Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

La carica dei Cinquecento

di Mario La Ferla - 14/10/2004


Articolo già pubblicato su "L'Espresso" nel 1978
Ministri, sottosegretari, funzionari pubblici, imprenditori, mafiosi. L’elenco dei saccheggiatori della valle del Belice non è completo. Bisogna aggiungere: architetti e urbanisti. Arrivarono, dieci anni fa, a Gibellina, Partanna, santa Ninfa e negli altri comuni distrutti dal terremoto: la gente, infreddolita, impaurita, disperata, riservò accoglienze calorose. Questi luminari dell’architettura e dell’urbanistica godevano della fiducia del ministro dei Lavori Pubblici, vantavano una solida fama di uomini d’avanguardia, assicuravano la ricostruzione del Belice in poco tempo. Promettevano case confortevoli, cimiteri signorili, chiese lussuose, strade e superstrade, stadi, biblioteche, ospedali, cinema, teatri.
“La Svezia! La Svezia”, annunciavano. La gente ci credeva. Oggi, se qualcuno di questi luminari si azzarda a mettere piede nel Belice, rischia il linciaggio. Dove sono le case? Dove sono gli ospedali? Ci sono soltanto casette che minacciano di crollare da un momento all’altro, un asilo costruito sull’argilla, tronconi di autostrada dove giocano i ragazzini. Il resto è rimasto sulla carta, progetti campati in aria, sogni irrealizzabili. Ma progetti e sogni sono costati tanti miliardi.
Quando nel marzo del 1968 l’Ises venne incaricato di spendere i 348 miliardi dello Stato per la ricostruzione del Belice, chiamò a raccolta il fior fiore degli architetti e urbanisti italiani. Per non fare torto a nessuno, per evitare polemiche tra partiti e correnti, ne chiamò cinquecento. Quando qualcuno fece notare che per costruire Brasilia intervennero una trentina tra architetti e urbanisti, i dirigenti dell’Ises lo tacciarono di provocatore e nemico del Belice. Così, con l’approvazione del ministro, che era Giacomo Mancini, l’Ises dette il via alla “carica dei 500 architetti”.
C’erano tutti; non mancavano i grossi nomi: Ludovico Quaroni, Giuseppe e Alberto Samonà, Vittorio Gregotti, Maurizio sacripanti. Questi e tutti gli altri sono professionisti da cento milioni a parcella. Chi paga?, chiedevano al presidente dell’Ises, Baldo De Rossi. Non vi preoccupate: paga lo Stato, rispondeva De Rossi. D’altra parte, nell’Ises l’accordo era perfetto. Coordinatore di questo immenso programma era Fabrizio Giovenale, architetto e docente universitario, attuale vicepresidente di Italia Nostra.
Fin dalla primavera del 1968, all’Ises erano tutti convinti della necessità di chiamare a raccolta il maggior numero possibile di architetti e urbanisti. Mancini era addirittura entusiasta e riceveva ogni mese relazioni confortanti sull’andamento dei progetti da parte dei tre consiglieri dell’Ises che rappresentavano il ministero dei Lavori Pubblici: Vincenzo Di Gioia, Giuseppe Perugini, Folco Romano. Infine, la presenza dei socialisti Baldo De Rossi e Fabrizio Giovenale conferiva all’operazione il marchio della serietà.
Ma l’iniziativa dei 500 architetti e urbanisti aveva poco di serio. I più provveduti se ne sono accorti soltanto qualche anno dopo, quando Sergio Bracco, assistente di Ludovico Quaroni, ebbe la temeraria idea di organizzare una mostra nelle principali città italiane dei progetti preparati dai luminari per la ricostruzione del Belice. Era la primavera di due anni fa [L’articolo è del 1978; n.d.R.]. La gente nella valle aspettava, dopo otto anni, le case e Bracco presentava con orgoglio i fantasiosi progetti irrealizzati. Con quella mostra, è finita indecorosamente la “carica dei 500” nel Belice. Cosa è rimasto? Un immenso materiale cartografico e una voragine nelle casse dell’Ises.
Prima di tutto, gli architetti più arditi, quelli che avevano fama di avanguardisti, decisero una cosa che fece arrabbiare gli abitanti del Belice: “Trasferimento di alcuni Comuni e conurbazione in un solo Comune”. Che voleva dire? Semplicemente questo: costruire un grande centro e trasferirvi gli abitanti di tre o quattro omuni di strutti dal terremoto. L’Ises presentò ai sindaci di Gibellina, Salaparuta e Poggioreale questo progetto: abbandonare le zone dove sorgevano questi tre Comuni e trasferire tutto a Partanna.
Tranne il sindaco di Gibellina, Ludovico Corrao, i sindaci di questi Comuni non hanno un’istruzione, come si dice, superiore, ma sono persone di buon senso. Quindi, pregarono i signori dell’Ises di riferire ai loro luminari dell’urbanistica di stracciare il progetto. L’Ises replicò: di cosa vi preoccupate? Dite che i contadini non possono raggiungere i campi che hanno lasciato nei luoghi d’origine?Ma noi costruiremo strade e superstrade velocissime e ogni giorno i contadini di Gibellina, Poggioreale e Salaparuta, trasferiti a Partanna, potranno andare tranquillamente a zappare. Ma le automobili chi ce le dà?, chiesero i contadini. Anche per questo non ci sono problemi: attorno alle superstrade sorgeranno industrie che daranno lavoro ai vostri figli e così vi potrete comprare le automobili.
Se questo dialogo non ci fosse stato riferito da persone degne di fede, saremmo costretti a credere che per lo meno incauto fu colui che affidò a simili personaggi l’incarico di ricostruire il Belice. Ma non è finita qui. Restiamo a Gibellina. I contadini chiedevano le case e le stradette per raggiungere i campi. Niente stradette, decisero i luminari dell’Ises, qui occorrono grandi strade, perché fra poco sorgeranno molte industrie. E le case? Le case dovranno attendere il loro turno, replicarono i luminari con tanto di documentazione scritta, prima le strade e gli svincoli, poi le case.
Intanto, Ludovico Quaroni, Giuseppe e Alberto Samonà, Vittorio Gregotti presentaano il progetto per la nuova Gibellina. Prima di tutto, la chiesa. Quaroni scelse la forma sferica: un’enorme biglia di 20 metri di diametro poggiata su blocchi murari con un’ossatura in calcestruzzo riempita con i detriti estratti dalle macerie della cittadina. In questo modo, si sarebbe raggiunto lo scopo di sposare il nuovo al vecchio! Il duo Samonà si occupò del teatro: venne prescelta la forma del cono incastrato con un prisma. Così si costruiscono i nuovi centri in Scandinavia! dicevano i luminari ai baraccati. A quel punto, gli unici che credevano a queste cose restavano i responsabili dell’Ises e i ministri dei Lavori Pubblici.
Uscito Baldo De Rossi, alla presidenza dell’Ises subentrò Girolamo Marsocci che non ebbe niente da eccepire sul lavoro svolto dal suo predecessore. Quando, poi, nel febbraio del 1973, Fabrizio Giovenale lasciò la direzione generale dell’Ises, arrivò Assuero Poggioni, che ne era stato direttore amministrativo. Poggioni oggi è funzionario della Cassa del Mezzogiorno. Ma il peggio doveva venire. A Mancini ministro dei lavori pubblici, subentrò Salvatore Lauricella.
Mentre Quaroni e i luminari preparavano ancora i fantastici progetti scandinavi, c’era gente che non creava sogni di carta. Per esempio, Umberto di Cristina. Ex vicepresidente dell’Espi, amico di Lauricella, docente di urbanistica alla facoltà di ingegneria di Palermo, Di Cristina è stato il più attivo progettista del belice. A lui, per esempio, si deve l’assurdo e costosissimo piano per la ricostruzione di Partanna. Ma un altro schieramento si faceva largo; era formato da dieci architetti e urbanisti: Paolo Angeletti, Carlo Chiarini, Michelangelo De Caro, Marco Majoli, Nino Milia, Sara Rossi, Giampaolo Rotondi, Paolo sadun, Marcello Fabbri e Luciano Rubino. A questi l’Ises affidò la progettazione esecutiva per la parte edilizia e urbanistica di quattordici centri terremotati. Dove sono finiti i loro progetti?
Assuero Poggioni è stato liquidatore dell’Ises. Dei progetti non c’è più traccia. Resta traccia, però, dei conti, regolarmente pagati, ai luminari dell’architettura e dell’urbanistica e ai loro collaboratori meno famosi ma di grandi appetiti. Le parcelle per i 500 del Belice ammontano a 48 miliardi. se poi aggiungiamo i 30 miliardi spesi per la gestione dell’Ises, arriviamo a 78 miliardi. I baraccati del Belice chiedono: “Cosa è stato fatto con questo denaro dello Stato?”.
E’ molto grave che questa domanda non se la ponga anche la magistratura.


(Mario La Ferla - 14/10/2004)

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2 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 12416 di mario la barbera del 13/04/2013


la magistratura dorme sul belice x pressata in tal senso ,e i fascicoli sono in armadi della vergogna...

Tutti i commenti di mario la barbera

 

2 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 806 di Fausto Capitano del 17/10/2004


Aristotelicamente scrivendo, se la politica è "architettonica" rispetto all'economia, e l'economia (le dinamiche di mercato) è "architettonica" rispetto alla società, si deve pensare che il mercato è "architettonico" rispetto all'architettura. Allargando lo sguardo, allora, la parola è "architettonica" rispetto al segno dell'architettura; il politico, cioè, è "architetto" rispetto al progettista di spazi, come anche l'imprenditore e l'investitore sono "architetti" rispetto al pensatore e disegnatore di spazi. Massonicamente semplice, vero!? Questo è il mondo. Costruito da consorterie di "muratori liberi", sempre meno sporchi di calce, con sempre meno calli alle mani, ma con più lauree, più dialettica, più pubblicazioni e partecipazioni a convegni e ad assemblee, più risorse hi-tech, più controllo della base (a partire dalle scuole dell'obbligo!). E non c'è motivo di denunciare tutto e tutti, non c'è motivo di temere per la sopravvivenza della giustizia, come emerge dallo scritto di Mario La Ferla, perché, se il "tempio" universale della Giustizia degli Uomini (il Tempio di Re Salomone) è stato "costruito" dal Maestro di tutti i "liberi muratori", questo deve pur significare qualcosa, deve dare la certezza che[...].

Tutti i commenti di Fausto Capitano

 

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