Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Decostruttivismo: a chi deve parlare e a chi no

di Vilma Torselli - 22/4/2005


“[…]E una volta che un discorso sia scritto, rotola da per tutto, nelle mani di coloro che se ne intendono e così pure nelle mani di coloro ai quali non importa nulla, e non sa a chi deve parlare e a chi no. E se gli recano offesa e a torto lo oltraggiano, ha sempre bisogno dell’aiuto del padre, perché non è capace di difendersi e di aiutarsi da solo.” (Platone, Fedro)

Jacques Derrida è comunemente noto come il filosofo della decostruzione, termine riduttivo e forse improprio che egli stesso rifiutava, almeno nei limiti semplicistici e categorici dell’accezione comune, specialmente applicata alla pratica architettonica.
Infatti Derrida non indugia a definire troppo articolatamente il significato del termine  decostruzione, preferendo metterlo in atto nella lettura dei testi filosofici e letterari tradizionali, smontandoli ed invertendoli con un processo che ripercorre in senso inverso le gerarchie dei concetti e dei significati.
L’architettura si appropria quindi di una procedura che Derrida applica al linguaggio in quanto struttura, e come tale elemento di canalizzazione e repressione di una libertà da conquistare attraverso la sistematica demolizione del logocentrismo, traducendola in un processo di smantellamento delle relazioni gerarchiche fra le varie parti architettoniche, disturbate nella loro precostituita armonia e nelle loro possibilità organizzative di stabilità, continuità e coerenza.
E’ indubbio che, per questa via, Derrida abbia esercitato sull’architettura moderna un’influenza straordinaria, contribuendo in maniera decisiva all’affermazione di un’idea di architettura cosiddetta decostruita, nel nome di “una sensibilità architettonica diversa, in cui il sogno della forma pura viene disturbato dall’interno”, liberandone le intrinseche imperfezioni, mettendo in crisi  l'autorità della “metafora architettonica” a beneficio di una forma in divenire al di fuori di ogni struttura ed ordinamento organizzati.
Le stesse istanze decostruttiviste che nelle arti visive prendono le mosse da Paul Cézanne, primo decostruttore della forma dall’interno, distruttore del punto di vista unico, riprese e sviluppate nel cubismo analitico e sintetico, che danno vita all’inizio del ‘900 ad un importante filone dell’architettura basata sulla ricerca della verità strutturale della forma architettonica (lo strutturalismo di Le Corbusier, Khan, gli Smithson), finiscono a supportare un movimento diametralmente contrario, quel postrutturalismo che rappresenta una presa di coscienza dei limiti dello strutturalismo e ne tenta il superamento ponendo l’accento sui meccanismi formativi e sulle leggi della genesi del racconto piuttosto che sulla sua narrazione, trovando in questo il punto di tangenza con il decostruttivismo.
Certamente  l’esito diverso è dovuto al fatto che, contrariamente al decostruttivismo dove viene adottata una procedura di progettazione che si potrebbe definire ‘aperta’, l’intento di Cézanne resta fondamentalmente costruttivo, nell’ottica della ricostruzione ‘chiusa’ di una realtà de-composta, analizzata e riconquistata intellettualmente  secondo una logica non naturalistica: tuttavia è analogo in entrambi i casi l’approccio de-soggettivato alla percezione del mondo sensibile che ha come risultato da una parte l’elaborazione di uno schema rappresentativo supersensoriale puramente razionale, dall’altra di un modello dinamico in libero divenire nel quale sono stati sciolti i nodi relazionali tra le varie parti e le differenze non obbediscono ad alcuna organizzazione che venga dall’esterno.
Maurice Merleau-Ponty parla per Cézanne di pittura disumana, intendendo con questo riconoscerle i caratteri di una veridicità originaria superiore al di fuori delle regole precostituite, al di là dei sensi e al di là dell’uomo stesso, così come si potrebbe parlare di disumanità del decostruttivismo, per quanto paradossale possa sembrare una simile attribuzione ad un’architettura che esalta la componente espressionista e la libertà formale di un linguaggio sottratto ad ogni gerarchia compositiva, proprio per la sua disobbedienza a regole convenzionali  costruite nel tempo dall’uomo e per l’uomo, in un processo di stratificazione nel quale egli non è estraneo o vittima, ma anzi artefice.
 L’architettura, come l’arte attività umana per eccellenza, deve sottostare a priorità imprescindibili, anche se il decostruttivismo può ipotizzare che siano tutte archiviabili, connesse al nostro modo di vedere il mondo, non voglio dire in senso filosofico o artistico o concettuale, ma puramente percettivo, legate a punti fermi grazie ai quali siamo stati in grado di adattarci, sopravvivere ed evolvere.
Se il nostro corpo non amasse il doppio, due mani, due occhi, due piedi ecc., per usare parole di Piergiorgio Odifreddi, probabilmente la simmetria, ricevuta dal Creatore non sarebbe entrata così profusamente nelle creazioni umane, a cominciare da quelle architettoniche, se l’effetto prospettico non offrisse indizi vitali per il nostra orientamento nello spazio forse non ci sarebbe stato il Rinascimento, se non avessimo una visione bioculare e quindi tridimensionale forse non esisterebbero scultori, se non avessimo una postura eretta ed il nostro mondo non fosse governato dalla forza di gravità non saremmo dominati dal senso dell'equilibrio, che ci dice cosa si trovi in alto e cosa in basso in rapporto alla forza di gravità e pertanto in rapporto al nostro ambiente percepito, tanto per citare solo alcuni dei condizionamenti non culturali, ma semplicemente fisici o fisiologici che relazionano l’uomo all’ambiente in cui vive: ambiente che è tanto più favorevole alla sopravvivenza quanto più è prevedibile, e quindi già strutturato, rispettoso dei canoni fondamentali per una comprensione il più allargata possibile, poiché  “L'organismo deve esplorare l'ambiente e deve, per così dire, posizionare il messaggio che riceve sullo sfondo di quella elementare attesa di regolarità che sottende quanto io chiamo senso dell’ordine.”, questo scrive Ernst.H.Gombrich (“The Sense of Order”,1979).
Il mondo in cui nasciamo è un campo di possibilità già strutturato, all’interno del quale la responsabilità umana ha la possibilità ed il dovere di fare delle scelte, le strutture che imprigionano l’azione dell’uomo in concatenazioni gerarchiche non sempre sono facoltative, inventabili a piacere, opzionabili, sono connesse al nostro essere animali spaziali con caratteristiche fisiche, neurologiche e biologiche definite da millenni di evoluzione che, in varia misura, condizionano e guidano il nostro rapporto con il mondo materiale.
Anche per questo il parallelo che il movimento decostruttivista architettonico instaura con un movimento filosofico-letterario sembra sul piano logico quanto meno azzardato, trattandosi di due ambiti non commensurabili, anche se Derrida finisce per dichiarare che "Eisenman e Tschumi hanno dato prova che quella decostruttivista è una strada percorribile": ma si tratta, ovviamente, di un giudizio poco neutrale.
Pilastro portante delle teorie derridiane, la critica al logocentrismo, “quel privilegio che la tradizione della metafisica occidentale ha sempre accordato alla "foné", alla voce come luogo della vicinanza assoluta tra significato e significante: nella voce il corpo sensibile del significante sembra cancellarsi nel momento stesso in cui viene espresso; l'atto che anima l'intenzione è immediatamente presente a sé.
L'epoca della fonè è l'epoca dell'essere nella forma della presenza. Ciò ha comportato inevitabilmente una condanna della "grammé", della scrittura come deriva e perdita del senso.
La critica di Derrida (condotta sulle orme di Heidegger) alla metafisica e alla presenza va dunque in direzione di una rivalutazione della scrittura, […]Al mito della foné, della presenza, della certezza, dell'evidenza immediata del senso di cui si è nutrita l'intera civiltà occidentale, Derrida contrappone la realtà della scrittura che si "presenta" come traccia o supplemento[…]
” Luisella Pisciottu su Xaos, "Decostruzione e Architettura" )
All'origine del linguaggio, suggerisce Derrida, non sta la voce, il risuonare della "parola detta", ma la scrittura, un'archiscrittura che ci consente di accedere all'essere non mediante lo schema della presenza - la parola è sempre, almeno all'inizio, una parola pronunciata -, ma attraverso quello della differenza, della presenza-assenza che la scrittura custodisce.” (Andrea Tagliapietra su Xaos, Addio a Derrida, filosofo della differenza )
Leggiamo ora ciò che scrivono Mark Solms e Oliver Turnbull, due pionieri nel campo delle neuroscienze dell'esperienza oggettiva, dell’analisi della misteriosa relazione tra corpo e mente, alla ricerca della possibilità di integrazione fra  le intuizioni della neuropsicologia e quelle della psicoanalisi, con approccio interdisciplinare:
[…] Per poter riflettere coscientemente sulle nostre esperienze visive, abbiamo bisogno di ricodificare le esperienze visive in parole . E’ tale capacità che viene meno quando l’emisfero  cerebrale di sinistra (l’emisfero verbale ) ha perso le sue connessioni con l’esperienza visiva originaria. Tale fatto mostra che è necessario effettuare una netta distinzione tra due livelli o tipi, di coscienza: la consapevolezza semplice e la consapevolezza riflessiva.. Inoltre, la funzione della consapevolezza riflessiva risulta essere intimamente connessa con l’emisfero cerebrale di sinistra, e pertanto con le parole(o piuttosto, con quello che potremmo chiamare il “discorso interno”)[…]“ (Mark Solms/Oliver Turnbull  -  Il cervello e il mondo interno  - pg.95)
Damasio include questi aspetti cognitivi superiori della coscienza nella sua definizione di  coscienza estesa.
La coscienza estesa dipende in maniera massiccia  dalla corteccia cerebrale e in particolare dalle operazioni svolte dalla corteccia associativa . Essa si fonda principalmente sul contributo funzionale delle zone del linguaggio dell’emisfero cerebrale sinistro e ­ soprattutto ­ sul sistema sovrastrutturale rappresentato dai lobi prefrontali.  E’ questa la regione cerebrale che risulta nettamente più sviluppata negli umani di quanto non
sia in tutti gli altri mammiferi.  Essa costituisce l’unità per la programmazione, la regolazione e la verifica dell’azione, […] un sistema con la capacità di ri-rappresentare  le singole unità di coscienza nucleare originariamente rappresentate ( cioè, percepite e immagazzinate) nelle zone paralimbiche e corticali posteriori. Questo ci permette di riflettere, di pensare e di ricordare le nostre esperienze coscienti, e non solo di viverle attimo per attimo>
.
Abbiamo affermato che la capacità degli esseri umani di essere consapevoli della propria coscienza e, specialmente, di trasformare le percezioni concrete in concetti astratti è strettamente dipendente dalla nostra
capacità di linguaggio. Il linguaggio ci permette di attivare la traccia percettiva non solo di un oggetto particolare ( per esempio, l’immagine visiva del proprio padre), ma anche di un’intera classe  di oggetti ( le tracce audioverbali di parole che indicano categorie come i padri o le donne).. Inoltre il linguaggio ci consente di pensare coscientemente alle relazioni  tra le cose concrete, usando delle parole-funzione ( come “mio padre mi ama”) e delle stazioni (come “ egli è più grande, più anziano e più saggio di me”)
.”  MarkSolms/Oliver Turnbull  - Il cervello e il mondo interno  - pg 109-110)
Il premio Nobel Gerald M. Edelman fa parte di quel nutrito gruppo di moderni neurobiologi e scienziati cognitivi  che indagano il rapporto mente-corpo, gli stati mentali, la coscienza e le sue caratteristiche, in particolare volgendo la sua ricerca ad una teoria evoluzionista della mente “che riesca a tenere insieme le attuali conoscenze sull'architettura del nostro cervello, che ci portano a riconoscere la reale esistenza degli stati mentali e degli stati cerebrali, con l'esistenza dei qualia, gli stati percettivi che caratterizzano ogni soggetto cosciente.” (Eddy Carli, La scienza e l'anima )
Egli scrive: “La coscienza primaria si limita al presente ricordato; essa è necessaria affinché compaia la coscienza di ordine superiore e continua a funzionare negli animali dotati anche di quest’ultima. La coscienza di ordine superiore nasce con l’inizio evolutivo delle capacità semantiche e fiorisce con l’acquisizione del linguaggio e del riferimento simbolico..” (Gerald M. Edelman - Sulla natura della mente -  pag 232)
E’ insomma di importanza essenziale, per la definizione di una coscienza di ordine superiore, presente solo nella specie umana, la capacità di un linguaggio munito di significato, premessa di ogni evoluzione, dove linguaggio vuol dire parola detta, oralità, foné, logos.
Differentemente da Derrida, i neurobiologi  sperimentali non costruiscono una teoria, ma la scoprono ed al tempo stesso la verificano  mentre si forma, indagando l’uomo ed il suo pensiero nel suo divenire, grazie a possibilità di indagine impensabili solo pochi anni fa (magnetoencefalografia).
La parola pare quindi essere custode di una verità a monte di ogni veridicità narrativa, una verità ontologica intimamente intrecciata con la coscienza di ordine superiore (da alcuni scienziati cognitivi definita coscienza linguistica), che è la coscienza primaria più il linguaggio, correlata alla consapevolezza di un essere umano dotato di parola, in grado di raccontarsi: è il trionfo del logocentrismo.
Si apre oggi un panorama vastissimo ed affascinante che avrà prevedibilmente sviluppi decisivi in un futuro ormai prossimo, in un’epoca in cui sempre più scienza, filosofia, fisica, arte, metafisica, cancellata ogni limitazione categorica, confluiscono l’una nell’altra, convergendo verso la comune definizione di un’idea di uomo come esseità complessa ed indivisibile.
Se  tutto questo può sollevare un minimo dubbio sulla teoria derridiana poco male, le teorie sono fatte per essere discusse, contestate, distrutte e abbandonate.
L’architettura no, l’architettura resta, è materia, pietra, ferro, legno, cemento.
E a questo punto, forse bisogna chiedersi che cosa resterà del decostruttivismo architettonico che, orfano delle sue basi teoriche, rischia di venir letto in futuro come l’isolata testimonianza di una effimera, incomprensibile sperimentazione.

(Vilma Torselli - 22/4/2005)

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Commenti
1 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 900 di amit wolf del 17/05/2005


il discorso di Derrida in '' of grammatology'' tratta di un momento anteriore alla lingua (che sia parlata o scritta) - l'arch'scrittura. Egli dimostra come La Diferrenza (tra fonè e fonè o fra segno grafico e un altro - non cambia niente) infatti è l'unica a permettere il simbolo neutro, cioè il segno arbitrario -quello che sta alla base del sistema significato/significante di Saussure; quello che permette il linguaggio e la linguistica come scienza. La Difference >le trace che lascia in negattivo è l'archscrittura. Derrida ippotizza una nuova scrittura che va cercata in grado di ri-rapresentre al meglio La Difference .
in tutto cio le refferenze citatte dei neuro scienziati non fanno altro che rafforzare la nozione di uno strato precedente alla formazione nel cervello di un linguaggio e di una coscienza.

Tutti i commenti di amit wolf

 

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