Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Là fuori. Architettura oltre il costruire

di Gian Paolo Manfredini - 25/9/2008


“ L’architettura [non] è melodia pietrificata ” al contrario di ciò che sosteneva PAUL VALERY
“ L’architettura è un fatto d’arte, un fenomeno che suscita emozione, … che commuove.” LE CORBUSIER
“ Non si può inventare una nuova architettura ogni lunedì mattina. “ MIES VAN DER ROHE
“ Non è perché le cose sono difficili che noi non osiamo, è perché non osiamo che sono difficili. “ SENECA
“ L’architettura muore se è soltanto virtuale “ GILLO DORFLES


Repetita iuvant. La sfida che viene posta oggi agli architetti dal mondo è diventata più che evidente per i commenti che abbiamo sentito da parte di pubblico, critici e architetti alle vernici sia ai Giardini che all’Arsenale : la nostra efficienza viene misurata sulla capacità di ridefinire oggi, nonostante gli errori e le incertezze, che cosa può regolare nel nostro tempo una professione millenaria, sul filo del fragile steccato che ne determina ancora la necessità di esistere o meno.
Probabilmente, con “architettura oltre il costruire” – a voler essere comprensivi - Betsky intenderebbe richiamare il succo della concettualizzazione dell’architettura, liberandoci, nel contempo, dalla tassonomia edilizia ordinaria. Ma per ora siamo lontani da una pratica critica che ci faccia riconoscere miti, equivoci e menzogne diffusi sull’architettura quali :
- l’immagine, facile e di brand (blob e pixel, piuttosto che più complesse valenze percettive);
- la funzione, acquisizione bauhausiana, passata in seconda linea rispetto ai rapporti spaziali;
- il dogma del fondamento socio-economico;
- la questione ecologica, delle energie rinnovabili ( e risparmiabili ) e del riciclaggio;
- i presupposti materici e tecnologici ( più o meno bio- ), di durata;
- la valutazione semantica o poetica;
- l’ impegno etico e professionale;

L’architettura incarna tutte queste cose insieme, o forse nessuna di esse. È solo creare confusione opporsi al “costruire” l’architettura. La quale non si fa per puro miracolo, né è una meta-narrazione per semplici pensatori. E anzi, pretendere che il futuro dell’architettura debba passare per idee, visioni, videoclip, colpi scenografici, massmediatici, sperimentazioni auto-pubblicitarie – talune di quelle esemplificate invero poco edificanti - è cosa piuttosto deludente per una Biennale di Venezia.
Si può parlare a proposito di questa Biennale di un Forum legittimo dell’architettura, dell’Arte dell’edificare, ricorrendo il V centenario della nascita del Palladio? risponde a qualche criterio disciplinare di appuntamento biennale di aggiornamento, confronto, orizzonti rinnovativi o alternativi? o è avvenuto, ad opera di una serie di quattro o cinque curatori non nostrani un qualche spostamento del concepire novità tecnologico-epistemiche di eventi architettonici, linguaggi e modelli di sperimentazioni, nel valutare su quali di essi riflettere ? o si è imboccato un “tunnel” diversivo costituito di allestimenti spettacolari, impregnati da logiche di marketing architettonico o urbano, di amnesie storico-critiche, di congegni di comunicazione omologati e non obiettivi ?
Visitando per ben cinque giorni tutta la Biennale ed aver incontrato tutta la preziosa, competente e internazionale ‘fauna’ di simili convention, si sono rese evidenti le intenzioni di Betsky, quale avrebbe dovuto essere il senso critico acquisibile e la credibilità del mondo effettivo dell’architettura, una volta ‘liberato’ dell’esclusiva considerazione del costruito.
Ad ingarbugliare le carte nell’adeguarsi all’aurorale intento aaroniano sono state proprio le archistar, individuate come Masters of the Experiment, a partire da Z. Hadid, a Gehry, a Herzog-de Meuron, Morphosis, Koolhaas, CoopHimmelb[l]au, … con le loro installazioni spesso eccessivamente reclamistiche delle loro operazioni. La prima in due occasioni: ora con i suoi usuali, frammentati, contorti arredi, ora con il “parametrismo” (!?), invenzione piuttosto oscura del socio Schumaker. Il secondo con un grande incastellatura lignea, work in progress, da rivestire di argilla o ceramica, in scala 1 : 25, di albergo per Mosca, e una serie di suoi disegni, plastici e film, con la sua incessante tendenza sperimentale; CoopHimmelblau, con i loro Brain City Lab. basati su concetti di Gerarchia ed Eterarchia, Inibizione, Schema, Scala e Tempo, Associatività, Approssimazione e Memoria; OMA, con il film Koolhaas Houselife, mirante a sviluppare modi diversi di guardare all’architettura partendo dalla vita quotidiana. E via disturbando.
Vi è poi tutta la schiera degli avveniristici “maestri”, della ricerche e delle sperimentazioni ultime (secondo A. B.): all’inizio delle Corderie un ambiente buio, Hall of Fragments, di Rockwell, Jones, Kroloff, tra due gigantesche quinte concave stellate ci restituiscono in decine di schermi affioranti dal pavimento sequenze di film famosi che hanno celebrato l’architettura, ovviamente a loro modo; Greg Lynn, con i giocattoli di plastica riciclati e premiati con un Leone; An Te Lin, con le nuvole di condizionatori d’aria appesi al soffitto; gli olandesi 2012, con la parete di frigoriferi-sorpresa, rottamati e trasformati in stravaganti giochi sonori, ottici e luminosi, secondo il principio del ready-made; i tableaux vivant di Rohm in “Corrente del Golfo digeribile”, intenderebbero disegnare con due corpi nudi uno spazio meteorologico di comfort termico; “Singletown” di Kesselkramer e Droog, una riflessione su nove case del futuro vissute da single (condizione già nel 2006 di 1/3 delle persone dei paesi sviluppati; T. Kuzenbaev con la “Yurta dei nomadi”, rappresenta una tenda kazaka come possibile punto di incontro tra culture differenti da cui può emergere una nuova cultura malgrado la globalizzazione imperante; “Equilibrio dinamico della città in divenire”, caricatura involontaria di poliuretano rivestito di poliestere delle trasformazioni urbanistiche del futuro della Città di Milano; Fantastic Norway, che con la loro roulotte rosso fuoco intenderebbero ricollocare l’arch. in un ruolo di soggetto attivo e costruttore delle società, piuttosto che di semplice progettista di oggetti; e via dicendo, con una sterminata esemplificazione di giardini, verdure e realtà virtuali prodotta dai 55 studi professionali convocati.
Restano comunque aperti i problemi di come limitare le enormi fluttuazioni delle percezioni e dell’opinione pubblica sugli architetti e di un generale smarrimento dello spirito critico degli stessi (considerato che specie per le nostre discipline esso è stato uno dei principali motori del loro sviluppo).
E per la città si riuscirà mai a capire dove puntare una minima bussola ? ripartire da Campanella , con la sua “Città del Sole”? o forse da Soleri, con la sua Arcosanti ?
Il padiglione Italiano alle Tese, con un titolo neorealistico “L’Italia cerca casa”, promosso dalla Parc del MiBAC, solleva opportunamente, in una certa contrapposizione, gli aspetti ‘politici’ del problema delle periferie, con 12 proposte di studi italiani a cura di F. Garofalo.
Ad esempio, “Abitare straniero” di M. Navarra, un sistema di abitare desunto da esplorazioni sulle pratiche delle comunità migranti tunisine a Mazara del Vallo; “Ecomostro addomesticato” dello st. Albori, che ipotizza il riutilizzo dello scheletro di stazione ferroviaria incompiuta a Milano-S. Cristoforo di Aldo Rossi; “Obus incertum” di B. Servino, rottamazione e riciclaggio di un caseggiato ponendolo su pilotis che lo sollevano dal suolo (cfr. Le Corbusier); non potevano mancare S. Boeri & C. con “Sostenibili Distopie – quando il sogno di un’armonia con la natura genera incubi”, ovvero differenza tra utopie e scenari degenerativi.
Riflettere sulle nuove prospettive del rapporto tra natura e città comporta in qualche modo di fare ordine nel mondo della sostenibilità.
Se ne è fatto carico Jeremy Rifkin, economista presidente della Foundation of Economics Trends, con la sua “arte per l’architettura del prossimo millennio”, presentata al Teatro Piccolo dell’Arsenale, che tutti abbiamo firmato.
Per certi versi simile all’appello del Nobel Muhammad Yunus, lanciato al Congresso mondiale di Torino del luglio scorso, è l’interfaccia ideale del Padiglione Italia e auspica edificazioni che non debbano soltanto consumare e raccogliere, ma soprattutto produrre energia sostenibile dal sole, dal vento, dai rifiuti, dal mare.
Una tale “parcellizzazione energetica” di nuovi edifici che non sprechino e, ancor meglio, di vecchi edifici riciclati, assicurerebbe secondo J. R. il futuro della nostra civiltà e rappresenterebbe la base di una ‘Terza Rivoluzione Industriale’.


(Gian Paolo Manfredini - 25/9/2008)

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