Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Il Libeskind di Antonello Marotta: architettura quale 'verità'.

di Paolo G.L. Ferrara - 23/7/2007


“Quando l’architettura neutralizza i problemi, quando si concentra sui numeri e sul buon gusto, cessa di trasmettere la verità”.
Questa frase di Daniel Libeskind -tratta da “Breaking Ground. Un' avventura tra architettura e vita”, ed. Sperling & Kupfer . 2004 –, e riportata da Antonello Marotta nel suo libro sullo stesso architetto (Daniel Libeskind, EdilStampa, Roma -2007) è assolutamente attinente al messaggio del libro stesso. Difatti, anche un libro, quando neutralizza i problemi e si concentra sui numeri e sul buon gusto, cessa di trasmettere la verità e diventa feticcio, esaltando non i contenuti ma l’apparenza propria dell’idolatria.
Per mio conto, del libro di Marotta -che "feticcio" non è- va colto il viaggio trasversale che l'autore compie nella storia dell’architettura degli ultimi cento anni, fatto sia tramite la costante collocazione storico-temporale di Libeskind che dai rimandi agli studi dei suoi maestri.
E’ questo un approccio fondamentale per sgomberare il campo da tutte le idiozie sugli architetti “star” che stanno oramai da tempo invadendo conferenze, dibattiti e riviste, per non parlare delle facoltà di architettura ove, soprattutto in ambito accademico classicista, le opere di architetti quali Eisenman, Gehry e, appunto, Libeskind, vengono additate quale esternazione di “moda”, auto celebrative.
Attenzione però, perché il viaggio trasversale nella storia che Marotta attua è esente da qualsivoglia citazionismo fine a sé stesso, andando viceversa a cogliere il senso della storia stessa, mettendo in evidenza quanto essa sia frutto di intrecci e processi non lineari. Processo, quest’ultimo, che può benissimo dirsi proprio della stessa architettura di Libeskind: storia e architettura quali momenti di costruzione di relazioni, al di là di qualsiasi intento ideologico.
Il viaggio trasversale nella storia è esplicato attraverso una serie ineccepibile di rimandi, come quando, ad esempio, Marotta ci parla dell’influenza di Hejduk sulla formazione di Libeskind. E’ qui che si trova il primo e fondamentale dei rimandi stessi, allorquando l’autore ci parla degli studi di Hejduk sul “...ripensamento sintattico del modernismo di Le Corbusier”, mettendo indirettamente in chiaro che la formazione di Libeskind non può che essere frutto di una seria consapevolezza della storia, tant’è che, sin da subito “...prende le distanze, ancora studente, dai dettami dell’architettura purista di Gropius e Mies van Der Rohe.”
Il percorso, proprio perché “non lineare”, è di impossibile codificazione per chi è invece abituato a relazionarsi con date temporali predefinite, quelle stesse che trasformano la storia in nozionismo. Marotta lo evidenzia nel passaggio inerente le opere dei collage di Libeskind, quelle in cui emerge “...la ricerca di un nuovo spazio di relazioni, liberato dai meccanismi positivisti delle categorie, delle norme date a priori, per ritrovare le regole soggiacenti, le relazioni nascoste”.
Nel libro c’è anche ciò che, parlando solitamente di un anticlassico, non ci si aspetterebbe di trovare, ovvero il riferimento a ciò che è considerato l’opposto del linguaggio di Libeskind: il Post Modern. O meglio, non ci si aspetterebbe di trovare in un libro feticcio, mentre qui esso è un altro momento fondamentale per comprendere il viaggio trasversale di Marotta nella storia. Ma che trasversalità sarebbe se non includesse tutti i momenti culturalmente fondanti la contemporaneità? Ed ecco allora che la spiegazione del concetto postmodernista è cruciale per introdurre i significati delle differenze in processi che, all’apparenza, potrebbero sembrare affini in quanto indagano entrambi la storia. Ma ciò che conta è il modus in cui lo si fa, e se i postmodernisti cercano di “...recuperare dal passato i segni della storia, attraverso un uso libero della citazione”, dando corpo alla visione di Jencks che si basa sull’ assunto “…che l’architettura è un fluire di significati ripresi, attraverso una motivazione storica, da precedenti testi”, Libeskind libera la storia dalla citazione e va al recupero di parti di essa che sono “…frasi di senso compiuto, che innescano azioni e nuove dinamiche”, atteggiamento che, secondo Marotta, “...introduce i primi processi di decostruzione”.
Ecco un altro punto su cui soffermarsi. Marotta usa infatti il termine “decostruzione” e non “decostruzionismo”, e ciò ha grande valenza se rileggiamo quanto, al proposito, ci dicono due filosofi che nella pratica della Decostruzione si riconoscevano appieno. Dice Barbara Johnson nel suo “In a world of difference” (John Hopkins University Press, 1987) : "Non appena ogni pensiero innovativo diventa un ismo diminuisce la sua specifica forza di rottura, la sua notorietà storica aumenta e i suoi discepoli tendono a divenire più semplicistici, più dogmatici e finalmente più conservatori, in quello stesso momento il suo potere diviene istituzionale piuttosto che analitico". E rincara la dose Jacques Derrida: "Decostruzionisti e “decostruzionismo” rappresentano uno sforzo di riappropriarsi , datare, normalizzare questa scrittura allo scopo di ricostruire una nuova teoria con il suo metodo e le sue regole, i suoi criteri di distinzione tra uso e menzione…".
Chiaro: sappiamo bene che la Decostruzione, al contrario di altri movimenti di pensiero, non può essere per sua stessa natura sistematizzata in qualsivoglia “tesi”, il che significa semplicemente che, non potendola esemplificare attraverso regole, non è riconducibile ad una metodologia.
Marotta lo dice anche attraverso le parole di Aldo Rossi, che invita Libeskind alla Biennale del 1985: "Per Daniel Libeskind, uno degli architetti più impegnati in questa mostra, l’architettura viene addirittura distrutta, scomposta, privata della sua immagine per poi essere ricomposta in queste macchine della memoria dov’è sepolta la città di Palmanova".
Dunque, Rossi e Libeskind, personaggi che secondo la “storiografia stilistica” sono semplicemente l’opposto l’uno dell’altro, dialogano su un testo quale quello di Palmanova, ovvero la città ideale per eccellenza. Ed è qui che, tra le righe, Marotta inizia a dirci che, come per tutte le opere che seguiranno, soprattutto quelle che vedranno esplicarsi nell’ architettura costruita, Libeskind si concentra sulla ricerca delle relazione “...tra il nuovo organismo e la preesistente struttura, per fare entrare in cortocircuito vitale i luoghi della storia, senza mediazioni”.
Il viaggio trasversale nella storia che Marotta compie sul “testo Libeskind” è d’impronta nettamente “decostruttiva”, poiché si spinge alla ricerca della comprensione di come si sia costruito il lavoro di pensiero dell’architetto polacco e per farlo, dicendola con Derrida, era necessario ri-costruire un certo insieme dopo averlo smontato.
Ad esempio, la descrizione delle architetture di Libeskind da parte di Marotta, è una “non descrizione”. Esse sono parte pregnante di tutto il pensiero che l’autore intende trasmetterci e lo sono per il loro essere “testi” rimontati in un insieme.
Al di là del pensiero che Marotta esprime in merito alle singole opere, il pregio maggiore del libro è quello di portarci a riflettere su quanto sia importante “capire la storia” e che, per farlo, la si deve leggere trasversalmente.
Personalmente, lo consiglierei a chi crede di essere “anticlassico” solo perché disegna linee storte o volumi scomposti e/o irregolari. Ma senza capirne assolutamente il significato. E non parlo certamente di “forme”!
Leggere il libro di Marotta potrebbe stimolare in questi scopiazzatori la voglia di capire un po’ di più il significato dei loro progetti. Certo, so che è sperare troppo, soprattutto se mettiamo in conto che anche costoro, quale primo passo, dovrebbero interrogarsi “…sul senso della storia e, in un percorso intrecciato, sui destini dell’uomo”.
I “destini dell’uomo”, dunque, quelli che per Libeskind sono l’elemento base che unisce l’architettura all’uomo stesso. Senza la consapevolezza di quanto sia importante tale legame, difficilmente qualsiasi architetto può creare opere d’arte, ovvero quelle in cui si respira e si sente addosso la tensione emotiva del progetto stesso. Non a caso Marotta ci parla di quella propria dell’Espressionismo, a cui Libeskind lavora con la certezza che essa vada al di là di qualsiasi collocazione temporale. Un “Espressionismo contemporaneo”, perché in Libeskind, dice Marotta, “la storia è sempre contemporanea, nessuna tentazione nostalgica, nessuna accettazione”.


(Paolo G.L. Ferrara - 23/7/2007)

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Commento 6117 di Renzo marrucci del 19/03/2008


Proprio ieri sera ho visto e sentito Davide Rampello in Tv elogiare il progetto di libeskind sul museo che sarà (disgraziatamente) realizzato a Milano City, speriamo che ci ripensi
no... Certo ho visto solo il plastico ma poi sono andato subito a cercare di capire qualche cosa di più...L'effetto è strabiliante, bisogna stropicciarsi gli occhi, tutti allibiti....Con il gaudio di qualche intellettuale innamorato...E a noi ci tocca subirlo! Sgarbi sorridente, ma in modo strano, lo annunciava come un progetto voluto dal Dr. Rampello che dicono
ma io non ci credo...molto portato dal Signor Sindi Letizia Moratti. Dal quadrato al cilindro... una metamorfosi assai faticosa dicono.... compiuta in due mesi....ma se erano tre cosa sarebbero usciti fuori? Tanti palloncini? Complimenti una bella gestazione progettuale che a Milano farà certamente impazzire qualcuno....sarà interessante vedere chi . Noi la coda tra le gambe ci tocca e ci rintocca. Comunque Milano City si candida al progettone
più provinciale e retrò di questo inzio di secolo... Ci consoleremo a pane prosciutto e vino.... e di quello bono! Tanti cari saluti anche se stanotte non ho dormito bene.

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Commento 5931 di renzo Marrucci del 19/01/2008


Io credo che "panter" si sia innervosito solo perchè dopo aver fatto lo sforzo di leggere l'articolo di Ferrara, e non averci capito molto, si è sferrato su qualche cosa che gli pareva un po sfumata, senza una chiara spiegazione , e tuttavia sbaglia perchè si esprime in modo anonimo e poi in forma sbrigativa tipica di un commento della domenica sera...come accade in queste telepatiche trasmisioncine sul calcio. La risposta troppo professorale del Ferrara non otterrà mai un'altra risposta dal "panterino" che in definitiva si esprime con falsa aggressività, anzi è una risposta tenera se vogliamo dircela sinceramente.
Ci sono troppi articoli che dicono poco o nulla, capita di scriverne...Quando poi gli articoli sono mossi da libri che attorcigliano le idee capita di rendere ancora più complicata la digestione. Si scrivono troppi libri inutili solo perchè fa comodo alla carriera e alla carriera di chi? Dove contano i libri oggi? Prendete un libero professionista che scrive libri per esempio....Ma anche articoli è evidente. Non si leggono ma si scrivono...Si scrivono ma non si leggono! Gli articoli qualcuno li legge, sono rimasti ancora quelli che li leggono...
mi raccomando signor Professor Ferrara li scriva più facili da capire e il Panterino
le sarà più grato. Mi permette per un solo momento di fare il professore? Mi parli del grattacielo che fa le linguacce e che presto le farà da quel di Milano....che cosa le pare? Libeskind, Libeskind, come ogni americano di oggi non capisce il senso del luogo e quindi che cosa volete che faccia? Wright era ed è un mostro sacro...ma perchè .siete tutti alla ricerca del nuovo nume tutelare e capitano invece star e ballerine? Mi stia bene

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Commento 5890 di panter del 06/01/2008


credo tu e marotta non capiate un cazzo di architettura: storia non lineare, gropius purista...? ma quali cazzate dite: Gropius e Mies provengono dall'espressionismo e in libeskind non c'è proprio alcun riferimento a Le Corbusier...o avete il prosciutto sugli occhi: (le corbusier si che era un purista!!!!!!!!!!!9 lo diceva lui!!!!!) sentite il mio consiglio: cambiate mestiere, ciao panter:

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6/1/2008 - Paolo GL Ferrara risponde a panter

credo tu e marotta non capiate un cazzo di architettura: storia non lineare, gropius purista...? ma quali cazzate dite: Gropius e Mies provengono dall'espressionismo e in libeskind non c'è proprio alcun riferimento a Le Corbusier...o avete il prosciutto sugli occhi: (le corbusier si che era un purista!!!!!!!!!!!9 lo diceva lui!!!!!) sentite il mio consiglio: cambiate mestiere, ciao panter:

Sono molte le cose di cui non capisco un cazzo. Avermene messa in evidenza un'altra è, da parte sua, opera meritoria. Grazie.
Una sola domanda: che intende per espressionismo? che intende per purismo? che intende per storia non lineare?
La invito a scrivere un dettagliato articolo che spieghi ai lettori il motivo per cui Marotta ed io dovremmo cambiare mestiere. Probabilmente, dall'alto della sua capacità critica, riuscirà a convincermi di doverlo fare...
Attendo impaziente e, per favore, con nome e cognome. O si vergogna anche di esporsi pubblicamente...?

 

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Commento 5470 di Silvio Carta del 24/07/2007


A questa galante e positiva recensione, che svolge un ruolo ben preciso, ossia quello di invogliare a leggere il succitato libro (per inciso, grazie a questo articolo, lo faro’), manca, a mio modesto avviso, un dettaglio sul modus operandi di Libeskind. Ora, non parendomi opportuno aggiungere nulla a quanto gia’scritto, vorrei solo sottolineare quanto la trama di buone intenzioni e positivita’ che troviamo nelle opere dell’architetto polacco-americano, sia enormemente lacerata, si dica pure, in maniera trasversale, da un triste e banale simbolismo naif. Il che non credo appaia nel libro, come non compare nella sua presentazione. Se prendiamo per buona l’affermazione che “Libeskind libera la storia dalla citazione e va al recupero di parti di essa che sono “…frasi di senso compiuto, che innescano azioni e nuove dinamiche” dovremmo tenere presente, sul medesimo piano, anche che lui, politica a parte, e’riscito a costruire cio’che ha potuto, grazie anche a infantili richiami simbolici posti a convincere la opinione pubblica piu’spiccia, quella che legge a zig-zag i titoli sui giornali mentre aspetta per pagare il capuccino e la pasta. E ci terrei a svolgere , non usando il simbolo come accezione della metafora junghiana sulla pregnanza, laddove quest’ultimo rimanderebbe a qualcosa, ma non nella modalita’con cui il significante rimanda al significato, bensì nella maniera in cui il significante avverte l’interprete della presenza di un significato nascosto (aliquid obscure aliquid in se ipsum abdit). Libeskind e’un Georges Braque che involve su Henri Rousseau. Non mi è chiaro come liberi la storia dalla citazione, progettando un WTC alto 1,776 piedi.

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