Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Riflettere sui modelli

di Paolo G.L. Ferrara - 29/3/2006


Dieci anni di attività di uno studio di architettura sono tanti dappertutto. In Italia però significano molto di più perché la crescita di un architetto che desideri esprimere qualcosa d’importante attraverso lo studio e la ricerca è, il più delle volte, ostacolata dalla assoluta mancanza di appoggio istituzionale.
La mostra che Ian+ organizza per esporre i modelli dei progetti ideati dal 1997 al 2005 è importantissima per chi dell’architettura fa, in primo luogo, una questione di sacrificio personale, di scommessa su sé stessi, di esempio di volontà e passione. Queste mie brevi note non riguarderanno così il tema prettamente architettonico bensì l'aspetto più importante nel momento in cui si parla di giovani architetti di sostanza.
Sappiamo bene tutti quanti che ciò che più vincola i giovani architetti è la mancanza della certezza che la personale ricerca possa essere sviluppata in concerto con la gratificazione economica, alla quale spesso si arriva dopo decenni di lavoro.
I modelli che vedremo sono il palinsesto della fatica e della passione con cui Luca Galofaro, Carmelo Baglivo e Stefania Manna hanno portato avanti le idee in essi rappresentate. Chi li andrà a vedere, per rendere proficua la propria visita alla Fondazione Olivetti di Roma, dovrà certamente riflettere su cosa significhi fare ricerca in architettura (e non solo): esplicare la propria passione senza renderla succube dell’ambizione di “essere qualcuno” senza però avere nemmeno lontanamente le basi per esserlo…
Di Ian+ avevo scritto quattro anni fa nell’articolo “Stanno tornando le simpatiche canaglie?”, esprimendo, tra perplessità ed approvazione, la mia opinione sul loro lavoro.
Scettico come ero dell’invasione scriteriata dei nuovi architetti auto definitisi “digitali”, mi colpì positivamente l’affermazione di Luca Galofaro con cui metteva in evidenza che l’appellativo di “architetti digitali” non era assolutamente calzante in merito a quanto facevano. Mi chiariva definitivamente il sillogismo (che però, purtroppo, ancora oggi accompagna gli ignoranti) che usare il computer non significasse automaticamente essere “architetti digitali” ma che, dietro tale definizione vi è qualcosa di più importante del sapere usare tasti, mouse, programmi 3D, etc.: c’è il pensiero. Infatti, i modelli esposti da Ian+ non devono assolutamente intendersi quali oggetti riproducenti in scala minore un oggetto reale ma, piuttosto, sarebbe il caso di parlare di “modello” in termini filosofici e della moderna epistemologia, soprattutto in virtù di quanto Ian+ stessi dicono: “Il modello quindi, non è esclusivamente un metodo per rappresentare un edificio prima che venga realizzato, ma un anticipazione di una realtà in continua evoluzione e va utilizzato come vera e propria matrice creativa, spesso capace di riportare un’ idea in modo allegorico, con richiami astratti.”
Per quello che mi riguarda, quando ci andrò, non la considererò assolutamente una “mostra” bensì, come detto, un momento di riflessione sui diversi aspetti che devono essere rintracciati durante la visione di modelli di architettura intesi come sopra. La “realtà in continua evoluzione” di cui parlano Ian+ è infatti riferita al pensiero stesso dell’architettura di cui essi hanno deciso d’interessarsi e sul quale hanno investito sé stessi. I temi della ricerca sono fondamentali per potere discutere criticamente i concetti progettuali che gli architetti esprimono dal 1997 e, di certo, se ne parlerà nel dibattito che seguirà l’inaugurazione. Mi auguro che si parli anche della situazione in cui Ian+ ha dovuto e deve continuare a dibattersi: la mancanza di un concreto aiuto istituzionale alla passione per l’architettura, sottolineando che esso dovrebbe essere un dovere inalienabile di uno Stato che realmente possa definirsi “di diritto”.
A chi, come Ian+, lotta per la cultura architettonica, “per lo scatto dell’avventura, del rischio, della flagranza inventiva” (B.Zevi), lo Stato ha il dovere di garantire che i sacrifici personali siano investimento con il giusto ritorno, comprendendo che la buona architettura è un bene di tutti. Dello Stato.
Dunque, “riflettere” sui modelli. Anche quelli dello Stato


(Paolo G.L. Ferrara - 29/3/2006)

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