Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Stroncare la 'lobby del culo e camicia'.

di Paolo G.L. Ferrara - 22/4/2004


Con la nuova rubrica “stroncature” sul personale sito web, Luigi Prestinenza Puglisi solleva il problema della mancanza di coraggio da parte della critica di andare a fondo nell’analisi di architetti e architetture, chiedendosi il perché di un tale atteggiamento e puntando all’obiettivo di rimettere in moto la critica senza mezzi termini, quella che può addirittura arrivare, per l’appunto, alla stroncatura.
Da Channelbeta, Gianluigi D'Angelo, scrivendo alla PresS/Tletter di Prestinenza Puglisi, lamenta "... un eccessivo buonismo dopo le brevi e infruttuose tempeste, a suon anche di offese personali che si sono alternate sul web circa un anno, fa si sono acquietate; arcaso ha praticamente chiuso i battenti, i forum scarseggiano di interventi, insomma si è ritornati ad una calma piatta di buonismo. Forse stanchezza di confrontarsi? Per alcuni potrebbe essere la risposta, ma in fondo credo che per la maggior parte il problema di non confrontarsi è quello di non averne voglia ed esserne capaci; di non essere animati da passione nel dialogo costruttivo, credendolo inutile…. Non concordo assolutamente con D'Angelo per quanto riguarda la quiete che si sarebbe impadronita del web, visto e considerato che di argomenti particolarmente scottanti e da approfondire ne vengono sollevati spesso, ma è incontrovertibile che sempre meno si ha il coraggio di prendere posizione, accettandone le conseguenze che i rapporti interpersonali potrebbero subirne. Il confronto non si basa più su reali posizioni culturali bensì sul "come" e "perchè" una certa persona può tornare utile ai nostri interessi. Leggendo l’articolo di Prestinenza mi ha incuriosito l’uso del termine “omertà”, perché può sottintendere molte cose tra le quali, ad esempio, il sicilianissimo “...mi staiu mutu...cu minchia mi ci porta a parlare...”, che se nell’immaginario collettivo è legato al mondo mafioso (che non è propriamente la moderna trasposizione delle tre scimmiette del “non vedo, non sento, non parlo”...) in realtà è assolutamente applicabile anche alla società comune. In poche parole, e nonostante il suo personalissimo pacato modo di prenderla alla larga, ciò che Prestinenza dice nel suo intervento è che nel mondo della critica architettonica l’omertà è di casa, figlia di un ipocrita comportamento finalizzato al carrierismo. Comportamento omertoso che esclude a priori la possibilità di una critica vera e senza mezzi termini, di cui si possa coglierne l’essenza, evitando di usarla strumentalmente per attacchi personali. In pratica, chi si dovrebbe esporre nella sua veste di critico preferisce “stare mutu” (termine che usurpo ad Antonino Saggio), contribuendo così a pastorizzare la cultura in quanto, proprio perché nulla si critica e si stronca in nome di rapporti ed interessi interpersonali, tutto diventa legittimo e caricato di significati concettuali che invece, e molto spesso, non si rintracciano nemmeno con l’aiuto di Diogene e la pazienza di Giobbe.
Le preoccupazioni di Prestinenza hanno di certo fondamento ma credo che il problema vada visto da un’altra ottica, ancora più preoccupante: esistono oggi in Italia veri critici? esiste qualcuno in grado di esaminare architetto e sue architetture, modalità assolutamente fondamentale per capirne i significati del messaggio? esiste qualcuno che, invece di gettarsi ad occhi chiusi nel revisionismo storico fine a sé stesso, sappia dare il giusto peso alla storia, rendendola contemporanea? Di più: se questo qualcuno esiste (ed esiste), perché viene ostracizzato? Attenzione però: quando parlo di questo “qualcuno”, se è vero, come è vero, che gli uomini e il loro pensiero valgono molto di più di un edificio e molto di più ci dicono, non mi riferisco esclusivamente ai critici viventi.
Prendiamo il caso delle celebrazioni per il centenario di Giuseppe Terragni: né Libeskind né Portoghesi, chiamati a battezzare l’evento, hanno speso una sola parola sul lavoro di Bruno Zevi, che nel 1968 aveva per primo cercato di attualizzare (senza alcun revisionismo) l’architetto comasco, e non certo per commemorarlo con emozionanti applausi (per Libeskind) e lacrime di coccodrillo (di Portoghesi). L’indubbia genialità di Libeskind non può di certo convincermi che per il progetto di Ground Zero egli si sia ispirato a quello originario di Terragni per il Monumento ai caduti: se così fosse, mi chiedo perché non ne abbia parlato approfonditamente durante la sua conferenza di presentazione del progetto Ground Zero avvenuta il 5 marzo scorso in Triennale. Ripeto: discuterne le capacità progettuali è assolutamente fuori luogo ma è indubbio che Libeskind abbia capito benissimo come funziona il meccanismo del consenso: il suo personalissimo modo di porsi agli uditori è trascinante e se aggiungiamo che è assolutamente avvalorato dalla profonda cultura, bèh...il gioco è fatto. Ma mi chiedo se ciò possa bastare a risolvere il problema della critica, ovvero se l’architetto stia diventando critico di sé stesso e, dunque, della critica non ci sia effettivamente più necessità.
Di Portoghesi ho già detto in un precedente articolo su antiTHeSi Terragni ibernato? ma vorrei aggiungere che la sua conferenza è stata molto peggio di quanto mi aspettassi: ha praticamente ripetuto le banalità scritte nel suo “I grandi architetti del Novecento”, aggiungendovi il tocco magistrale dello scafatissimo uomo da public relation qual’è: Terragni non rinuncia all’italianità; Terragni è continuatore della tradizione della classicità italiana; Terragni era fascista e nel fascismo vedeva un apporto rivoluzionario. Tutto ciò per dirci che bisogna rileggere Terragni parallelamente al suo essere fascista, ovvero il contrario di quanto diceva (ma guarda un pò che caso!) Bruno Zevi che aveva anticipato Libeskind di 36 anni allorquando il polacco ci dice che da Terragni in poi si è sviluppata l’idea di Modernità senza alcuna remora nostalgica e di storicismo, ovvero tutto il contrario di quanto ha cercato di architettare Portoghesi (letteralmente...).
Quello che si è manifestato a Como è l’aspetto più becero dell’omertà, ovvero quello che cerca di occultare qualcosa di incontrovertibile qual’è l’apporto di Zevi alla collocazione storica di Terragni nel quadro di tutta l’architettura mondiale.
Piuttosto, si è preferito dare spazio a politici e politicanti, permettendo che l'inaugurazione di un evento culturale divenisse show pre elettorale: scandaloso, e per davvero, l'intervento di Nicola Bono che, da vero vassallo/sottosegretario di Urbani, ha colto l'occasione per farci il sermone sulla legge sulla qualità dell'architettura, evidenziando l'opera del Governo Berlusconi quale paladino dello stop alla cementificazione, dimenticando, forse..., che proprio dalla cementificazione Berlusconi ha iniziato la sua scalata al potere. Squallido approfittare di una platea e di una risonanza quale quella del 18 aprile a Como per fare campagna elettorale, arrogandosi quasi il merito di stare rivalutando Terragni dopo anni e anni di oblio. Scandaloso, e squallido. Prestinenza, sempre nell’intervento in “stroncature”, mette in evidenza che molti di noi architetti italiani siamo “...noiosi, lenti, arretrati, arcaicizzanti. Ancora osanniamo Botta e stiamo ad ascoltare Gregotti. Invece di dichiararne definitivamente l’oblio”. Indubbio, ma la cosa è ancora più grave se nessuno di noi si ribella ad alta voce (sì, perchè a bassa voce molti lo hanno fatto...) contro lo spazio concesso a Portoghesi nell'ambito delle manifestazioni terragniane, servendogli su di un piatto d’argento addirittura la possibilità di affermare, al termine della sua conferenza, che Mario Botta è certamente uno degli eredi di Terragni (il tutto con teatrino finale: Mario Botta schizza in piedi e abbraccia Portoghesi in un remake da libro Cuore). Siamo davanti all'esempio più lampante di cosa sia un’ assoluta distorsione critica, quella che consente anche agli architetti senza una vera base culturale di ridurre i linguaggi, come afferma Prestinenza, “...a un semplice fatto stilistico”, così da confondere “...i caratteri di novità inserendoli all’interno di logiche compositive superate” , sino a banalizzarlo “...con discorsi sull’italianità, la mediterraneità o, con una parola che va oggi di moda, sull’identità.”
Nessun dubbio sul fatto che la cultura ufficiale sia ancora saldamente in mano a vecchi parrucconi, a cui tutto è consentito e a cui quasi nessuno sa dire “no!” e chi ne avrebbe le capacità culturali (e il coraggio) viene sistematicamente isolato perché non si piega alle logiche delle "Lobby culo e camicia”, siano esse accademiche, professionali, editoriali. Lobby che, in primis, sono il vero ingranaggio che permette di fare carriera universitaria: sappiamo come funziona: lo scambio di favori tra i docenti per appoggiare i propri candidati nei concorsi a cattedra è cosa assolutamente nota. Il peggio è che per fare carriera non si deve assolutamente criticare nessuno perché proprio quel “nessuno” potrebbe essere uno dei nostri esaminatori! Dunque, meglio “stare muti...cu minchia ni ci porta a parlare?!”.
Le lobby professionali sono quelle peggiori perché sottintendono anche la spartizione di denaro. Ma questo è un altro discorso, lunghissimo, tanto vasto e squallido è il tema.
Le lobby editoriali? Bèh, se anche Afef Jnifen Tronchetti Provera trova spazio per scrivere di design sul Corriere della Sera...che dire di più?
Concludo. Personalmente ho la certezza che di giovani critici preparati e appassionati ce ne siano, e molti. Necessita solo che vengano valorizzati senza costringerli ad entrare nella macchina stritolatrice delle lobby. Certo: sta anche a loro stessi capire quanto sia importante, fondamentale direi, l’etica personale, così da evitare volontariamente qualsiasi coinvolgimento lobbistico. E’ su di essi che dobbiamo puntare, soprattutto se si tratta di persone consapevoli che chi li ha preceduti c’è e ci sarà sempre e che la critica non è un gran premio in cui vince uno solo ma un gioco di squadra che può benissimo contemplare il ricambio generazionale. Esiste tutto uno filone della nuova generazione critica (asimmetrico a quello della critica tronfia e pachidermica) che sta viaggiando a gonfie vele e i cui sforzi per ridare all’architettura il giusto peso culturale verranno presto premiati.
Detto ciò, è giusto che io sia franco con Prestinenza Puglisi, come del resto è sempre stato il nostro rapporto: saremo pienamente soddisfatti solo se nelle tue “stroncature” vorrai inserire anche quelle inerenti la critica ai critici, lo siano essi di professione o per auto investitura, e se davvero non guarderai in faccia nessuno, noi di antiTHeSi in testa.


(Paolo G.L. Ferrara - 22/4/2004)

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Commento 732 di Gianluigi d'Angelo del 30/04/2004


cari amici di antithesi, voglio cercare di chiarire il mio punto di vista sulla quiete che secondo me regna nel web che si evince dalle righe che Luigi ha pubblicato sulla sua newsletter e che Paolo Ferrara ha riportato sul suo articolo. Quello che ho scritto sono parte di una mail che ho mandato a Luigi Prestinenza dopo aver letto la sua idea di stroncature. In realtà il testo era più lungo e vi riporto il resto in maniera quasi totalmente integrale :
[...]
La "gente" è abituata ad usufruire di un informazione preconfezionata veloce e poco impegnativa. Tutto ciò che merita un minimo di approfondimento viene scartato. Si rimane in superficie. Si sfogliano le riviste. Al massimo si leggono i testi e si dimenticano dopo 5 minuti e si prendono come bibbia.... "è così.... lo ha detto...X". E' troppo complicato ragionare su delle cose quando al massimo trovi tutto già "ragionato" quando "ti serve". La "gente" non è più abituata a pensare. E' troppo presa dal consumare voracemente l'informazione. Questa prima fase della società dell'informazione sta per terminare, si sta bruciando della sua stessa linfa, stiamo per arrivare alla seconda fase, dopo un analfabetismo di ritorno a livello globale, setacceremo il mare di rifiuti di informazioni passate per analizzarle, una sorta di riscoperta del senso della storia post-contemporaneo. Mentre ora vediamo solo al futuro, piano piano incominceremo a riguardarci prima intorno, e vedendo come stiamo andando avanti, guarderemo di nuovo indietro per capire le ragioni di questo "stare". [...] Cercheremo le nostre radici, piano piano come tutti i grandi equilibri della terra, alla globalizzazione ci sarà di risposta un grande senso della riscoperta delle radici, delle identità, come dici tu, il caratteristico, il peculiare, l'unico, verranno riscoperti. [...] vedrai che le cose cambieranno. Che le persone incominceranno ad avere consapevolezza del proprio singolo ed unico io, cogito ergo sum. penso dunque esisto. oggi: esisto dunque comunico. Verba volant scripta manent. oggi: scripta volant digital manent. Le grandi biblioteche possono anche bruciare ma la copia digitale è riproducibile all'infinito e pur nella sua impalpabilità paradossalmente mai si perderà. Nel bene e nel male [...]"
.

Quelle prime righe riportare da Paolo erano riferite ad un atteggiamento generale della maggior parte delle persone della "gente", che poi ci siano alcune che spargano veleni e attacchino tutto e tutti, rimangono pur sempre quella misera eccezione che conferma la regola. In fondo la rete è sempre un mare piatto e queste non sono che piccole e localizzate burrasche che durano pochi giorni.
Riguardo il culo e camicia ecc.. delle reti referenziali, di relazione, amicizia, sfruttamento, leccaculaggine ecc... che si creano, credo sia un processo normale perchè fa parte del modo di relazionarsi dell'essere umano. Non è la rete di relazioni di favori ecc che bisogna mettere alla forca ma l'uso strumentale che se ne fa. E' normale che alla fine in un contesto culturale come quello dell'architettura oggi in Italia ci si conosce tutti ed è normale che tra queste persone coesistano legami di amicizia e professionali. In fondo l'amicizia è basata sulla stima, correttezza e condivisione di valori ed ideali e questi fattori fanno bene ai rapporti professionali. Fare la critica che fa arcaso è molto pericoloso perchè esamina i fatti ma da questo prima di dedurre che determinate circostanze siano strumentali non è semplice. alcune cose che sono venute fuori da arcaso hanno svelato oscuri meccanismi e nel caso del concorso di Bagno a Ripoli addirittura abbiamo assistito all'annullamento di un premio. Altre volte ci sono stati degli accanimenti verso alcuni studi come per es i 5+1... in fondo nella storia del concorso priamar Guillermo Vasquez Consuegra si è dimesso, per togliere ogni dubbio e questa non è una dimostrazione di scorrettezza ma esattamente il contrario di grande onestà. La rete di relazioni pur essendo rappresentabile con una mappa credo che non servirebbe a molto. può essere simpatica vederla su domus, dove ha una precisa funzione, o sui libricini dei cliostraat, ma una mappa del genere "una topografia che descrive il modo in cui circola il potere , in senso positivo e negativo" come dice Luigi, che implica anche un valore morale e tende a misurarlo risulterebbe come un restyling ipertestuale della classica divisione sulla lavagna che si faceva alle elementari tra buoni e cattivi. A parte lo scarso interesse potenziale (a noi inf ondo ci interessa sapere questi retroscena? Quale utilità avrebbero? non è la rete che definisce la qualità di un rapporto professionale ma è il modo in cui i rapporti tra i singoli sono definiti. Una linea che collega due punti non dice questo, ci dice che sono in relazione ma non ci dice come. e nessuno può dire in modo oggettivo che la persona A si relaziona con la persona B per avere favori o in maniera disinteressata. E' u

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Commento 731 di beniamino rocca del 30/04/2004


Ho seguito il consiglio di Mara Dolce e ho letto il suo scritto con attenzione e la consueta voglia di imparare.
Non ho trovato granchè però.
Nulla sull'invenzione spaziale e tipologica della chiesa, molto invece su dettagli di design e sui costi di costruzione (che Mara sia , come me, anche geometra e con certa esperienza di cantiere?).
Insomma, non ho trovato niente di critica-costruttiva .
Solite gocce di veleno che, naturalmente, non hanno intaccato , nè intaccheranno mai, le splendide vele di Meier.
Sono in calcstruzzo-titanio , perbacco!
Dovrebbe essere più modesta , forse, Mara Dolce e ricordare che un critico di nome Bruno Zevi giudicò questo lavoro come l'opera di un genio, e paragonò Richard Meier a Bramante. E fu proprio per il progetto di questa chiesa , non certo per il poco felice intervento dell'Ara Pacis.

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Commento 730 di Mara Dolce del 29/04/2004


il commento di Beniamino Rocca la dice lunga su come siamo messi a critica in Italia. Un normalissimo intervento che non sia di promozione viene considerato "coraggioso e bello" . Quanto all'impegno generoso di Prestinenza in rete, Rocca potrà facilmente vedere che spessissimo sono interventi già pubblicati precedentemente su riviste.
Niente di personale contro Prestinenza, per il quale è una passeggiata in questo momento essere "critico affermato" con quello che gira . Ma non ci venga a vendere la storia della stroncatura dopo che lui per anni ha promosso chiunque. Se è arrivato il momento di stroncare che almeno ci spieghi perchè proprio adesso, cosa è cambiato? Un critico serio fa anche questo: spiega le sue improvvise virate, i salti carpiati di pensiero, gli atteggiamenti ribaltati.
Quanto alla mia credibilità invito Rocca al seguente link:
http://www.b-e-t-a.net/~channelb/corrispondenti/027roma/
purtroppo vedrà che tra la critica dell'affermatissimo critico a Moneo, e quella della sconosciutissima osservatrice a Meier, non c'e' poi una gran differenza.

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Commento 729 di Beniamino Rocca del 28/04/2004


Impeccabile davvero l'articolo di Paolo Ferrara sulle lobby del "Culo e Camicia"... e mi spiace di non poter dire altrettanto invece del commento di Mara Dolce a proposito di Prestinenza Puglisi di cui, non a caso, lamentavo proprio su Antithesi -commento 667- eccessiva timidezza critica a proposito del suo intervento su Ravello.
Va dato atto a Prestinenza di essere uno dei pochissimi critici d'architettura già affermati che accetta di mettersi in discussione sul web e proprio adesso, con le sue " stroncature" sembra voler rompere la crosta maleodorante e filo-accademico-ordinistico che trova sempre più spazio sulle riviste di settore e sulla rete.
Non sono certo un critico d'architettura, l'ho già detto nel mio primo intervento su questo sito mesi fa: sono un "architettogeometra" che ama questo mestiere e, malgrado l'età, non rinuncia ad imparare ed a cercare di capire l'architettura.
Ho trovato coraggioso, bello e condivisibile il giudizio critico di Prestinenza su Moneo.
Solo aggiungerei senz'altro l'ampliamento del museo di Stoccolma tra le cose spazialmente più monotone e meno riuscite del maestro spagnolo.
Ciò premesso, suggerirei a Mara Dolce di dare più forza e credibilità alle sue argomentazioni illustrandoci lei le " ...vere e tante debolezze dell'architettura di Moneo".
Non solo io, credo, ma molti altri apprezzerebbero.

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Commento 728 di Mara Dolce del 27/04/2004


Impeccabile l’intervento di Paolo Ferrara “stroncare la lobby del culo
e camicia”. Impeccabile perchè tiene conto di tutti gli aspetti che implicano le lobby professionali, perchè solleva dei giusti interrogativi sull’eventuale capacità dei critici di essere in possesso di quel coraggio e capacità critica che permette di “stroncare”; fino all’invito a Prestinenza -che ha audacemente (e incoscientemente) istituito una specie di rubrica anti-buonista in favore della stroncatura -a partire, per esercitare la stessa, dai suoi amici “critici”.
Il mio bravo a Paolo Ferrara va soprattutto perchè con il suo scritto
mette in evidenza due cose:
1) per un critico è più facile promuovere piuttosto che mettere in evidenza le debolezze di un’opera. Con la prima ci si guadagnano amici, con la seconda si rischia di scoprirsi: impreparati, incapaci, inconsistenti. Negli ultimi 6 anni, mascherata da “critica costruttiva” ci siamo dovuti sorbire lo sproloquio di qualsiasi leccaculo che ha pensato bene di farsi un po`di amici e di far girare il suo nome fatto precedere arbitrariamente dalla parola “critico”, facendo una inconsistente “promozione” della nuova architettura.
2) Prestinenza è stato uno di questi critici “buonisti” che ha proposto e appoggiato la qualsiasi cosa e che ora, con il suo consueto salto triplo da político trasformista, ci si propone in veste di anti-buonista invocando la “stroncatura”. Evidentemente si sente pronto per la critica seria, quella che non ha come obbiettivo principe il consenso. Con la “promozione” che ha esercitato negli ultimi anni si è fatto un discreto gruppetto di amici che lo segue, si sente forte abbastanza per non dover dire ancora troppi grazie. E’ cosciente, che inaugurando la stagione della critica anti-buonista, pochi lo seguiranno: ci sarà una scrematura dei sedicenti critici: spariranno i Barzon, le Palumbo, gli Unali e quant’altri si sono inventati critici per una stagione, permettengli un confronto più diretto e stretto con gente di maggior livello, facendo in questo modo un salto di qualità nell’opaco panorama della critica italiana.
Io non posso che applaudire all’iniziativa della stroncatura promossa da Prestinenza, perchè circa due anni fa, proprio sulle pagine di antiTHeSi sollevai il problema della critica buonista e dei sedicenti critici che nulla apportano all’architettura se non a loro stessi. E stroncatura per stroncatura, inviterei Prestinenza a partire non solo dai suoi amici critici - come gli suggerisce Ferrara - ma da se stesso: dal suo pezzo su Moneo, che è debole e che rivela una formazione di storico piuttosto che di architetto, che non centra le vere e tante debolezze dell’architettura di Moneo; che mette dentro tutto per paura di non aver lasciato niente intentato. Una critica dei grandi numeri la definisco io, che gioca sullle statistiche: ficcandoci dentro parecchia roba, almeno una delle tante si approssimerà per difetto o per eccesso alla realtà.

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Commento 727 di Luigi Prestinenza Puglisi del 26/04/2004


Una (fanta)ipotesi di lavoro
Caro Paolo, non parlerei di mafia ma sicuramente di omertà: la prima fa pensare a un sistema cosciente e strutturato del potere , il secondo a un colpevole silenzio di fronte a fatti e misfatti che, pur essendo gravi, non seguono un preciso disegno e rispondono piuttosto a logiche personali di convenienza, a lobby articolate in forma debole, a volontà di carriera, di ottenimento di incarichi o nei casi migliori di acquiescenza in base al principio italico -e non solo- del vivi e lascia vivere.
Vorrei adesso lanciare una proposta provocatoria e credo per certi aspetti non facilmente realizzabile, alla quale mi ha fatto pensare il tuo articolo e che segue a una riflessione sul sito di Arcaso. Dapprincipio ho visto di Arcaso gli aspetti negativi: delazione, gossip, anonimato. Successivamente ho pensato che non era da disprezzare l’idea di mettere in evidenza inquietanti coincidenze basate su fatti documentati. Perché avrebbe potuto delineare una geografia occulta, evidenziando una serie di connessioni che sfuggono non solo all’osservatore distratto ma anche agli interpreti più attenti. Connessioni che, però, sono chiarissime a coloro che intendono la cultura strumentalmente. Esplicitare il tessuto delle relazioni: il critico A ottiene l’incarico nell’università il cui preside è B, B fa vincere il concorso ad A, B e A fanno insieme la tal cosa ecc…Ma farlo su scala nazionale e con una mole molto maggiore di informazioni. Infatti, da sola, nessuna relazione vuol dire nulla. Capita spesso di interpretare come scambio di favori fatti esaurientemente spiegabili in chiave esclusivamente culturale. Sarebbe interessante, per esempio, a proposito dei nomi che citi ricostruire una mappa delle relazioni che legano Venezia e il Ticino forse passando per Milano. Così tanto per vedere che succede in campo professionale, editoriale, accademico. Tante altre mappe sarebbero possibili. Alcune tematiche dedicate all’università, dove molto di questo malaffare si annida. L’obiettivo sarebbe insomma una topografia che descrive il modo in cui circola il potere , in senso positivo e negativo. Esplicitarla con un grafico, un ipertesto, una serie di diagrammi, per evidenziare fatti documentati, acclarati, pubblici sarebbe possibile grazie all’informatica. Non sono in grado tecnicamente di riuscire a realizzare un diagramma tanto complesso e di gestirlo elettronicamente. Mi rendo conto che un ipertesto così fatto potrebbe alla fine somigliare sinistramente alla schedatura del Grande Fratello. Ma, certo, ammesso che qualcuno voglia intraprendere questa iniziativa e che gli aspetti negativi relativi alla privacy siano superabili, sarebbe una operazione di grande interesse, che credo ci direbbe tante cose. Forse troppe.

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Commento 726 di Mariopaolo Fadda del 26/04/2004


Per “rimettere in moto la critica senza mezzi termini, quella che può addirittura arrivare, per l’appunto, alla stroncatura”, come dice Ferrara, mi pare interessante dare uno sguardo ad una vicenda, quella dello World Trade Center, dove la critica ha dovuto non solo “mettersi in moto” ma rivedere il suo ruolo e la sua strumentazione in quell’autentico bombardamento di informazioni che ha disorientato non pochi addetti ai lavori. Un bombardamento di quotidiane discussioni che hanno impegnato per mesi semplici cittadini, cattedratici, uomini politici, gruppi culturali, testate giornalistiche, reti televisive. Un tribolato e combattuto processo con “una partecipazione pubblica in pianificazione urbana senza precedenti” (New York Times) che “ha cambiato l’architettura” (Libeskind). Le valutazioni staccate nel tempo, le analisi storiche retrospettive, i giudizi interlocutori sono stati aggiornati alla luce degli avvenimenti in “tempo reale”.
Le oltre 4,500 persone che affollano il Jacob K. Javits Covention Center non solo partecipano ad un processo democratico, ma si immergono nell’analisi delle iniziali 6 ridicole proposte e ne decretano l’affossamento. “D’ora in poi, l’architettura non sarà mai più la stessa. Non ci sarà più un edificio senza che la gente discuta su cosa sta succedendo e come apparirà”, dice Libeskind. I critici, per non essere tagliati fuori, devono scendere nell’arena, prendere posizione e combattere per difenderle. Un tempo si sarebbe chiamata critica militante oggi potremmo chiamarla critica orizzontale, prendendo a prestito da Saskia Sassen la definizione di orizzontalità “... i networks economici, culturali e politici si sono resi conto quanto fosse cruciale operare orizzontalmente invece che gerarchicamente” e cioè secondo una rete di rapporti meno verticistici e più democratici. Quell’orizzontalità che porta l’autrice, una sociologa, a lodare non solo gli approcci degli United Architects e di Libeskind, i primi per la loro città verticale perchè “usano la verticalità... ma reinventandola”, il secondo per la soluzione del memorial, ma di tutti i concorrenti per la complessità ed il mix di spazi. “É impossibile che nessuno di questi progetti non venga costruito.”
La critica orizzontale non attiene solo all’oggetto finito ma interviene nel processo e lo condiziona nei termini del principio democratico di “conoscere per deliberare.”
La critica verticale è quella che ci impone di aspettare e ascoltare in riverente silenzio l’editoriale dei direttori delle Casabelle, dei Domus, il libro settimanale di Dal Co, le commemorazioni di Portoghesi, le farneticazioni dell’accademico di turno. Quella critica cioè arroccata nelle redazioni delle riviste patinate, nelle pseudo-torri d’avorio, nelle esclusive cittadelle delle élites intellettuali. Mentre la critica orizzontale scende nell’arena e si confronta direttamente con il pubblico, affidandosi alla stampa quotidiana, ai forum con i protagonisti, alle discussioni pubbliche, alle interviste, alle mostre praticamente in diretta per soddifare la “tempestività” richiesta dalla società contemporanea.
La critica orizzontale si fa carico di aiutare il pubblico a districarsi nella giungla di informazioni che i media gli rovesciano addosso. La critica verticale difende a denti stretti una concezione esclusivistica della cultura che la partecipazione del pubblico mette in crisi sollevando il velo di mistero sui rituali che si svolgono nelle sale riunioni degli studi e degli uffici. E in questo contesto acquistano grande importanza anche gli aspetti giornalistici e, se vogliamo, mondani nella valutazione estetico-formale. I giornali quotidiani hanno compreso da tempo l’importanza del fenomeno e non a caso i maggiori di essi hanno un critico di architettura che scrive regolarmente articoli di architettura.
Sin dalle prime 6 proposte Herbert Muschamp critico di architettura del New York Times, si fa carico di “stroncare” la credibilità dei progetti gestiti nel chiuso degli uffici della LMDC. Spara a zero sui consulenti, lo studio Beyer Blinder Bell e Peterson Littenberg giudicando i primi incapaci di produrre architettura moderna di qualità, e riporta il soprannome con cui sono conosciuti nell’ambiente professionale: Blah, Blah e Blah; ed i secondi di essere architettonicamente “reazionari”, seguaci di Leon Krier e Prince Charles. Accusa Gravin, il coordinatore per il settore urbanistico-architettonico, di separare artificiosamente l’aspetto urbanistico da quello architettonico per marginalizzare il ruolo di quest’ultimo. Le valutazioni dei critici trovano conferma nell’atteggiamento del pubblico e il tentativo di ricostruire lo World Trade Center con il sistema del “culo & camicia” deraglia miseramente.
Subito dopo la dèbacle pubblica delle prime proposte viene organizzato il concorso internazionale che si conclude con la selezione di 9 proposte sulle quali i giudizi sono variegati quanto le proposte stesse: per Nicolai Ourou

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