Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Costruire in Sicilia. Tra tradizione e innovazione

di Vito Corte - 21/4/2005


La più recente produzione architettonica siciliana ha metabolizzato la tradizione e le istanze dei Maestri per generare ulteriori forme del progetto. Tale processo, pur fortemente rigenerativo ha prodotto forme di esperienze variegate e non riconducibili a pochi filoni.
La frammentazione dell’esperienza edilizia siciliana si alimenta oggi non tanto di postulati teorici sul manufatto e sul territorio della modificazione quanto di occasioni sul campo che si sono avvalse del contingente per realizzare forme ove la disciplina architettonica è spesso stata solo una componente assolutamente minoritaria.
Pur nella necessaria selezione tra le opere recenti che in Sicilia sono oggetto di attenzione degli studiosi v’è un riconoscibile orientamento della nostra contemporaneità a non voler superare la concezione della scatola muraria quale involucro di separazione/connessione tra interno ed esterno. Eppure tale ripudio della pura interiorità a favore della contaminazione inevitabile (anzi ricercata) con l’esterno è un atteggiamento molto diffuso altrove.
Il gioco sapiente dei volumi puri sotto la luce, di corbusiana memoria, presuppone ancora oggi in Sicilia una matericità ed un cromatismo ridotti all’essenziale: affinché il sole (la luce naturale) possa emozionare l’uomo con le vibrazioni che trasmette alle superfici. Per i piccoli edifici l’intonaco risulta essere il materiale più idoneo al ricoprimento delle impurità costruttive, in un processo di valorizzazione di pochi e forti postulati. Come l’intonaco riveste per intero le superfici degli involucri architettonici, rigira su di esse esaltando lo spigolo, dalla pienezza dei volumi sono ritagliate le bucature attraverso cui consentire la relazione interno/esterno, in un caleidoscopio di direzioni sopra/sotto/davanti/dietro finora inesplorato: la luce naturale penetra le pareti attraverso le bucature ed inonda lo spazio interno.
Da qualche lustro in Sicilia, come in altre realtà continentali, si sono sperimentati i materiali da rivestimento, mutuati dalla tradizione (pietre e marmi) o dall’industria (materiali derivati dal vetro, dal metallo, dalla ceramica ecc.), ovvero si è confidato nel magistero delle carpenterie per cercare nei getti di conglomerato, da lasciare a vista, la sintesi tra significato e significante.
Percorrendo le nostre contraddittorie città e le nostre ondulate campagne siciliane accade spesso di soffermare l’attenzione su di un manufatto di recente costruzione e di verificare che l’uso di un rivestimento in certe parti dell’involucro non è coerente con la tecnica del buon costruire (vi confliggono spessori, lavorazioni, attacchi ecc.) oppure che certe lastre impongano una modularità leziosa o incontrollabile. Accade pure di vedere, in certe sperimentazioni dell’isola, che la superficie esterna dell’involucro si zoomorfizzi in squame, scaglie e membrature metalliche, molto pittoresche ma anche molto poco originali nel loro scimmiottare goffamente i linguaggi d’oltremanica.
Il processo disgregativo delle certezze nell’architettura siciliana si è celebrato con la distruzione della scatola muraria, l’esplosione dei suoi elementi (spesso riconoscibili ad uno ad uno, al di fuori delle gerarchie note) e l’implosione dell’io abitante all’interno dell’occhio telematico delle webcam: proprio come piace a molti olandesi, scozzesi e statunitensi.
Per molti progettisti siciliani la luce naturale sembra non essere più necessaria per l’emozione architettonica, perché lo stesso oggetto riesce ad essere radiante luci e messaggi. La lettura ordinata dei paramenti, dei magisteri murari, la rassicurante distensione dello spazio in sopra/sotto/davanti/dietro sono considerate prassi desuete, perchè i ben informati ci dicono che l’interno è anche esterno e viceversa, e noi, senza pensarci su troppo, eseguiamo perché “fa tanto trend”.
L’antica matericità opaca e protettiva della casa si smaterializza e il suo diafano essere non offre alcuna resistenza alle violenze ed alle indiscrezioni esterne probabilmente perché essa stessa è, insospettabilmente, il prodotto violento ed indiscreto di una cultura alla deriva.
Vi è però in molto di tutto questo un messaggio ed uno stimolo che sono oltremodo interessanti ed utili.
Il progettista acquista una nuova libertà e promuove insieme al committente un progressivo abbandono dei desueti processi lineari-deduttivi finora praticati e valorizza le sollecitazioni che provengono da altri attrattori, spesso esterni alla disciplina: il risultato è un metodo di lavoro non lineare, induttivo.
Purchè sia un metodo.
Sull’argomento è opportuno che si definisca quelli che si ritiene siano gli strumenti migliori per l’acquisizione di siffatto metodo: ciò è rivolto in specie ai giovani architetti siciliani, che rischiano di lasciarsi trascinare dalle fascinazioni di quelle riviste (ovvero delle stesse opere realizzate dai loro insegnanti) che mostrano i più “innovativi” involucri architettonici.
Un certo richiamo agli archetipi adesso si sostanzia per meglio chiarire il personale punto di vista.
Nella consapevolezza che il progetto contemporaneo sia sottoposto a interferenze sempre più frequenti con altre discipline, ma che è pure sottoposto all’influenza della cultura che ospita il dibattito, ebbene l’oggetto architettonico siciliano in quanto fisicità che presuppone la propria interazione con l’attività umana deve mantenere presente tale condizione. E in ciò dovrebbe, a mio modo di pensare, avvalersi delle forme archetipiche che rimandano a tutte le culture di tutti i tempi e che prescindono, al contempo, da tutte culture di tutti i tempi.
E probabile allora che tutto questo ragionamento tra essere ed apparire del manufatto edilizio trovi una descrizione archetipica che possa essere misura sia delle categorie mentali che dei luoghi dell’emozione. Così, come la musica è architettura liquida allora la scultura, la pittura e l’architettura sono musica cristallizzata e le loro puntuali rispondenze nella psiche sono testimonianze del rispecchiamento critico.
Il progettista che sarà riuscito a “proiettarsi fuori di sé” con tutta probabilità produrrà una riflessione originale. Che questa rimandi al mito della Tellus Mater e immaginerà un involucro-ventre, o che desideri instaurare un legame con il cielo, immaginando una Montagna Cosmica, sarà una questione di empirismo le cui radici affondano all’interno di ognuno.
Ma andrà certamente bene, e meglio di quanti (ri)propongono cliché acquisiti senza alcuna passione e senza alcuno studio.








(Vito Corte - 21/4/2005)

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