Giornale di Critica dell'Architettura
Linguaggio Architettura

Pietre 'informi' versus pietre 'configurate'

di Alfonso Acocella - 2/3/2005


Incipit digitale. Mi fa molto piacere ri-incontrare nello spazio immateriale del web persone, colleghi che ho conosciuto personalmente in occasione delle tante conferenze svolte nelle varie città d’Italia o che solo esprimono una familiarità, una vicinanza per le comuni letture, per le frequentazioni architettoniche e i percorsi disciplinari condivisi o anche svolti a distanza nello spazio, nel tempo delle nostre vite; quel tempo che pensavamo lunghissimo.
Mi accorgo, anche, in questa occasione, come lo spazio del web è vasto, senza confini, labirintico e capace di offrire sorprendenti sorprese.
Mentre aspetto commenti sul blog_architetturadipietra.it da poco editato per sollecitare la formazione di una comunità scientifica interessata ad un progetto collettivo, intercreativo, inerente la produzione di contenuti legati allo “Stile litico”, mi imbatto in un intervento inaspettato sul sito di AntiTHeSI dove incontro le tracce digitali lasciate da Carlo Sarno impegnato a commentare un mio breve saggio (“Dalle pietre della natura alle pietre dell’arte”) in forma di testo inedito e complementare rispetto a quanto più compiutamente pubblicato nel volume “L’architettura di pietra”. Il saggio a cui fa riferimento Carlo Sarno è reso disponibile alla lettura su internet sia sul sito di critica diretto da Sandro Lazier e Paolo Ferrara che sul blog_architetturadipietra.it.
La discussione da me proposta, sollecitata, si apre così, su più fronti, in luoghi diversi della piattaforma internettiana che appena ora iniziamo a conoscere. La possibile geografia del dibattito in spazialità libere dislocate su internet mi appare intrigante per l’emersa condivisibilità partecipativa del web. Faccio tesoro di questo avvenimento attraverso il proponimento interiore di ricercare, al futuro, una collaboratività ancor più allargata per il progetto digitale de “L’architettura di pietra” impegnandomi nel coinvolgere (ed essere coinvolto allo stesso tempo) i “produttori” dei collegamenti ipertestuali di internet.
Rispondo solo ora, con un qualche ritardo, a Sarno e me ne scuso, ma lo sviluppo del blog_architetturadipietra.it, in fase di concettualizzazione, di messa a punto, di comunicazione all’interno della comunità scientifica, impone impegno su vari fronti, su diversi livelli organizzativi, oltre che su quelli meramente contenutistici.
Internet, per quanto mi è dato di intuire, si offre come uno spazio a fruizione pubblica di grande potenzialità; una galassia informazionale e relazionale straordinaria ricca di contenuti variegati dislocati lungo la rete del web, caratterizzata da tanti luoghi di accumulo e di ridistribuzione, alimentata da scansioni temporali del tutto particolari
Il web rappresenta una piattaforma comunicativa oramai irrinunciabile per la collettività internazionale e, allo stesso tempo, inizio ad accorgermi, come in Italia risulti ancora priva di prestigio scientifico soprattutto nella produzione di contenuti appositamente elaborati per questo new media; rilevo anche come tale spazio è visto da molti come “oggetto altro da sé”, lontano dalla familiarità necessaria alle forme di coinvolgimento che il mezzo stesso mette a disposizione, sollecita: una distanza che sembra leggersi nella maggioranza della classe accademica italiana, formatasi generalmente nell’era pre-internet.
Rientrando a questo punto - dopo tale incipit dedicato al medium digitale - sui temi posti da Carlo Sarno ci sembra di avere una risposta già pronta comunicabile a lui, ai lettori di AntiTHeSi e, contestualmente, a quelli del blog_architetturadipietra.it.
Alla questione: monumentalità versus antimonumentalità o, se si vuole, alla formalità antigeometrica legata alla “piccola scala” dell’architettura di pietra realizzata con elementi litici irregolari contrapposta a quella di “grande scala”, di precisissima e raffinata geometrizzazione frutto di un lavoro stereometrico accurato e tecnologicamente impegnativo, ri-affermo che la costruzione di pietra ci ha lasciato in dote, sin dalle fasi remotissime dell’arcaismo, entrambi questi “modi di costruzione” legati - nel primo caso - frequentemente a necessità, a scarsità di risorse o a volontà di enfatizzazione della “brutalità” della materia così come direttamente fornita dalla natura, e - nel secondo caso - invece all’attesa, alla ricerca di “forme modellate”, “configurate” in valore di “seconda natura” dove s’impone l’artificio, spesso la scalarità dilatata, la precisione delle connessioni, l’impiego di notevolissime risorse economiche ed umane, insieme al talento - nei casi sublimi - del genio creativo.
Lo “Stile litico” è il più rigoglioso orizzonte di forme, avendo ricevuto in dote un variegato kit di elementi per la costruzione: scaglie, ciottoli, frammenti, tessere, sassi, conci stereotomici, monoliti giganti, lastre, listelli, masselli. A questa “varietas” geometrico-dimensionale si somma quella coloristica e di disegno legate alla struttura mineralogica costitutiva delle pietre stesse; in tale molteplicità, proiettata infinite volte nella storia dell’architettura su di un piano di spettacolarità dai grandi architetti, risiede lo Statuto ineguagliato dello “Stile litico”.
Provo a citare - per stare al tema posto e per fornire una risposta più precisa e circostanziata possibile ai valori dell’informalità, dell’utilizzo della pietra così come la si trova in natura - dal mio volume “L’architettura di pietra”. Spero che sia consentito ad un autore di auto-citarsi. Se non altro per evitare di ripartire sempre da capo, mettendo anche in condivisione dei lettori del web quanto già disponibile ai lettori del libro e avvicinarli - così - ai contenuti, alle idee, riguardabili come le vere e più importanti protagoniste di ogni avventura sia creativa che anche costruttiva. E allora forniamo una tesi (o forse meglio un avvallo) alla suggestione delle” pietre informi”.
Recupero dalla profondità dell’archivio del mio computer la “cartella contenitore” dei testi de “L’architettura di pietra”, apro il file del capitolo “Muri”, copio e incollo velocemente. È il prodigio dell’informatica che ci dona l’istantaneità di duplicazione a cui seguirà, a breve, quella dell’editazione su internet e - quindi - la condivisibilità dei contenuti, la lettura, l’interattività intesa come commento-discussione di quanto editato in forma digitale. È - tutto questo - innovazione, ricchezza, libertà, relazione: offerte del nuovo mezzo che comincia ad “appassionarci”.


RomegialliMuri irregolari contemporanei
«Ci siamo chiesti, più di una volta, se è ancora di qualche utilità, di qualche senso architettonico, dare ascolto alla narrazione, allo spettacolo dei muri dell’antichità sin qui evocati.
Abbiamo sollevato questa domanda prima di ogni ulteriore svolgimento sulla condizione del presente cercando di dare una risposta a noi stessi, per poi rivolgerci, eventualmente, al lettore al fine di consegnargli un orizzonte intellegibile entro cui collocare le possibili sorti delle risorse litiche ancora oggigiorno in disponibilità del progetto d’architettura. Lungo quest’azione di riflessione, nella prima parte del capitolo, ci siamo mossi a partire dalla pietra quale materia dell’architettura per esprimere le “formule” murarie degli Antichi, per ricongiungerle e confrontarle idealmente con quelle dell’esperienza contemporanea senza voler avanzare visioni nostalgiche, ma evitando al contempo la perdita dei significati, dei caratteri tecnici ed architettonici intensi ed autentici dei modi d’origine.
D’altronde il mondo attuale ha forse variato le caratteristiche costitutive della materia, della pietra in particolare? Riteniamo proprio di no. Seguendo il senso solo apparentemente provocatorio di un aforisma di Nietzsche, contenuto in Umano troppo umano, affermiamo attraverso le parole del filosofo: “La pietra è più pietra che una volta”. La materia litica si ripresenta a noi, in un eterno presente, riconoscibile ed identica a se stessa come quella del passato; pietra che attende di ricevere oggi - al pari di ogni passato - un’interpretazione, una modalità applicativa specifica, una valorizzazione.
In un’epoca in cui i materiali sembrano perdere ogni consistenza, assottigliandosi, alleggerendosi - a volte addirittura negandosi - la “pietrosità della pietra”, la sua materiale compattezza e pesantezza, sta ancora oggi a sostanziare un significato che può apparire scontato, ovvio, ma che in realtà ci restituisce il senso più autentico e peculiare della materia.
La logica combinatoria delle pietre, al di là di ogni specifica configurazione geometrica di partenza, è ancora oggi quella del “cumulo”, del “concatenamento” murario; ciò che conta, sotto il profilo statico, è che i materiali rispettino le regole di “legamento” collaudate e codificate dal tempo, da una secolare tradizione, da un canone costruttivo.
Ma se la logica assemblativa e la stratificazione della materia stanno a rappresentare il “dire costruttivo”, vi è sempre la necessità di “rappresentare” la strategia attraverso cui il muro viene fatto crescere verso l’alto, risolto verso gli angoli, articolato intorno ai vuoti; ciò che definiamo la figurazione del muro, ovvero il suo “dire architettonico”. Su questo “dire architettonico”, più che sulle regole di costruzione difficilmente trasgredibili od eludibili (più realisticamente da rispettare e perpetuare), si incentra il lavoro di aggiornamento dell’opera muraria in epoca contemporanea

Caccia Dominioni
In via preliminare ci muoveremo, per dare visibilità all’orizzonte dell’architettura muraria dell’oggi, lungo i sentieri e le sorti della materia lapidea grezza, informe, povera per cogliere le permanenze e gli aggiornamenti in una visione unitaria. Le immagini di architetture attuali, a volte, ci aiuteranno lungo lo svolgimento di questa seconda parte del capitolo sui Muri di pietra a rafforzare, a “mettere in forma” il senso delle nostre tesi, mostrando ciò che spesso le parole - da sole - non riescono a dire o a comunicare.
I modi attraverso cui la risorsa litica si è presentata storicamente all’uso murario esprimono ancora oggi tratti e valenze architettoniche dati in continuità di esperienza e di magisteri costruttivi.
La pietra come materia grezza - ovvero così come la si ritrova in natura, “brutale”, non lavorata e “raffinata” - ha continuato ad alimentare un lavoro costruttivo che la lascia allo stato d’origine, accettandola e valorizzandola per quella che è. In questo caso si rimane all’interno della concezione dei muri irregolari in cui gli elementi litoidi (con dimensioni e forme variabili derivanti da uno stato di completa naturalità o di minima modificazione) disattengono alla disposizione in filari orizzontali - come avviene invece per i muri regolari - per essere “combinati” e “correlati” fra loro nel modo più conveniente e specifico al fine di creare un “aggregato” con minor numero di vuoti.
Il carattere dei muri - in tale ipotesi di lavoro costruttivo - è fortemente influenzato dalla tipologia della roccia selezionata, dalla sua costituzione mineralogica e geologica, E’ la natura della pietra, più che la sua lavorazione o la sua disposizione-combinazione, a produrre specificità e figuratività architettonica che vengono trasferite alla stratificazione parietale o, più precisamente, all’aggregato murario (termine che, secondo noi, esprime con maggiore efficacia il dispositivo tecnico che presiede all’opera irregolare).
La pietra usata nelle sue configurazioni naturali, grezze, offre molteplici possibilità nell’alimentare una concezione costruttiva composita, affatto codificabile secondo canoni fissi. Attraverso la compenetrazione, la sovrapposizione, l’adiacenza dei bordi degli elementi litici - dove i margini a volte si toccano, si mescolano, altre si allontanano - vengono composte unità geometricamente indeterminate dove le pietre irregolari (in genere diverse l’una dall’altra, dotate di singolari “personalità”) nell’insieme formano strutture eterotopiche di stratificazione e di interconnesione reciproca.
Da questo carattere di irregolarità, di relativa “instabilità” deriva la condizione inderogabile per l’opera rustica di uno spessore, di una sezione strutturale maggiore che finisce per conferire massa e profondità reale dei manufatti trasmessa, anche visivamente al fruitore dell’opera, attraverso i vuoti delle porte, delle discontinuità delle aperture in genere.
Nell’opera irregolare si assiste, in particolare, al “racconto” delle pietre, al discorso originato dalle caratteristiche geologiche del luogo in cui la costruzione attinge i propri materiali di base.
Ci si trova in questi casi di fronte alla “generosità” della natura, alla variegata offerta di “scapoli”, di “scheggioni” a spigoli vivi (erratici o derivanti dalla frantumazione di cava), di massi con facce perfettamente parallele, o ancora - nei territori attraversati da torrenti e fiumi - di grossi ciottoli morbidamente modellati e arrotondati dall’acqua.
Il carattere rustico che contraddistingue l’opera irregolare mostra frequentemente figure murarie in cui è la materia, la pietra, ad esprimere il “valore” architettonico attraverso la costitutività formale dei litotipi d’origine, le compenetrazioni reciproche, la tessitura del disegno d’insieme. Semplicità e naturalità dei dispositivi connettivi, più di ogni altro carattere, stanno a “segnare” questa famiglia variegata ed allargata di muri dotati di minore aulicità, ma non certo privi di carattere e di vigore architettonico.
Gabetti e Isola
Il fascino che contraddistingue i materiali litici più poveri - frequentemente di estrazione locale, fortemente rappresentativi del senso del luogo, dei valori paesaggistici formatisi nella lunga durata - viene consegnato spesso, senza clamori, a queste figurazioni sobrie dell’opera muraria in pietra; tale bellezza è difficile da descrivere e raccontare. Forse è per questo motivo che nei manuali, nei trattati di progettazione non se ne parla (se non incidentalmente) relegando tali modi costruttivi prevalentemente al mondo appartato e periferico dell’architettura “minore”; di quell’edilizia spontanea inscritta nei territori collinari, montani ricchi di pietre o di quelli rivieraschi - più limitati - dove le rocce strapiombano sul mare.
Chiaramente, nell’evidenziare i caratteri salienti dell’opera rustica, non ci si può fermare all’aspetto litologico, alle sole configurazioni del materiale grezzo; altri elementi emergono nel suo farsi figura architettonica; fra questi, in particolare, le implicazioni di maestria connesse al savoire-faire costruttivo.
Il vocabolario dell’opera irregolare - versione moderna degli opus murari romani, a loro volta evoluzione dei dispositivi megalitici di tradizione greca - è sempre quello della messa in valore della materia lapidea grezza, della disposizione informale dell’apparecchio, dell’incisione lungo i bordi delle pietre a mezzo del contrasto delle giunzioni di malta (queste ultime spesso intenzionalmente “scavate” o “riportate” in aggetto, per risultare evidenti ed autonome rispetto al valore espresso dalla liticità).
La selezione delle forme delle pietre, la loro disposizione come “ordine costruttivo” - che diventa, allo stesso tempo, “partitura” architettonica - alimenta la passione per la figurazione del muro rustico, brutale, essenziale, sincero. Ciò che si conserva è quel carattere primitivo, grossolano, di massa, di chiusura; l’essere del muro rustico, più che articolazione delle parti, è generalmente omogeneità pesantezza, spessore.
Agli apporti della forza materica della pietra, della tessitura combinatoria, nell’opera irregolare si associa un carattere complementare, ma decisivo sotto il profilo figurativo, derivante dalle modalità di esecuzione dei giunti, delle “commessure”, dello “spazio” di cesura compreso fra i diversi elementi costitutivi della struttura muraria. Lo stesso “rilevante” spessore da assegnare ai giunti - al fine di assorbire le tolleranze dimensionali e la singolarità degli elementi di pietra - fa si che la loro incidenza visiva sia maggiore che in qualsiasi altra tipologia di muro.
La malta può risultare “arretrata” ma anche essere “stesa” in modo che sporga rispetto al perimetro delle pietre o, addirittura, che ricopra (come avviene nella tecnica della muratura a “rasapietra”) ampie porzioni del piano litico. Mostrarsi, in sostanza, in rilievo proponendo un’accentuazione del disegno complessivo della rete dei giunti (anche attraverso la caratterizzazione cromatica della malta) oppure - assecondando un atteggiamento oppositivo - “ritirarsi” verso il nucleo interno del muro, segnando in negativo e in profondità i giunti stessi, capaci così di catturare la luce e le ombre che ad essa sempre si accompagnano. Nel momento stesso in cui evidenziamo la forza espressiva, dei giunti ci preme, comunque, sottolineare anche la loro latente, pericolosa invadenza; sia il rilievo che l’incisione sottraggono sempre qualcosa alla forza della pietra; è auspicabile, conseguentemente, evitare, in generale, un’eccessiva enfatizzazione dei giunti di malta.
In queste particolari condizioni di lavoro - a differenza di quanto normalmente avviene nei muri a conci squadrati che si presentano attraverso rigorose e controllate geometrie definite in fase di progetto architettonico - è evidente come il vero protagonista della scena risulti l’esecutore di cantiere, il “maestro” muratore che scandisce i ritmi costruttivi e l’assetto morfologico di crescita dell’opera muraria.
Giovanni Michelucci“Il muro in opus quadratum, sia isodomo che pseudoisodomo, - avverte Antonino Giuffré a proposito delle regole d’arte in Lettura sulla meccanica delle murature storiche (Roma, 1991, p.27) - è definito in modo preciso. Il taglio parallelepipedo delle pietre, le loro dimensioni, la loro posizione nel muro, sono regole non modificabili. Il compito del costruttore consiste nel precisare questi dati con riferimento alla geometria complessiva dell’opera e poi rispettarli con scrupolo. (...)
Le pietre del muro medioevale e moderno sono ben altra cosa, non partecipano al disegno complessivo come i conci pentagonali degli archi del Colosseo, e non richiedono difficili operazioni di stereotomia per essere tagliate e collocate, come i conci degli acrobatici intrecci di nervature nelle strutture gotiche. Il muro di pietra grezza non è progettato dall’architetto assieme all’opera architettonica, ma è formulato, pietra dopo pietra, dal muratore la cui cultura, pur digiuna di geometria, procede sul filo di una logica organica.
Prima di mettersi al lavoro egli osserva il mucchio delle pietre con le quali dovrà lavorare e ne fissa in mente le forme e le dimensioni: quella piatta, quella oblunga, quella informe. E in cima al muro realizza la sua opera di incastro, richiamando per ogni figura in muratura che la posa gli propone la controforma positiva che aveva scorto nel mucchio; e compone il suo discorso alternando la pietra posta “di fianco” a quella sovrapposta di “punta”, colmando un vano irregolare con il pezzo lasciato in disparte in attesa della sua occasione, recuperando il piano con i frammenti e il tegolozzo.
Il muro cresce tanto più compatto e ordinato quanto più il muratore è padrone della sua arte; arte di esprimere con elementi rozzi ma vari il discorso del monolitismo e dell’orizzontalità che è requisito fondamentale di una corretta muratura.”
Gli aspetti sinora evidenziati rappresentano alcuni dei caratteri generali dell’opera rustica. Risulta di qualche interesse - a questo punto - avvicinarsi maggiormente ai diversi tipi di muri irregolari per segnalare peculiarità e regole specifiche di costruzione portatrici nel loro insieme di espressioni architettoniche distinte.


(Alfonso Acocella - 2/3/2005)

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