morfologia abitativa, di progettare una città che sia forma rispondente alla moderna società. Non riesco a immaginare come l’utilizzo di tetti piani, grandi vetrate o qualsivoglia icone dell’architettura moderna potrebbe risolvere questo problema politico, e anzi leggo nello sgraziato ricorso a un lessico classico, uno stonato urlo contro la città cosmopolita-universale propinataci dalle riviste d’architettura, un impacciato tentativo di ritorno a una vita civile.
E cosa c’è di meglio del Teatro della capitale storica del nostro territorio per richiamarci tutti all’ordine, per imporci di pensare che il ritorno a una vita civile più partecipe e più coinvolta sia ancora possibile? Perché è questo il senso della sublime progettazione di Aldo Rossi, straordinario maestro che come vero architetto civile rinuncia a lasciare la firma in questa sua ultima opera, affidandosi nella sala prove –l’unico spazio creato ex-novo e quindi libero a qualsiasi sperimentazione linguistica- alla espressività della più rappresentativa architettura del nostro passato, la facciata della Basilica Palladiana di Vicenza, qui riproposta in un plastico in legno in scala 1:3. Così in un panorama architettonico e artistico in cui gli autori sono nella stragrande maggioranza relegati o autorelegatesi a sperimentatori di “innovative espressività spaziali” e di soluzioni formali che nascono già vecchie e alle quali le riviste fingono di interessarsi, la costruzione della Fenice ci insegna che per l’artista è ancora possibile e auspicabile uno spazio per progettare un futuro migliore.

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Commento 715 di Irma Cipriano del 11/04/2004


In risposta a Luigi Prestinenza Puglisi.
Grazie per la risposta.
Trovo un po' avvilente le opzioni da Lei date, che riassumerei: far morire l'opera;darla in mano ad un contemporaneo che la rovini; restituire il moribondo ai propri cari e che se lo gestiscano loro fino al momento del declino. Vede, io credo non si debba arrivare nè alla prima, nè all'ultima ipotesi. Come, d'altra parte, sono convinta che non esistano foto, riproduzioni in Cad e sottrazioni da mandare in qualche museo che possano in nessun modo sostituire la visone di un'opera architettonica e il poterla vivere in prima persona. Quello che sarebbe necessario fare è il poter permettere che questa continui a vivere fino a che sia possibile, con le opere di manutenzione necessarie e le più varie. Ma che essa viva in maniera dignitosa, cioè nel modo più veritiero e vicino a quello che è il suo essere, che non vuol dire però rifarne i pezzi come erano prima . Vuol dire riuscire ad interpretare un'opera nella nostra modernità. Purtroppo è un'operazione che non sempre riesce, ma è la scommessa che si può e si deve fare. Se questa scommessa viene persa, si prende atto delle conseguenze. Che è operazione da farsi in ogni cosa che facciamo, anche al di là dell'essere in campo architettonico. Niente è mai uguale, nel mondo, a quello che è stato al momento della sua nascita. Da quando una cosa viene creata ,in poi, è sempre diversa. Perchè non dovrebbe esserlo l'architettura?

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Commento 714 di Luigi Prestinenza Puglisi del 11/04/2004


Sono affascinato dalla coerenza del discorso di Irma Cipriano. Ma c’è qualcosa che non mi torna quando penso ad alcuni esempi che mi vengono in mente. Quali, per esempio, quattro opere la cui visita ha segnato la mia formazione. Sono casa Schroeder, casa Farnsworth, villa Savoye, Falling Water. Tutte e quattro sono oggi ridotte a monumento di loro stesse. Deprivate della loro vita e oggetto di lifting accurati, una- penso a Falling Water- è stata recentemente manomessa nella struttura originale per farla tenere in piedi. In altre, casa Schroeder e casa Farnsworth, non è permesso entrare se non con soprascarpe per evitare di recare alla struttura qualsiasi danno. E se in casa Farnsworth sino a poco tempo fa ci viveva Lord Palumbo, non doveva essere una piacevole vita a giudicare, dai vincoli che si autoimponeva per non intaccare l’aura del monumento. Villa Savoye, oggetto di numerosi restauri, è diventata un luogo di feticismo dove architetti di tutto il mondo si recano per scattare l’ennesima foto. In tutte della vita originaria non resta nulla. Sono come la mummia di Lenin. Eppure, devo dire, che sono contento, sia pure in queste condizioni falsate, di aver visto queste architetture. Ne ho imparato più cose che dalla visione di mille fotografie stampate sui libri di testo. Un po’ come andare allo zoo, un po’ come andare ai musei di storia naturale dove fanno mostra di se gli animali impagliati. Mi si dirà che oggi esistono altri modi per conservare la memoria: filmati, ricostruzioni CAD ecc... Eppure non credo siano equivalenti. Ecco perché, per certe opere non riesco a disprezzare l’imbalsamazione o, per dirla con un’altra parola, la museificazione. Certo, vedo con preoccupazione la crescente feticizzazione dei musei e capisco che stanno assumendo un ruolo sproporzionato in questa società contemporanea, incapace di pensare al futuro e sempre pronta a rimpiangere il passato. Credo che sia fisiologico, parte di un sano metabolismo, che molte cose si eclissino con il tempo. Condivido il punto di vista di chi vede nell’ ansia conservativa che oggi ci possiede un rapporto più che irrisolto con la morte.
Torniamo, però agli esempi concreti, quale la Casa della cascata. Cosa fare? Farla andare in rovina per non sostituire la vecchia struttura dei terrazzi con una nuova e più efficiente? Darla in mano a un architetto contemporaneo per reinterpretarla, con il rischio di far ripetere il rovinoso restauro e ampliamento fatto da Gawathmey al Guggenheim di NY ( diciamocelo: che restauro da cani!). Restituirla ai proprietari per fargli vivere una vita normale? Tra tutte le soluzioni credo che la musealizzazione e il restauro conservativo siano, per il caso specifico, le migliori. Ecco perché penso che in certe condizioni eccezionali- presenza di opere di assoluto rilievo e coerenza, elementi particolarmente importanti in un contesto unico ecc...- possa essere pensabile bloccare la vita a un dato istante, accettando anche gli aspetti negativi che questa operazione di sicuro crea: se da molto sottraggo qualcosa, qualcosa comunque resta.

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Commento 713 di francesco pietrella del 08/04/2004


falsificazione o clonazione?
in questa epoca diviene difficile anche chiarire quando ci si trova dinnanzi a falsificazione o clonazione.....
e' chiaro che c'e' qualcosa di sbagliato nell'operazione Fenice...credo si tratti di una confusione generale da italietta piuttosto che interpretarla come la stratificazione di presenze architettoniche-restaurismi tipica del belpaese...
ascolto alla radio un pezzo di Andrea Bocelli e "l'uomo volante" di Marco Masini. sinceramente un po' di paranoia mi viene non riuscendo a distingure chi dei due e' un musicista pop o uno classico, se sia piu' moderno rivoluzionario Bocelli con la sua musica transdisciplinare o piu' classico standard Masini con un conformismo sanremese e stereotipato-marketing da cantautore maledetto...San Remo (festival della canzone italiana)..
se questa e' l'italia...mi augurerei vedere "l'uomo volante" a penzolare dai candelabri in similplastica della Fenice e Bocelli primeggiare di fronte a liceali del Leoncavallo a Sanremo con una canzone in stile melodramma italiano..
Eviteremo di non stupirci piu' di tanto di fronte alle falsita', alle clonazioni, alla fascia grigia attutita.
p.s.
la musica classica quella vera...quella di Muti di Pavarotti di Domingo quella intoccabile la lasciamo ai signorotti degli assessorati...inebetiti di inaugurazioni di posti prenotati in prima fila...li lasciamo a celebrarsi e a celebrare il senso estetico da borghesia da primasera impellicciata e li lasciamo annichiliti a godersi il catenaccio di se stessi, a girare lo sguardo tra la perfetissima interpretazion di un R. Muti e i candelabri in similplastica che sgocciolano similplastica dalla galleria..
poco piu' in la'....Bocelli incanta il Leoncavallo..

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Commento 712 di Irma Cipriano del 07/04/2004


Risposta a Luigi Prestinenza Puglisi
La ringrazio per le chiarificazioni, molto puntuali e -appunto- di più chiara lettura.
Non sono d'accordo con lei quando afferma che il plastico 1:1 del padiglione di Barcellona ad opera di Mies sia cosa ben congegnata. Non tanto dal punto di vista estetico e di mera produzione tecnica ( sarà indubbiamente molto ben fatto a livello materiale ), quanto come concetto in sè, perchè diviene monumento alla memoria, cosa che non so se lo stesso Mies avrebbe voluto. Sono sempre stata convinta che quando si perdono delle architetture, in maniera più o meno rimediabile, si debba riuscire ad accettare la cosa, a " rielaborare il lutto ". Se queste sono recuperabili, è bene non lasciarle morire ( senza riprodurne però gli arti mancanti ). Ma se sono morte, è inutile l'accanimento terapeutico.
Non capisco perchè non si debba falsificare un centro storico ma una singola architettura si. Se il centro storico ha una sua vita ininterrotta ciò può valere anche per la singola architettura, se ad essa viene data una manutenzione continua e intelligente. Ciò deve valere quindi sia per il singolo che per l'insieme. Dopo tutto non sono anche le singole architetture che fanno il centro storico? Anche una solo architettura falsificata può fare presepe.
Per concludere, sono assolutamente d'accordo con l'immissione del moderno nell'antico -ovviamente senza falsità- producendo quindi architettura moderna e non antichità modernizzate. Per questo, riprodurre una qualche architettura, che sia la Fenice o il Padiglione di Mies, è un atto, a mio avviso, di incoscienza. Secondo me, sfiora lo sberleffo. Forse non sarò bella come il padiglione di Mies ( ma di certo più della Fenice..! ), ma l'idea che mi possano imbalsamare mi fà un po' orrore e mi sa di presa in giro. Un po' come il povero Lenin nella teca da lei citato.

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Commento 711 di Luigi Prestinenza Puglisi del 06/04/2004


Volevo ringraziare le persone che sono intervenute sul mio articolo e, come richiestomi, precisare il mio pensiero:
A: non sono aprioristicamente contro il falso. In certi casi una ricostruzione falsa può essere utile: esempio il padiglione di Mies. Per me, però, il padiglione di Mies è solo un modello in scala 1:1 rimesso allo stesso posto dell’originale. Detto questo: sono felice che lo abbiano ricostruito, anche con una certa accuratezza.
B: sono convinto che il restauro come il liftng crea dei falsi. Il Colosseo attuale è falso come è falsa la faccia di un signore ( o, se vogliamo, una signora) molto liftato. L’alternativa, senza un lifting continuo avvenuto nei secoli, era forse avere un cumulo di pietre. Nessun problema da parte mia: non amo così tanto il Colosseo. Ma il lasciarlo in piedi, falsificato, non è grave peccato. Anzi, può essere utile a fini didattici. Sono però contrario all’idea di Aymonino di ricostruirlo interamente ( quello che c’è basta e avanza per farsene un’idea e per avere un’idea delle tecniche di restauro usate nel tempo).
C: la Fenice non era il Colosseo. Se costruivano una cosa nuova al suo posto sarebbe stato a mio avviso molto meglio. Merita di essere conservato, falsificandolo, solo ciò che ha grande valore culturale. O un grande valore contestuale: per esempio il campanile di piazza San Marco riedificato nel novecento ( francamente l’averlo riedificato come era e dov’era non mi sembra un grande peccato, anche se sono sicuro che non è come era perchè è sempre una reinterpretazione, per quanto accurata). Sottolineo, per non essere travisato: il modello in scala 1:1 al posto dell’originale dovrebbe , a mio avviso, essere solo l’ultima delle mosse disponibili.
D: I centri storici falsificatti in blocco, come avviene oggi, alla fine creano Disneyland, una iperrealtà più vera del vero ( nell’accezione che di iperrealtà da Baudrillard). Ma il più vero del vero, l’iperreale è in realtà solo un falso. Un po’ come i quadri degli iperrealisti , i quali però, poichè gestiti artisticamente hanno qualche interesse, mentre nel caso dei centri storici non c’è nessuna intenzionalità artistica: solo feticismo. Inoltre, per il padiglione di Mies può avere un senso blocare la storia in un momento: al 1929. Per un centro storico non ha alcun senso: perchè la loro storia è la loro vita ininterrotta. Pensare a congelarli nel tempo vuol dire presepizzarli. Insomma: sono contrarissimo alla falsificazione in blocco dei centri storici .
E: il metodo migliore per evitare falsi è, a mio parere, lavorare per stratificazioni, in cui il moderno si sovrappone all’antico, dialogando con questo e reinterpretandolo ( credo che esistano modi molto diversi che credo siano validi: apprezzo Scarpa al museo di Castelvecchio, ma apprezzo anche Foster a Londra, al British e, soprattutto, in un più piccolo museo di cui adesso mi sfugge il nome). Su questo tema ho sviluppato un altro contributo che Antithesi ha, a suo tempo, gentilmente pubblicato e al quale, per brevità, rimando.

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Commento 710 di Isabel Archer del 06/04/2004


Si dimentica spesso che il Padiglione di Mies nasce come struttura effimera e, in quanto tale, con un implicito intento informativo e simbolico.
Mi sembra un caso molto differente dalla ricostruzione di un'architettura nata per essere vissuta.

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Commento 708 di Irma Cipriano del 05/04/2004


Io trovo sia paradossale mettere a confronto un plastico di una architettura con l'architettura "vera", quella che poi viene creata. L'architettura è simulazione quando questa è disegnata e modellata dall'uomo a livello teorico, quindi. Ma poi essa viene prodotta nella realtà, e non può essere solo momento conoscitivo, perchè bisogna viverla, con onostà e senza l'imbroglio di una copia. La scusa del momento conoscitivo è vecchia come il mondo, e viene utilizzata spesso per nascondere la mistificazione che è stata fatta nei confronti di un edificio e dell'uomo che ne è il fruitore. Se si voleva far conoscere la Fenice per quello che è stata, il comune di Venezia poteva mettersi d' accordo con la De Agostini e pubblicare un fascicolo con tanto di modellino da costruire tipo Hobby and Work.
Perchè si debbano usare strumenti dell'inganno in questi termini? Perchè dobbiamo continuare a ingannare ed essere ingannati? Non ne capisco sinceramente il vantaggio, sia pratico che teorico. Il restauro della Fenice è stato quindi proprio in questi termini, tutto fuorchè onesto.
Venezia si sarebbe arricchita con un nuovo teatro. Allora evitiamo di falsificare le carte dicendo che in molti casi il dov'era e com'era è l'unica soluzione e che non si è contro la riproduzione totale delle opere del passato! Cosa ci si vuole dire, che l'unico errore fatto nel teatro veneziano è quello di essersi inventate alcune parti poichè non si avevano fonti sufficienti? E' questa l'onestà? Ed è questo l'unico errore?
Per concludere vorrei far notare che mi pare in contraddizione dire che '" 'molte volte le architetture sono sbagliate e accettarle come erano e dove erano è un errore', è concetto discutibile e paradossale " e poco prima affermare " Il teatro veneziano “Non era un granchè e, se si fosse perduto, la nostra civiltà non ne avrebbe risentito”, quindi è necessario, a monte, scegliere tra ciò che va salvato e tramandato, e ciò che non lo merita o comunque che rappresenterebbe una perdita ininfluente (“Serve un giudizio cioè una assunzione di responsabilità e un riconoscimento di valore”).

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Commento 707 di Vilma Torselli del 05/04/2004


Se mi è concesso, vorrei fornire una mia interpretazione dello scritto di Prestinenza Puglisi attraverso quelle che ritengo le chiavi di lettura più idonee .

1)“Noi che predichiamo la simulazione come uno strumento conoscitivo e la applichiamo al cyberspazio, riconosciamo alla copia più vera del vero un certo valore, se non altro a fini conoscitivi.”
Mi pare chiaro che venga riconosciuto al restauro conservativo un fondamentale valore storico e documentale, come può averlo un gigantesco plastico, un modello che riproduce com’era la morfologia di qualcosa di perduto.

2) “L’importante però è che sia sciolto l’equivoco […….]che ciò che noi vediamo non è l’originale ma un oggetto simile privato di vita […..]”
il che va dichiarato senza incertezze, adoperando “gli strumenti dell’inganno con grande intelligenza e accortezza” e, aggiungerei, onestà.

3) Il teatro veneziano “Non era un granchè e, se si fosse perduto, la nostra civiltà non ne avrebbe risentito”, quindi è necessario, a monte, scegliere tra ciò che va salvato e tramandato, e ciò che non lo merita o comunque che rappresenterebbe una perdita ininfluente (“Serve un giudizio cioè una assunzione di responsabilità e un riconoscimento di valore”).

4) “Crediamo, inoltre, che Venezia con un nuovo teatro autenticamente moderno si sarebbe arricchita”, frase che non necessita né di commento né di interpretazione.

Fin qua mi pare che si capisca da che parte stia Prestinenza Puglisi.
Lo trovo più sibillino quando dice che “molte volte le architetture sono sbagliate e accettarle come erano e dove erano è un errore”, concetto discutibile e per certi versi paradossale.

Comunque, poiché tra gli umani accade che talvolta il messaggio che parte sia radicalmente diverso da quello che arriva, cosa che non accade mai nel resto del regno animale in cui i messaggi, per quanto complessi, sono sempre inequivocabili, sarebbe forse lo stesso Prestinenza Puglisi la persona più adatta a chiarire ogni dubbia interpretazione.


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Commento 706 di Irma Cipriano del 05/04/2004


Leggendo l’articolo di Luigi Prestinenza Puglisi si rimane, ad ogni riga che avanza, sempre più stupiti. Da ciò che scrive non si capisce veramente da che parte stia. Dalla parte di quelli che hanno compiuto il «misfatto» o da quella di "...noi poveri architetti a cui non resta che qualche amara considerazione"? Ma lui dice che non siamo contro la riproduzione di opere del passato, visto che vogliamo la simulazione come strumento conoscitivo, dandogli un significato "più vero del vero". Ma quando mai un falso (così come lo chiama anche lui) è più vero del vero? Non lo può essere mai, è una contraddizione in termini autentica (questa lo è senz’altro, autentica...).
Il mistero pare svelato quando ammette che ci sono dei casi in cui non si può fare altrimenti, sennò va persa la conoscenza del passato. Io credo che la conoscenza del passato in verità non venga mai persa, anche se di un edificio non ne resta quasi più niente. Così dovrebbe essere grazie al lavoro dell’architetto se affrontato con cognizione di causa.
Se però si afferma che il padiglione di Mies a Barcellona è stato ricostruito con buoni risultati e poi si dice che ciò in verità non avviene perché non viene sciolto l’equivoco (probabilmente quello dell’interpretazione e della ricostruzione) allora cominciamo a nutrire seri dubbi sulla logicità delle affermazioni. Ci incasiniamo ancora di più quando l’architetto ci dice che purtroppo in Italia di riproduzione del passato a fini didattici se ne fa sostanzialmente poca. Allora si rende complice di coloro che perpetuano il misfatto prima citato, cioè l’inganno ai contemporanei e ai posteri. Se « La riproduzione tale e quale – diciamolo chiaramente- è in certi casi l’unica soluzione » allora capiamo che avevamo fatto i conti giusti. Prestinenza Puglisi vuole il falso come monito educativo. Vuole il suo tanto vituperato Lenin imbalsamato e messo in teca di vetro (alla Fenice manca solo la teca...). Fantastico! Come non averci pensato prima? Il problema delle bugie che la Fenice ci racconta può essere risolto avvertendo il visitatore o il passante che quello che sta vedendo è un falso di pessimo gusto che abbiamo creato perché questi non si possa pascere nell’ignoranza più completa! La soluzione sta tutta nel mettere una targa all’ingresso o nelle prossimità dell’edificio in questione dove viene spiegata per filo e per segno la malefatta compiuta. E noi che stiamo qui a discutere sul senso della storia, del vero, dell’architettura che non deve mai essere imbroglio e mistificazione...! Non sapevamo che per insegnare a non commettere atti di violenza il metodo più efficace fosse quello subito dal protagonista di Arancia Meccanica, costretto a guardare le più indicibili torture! O almeno lo conoscevamo ma stupidamente lo ritenevamo inefficace e aberrante. Se « Falsificare può essere necessario » come le signore (o i signori...) che si fanno il lifting da lui citati, pensiamo un po’ al perché debba essere necessario rendersi ridicoli in questo modo, senza accettare la realtà. Ovvio che l’idea del monumento che dura in eterno non ha senso ed è « puramente metaforica » ma se così è, cade immediatamente il concetto del lifting e del falsificare che lui stesso ha prima espresso. Perché restauro e manutenzione non possono equivalere ad un lifting, non devono assolutamente. Se riduciamo il restauro architettonico ad un intervento di chirurgia plastica forse abbiamo sbagliato mestiere e dovevamo fare i medici.
Siamo forse un po’ delusi da queste posizioni, ma almeno abbiamo capito da che parte sta colui che scrive. Quando arriviamo verso la fine dell’articolo però, incappiamo in frasi quali « Il dove era e il come era, spesso vuol dire solamente mettersi in mano a mummificatori dilettanti » , « [...] gli oggetti devono essere usati e non si vede perché debbano essere accettati come erano e dove erano » e « Ma la Serenissima non ama l’architettura contemporanea e in tempi diversi ha rifiutato di ospitare un buon progetto di Le Corbusier e un magnifico palazzo di Wright sul Canal Grande. Cosa si può augurare ad una città così sprecona, che si ammanta di storia ma non ha saputo sfruttare due splendide occasioni che la storia le ha offerto? Nulla solo che non continui a farsi del male con le sue stesse mani, tra gli applausi dei conservatori che credono di stare nel mondo reale e invece stanno costruendosi, pervicacemente e da soli, il da loro tanto paventato mondo di Matrix.»
Allora ci diciamo che neanche chi scrive ama l’architettura contemporanea se difende la Fenice e i "restauri educativi", e fa la posa esattamente con quelli che plaudono e vogliono vivere in una matrice.

Allora, ancora più confusi di prima, lasciamo perdere e speriamo che i dubbi sollevati ci vengano al più presto chiariti.

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