Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Il professore protesta

di Ugo Rosa - 21/9/2005



Paolo Bonolis
Il re era tosato;
ora gli andava larga la corona
e gli piegava un po’ le orecchie
cui a tratti giungeva

lo strepito odioso
dei ceffi affamati.
Sedeva, per darsi un po’ di caldo,
sulla sua mano destra,

arcigno, col suo culo pesante.
E, lo sentiva, non era più lui:
del padrone ben poco rimaneva,
e l’amplesso era fiacco.


Rainer Maria Rilke


Il sonno della ragione genera mostri.
Il suo pisolino professori d’architettura.

Il sottoscritto



Una volta, durante uno spettacolo di varietà di successo nel quale si confrontavano vaste categorie umane tra loro frontalmente contrapposte (per esempio: colti vs ignoranti grassi vs magri e, nel caso di cui vorrei dire, cornuti vs cornificatori) Paolo Bonolis, il tenutario della trasmissione, poneva domande di cultura generale ad un individuo che se ne stava ammollo dentro un cilindro di plexiglas, con la maschera da sommozzatore, le mutande a righe e una canottiera con sopra scritto “cornuto”.
“Lei – lo esortava amabilmente – dovrà, come rappresentante eletto tra i cornuti, rispondere a questa domanda: qual era il vero nome del pittore conosciuto come Caravaggio?”
E quello, cornuto di cultura, rispose, pensate, quasi esattamente (Merici anziché Merisi, errore veniale, in verità, anche per un cornuto in smoking, figuriamoci per un cornuto in mutande). Di quest’inattesa epifania di cultura televisiva hanno potuto beneficiare milioni di italiani (alcuni dei quali perfino più ignoranti del sottoscritto). Essa testimonia dell’efficacia della televisione come strumento di divulgazione culturale e fa riflettere sulla necessità di una modernizzazione nei metodi dell’insegnamento. Se a scuola la professoressa di Storia dell’arte avesse fatto lezione in guepiere e frustino portandosi al guinzaglio il marito in costumino borchiato e cappuccio di cuoio chi di noi non saprebbe, oggi, disquisire con profondità e proprietà di termini su Piero Della Francesca e Paolo Uccello?
Se, d’altra parte, il professore di filosofia si fosse degnato di venirci a spiegare Leibniz in vivace contraddittorio polemico (lancio di stoviglie, sputi e improperi) con sua moglie chi di noi, oggi, non avrebbe scritto un saggio risolutivo sulla monadologia?
La verità è che siamo vittime di una concezione della cultura seriosa e antiquata.
Speriamo che la signora Moratti (che è telespettatrice attenta o non si acconcerebbe come si acconcia) sappia tradurre tutto questo in concreto ammodernamento: una collezione di vibratori in dotazione alla bidella? Le tette di Mascia del grande fratello al posto della tavola periodica? Il merolone al posto del mappamondo sulla cattedra del professore di geografia? Non saprei. Proviamo. Se son rose fioriranno.
Intanto, però, i professori già danno positivi segnali di vitalità. I professori d’architettura, che tra tutti (lasciatemelo dire con legittimo orgoglio) sono i più eleganti e alla moda, già hanno preso il loro posto in prima fila.
Vogliono divertire e divertirsi, com’è giusto, senza per questo rinunciare ad insegnare.
Così quest’anno accademico hanno deciso di cominciarlo all’insegna del buonumore: con una bella letterina anzitempo a Babbo Natale.
Si tratta di un notevole frutto del temperamento italico ed io vorrei che la si diffondesse in tutte le scuole della nostra bellissima repubblica (o quello che è): lo studente potrebbe anzi impararla a memoria e ripeterla all’esaminatore presentandosi con il libretto in una mano, la trombetta elastica nell’altra e un naso finto.
Ad ogni virgola si fermerebbe a soffiare nella trombetta. Sarebbe un bel modo di prepararsi alla professione d’architetto per come si va configurando. Un modo divertente e perfettamente adeguato.
Visto che loro, i professori, si sono divertiti a scriverla io pure mi sono divertito a leggerla: che volete, si fa quel che si può. Loro pubblicano, seminarizzano, insegnano, conferiscono, si riuniscono, giudicano, concorrono. Io, quando posso, leggo.
“L’architettura italiana attraversa una situazione drammatica”. Comincia così la missiva. Senza mezzi termini. Non si può dire che non si afferri il toro per le corna.
Do un’occhiata al calendario: settembre, l’anno è il 2005.
Controllo di nuovo: settembre, 2005.
MI faccio i conti con le dita. Cazzo, ci ho cinquant’anni. Uno se lo scorda, sono cose che succedono. Ma il calendario è lì apposta. Tu guardi e ti ricordi. Che faccio io nella vita? L’architetto. Ho fatto altri mestieri? No. Sempre l’architetto ho fatto (finta di fare). Ci fu, è vero, un periodo che suonavo la chitarra, ma non credo che conti, in questa sede. A questi cinquant’anni ne togliamo una metà: per svezzamento, infanzia, adolescenza, università e cazzeggiamento. Ne restano pur sempre venticinque. Venticinque anni, dunque, che bazzico l’ambiente. Ma questa, che io ricordi, è la prima volta che 35 professori assurgono in coro a difesa dell’architettura in Italia. Non dico, per carità, che ciascuno di loro non l’ha, nell’intimità del suo cuore, difesa sempre e che non la difenderà in eterno. Non mi permetterei mai. Ma questa è la prima volta che le loro voci risuonano come una sola con questo tono dolente e preoccupato. Sta qui la magistrale comicità del gesto. Questi professori sapevano benissimo che, con tutta la buona volontà, nessuno avrebbe potuto prenderli sul serio, ma (ecco da cosa si riconosce il magister) hanno ugualmente sottoscritto.
Ecco, io mi ricordo (…vedete?già mi viene da ridere…) insomma…mi ricordo che me ne andavo all’università fischiettando “Fire and Rain” di James Taylor e il professore cominciava la sua lezione comunicandoci che la situazione dell’architettura in Italia era drammatica e che di fare gli architetti ce lo potevamo scordare. Ricordo una mitica lezione di un noto professore e gestore di rivista (allora come oggi…sempre la stessa rivista per trent’anni…): “Senta, lei è ricco di famiglia?” “No sono povero in canna” “E allora perché cazzo si è messo in testa di fare l’architetto?”.
Così controllo di nuovo il calendario. “2005, settembre”. Mi rifaccio i conti ricorrendo al pallottoliere dismesso di mio figlio. E’ così per davvero…io ci ho cinquant’anni, siamo nel 2005, e ai tempi di “Fire and Rain” ne avevo venti.
Erano i tempi in cui Paolo Portoghesi gestiva Controspazio.
Dopo qualche annetto ero un “giovane architetto italiano” (ma già avevo questa faccia da skinhead attempato alla quale mi attengo tuttora per timore che me ne tocchi una ancora peggiore).
Nell’isola in cui vivo ( e non solo…ma io ero qui e di questo parlo…) a quel tempo, sembrava ci fossero fermenti interessanti e talenti mica male: in perfetta concomitanza (anzi, forse perfino in anticipo) rispetto a quei fermenti ed a quei talenti che, portati in palma di mano dalle riviste giuste, avrebbero poi costituito quella che sarebbe diventata celebre come “Scuola portoghese”. Le riviste italiane e molti dei professori che oggi piangono amaramente sul dramma dell’architettura italiana se ne sono allegramente infischiati. Come biasimarli? Allora caracollavano in serpa alle loro splendide riviste, organizzavano le loro bellissime bi e triennali e decidevano loro come gestire le cattedre, le pubblicazioni, i convegni, i seminari. Hanno dedicato a quei fermenti qualche santina (tre o quattro francobolli di due centimetri per tre su Casabella, qualcosina da qualche altra parte…) e un paio di amabili paternali cui seguiva una pacca sulle spalle e l’esortazione a studiare ancora perché, occorre capirlo bene, “Ars longa…”. Solo un banalissimo, episodio, che però fa capire com’è stata gestita la “cultura architettonica” in Italia. Da allora sono passati altri vent’anni. Certo erano bei tempi, per qualcuno. Gregotti, ogni mese dalla sua Casabella ci regalava un editoriale che nessuno leggeva (e chi sarebbe stato talmente eroico da farlo?) ma che tutti citavano e, noblesse oblige, polemizzava con Portoghesi che, per parte sua, aveva tirato fuori dal cilindro la storia come amica e scriveva libri con il cuore in mano: tra una polemica e l’altra ambedue costruivano tutto quello che c’era da costruire e organizzavano tutto quello che c’era da organizzare. Erano bei tempi…ma, soprattutto, niente letterine: non ce n’era bisogno, ci si divertiva diversamente. Babbo Natale il carbone non lo portava mica a loro. Per quelli come me, invece, la situazione era esattamente come quella attuale, ed è rimasta tale e quale nel corso degli anni novanta e dei primi anni del millennio. La nostalgia perciò, in questo campo, è roba per ricchi. Io non me la posso permettere. Siamo passati, giusto per restare al fischio, da James Taylor , a Sting e giù fino a Michael Buble; mentre altrove si accudivano i nuovi talenti e li si metteva alla prova qui non s’è mossa foglia: ma che minchia dovremmo rimpiangere?
Concorsi? Neanche a parlarne (e anche se si fanno si sa chi deve vincere, tanto che preferisco, e di gran lunga, le giurie costituite dal sindaco e dal capo ufficio tecnico a quelle in cui c’è anche uno solo di questi professionisti della firma, perché, allora, state certi che non c’è speranza).
Incarichi? Non scherziamo con le cose serie.
Ora, settembre 2005, questa fioritura di firme.
Molti tra i firmatari sono o sono stati professori e presidi di importanti facoltà universitarie italiane. Dov’erano? Che facevano? Perché non hanno cominciato per tempo a scrivere le letterine?
No, niente letterine fino ad oggi. Per trent’anni, evidentemente, tutto è andato benone.
Per i venticinque anni che mi competono sono stati solo cazzi miei e di quelli come me. Mai che fossero anche cazzi loro. E oggi, porco cane, ecco invece il professor Gregotti che s’inalbera, ecco il professor Portoghesi che s’indigna, ecco perfino un giovanottone, anche lui professore, figlio di papà ma ancora quarantenne (con la rivista già incorporata da quando ne aveva trenta) che si toglie la scarpa e la sbatte sul tavolino. Pure a lui manca il torrone nella calza. Da non crederci. Se mi avessero detto che avrei avuto l’onore di averli al fianco nelle barricate non ci avrei mica creduto. Perciò, visto che loro non lo fanno, mi dimetto io e mi levo l’elmetto. Firmate pure, divertitevi, io mando i miei saluti a tutti voi. In particolare a qualche vecchio conoscente di cui leggo la firma in calce a quella lettera. Non se la prenda se gli dico francamente che, per me, avrebbe fatto bene a non firmarla. Leggendola non si può non avere la netta impressione che si stia semplicemente tirando acqua al proprio mulino e che lo si faccia, per di più, senza neppure quel poco di stile che si richiedeva agli accademici di vecchio stampo.
E anche se, come credo, non lo fa in mala fede la sensazione sgradevole permane: vuol dire che senza volerlo, con la sua carità pelosa, sta prendendo per il culo se stesso, “la sua generazione”, me, “la mia generazione” e, in ultimo quelle “nuove generazioni” tirate in ballo perchè buone a tutti gli usi e, soprattutto, ottime come carne da macello quando c’è da fare i furbi.
Ragion per cui ringrazio e, cordialmente, rispedisco al mittente: che gli incarichi se li fottano Gregotti, Portoghesi e Casamonti oppure Fuksas, Libeskind e la Hadid, per me, ve lo assicuro, non cambia assolutamente nulla. Anzi, francamente, sospetto non cambi nulla nemmeno per quella cosa che questi professori si ostinano a chiamare “la tradizione dell’architettura italiana” identificandola, del tutto inopinatamente, con se stessi.

(Ugo Rosa - 21/9/2005)

Per condividere l'articolo:

[Torna su]
[Torna alla PrimaPagina]

Altri articoli di
Ugo Rosa
Invia un commento
Torna alla PrimaPagina

Commenti
19 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 6590 di carlo alberto cegan del 23/12/2008


Caro prof. Rosa,
che dire? tutto e nulla.....a rileggere i verbali delle intercettazioni telefoniche ho un senso di stordimento , di vertigine.
E penso all'onesta , gioviale, passionale e faticossissima lotta in terra di sicilia fatta da un vero uomo e architetto di cefalu'. Paquale Culotta.
Ma questa immondizia chi l'ha alimentata ??
.......No.! mi scuso, vorrei stare dalla parte della BELLEZZA .
allora ripenso alle scorribande in facoltà con il Pasquale italiano io che arrivavo giovanissimo dal nord italia e lo andavo a trovare nel suo polversoso studio, per il piacere dell'onestà e della sagacia, delle cose profonde e dei valori.
Questo ti insegna la vita e la professione!!
Rettitudine. R-E-T-T-IT-U-D-I-N-E..
lavoro duro , fatto di pazienza e sacrificio, lentezza, progettare, eseguire costruire e poi pubblicare .....Forse.
Qui, mio caro professore (mi permetta fraternamente questa debolezza a lei che non conosco) l'architettura si inabissa , in un mare di indifferenza e di raggiro in cui tutto si annulla nell'indistinta poltiglia della comunicazione, marketing , amici di amici, cattedre e favori, partito e affari, imprenditori e politici e architetti DI 3DSTUDIOMAX...........
buon natale

Tutti i commenti di carlo alberto cegan

 

19 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 5446 di ANTONELLA IACOBELLO del 14/07/2007


...salve a tutti...è stato per me a dir poco fantastico trovare, per caso, questo spazio dove poter dire finalmente quello che si pensa...ho letto con piacere tutti i commenti dei miei colleghi...io studio alla facoltà di Architettura di Siracusa ...e per la prima volta con un pizzico di ingiustificato e inopportuno piacere mi sono sentita vicina alle "disgrazie"..."disagi"..."ingiustizie"..."stranezze" dei miei più rinomati colleghi, ho avuto la conferma che TUTTO IL MONDO E' PAESE...
vi sembrerò pazza ma oserei dire che è stato (nel suo essere terrificante) bellissimo leggere che anche nelle storiche facoltà di architettura si respira quell'aria satura di favoritismi, opportunismo e scorrettezze...in particolar modo leggendo il messaggio di Ambra mi sono ritornate alla mente quelle immagini da lei descritte: alla fine del corso di laboratorio inspiegabilmente tutti i progetti uguali !!!!!!! mi sono sempre chiesta com'è possibile questo inspiegabile fenomeno!!!!!!
Non voglio fare solo polemica!!! ci tengo a dire che esistono anche realtà che arricchiscono ogni giorno la mia vita da studentessa qui a Siracusa...
e sono sicura che al politecnico una cosa a noi ci invidiano.!! FARE LEZIONE E SENTIRE L'INCONFONDIBILE PROFUMO DEL MARE ... LASCIARSI ANDARE PER UN'ATTIMO GUARDANDO L'ORIZZONTE AZZURRO... RISCALDATI DA UN ORMAI CALDO RAGGIO DI SOLE....
Mi fa piacere che chi ha pensato a questo spazio è un siciliano, spero non pentito!!!
a presto.

Tutti i commenti di ANTONELLA IACOBELLO

 

19 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 5308 di Antonella iacobello del 30/04/2007


...salve a tutti...è stato per me a dir poco fantastico trovare, per caso, questo spazio dove poter dire finalmente quello che si pensa...ho letto con piacere tutti i commenti dei miei colleghi...io studio alla facoltà di Architettura di Siracusa ...e per la prima volta con un pizzico di ingiustificato e inopportuno piacere mi sono sentita vicina alle "disgrazie"..."disagi"..."ingiustizie"..."stranezze" dei miei più rinomati colleghi, ho avuto la conferma che TUTTO IL MONDO E' PAESE...
vi sembrerò pazza ma oserei dire che è stato (nel suo essere terrificante) bellissimo leggere che anche nelle storiche facoltà di architettura si respira quell'aria satura di favoritismi, opportunismo e scorrettezze...in particolar modo leggendo il messaggio di Ambra mi sono ritornate alla mente quelle immagini da lei descritte: alla fine del corso di laboratorio inspiegabilmente tutti i progetti uguali !!!!!!! mi sono sempre chiesta com'è possibile questo inspiegabile fenomeno!!!!!!
Non voglio fare solo polemica!!! ci tengo a dire che esistono anche realtà che arricchiscono ogni giorno la mia vita da studentessa qui a Siracusa...
e sono sicura che al politecnico una cosa a noi ci invidiano.!! FARE LEZIONE E SENTIRE L'INCONFONDIBILE PROFUMO DEL MARE ... LASCIARSI ANDARE PER UN'ATTIMO QUARDANDO L'ORIZZONTE AZZURRO... RISCALDATI DA UN ORMAI CALDO RAGGIO DI SOLE....
Mi fà piacere che chi ha pensato a questo spazio è un siciliano, spero non pentito!!!
a presto.

Tutti i commenti di Antonella iacobello

 

19 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 1085 di Antonio Bellanova del 11/02/2006


Caro Rosa,
tra cinquantenni c'è poco da dirsi...ci si capisce. Quante erre mosce abbiamo sentito eh? E quanti papillon, e quanti occhialini tondi, e quanti sigari toscani in bocca, e quante damazze (anche studentesse), e quanti esami di gruppo, e quante moquette negli studi dei professori, e quanti incarichi professionali a senso (politico) unico o quasi?
E quanta angoscia di chiedere i soldi ai committenti, e quanta rabbia nel vederseli rifiutati, e quanto finto buon viso nel rientrare a casa a sera con la rabbia causata dai clienti, dagli assessori e dai soldi mancati, e quanta illusione (vedrai che dai e dai...)? Si, è andata così. Oggi forse un sorriso ci viene strappato dai nostri vecchi disegni (quelli fatti con la matita e la china)...su quei disegni non vediamo piante e sezioni, non vediamo alzati e prospettive: vediamo un ragazzo di trentanni che non aveva capito niente, vediamo un giovane marito che avrebbe voluto rendere la propria moglie orgogliosa di lui (anche le nostre donne abbiamo trascinato con noi). Beh, pazienza, è andata così.
Un caro saluto.

Tutti i commenti di Antonio Bellanova

 

19 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 1022 di Beatrice Valle del 23/01/2006


Bene! Adesso posso proprio abbandonare tutte le (poche) rosee speranze che mi ero fatta iscrivendomi alla Facoltà di Architettura! Se anche lei, dopo 25 anni di onorato servizio (credo... non la conosco personalmene) mi dice che la vita dell'Architetto è fondamentalmente come la scala di un pollaio (cioè corta e piena di m****), devo proprio arrendermi e ammettere che avevano ragione insegnanti e genitori nelle loro fosche previsioni sul mio futuro (per non parlare degli amici ingegneri...), e non avevano torto a fare quelli che la sanno lunga.
Restano due cose a consolarmi: l'incrollabile passione per quello che studio e progetto (o almeno ci provo...), che nessuno mi potrà levare, a meno di strapparmi gli occhi stessi. E il buon vecchio proverbio: mal comune...
Beatrice

PS.: Da poco conosco questo sito, segnalatomi da un'amica e mia collega, ma ci tengo a farle i complimenti per il suo umorismo, la sua ironia e i suoi salaci commenti, sempre azzeccatissimi. Un balsamo per noi poveri studentelli supersfruttati dal satanico Politecnico!
La ringrazio. Per la mente provata dalle lunghe notti insonni passate davanti allo schermo del computer la rilettura delle sue belle sfuriate ci dà la giusta carica. Funziona meglio del caffè!

Tutti i commenti di Beatrice Valle

 

19 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 981 di Ambra del 27/10/2005


Buona sera,
sono una studentessa del corso di laurea in Architettura delle Costruzioni al Politecnico di Milano, il mio preside è il vostro collega Monistiroli.
Devo dire che la mia scelta a intraprendere questa "sfortunata carriera" è stata molto consapevole, so bene che il futuro sarà tutt'altro che rosa se non grazie a conoscenze che spero arriveranno con gli anni (purtroppo si può solo contare su quelle).
La situazione che vedo tutti i giorni in università è la tipica: "ah ma quel professore è figlio di quell'altro|" la cosa mi rattrista alquanto, se no si vedono dei professorini che sono lì sfruttati dal docente di turno a leccargli il culo...bhè questo credo non sia cambiato da 25 anni fa, no?
Altra cosa fondamentale nell'insegnamento, l'anno scorso alla fine del laboratorio di progettazione noi studenti abbiamo confrontato i nostrri progetti, forse per la prima volta, e abbiamo notato la somiglianza tra i nostri stessi lavori, ma anche molto simili a un progetto di Monistiroli....sarà per colpa nostra o per il fatto che la nostra professoressa lavora con Monistiroli?
Non so se tirare delle conclusioni o lasciarvele fare a voi che forse siete più esperti di me...
grazie

Tutti i commenti di Ambra

 

19 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 980 di Tommy del 24/10/2005


Salve a tutti, sono uno studente d architettura a Palermo.
Sono al primo anno, e, non essendo bene informato sulla questione affrontata (anzi per niente informato) ma in ogni caso incuriosito, vorrei che qualcuno mi spiegasse meglio i termini della questione (quale modo migliore per essere informato se non quello di chiedere adesso a voi?). Vi ringrazio anticipatamente
ciao a tutti

Tutti i commenti di Tommy

 

19 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 976 di Adele Di Campli del 08/10/2005


Gentile Ugo,
leggo sempre con molto piacere i suoi scritti. Sorrido per l’ironia con cui affronta le questioni drammatiche dell’architettura italiana. Senza ironia ci sarebbe solo da spararsi. O forse avremmo dovuto farlo da subito, al primo giorno d’università. Perchè loro, i sapienti professori, padri sì dell’architettura, ma soprattutto nostri papà, ci hanno avvertito, sempre, puntualmente, ad ogni primo giorno di “scuola”. “Cambiate mestiere, siete ancora in tempo, che ci fate qui? Sarete tutti falliti!”.
Ma si mettevano d’accordo, tutti i nostri buoni papà che avevano a cuore la sorte degli sventurati studenti di architettura? (E pensare che il mio caro papà, quello vero, era così orgoglioso di avere una figlia all’università, un futuro architetto che, per giunta, studiava in una città d’arte!).
Ci avevano avvertito, ma non ci abbiamo creduto. Anzi, pensai quel giorno, “ma che vuole questo?”. E chiedevo in giro se avesse figli studenti di architettura. Certo che ne aveva! “Ma come? Fa la paternale a noi e poi lascia che suo figlio, dico suo figlio, venga anche lui gettato insieme a noi nell’arena con tigri e leoni?”. Non capivo che il figlio nell’arena non ci sarebbe mai andato; non solo, non sarebbe mai salito neanche sugli spalti, perché le arene con tigri e leoni, gli ha insegnato il papà, è roba dell’antica Roma!
Caro Rosa, siamo sopravvissuti a loro già almeno una volta nella vita, sopravviveremo anche ai loro figli ed alle loro letterine. In fondo, un po’ di arena, farà bene anche a loro.

Tutti i commenti di Adele Di Campli

 

19 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 974 di Giannino Cusano del 07/10/2005


PS per Ugo Rosa:
a margine, ma non per importanza: Lei stesso dice che fra cosa fare e cosa NON fare, Le riesce ben più semplice la seconda opzione. Ed una cosa la esplicita, infatti: questi signori (i 35 firmatari dell'appello per l'architettura_italiana_torrone_nella_,calza_di_Babbo_Natale) è bene non trovareseli nella propria trincea. Sicuramente può essere una delle cose da NON fare e si potrebbe, a pensarci, condividere, così come l'atteggiamento in generale.
Mi permette, allora, di riformulare la domanda? Oltre a quanto ha già indicato, cosa ritiene sia da NON fare nei prossimi 2-3 anni per tentare, almeno, di evitare che i 25-30 a venire siano come i precedenti, se non peggiori?
Confido, almeno questa volta, nel Suo humour come scusante per la mia insistenza.
G.C.

Tutti i commenti di Giannino Cusano

 

19 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 973 di Giannino Cusano del 07/10/2005


Be', caro Rosa, il mio omonimo si chiamava, in realtà, Krebs, detto il Cusano perchè proveniente da Kues, o Cusa (Germania).
Il cognome, però, ha origini più lontane nel tempo e a me (lucano) più vicine spazialmente, visto che Cusano Mutri è il nome attuale di una cittadella medievale in provincia di Benevento (alcuni vi ravvisano traccia dell'anteriore Cossa dei Sanniti,rasa al suolo dai romani perché lì in precedenza sconfitti e passati per le forche caudine). Da Cusano Mutri trassero il nome Cusano sul Seveso (o Milanino) e la stessa Kues.
Ora, chiamarsi come un luogo non mi pare cosa degna di chissà quale investitura: tanto più che la radice (ebraico-caldea) di Cossa (poi longobardizzata in Cusa durante il regno di Autaris) sta per 'coppa', 'tazza', 'calice': conviviale, sì, ma a mio avviso scarsamente speculativa.
Nè posso prendere troppo sul serio il pensatore umanista: il nome -che condivido col ben più noto Stoppani, alias Gianburrasca- decisamente me lo impedisce.
Nomen omen? Forse: come vede, di "guai" in comune ne abbiamo più di quanti sospettassimo 2 giorni fa :-)
Cordialità,
G.C.

Tutti i commenti di Giannino Cusano

 

19 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 972 di Giannino Cusano del 05/10/2005


Non delude nemmeno questa volta la verve (tutta siciliana, mi pare) di Ugo Rosa. Ed è assolutamente ammirevole che ci sia chi ha la forza morale di scherzare, e di farlo sul serio, in situazioni drammatiche come questa.
Mi colpisce, invece, questa volta, l'amarezza: comprensibile e giustificatissima. Il tuo 'dopo 25 anni' è, per me, un dopo 30, dato che a fine Ottobre ne compio 56. (sono nato lo stesso giorno di T. Roosevelt, Roberto Benigni e Rino Gaetano: per la cronaca e per i cultori della materia, sotto lo stesso segno zodiacale di -ahimé- Paolo Portoghesi e, per fortuna, di Luigi Piccinato: è superfluo aggiungere che sono spudoratamente dalla parte del secondo ? ).
Questo a me sembra dividerci: se un edificio in Italia lo progetta la Hadid piuttosto che Gregotti, a me importa molto. Ma è questione accessoria.
Vorrei solo, sommessamente, porre una donanda a Ugo: che facciamo, insieme, nei prossimi 2 o 3 anni per tentare, almeno, di scongiurare altri 25-30 anni come i precedenti, se non peggio?
Un caro saluto,
G.C.

Tutti i commenti di Giannino Cusano

5/10/2005 - Ugo Rosa risponde a Giannino Cusano

Caro Cusano
la sua domanda è interessante e, probabilmente, anche sensata ma, per attenermi allo zodiaco, io sono nato in marzo, sotto il segno d’acqua per antonomasia. Muto e senza mani, scivolo sulle cose e, ad afferrarle, non ci riesco. Così mi esercito, come un tempo i teologi apofatici, a guizzare intorno al contorno di qualcosa che, alla fine potrebbe perfino rivelarsi un assenza. Non so proprio dirle, dunque, cosa fare: al massimo riesco (di tanto in tanto) ad intuire cosa “non” fare. Per giunta, avrà notato, mi chiamo Ugo (proprio come Fantozzi) e Il mio onomastico cade il primo d’aprile: uno scherzo del calendario. Questo è il mio Ming, i cinesi lo sapevano: il nome è cifra e destino. Lei però, adesso che ci penso, si chiama Cusano…lo vede come il cerchio si chiude? Guardi un po’ cosa scriveva il suo omonimo Nicola più di mezzo millennio fa:
“Strano, io vedo qui un uomo che si attacca a qualcosa che non conosce…
Ma più ci sarebbe da meravigliarsi se un uomo si attaccasse ad una cosa che egli credesse di conoscere…”


 

19 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 967 di Franco Giorgi del 29/09/2005


Grazie, leggo sempre con estremo interesse ogni suo testo, per me fortificante e stimolante per nuove e approfondite riflessioni.

Tutti i commenti di Franco Giorgi

 

19 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 965 di beniamino rocca del 26/09/2005


Ottimo, al solito, Ugo Rosa. Voglio solo aggiungere che la lettera è stata scritta da Portoghesi e sottoscritta poi da altri 34. Così,almeno, dice Sottsass in una lettera al corriere .Non c'è da meravigliarsi troppo del contenuto allora, caso mai dà stupore, e molta malinconia, che tra i firmatari ci siano anche ottimi architetti come Nicoletti, Isola, Passarelli, Achilli , Canella e lo stesso Sottsass. Chiedono che si riduca "...l'inerzia dell'apparato burocratico e si consenta libero accesso ai concorsi..." e, udite, udite, si invoca però un potenziamento del Darc: un nuovo carrozzone burocratico-ministeriale mica da ridere. L'università italiana non ha proprio più pudore. Se ne guardano bene, i 35 professori, dal cogliere l'occasione per denunciare la sciagurata legge Merloni che emargina i giovani dal mercato del lavoro chiedendo curriculum che, proprio perchè giovani e neolaureati, non possono avere e premia , per legge, la "Quantità" piuttosto che la "Qualità". Parlano di storia dell'architettura italiana ma si dimenticano che con la Merloni, dal " Principe" si passa al "Responsabile di procedimento". Filarete insegna, il committente è il padre dell'architettura e senza padre, l'architettura avrebbe qualche problema a nascere, l'architetto-madre non basta....e la fecondazione artificiale non piace nemmeno a Ruini...
Dice bene Diego Caramma quando cita Zevi ed il convegno di Modena del '97e io chiudo citando un fatterello illuminante dei rapporti tra Università , Ordini , concorsi e architettura.
Mi riferisco a quanto riportato su L'architettura, cronache e storia, n°511, maggio1998_ editoriali in breve-
: Roberto Maestro denuncia il concorso di Catanzaro.
Il progetto vincitore è risultato, all'apertura delle buste, elaborato da un gruppo di professionisti guidati dal prof. arch. Paolo Portoghesi, del quale facevano parte, a quanto mi è stato assicurato, presidenti e consiglieri degli Ordini e degli Ingegneri delle province calabresi. Il giudizio negativo sul valore di questo progetto era condiviso dal presidente della commissione , prof. arch. Antonio Quistelli, e dal prof. arch. Silvano Tintori. Il mio voto, espresso in forma radicale ( zero) vuol segnalare il mio totale dissenso su quel progetto ( a mio parere, il peggiore tra quelli presentati). La domanda cui chiedo di rispondere ufficialmente è se possa ritenersi corretta la partecipazione al concorso di un gruppo costituito da presidenti e consiglieri degli Ordini professionali, quando della commissione giudicatrice facevano parte rappresentanti degli stessi Ordini".
Se in Italia ci fossero 50 ( o anche 49) Roberto Maestro, l'istituto dei concorsi sarebbe una cosa seria.
Come dargli torto?

Tutti i commenti di beniamino rocca

 

19 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 963 di Mariopaolo Fadda del 25/09/2005


“SHAME ON YOU, PROFESSORS!”

Come non condividere lo scherno con cui Ugo Rosa liquida il delirante appello autocelebrativo dei 35 Prof. Arch.?
Come non invidiare Marco M. Santagati che se l’è scampata bella dall’avere a che fare con simili colleghi?
Certo l’appello è impressionante sia nei contenuti che nelle firme. Impressionante per la disinvoltura con cui un pugno di Prof. Arch. si autoassolve per il generale sfacelo urbatettonico italiano. Impressionante per la sfilza di nomi che, più che rappresentare la cultura architettonica, incarnano alla perfezione la supponenza professorale, la disinvoltura etica e la viltà intellettuale della casta accademica italiana.

Con la miopia culturale che li contraddistingue, hanno impiegato ben 46 anni per scoprire quello che per Reyner Banham era già chiaro nel lontano 1959 e cioè "The Italian retreat from modern architecture". Ma, a parte questo dettaglio, ciò che salta subito agli occhi è l’assenza di qualsiasi accenno, nelle 466 parole dell’appello, al ruolo svolto dall’università (cioè da loro) nello strangolamento della libera ricerca e della libera cultura. Ma per questi soloni le responsabilità ricadono sulle spalle di altri, persino, si legge tra le righe, su quelle dell’immancabile Berlusconi che è ormai l’alibi a cui ricorre l’intellighenzia italiana per mascherare la propria ipocrisia e la propria impotenza. Ha ragione l’amico Belzebù quando dice che “l’università li rovina tutti” (gli architetti) che da parte loro ripagano questo abbruttimento sfornando analfabeti a ritmo industriale. Un circolo vizioso denunciato circa trent’anni fa da Zevi che non volendosene più fare complice se ne andò sbattendo la porta. Chi dei 35 soloni che allora era professore o aspirante tale ebbe il coraggio di seguire l’esempio di Zevi? Nessuno. Attaccati come cozze al miserabile potere che gli conferisce la cattedra non c’è santo che li smuova. O almeno così pareva, fino a ieri. Oggi la globalizzazione ha mandato in fumo i loro sogni drogati di gloria. Finito lo sciovinismo, morta l’autarchia, spazzato via il provincialismo si trovano catapultati dal ruolo di onnipotenti protagonisti in quello di innocui spettatori. Devono fronteggiare con crescente frustrazione una concorrenza straniera con cui non possono competere per manifesta inferiorità: culturale, etica, professionale. Che fare quindi? Mostrare un sussulto di dignità, ammettere il proprio fallimento e dimettersi dalle cattedre, dagli incarichi, professionali, dalle direzioni delle riviste, dai comitati organizzatori di seminari e convegni? Neanche per sogno. É molto più semplice truccare le carte trasformando i carnefici in vittime e i voltagabbana in salvatori della patria. Per santificare il tutto basta stendere un accorato appello, raccogliere firme titolate, trovare un grosso quotidiano compiacente e il gioco è fatto.

Ma come far presa sul grosso pubblico? Con la saccenteria professorale, diamine! “Il rischio di questa situazione è che si interrompa la continuità di una ricerca che ebbe inizio negli anni trenta del Novecento”. Come se non lo sapessero anche le pietre che quell’interruzione, ma sarebbe meglio dire stroncatura, della fragile ricerca architettonica moderna italiana è roba vecchia di decenni. I responsabili? Basta scorrere l’elenco dei firmatari, non è difficile rintracciarne alcuni.

Il tono professorale non è sufficiente? Via libera ai di piagnistei sull’esclusione, di “una irrinunciabile risorsa culturale italiana” (loro), dalle Biennali di Venezia. Poverini, geni così incompresi! Loro che per decenni si sono spartiti il bottino di Biennali, Triennali, Quadriennali, mostre, convegni, seminari. Ma guardiamo ancora una volta la lista dei firmatari. C’è un ex-direttore che ha prodotto alcune delle più squallide e squalificanti Biennali che si ricordino, il cui unico intento era proprio quello di “interrompere la continuità” della ricerca moderna per recuperare l’orrido repertorio architettonico del potere oligarchico-totalitario. “La verità detta in mala fede sorpassa ogni possibile menzogna” diceva Blake.

Come se tutto ciò non bastasse a svelare la disonestà intellettuale dell’operazione-appello, si appellano al “ricambio generazionale” per invocare, senti, senti i CONCORSI! In realtà poco gli importa dei giovani, loro sono solo preoccupati per i pozzi, ormai prosciugati, degli incarichi pubblici e per i professionisti stranieri che gli stanno soffiando sotto il naso incarichi prestigiosi e remunerativi. Non ci dicono, lor professori, che genere di concorsi preferirebbero, ma conoscendoli, non ci vuole molto a capire che gradirebbero quelli in salsa italica, dove gli amici sono concorrenti e gli amici degli amici giudici e il vincitore, soprattutto se straniero, può essere cacciato a calci nel sedere se è inviso alla casta, al soprintendente, al ministro o al sottesegretario pro-tempore.

Per tutta la vita Zevi non si è mai stanc

Tutti i commenti di Mariopaolo Fadda

 

19 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 962 di Marco M. Santagati del 22/09/2005


Per mia fortuna non sono un architetto...
E' che fortuna!
Altrimenti mi toccherebbe disegnare una nuvola su di una lastra di vetro e scoprire per chi sà quale alchima, uscirne fuori un'automobile. Dico meglio così, altrimenti avrei progettato "neo moschee gotiche" e ne sarei pure stato orgoglioso che con i petrodollari si potessero fare tali magnificenze.
Si si, meglio così caro Ugo, perchè sono stato previgente a non iscrivermi in architettura... anzi, dopo aver fatto il giro delle "cento messe" universitarie, ho compreso che l'ipocrisia italica si annidava in alcuni accademici; non faceva proprio per me. E per tale mia nausea ne vado fiero anche se, continuo ad amare l'arte e l'architettura
Che Dio protegga gli stolti...

Tutti i commenti di Marco M. Santagati

 

19 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 959 di Vito Corte del 22/09/2005


Al solito Ugo ricama con raffinato e leggiadro pizzo letterario una veste già di suo importante e preziosa.
Andando al sodo del problema, l'argomento dell'"appello dei 35" è senza dubbio meritevole di dibattito: ma purtroppo la circostanza a me risulta perfettamente in linea con tutto quanto sta succedendo nel nostro Paese.
La presa di distanza del documento settembrino da quel modo di concepire il rapporto tra architettura e città, tra didattica e ricerca, tra tradizione e innovazione, e che è stato proprio degli ultimi propagandistici anni in questa nostra Italia senza che nessuno di fatto abbia sollevato concrete obiezioni fino a quel momento (mentre si continuava liberamente a becchettare il mangime ancora residuo nelle aie milanesi così come in quelle siciliane) mi pare che assomigli molto a quel camaleontismo che sta caratterizzando questi utlimi mesi di "fuga dalla nave".
Tutto questo è piuttosto triste, ma spero vogliate riconoscere che fa parte del patrimonio genetico nazionale: è una sorta di istinto di sopravvivenza, utile per chi ce l'ha particolarmente sviluppato anche se non è certo improntato ai principi della correttezza e del rigore.
Con questo difetto, in ogni caso, non potremo assicurare un progresso diffuso e condiviso nè alla popolazione degli architetti nè a nessun altro italiano.
Giusta la critica di Ugo e tutte quelle che le si accomunano, ma una considerazione dura va fatta: ormai il timer è partito e i più pronti, i più furbi, i più adattabili, sono già partiti. Sicuramente sono quelli che torneranno ad avere ruoli primari nel teatrino nazionale.
Molti di quelli che oggi si dicono incavolati e scandalizzati dell'attuale cambiocasacchismo non hanno fatto molto prima e, se l'hanno fatto, lo hanno fatto troppo sommessamente. Alcuni di quelli che si scandalizzano per il comportamento degli altri lo fanno perchè non riescono o non sono riusciti ad avere (anche alle stesse condizioni) quanto altri hanno ottenuto (la fiaba della volpe e dell'uva di Esopo ...) Proprio a quelli che, autoincensati di un'aura di sacrale integrità, si crogiolano nel dispregio delle cose della vita di tutti i giorni (che è una vita di mediazionie di equilibri, non di posizioni assolute), vorrei dire che continuando così non si sposta niente.
Avremo sempre da un lato i più veloci e i più furbi che sperimenteranno e realizzeranno architettura e dall'altro quelli che diranno che, in fondo, non gliene importava nulla.


Tutti i commenti di Vito Corte

 

19 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 958 di Marco Caciagli del 22/09/2005


Ringrazio Ugo Rosa. Non c'è da aggiungere molto. Sono d'accordo!e mi riempie di soddisfazione che qualcuno lo dica. Ribadisco solo che a lui come a me e molti altri non cambia niente. E' tutto molto divertente....?! se penso poi a come me la passo...e al fatto che nonostante il lavoro in nero, i pochi soldi guadagnati male, tutto il giorno davanti al pc a disegnare per uno dei tanti mafiosi, riesco ad avere lo stesso (la sera a casa) la voglia di continuare a fare concorsi (pochi, quelli forse che non contano niente) e peggio ancora, a crederci! grazie.

Tutti i commenti di Marco Caciagli

 

19 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 954 di Giovanni Bartolozzi del 21/09/2005


Ringrazio Ugo Rosa per aver sollevato l'attenzione sull'appello pubblicato dal Corriere della Sera, e per averlo fatto con la sincerità di chi ha vissuto venticinque anni di professione.
Ringrazio anche Diego Caramma per l'interessante e condivisa nota scritta la scorsa settimana.
Credo che si sfiori il paradosso. Anche se il contenuto dell'appello non dovrebbe stupire, considerando che i firmatari sono i relatori (e gli organizzatori) dei convegni fiorentini sulla "Identità dell'architettura Italiana".

Tutti i commenti di Giovanni Bartolozzi

 

19 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 956 di Michele Simeone del 21/09/2005


Egregio signore,
un gran bel commento è uscito dal suo pensar.
A loro però il tempo passa nel corpo e non nel lor pensar.
Nell'età avanzata lo studiar e il dibatter con se stessi, dovrebbe esser la vita migliore e non dar retta alle chiacchere dei mortal.
Lor però hanno mortal cervelli.
Grazie

Tutti i commenti di Michele Simeone

 

[Torna su]
[Torna alla PrimaPagina]



<