Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Luigi, '...don't worry, be happy...'

di Paolo G.L. Ferrara - 11/6/2004


Caro Luigi, rispondo volentieri all' invito a commentare la tua stroncatura “Identità, Mediterraneità e altri miti regressivi”.
Ricorderai di un articolo di Bruno Zevi in cui trattava -come in molti altri- dell’architettura italiana in merito alla sua presunta “identità”, causa di crisi isteriche e regressioni, quelle stesse che Reyner Banham definì “infantili” nel famoso articolo su “The Architectural Review”. Zevi, oltre ad alcuni passi di Banham, riportava uno scritto di Umberto Boccioni, duro e senza mezzi termini: “I giovani della nostra generazione, guardando lo sviluppo dell’arte italiana nel secolo decimonono, debbono arrossire di vergogna e piangere di disperazione. E’quasi incolmabile l’abisso d’ignoranza, di vigliacca apatia che separa l’Italia, chiamata con ironia archeologica il paese dell’arte, dalla sensibilità estetica degli altri paesi civili. Chi oggi considera l’Italia come il “paese dell’arte” è un necrofilo che considera un cimitero come una deliziosa alcova [...] In Italia non manca il denaro, non manca la forza: mancano i cervelli moderni”.
Nel tuo articolo dici che “...oggi, anche grazie all’orgia liberatrice decostruttivista degli anni novanta, quando finalmente l’architettura italiana sembrava optare per opzioni più decise, prendendo le distanze da una tradizione da una parte classicista e rinunciataria e dall’altra dorotea e accomodante, ecco ritornare con sempre più insistenza il possibilismo culturale e, insieme, il richiamo alla tradizione: dal futurismo ai futuri possibili, come acutamente sintetizza il titolo di una mostra.”
La tua preoccupazione, a parte i modi di esternarla (tu sei più soft...), si può affiancare a quella di Boccioni, ovvero che in Italia ci sia carenza di “cervelli moderni”, con tutto ciò che significa “l’essere moderni”. Sì, perché il problema sta tutto qua: ci siamo davvero permeati della modernità? abbiamo davvero compreso cosa è “modernità”? siamo consapevoli dell’impegno che essa richiede?
Credo di no, e lo credo perché, a dirla con Zevi, in Italia è mancato -e manca- lo “...scatto dell’avventura, del rischio, della flagranza inventiva”. E quando esso c’è stato, è stato demolito senza mezze misure (leggasi “Tafuri”). E non è poco. Eppure, proprio in Italia, sia nel primo che nel secondo dopoguerra, si respirava un’aria frizzante e vi era impegno propositivo; ma, se nel caso della generazione di Terragni e Pagano lo “scatto dell’avventura, del rischio, della flagranza inventiva” è stato reso vano dalla compromissione di molti -quasi tutti- con l’autoritarismo del Regime, nel secondo dopoguerra il coraggio di molti è stato oppresso dalla irrefrenabile voglia di ritorno all’ordine di una tradizione mai esistita, esternata anche da chi s’impegnò in quella che tu stesso chiami “la battaglia per la mediterraneità”, infarcita di studi sulle proporzioni e ipnotizzata dalle scene dechirichiane, battaglia che manipolò i contenuti del Razionalismo, alterandoli.
Tu temi che ci sia un reflusso e metti in guardia sulla pericolosità del “richiamo all’ordine”. Io non mi preoccuperei più di tanto perché, in fondo, in cosa mai consisterebbe questo “richiamo all’ordine”? Forse nelle architetture di Franco Purini, di Paolo Portoghesi, di Adolfo Natalini e dei loro giovani epigoni? Suvvia! Siamo al di là di qualsivoglia contenuto innovativo, quello che dovrebbe esserci anche solo nella presunta ricerca della continuità dell’identità. E’ uno sforzo che hanno già fatto trenta anni fa, con l’appoggio neanche tanto celato del già citato Manfredo Tafuri, che nei “disegnatori” -pur dando anche a loro qualche stoccata- finiva per identificare tutto ciò che era rimasto della voglia di fare architettura. Da allora, solo melina, solo difensivismo, senza neanche l’ombra del pur minimo coraggio di imbastire un’azione fruttifera. Qualcuno (leggasi Purini), una volta iniziato a costruire ciò che disegnava, ha dimostrato che aveva accettato pienamente lo stato di “crisi d’identità”, ma passivamente, senza avere il coraggio di giocare fino in fondo la partita iniziata dalla generazione di Terragni e da quella di Samonà, Ridolfi, Quaroni, Moretti, Michelucci, Bppr, ed altri maestri.
La partita contro il Movimento Moderno, molto difficile perché si trattava di affrontarla non certo sul piano del linguaggio in sé, ma di contrastarne le ideologie. Incapaci di scrollarsi di dosso il complesso della forma-funzione a cui tutto il MM era stato ridotto dall’International Style, i “disegnatori” divenuti architetti hanno creduto che qualsivoglia riflessione su espressionismo, organico, razionalismo, neoplasticismo fosse superflua. Hanno, in poche parole, trascurato “lo spazio” quale materia costruttiva dell’architettura.
Superfluo dire che tutto ciò si riversò all’interno delle facoltà, che iniziarono a sfornare giovani architetti quasi tutti con il complesso della crisi d’identità inculcatagli durante gli anni di studio.
Sappiamo bene che sarebbe bastato fermarsi a riflettere su quanto poliedrica fosse stata la ricerca dal ’45 in poi per comprendere che non si trattava di crisi d’identità ma di un fermento assolutamente vivo, che stava elaborando le istanze del Movimento Moderno sfuggendo senza indugi dall’International Style.
Sinceramente, leggendo che a Firenze c’erano pure Cino Zucchi e Paolo Zermani (ovvero due “giovani”) mi preoccupo davvero relativamente, anzi direi per nulla, né m’imbatterei in giochi di contrapposti fronti come invece fa Furio Barzon che, presentando il tuo articolo su architecture.it, sottolinea le diversità dei contenuti tra i convegni di Milano e di Firenze, entrambi dello scorso maggio.
Piuttosto, deve preoccupare che la nuova Domus di Boeri, presentatasi degnamente, via via si perda in aleatori elogi di opere quali quella di Cino Zucchi a Venezia. Basta leggere attentamente l’articolo di Mirko Zardini su Domus 689 (numero di aprile 2004) per accorgersi quanto poco dica dell’architettura e molto, troppo, del percorso da fare per presentarsi all’agenzia immobiliare che vende gli alloggi: “Le indicazioni della brochure dell’agenzia immobiliare sono precise: quattro fermate di vaporetto dalla stazione ferroviaria di Venezia Santa Lucia, per arrivare fino alla Giudecca, all’attracco Palanca. Da piazzale Roma, per chi arrivasse a Venezia in automobile, si segue lo stesso percorso. Dall’aeroporto basta raggiungere piazzale Roma, e poi imbarcarsi sulla stessa linea di vaporetti. Indicazioni precise, e utili, soprattutto per chi veneziano non è. Evidentemente non veneziani sono molti dei possibili acquirenti cui si rivolge l’agenzia immobiliare che si occupa della vendita degli appartamenti in alcuni dei nuovi edifici realizzati a Venezia nell’isola della Giudecca, nell’area che un tempo ospitava le industrie Junghans.”
Nove righe per dirci come arrivare e a chi rivolgerci; appena il doppio per spiegarci i “...cinque brillanti saggi, cinque variazioni sul tema ‘Venezia oggi’ ” di Cino Zucchi.
Bene, se quella di Zucchi è la ricerca a cui ci si dovrebbe riferire oggi in Italia significa che il ritardo di cui parli è sì letteralmente “disastroso”, ancora impantanato in quello che Zardini definisce, elogiando Zucchi, il “sofisticato pittoresco del moderno [...]Una visione sentimentale di Venezia che ne aggiorna l’immagine, estendendola e ampliandola, e arricchendola di tutte quelle sperimentazioni linguistiche del moderno, cui Venezia è stata in gran parte preclusa”, il che equivale ad ammettere che di modernità, come Dio comanda, nemmeno a parlarne, sfociando piuttosto in un provincialismo nauseabondo.
Ma si sa: in Italia è sufficiente vincere un concorso, costruire ed essere pubblicati per diventare, d’improvviso, geni. E’ successo con Paolo Zermani e sta succedendo con Zucchi, e non è certo un caso che entrambi siano impregnati di “...sofisticate variazioni e intelligenti manipolazioni” della tradizione, dell’identità.
Dice bene Zardini: “manipolazioni”, ovvero l’essere lontani addirittura anche dal manierismo, quello proficuo, che elabora il linguaggio dei maestri dandogli continuità (che non significa ricopiarne i modi).
Detto ciò, credo sia chiaro che quelli che Barzon, riferendosi ai partecipanti al convegno “Utopia e tradimento”, considera “...eccellenti rappresentanti della nuova generazione” abbiano almeno l’obbligo culturale di guardare dentro casa e -oltre qualsivoglia aleatoria contrapposizione con una presunta “altra scuola”- sappiano trarre nuova linfa vitale dalle potenzialità che sono state lasciate aperte proprio dalla generazione operativa del secondo dopoguerra.
Non nascondo che il mio timore, piuttosto che il reflusso accademico, è che molti di questi giovani stiano facendo un lavoro duro e faticoso, che consiste anche in brillanti invenzioni ma che è sostanzialmente infruttifero per l’architettura italiana in quanto riferito a ricerche già in atto in altri paesi, e da tempo. E’ davvero difficile vedere qualche architettura che abbia in sé lo “...scatto dell’avventura, del rischio, della flagranza inventiva” se non riferito a poetiche già in atto da almeno quindici anni. Quel che più colpisce è che molti dei maestri stranieri abbiano attinto proprio all’Italia per dare il via alle suddette poetiche. Ricordiamo Eisenman su Terragni e Gehry che dichiara di essere stato anticipato da Borromini. E se è vero che siamo tutti d’accordo che oggi non abbia più senso parlare di confini culturali nazionali, è vero anche che ci dimentichiamo che, con tempi e modi diversi, è sempre stato così! Ippodamo da Mileto riprende lo schema urbano degli Etruschi; i romani riprendono i greci; i paleocristiani riprendono lo schema basilicale che mai verrà abbandonato, semmai innovato; l’Islam si appropria di Santa Sofia; la pianta centrale di San Fedele a Como richiama o genera Treviri; il gotico francese viene interpretato dagli inglesi; il barocco di Borromini estremizzato da Neuman.
Potrei continuare, ma non cambierebbe il senso del concetto, ovvero che l’architettura non ha mai avuto confini fisici ed è per questo innegabile motivo che cercare una precisa identità nazionale è assurdo tanto quanto cercare una qualsivoglia “tradizione” prettamente italiana. E se quest’ultima volesse essere rintracciata nel Rinascimento, si tratterebbe di un’operazione di forza. Infatti, è estremamente buffo che, nonostante Roma sia la dimostrazione per eccellenza di quanto possano coesistere in modo magnifico linguaggi diversi (e non parlo di “stili”, ma di “spazio”), in Italia ci si sia arenati sull’identità.
Luca Molinari, durante il convegno “Utopia e tradimento”, si chiedeva: “...dove trovare nuova energia per il progetto?”. Domanda forse per qualcuno retorica, ma di certo inquietante espressione di una consapevolezza che dice tutto, ovvero che la ricerca attuale sembra incarnare il “dormiente” di Eraclito.
Pochi giorni fa ho avuto modo di scambiare qualche opinione con Giovanni Vaccarini riguardo Luigi Moretti e, in genere, sull’architettura italiana del dopoguerra. Gli dicevo delle mie perplessità sull’ attuale scuola olandese a cui, nel suo articolo su Arch’it, faceva riferimento e che io considero un’ondata che sta trasformandosi in un’epidemia che contagia un pò tutti coloro i quali tentano di adeguarsi alla contemporanea ricerca sul progetto di architettura, quasi che solo da lì si possa attingere. E’ un atteggiamento pericoloso poichè consente ai detrattori dell’architettura proveniente dall’esterno di prenderla a pretesto contro tutto ciò che scalfisce l’identità italiana, sfociando in quello che tu definisci “...un richiamo all’ordine e l’insofferenza verso altri Paesi, che ci hanno surclassato e che oggi ci considerano – uso un’espressione del critico americano Bill Menking - come un buco nero nell’attuale panorama architettonico”.
Attenzione però, perché i buchi neri non sono mica innocui, tutt’altro. E’chiaro che Menking usi il paragone in senso negativo, ma potremmo trarne addirittura un effetto positivo se ne consideriamo la forza attrattiva, capace di deviare materia e luce senza alcuna possibilità di via di ritorno. E da noi, proprio grazie a quell’identità che è impossibile definire, l’effetto “buco nero” potrebbe essere davvero produttivo, ma dovremmo cercare di guardare più in casa nostra. Attenzione, perché non sto cercando di fare un discorso basato sulla teoria che non abbiamo nulla da imparare da ciò che proviene da oltre confine; piuttosto, cerco di dire che, se scrutiamo bene l’orizzonte della storia, non possiamo non prendere atto che la modernità ha avuto proprio in Italia la sua continua rigenerazione, da sempre. L’Italia è un buco nero perché, sin dai tempi dei Romani, ha attratto a sé poetiche e linguaggi altrui, deviandone però il percorso e, nel contempo, elaborando e mutando i concetti spaziali.
Ecco, vorrei che la nuova generazione italiana fosse un insieme di buchi neri, oltre qualsiasi irrefrenabile voglia di esserci. Diceva Zevi che i giovani “dovrebbero intervenire nel dibattito sul linguaggio testimoniando sul loro lavoro con modestia, serietà, intelligenza e non improvvisandosi semiologi e divagando ad un livello pseudo-teorico”.
Credo sia quello che ancora manca ai giovani, il che non significa di certo che non ne abbiano le capacità. Si tratta solo di impegnarsi a fondo sul tema. Ecco perchè, oltre a non preoccuparmi assolutamente del richiamo all’ordine del convegno fiorentino, credo che personaggi quali Iacovoni, Ian +, Metrogramma, Vaccarini, Servino (e non contando chi, come Mario Cucinella e Giovanni D’Ambrosio, ha già una propria identità assolutamente “altra” rispetto la presunta identità italiana che si continua a cercare) abbiano le potenzialità per dare la sterzata necessaria all’architettura italiana per allontanarla sempre di più dall’oblio in cui naviga da decenni e, soprattutto, renderla credibile rispetto quelli che sono i giochi di potere che stanno dietro qualsiasi operazione culturale. Ovviamente tutto ciò necessita di una tensione morale fortissima, di un non-protagonismo altrettanto forte, della massima consapevolezza che di geni ce ne sono stati pochi e che, nel caso, non lo si diventa per “grazia ricevuta”, né perché si partecipa a convegni e concorsi internazionali. A parte chi sta già dimostrato di avere potenzialità sufficienti per lavorare produttivamente, sappiamo però quanto oggi sia molto semplice diffondere il proprio nome e cognome e quanta poca consapevolezza ci sia nel fatto che non basta auto-pubblicare un progetto per credersi in grado di potere dire qualcosa; del resto, vuoi dirmi quanti progetti sono realmente corredati da relazioni semplici, chiare, che permettono di entrare nell’architettura rappresentata, invece che da citazioni ridondanti, frasi fatte, presentazioni grafiche che sembrano racchiudere profondi e rivoluzionari pensieri per poi, ad un’attenta analisi, evidenziare un progetto inconsistente? Ecco, farei attenzione più a questo problema che non al riflusso accademico, proprio perché la debolezza della massa dei progettisti in erba non è altro che pane per i denti dei cavalieri del riflusso. E non trascurerei neanche le piccole e pericolose lobby che si stanno creando intorno alle nuove generazioni.
Nelle tue interviste chiedi spesso pareri sullo stato delle università e dell’architettura italiane e le risposte sono sempre piuttosto negative. Ora, visto che tutti sembriamo avere la stessa opinione e consapevolezza, vorrei capire perché non ci si ribella tutti insieme a questo stato di presunta impasse. Forse perché conta molto di più l’”esserci”? O forse perchè è pericoloso toccare i fili dell'alta tensione, ovvero criticare apertamente i grandi nomi, che sappiamo di potere trovare magari in qualche commissione per concorso a cattedra? Quel che è certo è che in Italia sappiamo praticare perfettamente la diplomazia carrieristica: mai farsi nemici!! Riflettiamoci e assumiamoci, nessuno escluso, le nostre responsabilità. Se non lo faremo, bè, significa che i quaquaraquà di Sciascia saranno di più.

(Paolo G.L. Ferrara - 11/6/2004)

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