Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Berlusconi e il Piano Casa per chi ce l’ha già

di Teresa Cannarozzo - 22/3/2009


Il 7 marzo 2009 si apprende dai media che il Presidente del Consiglio sta ideando un nuovo Piano Casa che manda in soffitta le previsioni precedenti contenute nella finanziaria del suo governo (l. 133 del 6.08.2008, Art. 11 “Piano Casa”). Berlusconi comunica trionfalmente di avere messo in cantiere un decreto legge che sarà denominato “Misure urgenti per il rilancio dell’economia attraverso la ripresa delle attività imprenditoriali edili”, chiamato in maniera abbastanza impropria “Piano Casa”. Una proposta che tutta l’Europa vuole copiare.
Sono scaturite furiose polemiche ma anche preoccupanti consensi come quello di Nomisma, formulato con una visione economicistica, abbastanza deludente.
Si tratta di una iniziativa deflagrante che, se andrà in porto così come annunciato, seppellirà per sempre i principi e le regole dell’urbanistica che hanno sempre avuto il fine di mediare l’interesse privato e l’interesse pubblico e spegnerà definitivamente la speranza di riqualificare città e aree metropolitane, di salvaguardare il paesaggio, di recuperare i centri storici e le periferie pubbliche: di prevedere in sintesi lo sviluppo sostenibile e la modernizzazione del paese in armonia con l’identità storica e culturale della nazione. Perché in una fase storica in cui perfino gli Stati Uniti sono addivenuti ad aderire a principi di sostenibilità climatica, energetica e ambientale, le idee del Presidente del Consiglio sono ispirate alla deregulation più totale e minano alle fondamenta l’istituto della pianificazione urbanistica che è l’unico in grado di mettere a sistema l’uso delle risorse e le necessità degli insediamenti umani.
Dalla bozza del decreto fin qui pubblicizzata emerge una visione miope, arretrata, privatistica e anarcoide dell’attività edilizia, emerge una assoluta mancanza di considerazione del rapporto tra abitanti, attrezzature, servizi e sistemi insediativi. Infatti uno dei principi cardine della pianificazione urbanistica (Decreto Interministeriale 1444 del 1968) è la regola che ad ogni abitante insediato debba corrispondere uno standard di attrezzature pubbliche: scuole, verde parcheggi, attrezzature comuni. Così come se si impianta o si ingrandisce una attività produttiva (industria o centro commerciale) deve essere prevista una quantità adeguata di parcheggi. Emerge una candida ignoranza di queste regole elementari, che andrebbero applicate per gestire la complessità e l’equilibrio delle strutture territoriali e urbane, ritenute invece aree trasformabili a proprio piacimento.
Il provvedimento, finalizzato a rilanciare l’attività edilizia, propone infatti che, in deroga agli strumenti urbanistici, ognuno possa ampliare il volume della propria abitazione del 20%; nel caso di edifici non residenziali (fabbriche, capannoni industriali, centri commerciali) si prevede invece l’aumento del 20% della superficie. Nel caso di demolizione e ricostruzione gli aumenti di volumetria e di superficie possono arrivare al 35% “a condizione che siano utilizzate tecniche costruttive di bioedilizia o di fonti di energia rinnovabile o di risparmio delle risorse idriche e potabili". Nell’indecenza più totale una foglia di fico in direzione della sostenibilità.
Gli aumenti di volumetria sono stati finora consentiti negli strumenti urbanistici tradizionali, a certe condizioni, perfino in Sicilia. La novità rovinosa e inaccettabile è che tutto questo sia possibile in deroga ai piani regolatori comunali, sulla base di esigenze solo privatistiche, al di fuori da qualunque controllo pubblico.
Infatti la procedura proposta prevede che tali iniziative si attuino attraverso una semplice dichiarazione di inizio di attività inoltrata da un tecnico, senza prevedere, pare, sanzioni per dichiarazioni mendaci.
Lo scenario prevedibile è quello di una crescita di bubboni ed escrescenze verticali e orizzontali, in tutto l’edificato, costituito prevalentemente dagli agglomerati di case unifamiliari (lottizzazioni di ville e villette), spesso costruite a ridosso le une dalle altre, intervallate da spazi liberi di dimensioni minime. L’ingrandimento della abitazione o della fabbrichetta o del centro commerciale potrà piacere ai molti che potranno sostenere i relativi costi, ma potrebbe dispiacere ai vicini e ai confinanti. Per non dire del conseguente sottodimensionamento delle attrezzature di pertinenza, come il verde e i parcheggi.
Per quanto riguarda i condomini, lo scenario è invece quello della chiusura indiscriminata di terrazze e balconi, con i materiali più diversi (tra cui primeggerà l’alluminio anodizzato a basso costo) secondo il modello delle metropoli del terzo mondo. Ma con un po’ di fantasia, che non manca ad alcuni architetti, si potrebbero incastrare anche nei piani alti (come si faceva prima per realizzare servizi igienici e cucine nelle case medioevali) volumi a sbalzo, aggiungere ramificazioni coralline, innalzare selve di torrini. Naturalmente, nel rispetto, autocertificato della stabilità degli edifici.
Per quanto riguarda la demolizione e la ricostruzione con ampliamento, nel caso degli edifici condominiali, l’ipotesi sembra poco praticabile, sia per i costi, sia per la presenza di abitanti che non saprebbero dove andare. Certo, nel caso di edifici residenziali abitati in affitto, la proprietà potrebbe decidere di mandare via gli inquilini e avere mani libere per demolire e ingrandire. La cacciata degli inquilini che già è avvenuta con la vendita del patrimonio residenziale pubblico di proprietà degli enti e che avviene in alcuni centri storici, che presentano processi di valorizzazione immobiliare, aggraverebbe il disagio abitativo delle fasce sociali più deboli.
La bozza del decreto prevede anche la liberalizzazione della modifica della destinazione d’uso degli edifici “nel rispetto della normativa relativa alla stabilità degli edifici e di ogni altra normativa tecnica, nonché delle distanze e delle disposizioni del codice civile e delle leggi speciali a tutela dei diritti dei terzi”. Il mutamento, “in tutto o in parte”, della destinazione d’uso e possibile anche “senza opere edilizie”.
Non è chiaro finora se ci saranno ambiti urbani e territoriali esclusi da questa frenetica attività di intasamento edilizio, come per es. i centri storici o gli edifici vincolati come beni monumentali.
In ultimo, rimane il problema delle cornici legislative appropriate. Il Presidente del Consiglio ha confermato il proposito di procedere con decreto-legge, benché sia ben consapevole che il provvedimento attiene ad una materia, il governo del territorio, indicata dalla riforma del titolo V della Costituzione (2001) come legislazione concorrente tra Stato e Regioni.
Ciò significa che la potestà legislativa dello Stato nella materia del governo del territorio è limitata alla determinazione dei principi fondamentali; principi che avrebbero dovuto essere enunciati in una legge nazionale di riforma organica che si aspetta dal 1942. E francamente non sembra che i contenuti della bozza del decreto legge siano spacciabili per principi fondamentali di interesse nazionale; né sembra appropriata la decretazione di necessità e urgenza. Ma il Presidente del Consiglio troverà sicuramente il modo di superare tutto quello che ostacola i suoi obiettivi. Anche per non deludere l’Europa.
Naturalmente queste proposte dissennate vellicano gli egoismi e gli individualismi largamente diffusi nella nazione, annichiliscono l’interesse pubblico e non danno nessuna risposta al problema sociale del fabbisogno abitativo, che si materializza nei disagi di migliaia di famiglie che non riescono a trovare una casa in affitto a prezzi sostenibili, nelle difficoltà delle giovani coppie in regime di lavoro precario ad accendere un mutuo per l’acquisto della prima casa, etc….
Si tratta insomma di misure a favore di un segmento sociale, economicamente dotato, in grado di migliorare (si fa per dire) la propria condizione abitativa, la propria attività produttiva. Ma certo non si tratta di dare la casa a chi non ce l’ha.
L’Italia avrebbe bisogno di ben altro: innovazione e infrastrutturazione delle città e delle aree metropolitane, reti efficienti di trasporto pubblico su ferro, recupero e riqualificazione dei centri storici e delle periferie pubbliche, tutela attiva del paesaggio e del territorio storico, coesione e integrazione sociale attraverso serie politiche di social housing. Prima di sprofondare nel terzo mondo.


(Teresa Cannarozzo - 22/3/2009)

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Commento 7132 di giannino cusano del 21/04/2009


X Zappalà

Non si capisce perché e con chi tu ce l'abbia, ma non mi pare ci sia alcun obolo da pagare.
Chi crede, racconta o ha raccontato la propria esperienza. Io ho osservato per lo più due tipi prevalenti di reazione: 1. negazione dell'accaduto continuando imperterriti a fare ciò che si stava facendo un attimo prima del sisma, come se nulla fosse accaduto; 2. senso di terremoto e sgretolamento interiore, di fallimento totale della propria esistenza.

Quanto ai dati sul sisma di Santa Lucia, o di Carlentini, del 13 Dicembre '90, per averli basta andare sul sito di un qualsiasi osservatorio sismologico straniero, se non ci si fida di quelli italiani. Dubito, però, seriamente che tutti gli osservatori del mondo si mettano d'accordo all'istante per alterare i dati e minimizzare i danni.

Fisheries & Oceanis Canada riporta questi dati (rilevati dall'USGS -U.S. Geological Survey) relativi ala stima degli "Tsunami Hazards" (http://www.pac.dfo-mpo.gc.ca/sci/osap/projects/tsunami/js/decades.pdf):

«1990, December 13. A 5.3 Ms (5.5 Mb) (USGS) earthquake at 00:24 UT near Sicily, Italy, caused at least 18 fatalities and 300 injuries. The most damaged cities were Augusta, Carlentini, Lentini, Melilli, Militello, and Priolo Gargallo. At Augusta, sailors observed an anomalous wave offshore. In the Augusta district called Contrada Granatello the road along the coast was flooded by a wave. At Catania small submarine landslides were reported, and, at Agnone Bagni, close to Augusta, bathymetric changes as large as 50 meters were reported. Lo Guidice and Rasa, 1990; De Rubeis et al. 1991; PDE.
Validity 4. »

dove Ms=Magnitudo di superficie, Mb= Magnitudo di volume.

So benissimo che il sisma fu minimizzato, dimenticato e sostanzialmente i danni non furono mai finanziati. Qui serve, credo, una precisazione: la scala MCS (Mercalli) è fenomenica: misura gli effetti di un sisma (=intensità), non la sua energia effettiva (Magnitudo), per cui la stessa Ml (Magnitudo Richter) può produrre effetti molto diversi da zona a zona, in funzione della natura e dello stato dei manufatti e della natura del sottosuolo.
Mi risulta pure che Augusta è sede di insediamenti petroliferi sui quali occorrerebbe riflettere seriamente (insisto: in un quadro di seria pianificazione territoriale, una buona volta in Italia!). Pochi anni fa feci il giro dell'isola partendo da Palermo e passando per Trapani, tappa alle Egadi, poi di nuovo Trapani-Sciacca, sosta di 10 giorni a Noto, poi -grosso modo- Caltagirone-Siracusa-Catania-Palermo. Di Sciacca, per inciso, sulla splendida spiaggia ricordo un ristorante sul mare dove, dopo un lungo bagno in mare, ho mangiato delle sarde a beccafico davvero indimenticabili. E' di un bergamasco, mi pare, con moglie del posto, ma non ricordo il nome del ristorante. E' abbastanza famoso, cmq.

Come sia, venendo al discorso "architettura": sono dell'avviso che SOLO CREANDO IL NUOVO SI PUO' TUTELARE L'ANTICO. Spero, con l'aiuto delle maiuscole, di aver chiarito una volta per tutte il mio pensiero. Ma questo per me non vuol dire buttar via i "presepi" e restare sordi alla loro lezione storica. Se il nuovo è irrinunciabile, dal mio punto di vista il "nuovismo" è sempre un grosso rischio.

A presto,
G.C.

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Commento 7129 di maurizio zappalà del 20/04/2009


Sono, un "terremotato", tra gli altri! E, sì, anche a me è capitato! Uno scampato, ai "calcinacci" della notte del '90, per grazia ricevuta da "S. Lucia" (secondo i cristiani!), il 13 dicembre in "Val di Noto"! Terremoto, definito dai "cronisti" e dai grandi "sismologi" Italiani, di serie "b", magnitudo 5,1 della scala Richter, con una durata di circa 45 secondi e soltanto (sic!) 17 morti! E con una paura di serie "a", dato che, per quanto mi riguarda, dopo una "cagnara" di animali, un silenzio/assordante, un boato/sordo, una parete polverizzata ai piedi del mio letto, un’interminabile “manciata di secondi” con "urli" incontrollabili di mia moglie, mi venne un attacco di "colite", fulminante! Certo, mobili e suppellettili erano stati sconvolti da forze di sovrumana potenza che neanche un maestro di "arti marziali" avrebbe potuto sprigionare! Ma la mia solida "disciplina" mi sostenne a dare, quasi quasi, più aiuto agli altri che ai miei familiari (che si aiutavano già tra di loro). Ognuno ha la sua "storia" e mi sembra banalmente infantile guardare chi se la vanta, chi misura la lunghezza della dignità di fronte al "dolore"! E se questo tipo di credenziali pare debbano essere l’obolo da pagare per essere ammessi a discutere di "architettura", pazienza -mi verrebbe da dire: anch'io, l'ho scontato e, quindi, mi assicuro della concessione dell’autorizzazione a discutere! Certo, sui dati di quel terremoto, però, non sono pochi ad avere forti dubbi o perplessità. Il territorio dell’asse Catania-Siracusa, attualmente risulta classificato «S-9» vale a dire "zona sismica di secondo grado" mentre secondo la carta sismica nazionale risulta classificato «S-11» cioè "zona sismica di primo grado". In base a tale classificazione non sarebbe stato possibile costruire “insediamenti chimici e petrolchimici” in una zona a così alto rischio, ma poiché proprio sul territorio di (Catania/Siracusa) e delle vicine Priolo e Melilli sorge uno dei più grandi poli petrolchimici d'Europa, per il quale gli esperti in seguito al terremoto del “13 dicembre” hanno temuto il peggio ed a causa di questo timore sin dal primo momento è stato imposto il blak-out sull'informazione, può serenamente farsi strada l'idea che, per ragion di Stato, (così come per l'epicentro) non sia stata detta la verità neanche per l' intensità! Inoltre, qualcuno, si aspetterebbe che dopo un’esperienza così traumatica (quella della parete polverizzata che non auguro di provare a nessuno, neanche agli archi-antropologi) la mia visione dell’architettura contemporanea sia cambiata di una virgola! Vi assicuro che … neanche all’indomani del “mio” terremoto avevo dubbi sulla mia identità/non identità e formazione culturale! Insomma, sul mio sentirmi più “uomo/uccello” che “uomo/albero” (il riferimento va a Baudelaire, che non piace agli architetti!) ero e sono, ancora, più pronto a progettare edifici “terremotabili”! E ritornando sull’architettura, di cui “nessuno” vuol parlare, io, per intenderci, mi riconosco sempre più nel pensiero e nelle opere di Eisenman che nel Palladio. Per cui tutte le “oscenità” narrate di ricostruzione (dove?!) in situ o di “deportazione” fuori le “mura”, mi lasciano basito! Cioè, se una ricostruzione passa (passava!) per le “mani” di Portoghesi, di Gregotti, di Purini è ovvio che bisogna immediatamente chiamare gli infermieri, perché sappiamo e conosciamo bene le loro “mani” (da legare). Insomma, l’architettura è fatta dagli architetti e se questi sono “scarsi” o altro, viene fuori una città “scarsa” o altra! Esisterà la città, il presepino con “il bue e l’asinello”, l’identità intranseunte ma senza architettura o con l’architettura dei nanetti! E mi pare che stiamo andando per l’ennesima volta in questa direzione! Va bene, continuate con la retorica dell’architettura della “partecipazione”, delle cooperative miste (abitanti e professionisti) e con “l’intellettuale organico” e vedrete che ci porterete a nulla o a qualcosa che somiglia sempre ed esclusivamente all’aborto che riusciamo a fare dopo queste tragedie! Il modello cui guardare sono nelle costruzioni di Dubai, di Osaka, di Shangai, di Berlino, eccetera, nel futuro della storia e non nel ricovero dei vecchi paradigmi architettonici ed urbanistici della storia dei morti, di quei morti che sono stati i viventi del passato. Volete capire che non saremo "liberi" fino a quando non ripuliremo il nosto presente dal "paludoso" passato. Quel passato- storico che vi conforta e che vi fa scegliere il cabotaggio (il "mareggiare a vista") piuttosto che avventurarsi per oceani! E che non vuol dire banalmente non avere memoria ma utlizzarla secodo appercezioni contemporanee!

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Commento 7128 di pietro pagliardini del 20/04/2009


Giannino Cusano, non sarà stato breve ma è stato sicuramente efficace.
Pensare che lei non ha fatto che dire semplici, elementari dati di verità e trarne logiche deduzioni ma, di fronte al reality -terremoto messo in scena da TV e giornali le sue parole appaiono come una verità rivelata.
E' sempre più difficile per tutti riuscire a filtrare le notizie per coglierne elementi di verità in mezzo alla massa strabordante di informazioni.
Sono molto più scettico sulla sua convinzione che in questo paese possa funzionare una pianificazione e una programmazione come lei la immagina e come sarebbe teoricamente auspicabile.
Ma questa differenza, culturale ed istintiva, è del tutto irrilevante rispetto all'importanza delle cose da lei scritte.
Pietro Pagliardini

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Commento 7125 di Renzo marrucci del 19/04/2009


Teresa Cannarozzo comincia diventarmi simpatica... ci va giù duro con il piano casa. Lei cosa farebbe? Il piano casa per chi non ce l'ha? Lo dica chiaro e semmai ci dica anche come lo farà o lo vorrebbe fare...visto che và giù di penna che è proprio un piacere... Il mestiere dell'urbanista ripiglia quota rispolverando vecchi concetti nonostante gli scempi perpetrati nelle città italiane ed il fallimento dell'urbanistica italiana... tutto sommato, è meglio far finta di nulla... Questo è il tempo giusto.
Berlusconi vuol fare l'Aquila 1 e poi l'Aquila 2 e via di seguito con 3 e 4... e va a portare la lieta novella nelle tendopoli come fosse il Messia che viene dopo il recente terremoto in terra d'Abruzzo. Come se poi gli esempi berlusconiani di edificazioni immobiliari a Milano abbiano portato qualità urbana... Solo alcune qualità private... Nessuno entra dentro al problema per cautela oppure per timore reverenziale? Ci sorprende è vero ma bisogna ammettere che ha portar speranza si è sempre a tempo... ma sarebbe bene andarci piano con tutti gli interessi che una realtà come la ricostruzione della città dell'Aquila smuove e sveglia tra centro storico e il resto della città...e non si sa dove e come finirà. Cautela e serietà sarebbe opportuno e rimandare gli spot alla fase dei fatti e non delle parole... ma non per far i saggi o altro... solo perchè in Italia quando si è voluto fare presto non è stato peggio o mi sbaglio?
L'Aquila deve essere ricostruita come era prima del terremoto, ne più ne meno applicando la sicurezza che deve essere applicata in quei territori a rischio sismico...è molto chiaro e semplice... senza andar a sollevare
gli aspetti pubblicitari di una ricostruzione secondo principi da mercato immobiliare, che non sono propriamente opportuni nel caso della città abruzzese piena di storia e senza grandi aspettative di incremento abitativo.
Tutto ciò per non rischiare di farci rimanere male chi ha già sofferto e infliggere anche l'umiliazione di una campagna pubblicitaria del tutto inutile.
Questo si dice perchè i meccanismi della macchina statale o regionale non sono certo nelle condizioni di dare la massima garanzia possibile viste le esperienze pregresse e quelle ancora in atto. Per cui la misura è cautela serietà e coerenza... almeno dove è possibile... e aver memoria... attitudine poco italiana mi dicono...

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Commento 7123 di giannino cusano del 19/04/2009


Non sarò breve.

Gli argomenti, giustamente, s'incrociano. Non conosco Gibellina, conosco un po' l'Aquila e il suo territorio. So che è una città di fondazione della metà del XIII sec. nata come conurbazione di oltre 80 borghi o Castelli per ferma volontà della popolazione, stanca delle angherie di feudatari di pochi scrupoli morali e ratificata abbastanza presto dalla monarchia sveva. Per inciso, la fine del regno normanno-svevo ha coinciso, per me, con l'inizio della fine del mezzogiorno d'Italia, da quel momento monco della Sicilia, data per ragioni strategiche agli Aragona, mentre per le stesse ragioni la parte peninsulare andava agli Angiò. Questo nuovo doppio regno, nato monco e smembrato, resterà per secoli sospeso tra Mediterraneo ed Europa senza poter compiere vere scelte strategiche efficaci e di lungo respiro. Ma chiudo la parentesi: porterebbe troppo lontano.
Le vicende de L'Aquila sono state tutt'altro che pacifiche, nel corso dei secoli. Lotte esterne ed intestine, aggressioni militari ora dei Durazzo ora del papato ne scandiscono frequenti momenti tragici. Il senso di identità di questi borghi, passati nel tempo a 99, è rimasto molto forte fino a tempi recenti, ma ignoro se lo sia tuttora.
Ha ragione Lazier, a mio parere, quando afferma che il futuro è quello che conta di più. Sono un terremotato del 23 Novemvre 1980: so bene cosa vuol dire trovarsi in una manciata di secondi improvvisamente privi di qualsiasi prospettiva di vita. Come terremotato, sono un fortunato. Non solo perché nato in una famiglia benestante, ma perché la mia vita si era ormai trapiantata da Potenza a Roma. Come sia, la notte tra il 24 e il 25 viaggiavo con una enorme Peugeot presa in prestito in cambio della mia minuscola A112 per portare giù un carico di plaid e pane fresco raccolto in gran fretta con l'aiuto di amici pittori e scultori con i quali avevo improvvisato un centro di raccolta nella piccola galleria d'arte di fronte a casa mia.Era il loro ritrovo abituale e lo frequentavo spesso e volentieri. L'auto era zeppa e continuava ad arrivare roba che non sapevo più dove mettere. Viaggiai di notte ma la speranza di trovare poco traffico fu sconfessata già sulla A1 da interminabili colonne di mezzi militari e civili. Questi ultimi con le targhe più disparate: Bologna, Firenze, Milano, Torino, Trento. E dimentico tantissime sigle non meno presenti.
Pensavo, guidando, a quanto è strana l'Italia: anarcoide e individualista fino al menefreghismo più esasperante, all'imprevidenza più incosciente e allo scarso senso delle conseguenze organiche delle proprie individualistiche spavalderie, ma generosa nelle tragedie e grande nei funerali, specie collettivi. Quasi solo in quelli, per la verità. Pensai che tra le due cose ci fosse un nesso diretto e inscindibile di causa ed effetto. Non sono riuscito a cambiare idea. Anzi: me ne convinco ogni giorno di più. Come sia, non immaginavo che quel viaggio si sarebbe tradotto in 18 anni di esperienza lavorativa maturata in zona sismica di prima categoria.
Dai sopralluoghi ingrati e frettolosi nelle case del centro storico a quelle nuove in cls. armato, a caccia di lesioni sospette, che dovevano concludersi in un "SI" o un "NO" ("agibile" o "bìnon agibile") pitturato sul portone d'ingresso con vernici per strisce stradali messe a disposizione dall'ANAS, ingrate perché molti supplicavano, alcuni piangendo :-Scriva agibile. per carità di Dio, altrimenti dove andiamo a dormire stanotte?" fino ai pochi lavori svolti di ristrutturazione e adeguamento sismico. Passando per i 2 Convegni "Dal design all'habitat" organizzati nell'81 e nell'82 dall'In/Arch a Bari, nell'area della Fiera del Levante, regista l'instancabile Bruno Zevi, per focalizzare nuove idee per il rilancio del Mezzogiorno attraverso la ricostruzione. C'erano nomi come Luigi Pellegrin e Leonardo Ricci, per citarne solo due. Ma i politici erano, al solito, alquanto distratti. Mi feci un'idea che, anch'essa, doveva rimanere nella mia testa, per quanto in ogni occasione rivendicata con forza. E già i sindaci degli oltre 280 comuni coinvolti precisavano a gran voce di volere la ricostruzione "com'era e dov'era".
Ecco: "adeguamento". Perché la L.219/81, poi Testo Unico del '90, imponeva l'adeguamento sismico e funzionale degli edifici, non solo la riparazione o ricostruzione di quelli danneggiati o crollati. E questo è un primo punto da fissare bene in mente. Non significa nulla, infatti, dire che le case danneggiate sono il 30 o il 50 %. Bisogna anche prevenire, una buona volta, in una zona come quella aquilana ancora catalogata come sismica di seconda categoria quando, con ogni probabilità, è più realistico che passi alla prima.

Il florilegio immondo della stampa e dell'informazione nostrana ha, in questi giorni, raggiunto livelli sciacalleschi mai visti. Noi abbiamo un giornalismo che nel suo complesso è, tecnicamente, fascista nell'anima: e sia detto senz

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Commento 7118 di pietro pagliardini del 18/04/2009


Mi sembra che Leandro Janni abbia confuso il "principio di realtà", con la realtà, e il Piano Casa con la ricostruzione dell'Abruzzo.
Il primo è un errore di concetto, il secondo è un errore di metodo e di obbiettivi.
Il principio di realtà è quel principio che consente alle mente di aderire alla realtà delle cose e di non scambiare i propri desideri con quello che realmente avviene o potrebbe avvenire, di non scambiare cioè i propri sogni, le proprie aspettative con la realtà degli accadimenti.
Il terremoto è una tragica realtà ma, rispetto al Piano Casa almeno, non richiede affatto un ritorno al "principio di realtà" da parte del governo, e questo per il motivo che il suddetto Piano è nato sì per "rianimare l'attività edilizia", come dice giustamente Janni, ma con la piccola differenza che è un'operazione a costo zero per lo stato, dato che mette in gioco solo una quantità consistente di piccoli capitali privati attualmente giacenti "sotto il mattone".
La ricostruzione è un'opera colossale il cui attore principale non potrà che essere, invece, lo stato, prima di tutto mettendo a disposizione ingenti capitali, non so come reperibili.
Direi che il principio di realtà c'entra ma solo nel senso che Janni non lo applica affatto alle diverse situazioni che mette a confronto nel suo commento, applicando cioè i suoi desideri, cioè il non fare il Piano Casa, alla realtà sbagliata, cioè le scelte da fare per la ricostruzione in Abruzzo.
Pietro Pagliardini

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Commento 7117 di Leandro Janni del 18/04/2009


Nelle nostre vite confuse, disperse e troppo spesso ormai virtuali, “il principio di realtà” irrompe, a volte, con dolorosa e imprevedibile forza. E’ il caso del terremoto manifestatosi nel cuore dell’Abruzzo, proprio durante il controverso dibattito, nazionale e regionale, sul cosiddetto “Piano casa”.
Ad ogni modo, se il dichiarato fine del piano (casa) voluto dal premier Berlusconi è quello di rianimare l’attività edilizia (che si dice mortificata dalla generale crisi), non v’è dubbio che la ricostruzione di L’Aquila e dei minori insediamenti della sua corona offra una occasione, e insieme una responsabilità, di dimensioni straordinarie. Il restauro dei monumenti e il sistematico recupero degli insediamenti storici, messi in doverosa sicurezza sismica, dovranno attivare, e certamente per tempi non brevi, una vasta imprenditorialità di elevata qualità e ad alto tasso di occupazione.
Se si considera, poi, la imponente entità dei danni al patrimonio edilizio, anche pubblico, dell’Abruzzo, si deve constatare che neppure i fabbricati più recenti (che avrebbero dovuto adeguarsi alle normative antisismiche), come scuole e ospedali, hanno saputo opporre resistenza al sisma. E allora non è certo arbitrario risalire a una allarmante condizione generale e alla dimensione nazionale di una responsabilità e di un compito che non possono essere elusi. Sicché si impone una strategia fondata su un ordine di incontestabile priorità, in un Paese interamente esposto, pur se in misura differenziata, alla vulnerabilità sismica. Converrà dunque orientare la “ripresa delle attività imprenditoriali edili”, non già alla espansione-sopraelevazione della casa di chi già ne dispone, ma alla priorità assoluta della messa in sicurezza dei luoghi nei quali Stato, Regioni, Province, Comuni adempiono ai servizi essenziali alla vita comunitaria, come innanzitutto scuole e ospedali. Un programma nazionale di dimensioni colossali, immediatamente attivabile, cui debbono essere destinate le necessarie risorse (anche distolte da meno urgenti impieghi) e che impegnerà per ben oltre un decennio la qualificata imprenditorialità dell’edilizia.
Tutto questo, ovviamente, è valido, è proponibile anche e soprattutto in una regione come la Sicilia. Ma, ci chiediamo: sapranno i nostri politici e amministratori regionali, anche alla luce delle recenti tragiche esperienze, contenere, limitare la costante, inesorabile, devastante cementificazione dell’Isola e invece promuovere, attivare il risanamento, il rinnovamento qualitativo del patrimonio edilizio esistente? Sapranno, i nostri politici e amministratori, attivare una programmazione-pianificazione e una progettualità capaci di governare la complessità e valorizzare la bellezza? Sapranno, i nostri politici e amministratori, opporsi alla mistificante, fuorviante prassi delle “opere faraoniche” (su tutte il Ponte sullo Stretto) e condurre la Sicilia verso i territori moderni, auspicabili dello sviluppo sostenibile?




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Commento 7031 di Francesca Mosca del 05/04/2009


Condivido in toto le considerazioni della Cannarozzo,
e mi sale una rabbia mostruosa quando vedo alla tv i soliti politici nei soliti salotti che cercano di convincere gli "italiani"sulla bontà e sull'urgenza improcastinabile di tale Piano Casa.Ma la cosa che più mi addolora è che il 44%degli italiani ci crede.Forse che gli asini volano?Sembrerebbe di sì.

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Commento 7000 di Renzo marrucci del 30/03/2009


Inarch ecumenico... sembra una cattedrale... dice e non dice? Oppure dice? Sembra che dica? Exarch? Bisognerebbe fondare exarch...
Un caro saluto

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Commento 6995 di Massimo Pica Ciamarra del 29/03/2009


Caro Pagliardini,
non mi sembra che INARCH si sia dichiarato favorevole al Piano Casa. Né che io personalmente abbia assunto una posizione schematicamente contraria così come appare dal commento 6909. Questa volta non abbiamo ritenuto doverci apoditticamente schierare (nell’ottobre 2003, sul “condono” lo feci a nome INARCH – cfr.Antithesi). Oggi viene definito “Piano Casa” qualcosa che sembra non esserlo: è un provvedimento di cui si parla, di cui si legge, che viene smentito. E’ un provvedimento misterioso che a volte sembra promettere anche cose infami. A volte invece sembra aprire opportunità, sembra rendere possibili iniezioni di qualità in alcuni nostri disastrati contesti.
Il recente documento INARCH ha nel titolo un punto interrogativo: fornisce suggerimenti, auspica un provvedimento che possa produrre effetti positivi. Annuncia confronti aperti per tentare di sciogliere nodi irrisolti.

Un saluto cordiale


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Commento 6994 di pietro pagliardini del 29/03/2009


Mi riferisco al commento di Leandro Janni.
Questa sua frase: "E allora gli obiettivi debbono essere indicati in progetti di Regioni ed Enti locali, impegnati nel compito di responsabile pianificazione" sotto l'apparente buon senso e condivisione del progetto nasconde in realtà l'affossamento di ogni slancio che, guarda caso e contrariamente a quanto logica vorrebbe, viene dal centro e non dalla periferia.
E' una semplice questione di linguaggio, intendiamoci, e può darsi che mi sbagli, ma quando ci sono frasi così sento odore di funzionari regionali, sommi esperti nell'esercizio del niente apparente, in realtà espertissimi nel "governare" il territorio mediante leggi e norme di cui si apprezzano le conseguenze nel Bel Paese.
E' quella "pianificazione responsabile" che frega tutto il discorso: pianificazione è un pessimo e screditato termine;
responsabile, nel suo essere palesemente ovvio, è un omaggio rituale al politicamente corretto, l'esatto contrario cioè di quanto vuole essere il Piano Casa; è esattamente il linguaggio delle leggi urbanistiche regionali, zeppe di aggettivi che mascherano il vuoto. Gli obbiettivi sono già nel piano casa e senza tanti aggettivi; regioni e comuni dovrebbero orientarli in senso virtuoso, ciò di cui dubito fortemente sulla base dei risultati ad oggi.
Ciò che disarma è constatare l'incapacità di vedere la realtà se non attraverso la lente delle leggi delle quali i cittadini sono considerati sudditi privi di ogni capacità di azione autonoma. Vorrei solo segnalare che sono i cittadini a dare corpo e sostanza alla legge e non viceversa e, non a caso, l'Art. 1 della Costituzione recita:
"La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione". Diciamo che di questo articolo in campo urbanistico si considera solo la seconda parte e mai la prima. Fortuna che la legge del '42 prevede almeno le osservazioni ai piani, unico strumento legale di difesa, di proposta e di protesta.
Per ampliare del 20% la propria casa unifamiliare, non occorre una mobilitazione nazionale di architetti e funzionari regionali, basta individuare i luoghi intoccabili e poco più, pena lo scadere nel ridicolo.
Vale sempre e sempre di più, purtroppo, il motto summum ius summa iniuria e, per restare nelle frasi celebri, aggiungerei la più profonda e calzante, quanto la più disattesa: "il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato".
Pietro Pagliardini


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Commento 6993 di Leandro Janni del 29/03/2009


Scontato dunque che il “piano casa” (in materia di legislazione concorrente tra Stato e Regioni) non può essere varato per decretazione d’urgenza, la Conferenza Unificata Stato – Regioni ha ieri avviato un confronto per una diversa soluzione, non solo costituzionalmente corretta. Se la ripresa dell’attività edilizia offre un contributo rilevante al “rilancio dell’economia”, in questa sola funzione non può certo giustificarsi e non può non essere guidata verso obiettivi di utilità sociale, per corrispondere ad un effettivo bisogno delle nostre città. E allora gli obiettivi debbono essere indicati in progetti di Regioni ed Enti locali, impegnati nel compito di responsabile pianificazione. Il bisogno primario della casa ben può essere dunque soddisfatto attraverso adeguati piani di recupero e riqualificazione del più degradato patrimonio edilizio esistente e di conversione di aree riscattate da cessate funzioni.
Un grande progetto nazionale che si opponga all’ulteriore consumo di territorio e diretto a conferire più elevata qualità ai nostri insediamenti.
Un progetto che non può quindi affidarsi esclusivamente alle risorse private, ma esige un consistente sostegno finanziario pubblico: finalmente un’opera veramente “grande” per una migliore condizione urbana.

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Commento 6991 di giannino cusano del 28/03/2009


X Pagliardini
direi che l'In/Arch è possibilista, più che favorevole in toto. Vede (e sono d'accordo) nello snellimento delle procedure burocratiche un elemento positivo e "guarda con grande interesse ad alcuni aspetti del cosiddetto piano casa che il Governo intende proporre nei prossimi giorni" ma avverte anche che "la città non è una sommatoria di edifici che hanno rispettato le norme. Resta quindi il nodo della qualità dell'ambiente, del paesaggio, dello spazio urbano. Delle dotazioni di spazi urbani di qualità, della congruenza con attrezzature e servizi. Dell'opportunità di introdurre anche squilibri nei processi di trasformazione se accendono processi successivi. In altre parole di come la collettività riesca ad assicurare un interesse generale in singoli interventi."

E conclude la nota che "L'INARCH promuoverà con immediatezza dei confronti aperti per affrontare questi nodi irrisolti."

E' una posizione, quella dell'In/arch, che mi pare in linea di massima condivisibile.

G.C..


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Commento 6990 di Pietro Pagliardini del 28/03/2009


Sommessamente e per quel che può valere segnalo che INARCH si è dichiarato favorevole al Piano casa.
http://www.professionearchitetto.it/news/notizie/9229.aspx
Di opinione simile è Luigi Prestinenza Puglisi.
La Regione Veneto ha anticipato tutti facendo suo il Piano Casa.
Lo dico così, per informazione, e i tre casi non sono da prendere come esempi necessariamente da seguire. Sono però segnali di attenzione.
saluti
Pietro Pagliardini

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28/3/2009 - Massimo Pica Ciamarra risponde a Pietro Pagliardini

Caro Pagliardini,
non mi sembra che INARCH si sia dichiarato favorevole al Piano Casa. Né che io personalmente abbia assunto una posizione schematicamente contraria così come appare dal commento 6909. Questa volta non abbiamo ritenuto doverci apoditticamente schierare (nell’ottobre 2003, sul “condono” lo feci a nome INARCH – cfr.Antithesi). Oggi viene definito “Piano Casa” qualcosa che sembra non esserlo: è un provvedimento di cui si parla, di cui si legge, che viene smentito. E’ un provvedimento misterioso che a volte sembra promettere anche cose infami. A volte invece sembra aprire opportunità, sembra rendere possibili iniezioni di qualità in alcuni nostri disastrati contesti.
Il recente documento INARCH ha nel titolo un punto interrogativo: fornisce suggerimenti, auspica un provvedimento che possa produrre effetti positivi. Annuncia confronti aperti per tentare di sciogliere nodi irrisolti.
Un saluto cordiale
Massimo Pica Ciamarra

 

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Commento 6976 di Andrea Pirisi del 26/03/2009


Io mi permetto di fare solo un appunto: guardando la mia città e più in generale la provincia mi chiedo se ci sia davvero bisogno di altre case. Ovunque mi guardo attorno e vedo fabbricati vuoti, persino in centro storico. Allora perchè non favorire il recupero dell'esistente invece che consentire la nuova costruzione di cubature?

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Commento 6979 di renzo marrucci del 26/03/2009


Caro Pagliardini allora vuole farmelo dire ancora? Chi è che si candida a rigenerar bellezza? ( rilevare una sincera innoqua ironia per piacere) Attraverso il piano Berlusconi? Ma i cari architetti... nostrane superstar, a partire dagli ospiti di fratel Santoro, e via dicendo, cioè l'autore di nuvole romane all'Eur , oppure l'arzillo Gregotti della Bicocca o la signora Aulenti, autrice dell'infiocchettamento francesizzante di piazza Cadorna... Il "Piano" dei grattacieli intrinati e via di seguito... a crescere o decre
scere per l'imbigottimento di qualche amministratore che ripescherà archistar e substar...a piacere... Bellezza a diffusione con il piano Berlusconi? Il territorio italico non poteva rimanere bello a lungo, sarebbe stato innaturale... Sarà l'economia italiana a guadagnare? Ma naturalmente in funzione della persuasione o della più o meno sua
dente retorica che, illuminati critici galoppatori simpatizzanti di partito, sapranno far fiorire al momento della bisogna... Poi ci saranno altri o chi ti pare ( si fa per dire naturalmente), poichè saranno le regioni a poter disporre e a imporre da come vedo che va la faccenda... Ah! Eppoi geometri e non solo, ma come dice Lei Caro Pagliardini. L'importante è che la torta abbia il suo bilancino secondo le regole non scritte ma tenute bene a mente... tanto, che vuoi che sia?

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Commento 6974 di pietro pagliardini del 25/03/2009


Gentile Marrucci, le sue domande e i suoi dubbi sono più che legittimi perchè, come lei dice "Il denaro fagocita la speranza della felicità".
Io però distinguerei tra il 20% delle mono-bi-tri familiari e il resto. Questo sarà terreno di conquista per geometri, non ho dubbi. Ma cosa possiamo farci? Per evitare che i geometri lavorino dobbiamo forse impedire l'aumento di una stanza? E se invece fosse appannaggio degli architetti siamo proprio sicuri che avremmo miglior risultato? Non si tratta qui di fare architettura (si è fatta sempre poco in Italia, diciamocelo, il grosso è a dir poco scadente), si tratta di rispondere a bisogni e desideri elementari e legittimi e di fare anche, ahimè, girare soldi subito.

Quanto alle demolizioni e ricostruzioni distinguerei tra le trasformazioni “in loco” e quelle con spostamento della volumetria altrove, ammesso che sia consentita dal decreto, come lo è in alcuni piani vigenti e in corso di approvazione.
Per quelle in loco è ipotizzabile che, a parte grandi aree dismesse, dove immagino e spero che le Regioni e/o i Comuni potranno prevedere piani urbanistici (da approvare in tempi non storici), si tratterà probabilmente di demolire e ricostruire fabbricati scadenti e fatiscenti e, anche se non nascessero capolavori da rivista la situazione non potrà che migliorare. E' comunque auspicabile che non ne possano essere interessate le aree agricole.

Più complesso invece se vi fosse la possibilità di trasferire le volumetrie altrove. In questo caso, immagino, e sottolineo immagino perché ancora non è dato sapere, che non potrà essere compiuta e se lo fosse dovrebbe avvenire all’interno delle aree già edificabili e/o edificate, con un aumento dell’indice e non dovrà certo essere ammesso il trasferimento "a scelta" del privato, tipo in aree agricole.
Comunque per questi trasferimenti, oltre una certa cubatura, riterrei necessario l’obbligo di piani attuativi.

Ma, aldilà delle ipotesi, delle congetture, delle speranze e delle paure insisto nella mia idea che la cultura urbanistica di questo paese, ammesso esista e non sia ridotta solo all’urbanistica legale, quella cioè delle norme fini a sé stesse, figlia neanche più della politica ma delle burocrazie regionali, prima e comunali, poi, ha bisogno di una scossa, di una rivoluzione culturale. E' direi la situazione del paese in genere che necessita, in ogni campo, di strappi, di stop and go bruschi, di forzature per uscire da decenni di contrattazione e di tavoli su tutto, che hanno sfiancato le energie e ci sta avviando verso la decadenza.
I "tavoli" sono sempre stati il modo migliore per insabbiare prima e spartire poi. La verità nuda e cruda è questa e il paese lo ha compreso.
Non è più tollerabile sopportare il divario tra i lamenti ipocriti e, a mio avviso anche molto poco documentati per non dire ignoranti, di una parte della cultura ufficiale che fa finta si tratti di una cosa seria e la realtà delle cose che è invece semplicemente degradante. E’ chiaro che queste considerazioni estreme ed estremistiche non tengono conto di episodi virtuosi che pure ci saranno, ma le semplificazioni servono meglio a comprendere la realtà.
Marrucci, dove si vede questa bellezza di cui parla qualche politico che andrebbe distrutta, se non nei centri storici, nelle campagne e in pochi altri luoghi? Quando giriamo in auto o a piedi per le città ne vediamo davvero molta di bellezza diffusa?
Ma se da tutte le parti è un lamento sulla bruttezza, gli scempi, la pessima architettura, gli abusi, i condoni ecc. come fa, improvvisamente, ad uscire d’incanto la bellezza, buttata lì, di traverso, tanto per dire no e, sostanzialmente, per difendere un pacchetto di voti di riferimento di coloro che sono deputati al “controllo” e che ovviamente rischiano di vedere ridotta la loro ragione di esistere!
La conservazione dello status quo giova solo ad una casta numerosa, protetta e proterva che ha ormai preso in mano le redini dell’urbanistica e dell’edilizia, spesso con l’avvallo della cultura accademica, e che si muove indipendentemente dalla politica, se non come forza di condizionamento.
Sento in questo momento in TV un Governatore che dice "ci può essere accordo ma non devono essere ammessi cambi di destinazioni d'uso": tipico cavallo di battaglia di coloro che vogliono il controllo sull'economia, cioè sugli imprenditori. Questa è l'urbanistica.
Pietro Pagliardini


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Commento 6973 di Leandro Janni del 25/03/2009


I controversi progetti edificatori del presidente del Consiglio Berlusconi : 1) “Piano casa”; 2) “Piano casino”; 3) “Piano casotto”. Forse.


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Commento 6971 di renzo marrucci del 25/03/2009


Riflessioni a perdere…
Chi potrà aggiungere una stanza alla sua casa? Quali gli edifici da abbattere per essere ricostruiti con un'aggiunta di cubatura? Io non lo nascondo, ma sono curioso di vedere con quali criteri si realizzeranno queste due semplici e prensili indicazioni.
Chi e come deciderà quali sono le volumetrie da abbattere? Non che non ci siano edifici terribili in giro, ma sarà divertente vedere come si deciderà nel merito. Si sa che basta creare il pernio.. ma poi il discorso chi lo ferma o chi lo controlla?
Salterà fuori che nella stragrande maggioranza delle città italiane si abbatteranno edifici terribili e se ne ricostruiranno di migliori? Almeno a parole le buone intenzioni contano? C'è già chi si candida a far sognare il bello che verrà... sarà una sagra della bellezza? E della compassione verso chi aspira ad una camera in più?
O tuttalpiù servirà a chiudere una terrazza o un terrazzino per farci l'angolo cottura? Sarà utile per ospitare la giovane moglie del figlio o viceversa, in attesa di una casa propria?
Ci sono gli ingredienti giusti per una soap-opera TV in cui buttarsi per far parte della partita... Le archistar nostrane affilano disponibili le armi nella liturgia della rico-decostruzione… Si fanno avanti e con loro gli altri... per avere, creare lavoro certamente! Nasceranno commissioni zeppe di professori professorali o di politici o tecnici galoppanti? Sarà l'ennesima spolpacciata ai danni del solito cittadino?
Sono solo semplici dubbi, questi che assalgono nei momenti scuri, nella percezione sconcertante della perdita di valori a cui si assiste e di cui non interessa nulla a nessuno? ..Il denaro fagocita la speranza della felicità rendendola un sogno inarrivabile, gonfiato dalle parole. Ma allo
ra? La speranza di sposare uno dei figli di Berlusconi? Che fine ha fat
to? Ma basterebbe anche una nipote di Prodi?...
renzo marrucci

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Commento 6970 di pietro pagliardini del 25/03/2009


A me sembra che Andrea Pacciani abbia sintetizzato al meglio il senso e il significato profondo di questa proposta (per ora): presa d'atto del fallimento dei "principi e delle regole dell’urbanistica che hanno sempre avuto il fine di mediare l’interesse privato e l’interesse pubblico", come dice l'articolo, evidentemente non trascurando la mediazione al ribasso, per non dire peggio. E Pacciani accenna anche al recupero di dignità da parte dei cittadini oppressi da politici e architetti con leggi tanto assurde quanto inefficaci, atte solo ed esclusivamente, attraverso la "mediazione", al controllo sui cittadini stessi piuttosto che sul territorio e sulla città, che infatti versa nelle condizioni che ognuno può ammirare.

Di quale urbanistica c'è il rimpianto? Non sarebbe mica male spiegarlo. L'urbanistica degli standard, quella che ha prodotto, grazie al travisamento che ne è stato fatto dagli architetti, gli splendidi quartieri PEEP delle nostre città? Quali sono i vantaggi che andrebbero perduti per la città? Quale sarebbe questo patrimonio che oggi andrebbe dilapidato? Magari riuscire a demolire e riconfigurare interi piani di zona di stampo nettamente e consapevolmente sovietico!
Forse la chiusura delle logge con alluminio e vetro? ma se sono già tutte chiuse e riccamente incamerate all'uso interno! Forse la contrattazione decennale per la redazione di un PRG, diluita nel tempo per accontentare (mediare pubblico e privato, si dice nell'articolo) quelli che ci sono da accontentare ma confondendo le acque con inutili, faticosi, ipocriti dibattiti pubblici?
Qual'è il danno che provoca all'ambiente un ampliamento del 20% di una casa di civile abitazione di proprietà di una famiglia che desidera una stanza in più, nel rispetto delle varie leggi vigenti?
Quanto alla demolizione e ricostruzione con incremento volumetrico è norma ormai già presente in diversi PRG italiani e l'unico difetto riscontrabile ne è la difficile applicazione dato il frazionamento della proprietà. Per quale motivo se lo fa il Comune va bene e se lo fa il Governo (o forse questo governo? il dolore per la scelta di Nomisma farebbe pensare di sì) no? C'è logica in un ragionamento simile? Questa è una forma particolare di perequazione ma, detta così sembra assumere una sua nobiltà, detta che "ti faccio demolire fabbricati scadenti per ricostruirli con un incentivo volumetrico" (altrimenti che interesse ho) diventa sordida speculazione.

Certo, ha ragione M.P. Ciamarra a rivendicare un controllo qualitativo del progetto, cioè a rivendicare il ruolo delle commissioni edilizie, perché l'architettura, in quanto arte civica, richiede, come ha sempre storicamente richiesto, un giudizio collettivo e condiviso, del quale la CE è un surrogato, ma se regioni come la Toscana, dichiarandone nella propria Legge Urbanistica la non obbligatorietà, per "semplificare", ne ha di fatto consentito la scomparsa, cosa c'è da scandalizzarsi con la proposta in corso? Invece che lamentarsi, se ne chieda l'obbligatorietà del giudizio in tempi certi, pur lasciando la certificazione o DIA che dir si voglia.

Io penso che, se invece che lanciare grida di dolore, in verità non numerose nè forti, la cultura urbanistica italiana avesse colto questa legge come un'opportunità per rimettere al centro questa disastrata e screditata disciplina e per riaprire finalmente un dibattito a livello nazionale (grazie ad una legge nazionale e non a 21 leggi diverse scarsamente comunicanti tra loro), avrebbe dato prova di reale interesse per le sorti della città, del territorio e del grande patrimonio culturale di cui disponiamo. Ma che cultura è quella capace solo di gridare allo scandalo, imporre vincoli e controlli senza riuscire a fare proposte!
C'è sempre tempo mi auguro, ma per ora queste grida di dolore mi sembrano solo perpetrare logiche alquanto estranee alla disciplina e piuttosto inclini al pregiudizio, snobbando, al solito, i bisogni e i desideri dei cittadini, ritenuti evidentemente gli ultimi soggetti titolati a decidere sulla città.
Pietro Pagliardini



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Commento 6964 di andrea pacciani del 23/03/2009


Questa legge è la dimostrazione di quanto ormai l'architettura e l'urbanistica siano lontane dalla gente e quindi dai politici che li rappresentano.
E' il risultato di 50 anni di scollamento tra i bisogni della gente e leggi urbanistiche mirate a tradurre in regole gli insegnamenti teorici e inapplicabili del movimento moderno, dallo zoning in poi.
E' la ribellione dopo decenni di fallimenti di regole di architettura e urbanistica che non hanno fatto meglio di una deregulation senza scrupoli; tanto vale, avrà pensato il nostro Cavaliare, azzerare i cartelli burocratici locali, togliere il potere ai tecnici per darlo agli utenti finali confidando che non sapranno fare peggio degli strateghi accademico-palazzinari.
Il potere economico e decisionale dell'establishment degli architetti e urbanisti ha sopraffatto quello dei politici e questa legge è un tentativo dei politici per ristabilire le gerarchie, minacciando gli architetti di ciò di cui hanno maggiormente paura: che siano gli utenti finali a scegliere dove e come voler vivere nella propria città.

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Commento 6962 di giannino cusano del 23/03/2009


L'articolo mi trova d'accordo. Merita riflessioni supplementari.
Una costante della vita pubblica italiana da più di 50 anni -a essere buoni- è la dannazione dell'emergenza: alibi permanente per eludere i problemi strutturali del Paese. Urbanistica, territori, edilizia non fanno eccezione.
Pochi esempi: emergenzialista fu, di fatto, la Legge per i Piani di Ricostruzione postbellica, alias Legge Ruini (1 marzo 1945, n. 154) che, di portata limitata ai primi interventi, escluse ogni possibilità di guardare i problemi in termini generali e sistemici, risolvendosi in un danno diffuso. Gli strumenti ordinari per la pianificazione (all'epoca, la legge per la tutela delle bellezze naturali del 1939 e la 1150 del 1942, in sé buone leggi se prodromiche ad altro, e varate in notevole ritardo ) erano già largamente insufficienti. La Ruini, infatti, fu l'esplicita ammissione di questa carenza. Mai colmata nei decenni successivi, sempre in nome della cronica emergenza che tale resterà anche per i posteri dei posteri se mai si metterà mano a una riforma degna di questo nome. Non così accadeva nella grandissima maggioranza degli altri paesi europei, che si posero il problema della ricostruzione e globalmente della congruità e revisione degli strumenti disponibili già dal '42-'43, a conflitto in corso. Oggi in Italia siamo a formule stravaganti, come il “pianificar facendo” dell'ultimo P.R.G. di Roma: a testimonianza non dell'insipienza dei suoi progettisti, persone di valore e che certo sprovvedute non sono, ma delle condizioni sempre più vischiose in cui si opera qui.

Non sono urbanista, ma per il pochissimo che mi tocca occuparmene resto dell'avviso che Luigi Piccinato costituisca tuttora un validissimo e sicuro (e, ahimé, trascurato) ancoraggio. Una delle sue lezioni fondamentali è che in urbanistica, a differenza che in aritmetica, cambiando l'ordine dei fattori (= delle priorità) il prodotto cambia. E di brutto.

C'è chi, per esempio, con la solita logica a “spizzichi e bocconi”, afferma che i centri storici non saranno minimamente danneggiati dal decreto in via di approvazione. Non è vero. E non perché costoro mentano, ma perché non si rendono conto -ed è assai peggio di una menzogna- delle interazioni sistemiche che faranno sì che aumenti indiscriminati di cubatura nelle aree non centrali abbiano pesantissime ripercussioni proprio sui centri storici, indipendentemente dal fatto che siano o no direttamente coinvolti nei nuovi aumenti volumetrici.

Credo non ci sia bisogno di dilungarsi, salvo sottolineare un altro problema che non mi pare sia stato evidenziato abbastanza. Sentivo qualche sera fa il Ministro Matteoli dire che le soprelevazioni sarebbero comunque soggette a calcoli statici. Ovvio, in teoria. In pratica, per nulla: perché, solo per fare un esempio, rapportare a quelle odierne le resistenze caratteristiche dei calcestruzzi confezionati qualche decennio fa, segnatamente prima del 1970-'71, è operazione quanto mai dubbia e problematica, tanto sono mutati i criteri di campionatura dei provini in cls.a. E' solo un esempio: ce ne sarebbero un'infinità, a testimonianza del pressappochismo cronico della nostra classe politica. Anni fa, dopo il terremoto umbro, il notissimo Antonio Di Pietro disse in TV che la soluzione era semplicissima: bastava fare una legge per la quale gli edifici dovessero resistere “al nono grado della scala Mercalli”. Roba da sganasciarsi dal ridere, se non ci fosse stato da piangere a un litro a lacrima.

Allora: oltre ad opporsi giustamente -ma, temo, senza esiti significativi- a questo ddl, che è che in piena continuità col cronico emergenzialismo nazionale e che l'unica speranza che lascia è che le persone con soldi bastanti per produrre gli incrementi di cubatura previsti siano davvero pochissime, non si può pensare di integrarne gli esiti con provvedimenti che pongano, in prospettiva, un argine all'emergenzialismo?

Credo che se con questa operazione si gettassero le basi per una seria e pubblica informatizzazione del patrimonio edilizio esistente, un grosso passo avanti si farebbe. Una sorta di Pubblica Anagrafe dell'edilizia e dell'urbanistica italiane dovrebbe prevedere una reale cartolarizzazione informatica, consultabile on line da chiunque, delle infrastrutture, delle urbanizzazioni, degli edifici, della loro cubatura, delle destinazioni d'uso, delle condizioni energetiche, statiche e manutentive degli immobili. In modo puntuale. E si potrebbe cogliere l'occasione per partire esattamente dalle asseverazioni previste per gli interventi cosiddetti anti-crisi. Avremmo, così, il vantaggio di poter proiettare negli anni venturi il quadro che ne verrà fuori. Preventivamente, perché l'iscrizione in questa anagrafe informatizzata sarebbe contestuale alla presentazione delle prossime D.I.A. nonché delle future richieste di nuovi permessi di costruire.

Si potrebbe poi gradualmente, ma con prec

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Commento 6960 di anna marzoli del 23/03/2009


Condivido le preoccupazioni espresse in questo articolo, ma mi fermo all'espressione -"Si tratta insomma di misure a favore di un segmento sociale, economicamente dotato, in grado di migliorare (si fa per dire) la propria condizione abitativa" - che invece considero assolutamente non veritiera. L'intervento si rivolge proprio a chi invece possibilità economica non ne ha e con pochi costi, rispetto a quelli che rappresenterebbe l'accensione di un mutuo prima casa, avrà possibilità di avere una camera e cucina per vivere, se non altro, non sotto lo stesso tetto di mammà e papà. E guarda caso Berlusconi c'ha preso pure stavolta, perchè tutto gli si può dire al presidente, tranne che le cose le fa senza pensare mai a raggiungere un obiettivo, che in questo caso sarà rappresentato da un ulteriore fetta di nuovo elettorato che andrà a rafforzare ancor di più il suo potere. Mi chiedo però cosa abbiamo fatto noi nel frattempo, e per noi intendo attuale opposizione, il tanto declamato popolo della sinistra, per evitare questo. Siamo stati a guardare i "buchi" di un PRG che ha permesso la trasformazione di zone abusive in bidonville autorizzate. E dove sta il DM 1444 in quelle zone???Dove?? Ci preoccupiamo ancora dell'estetica dell'architettura e ci facciamo venire i capelli dritti al pensiero dell'infisso in alluminio anodizzato e il portichetto del villino del vicino chiuso con vetrate e rimaniamo a fare la faccia schifata di fronte a chi non ha capito che l'architettura è un fenomeno sociale e che siamo degli egoisti perchè non dobbiamo pensare solo a noi stessi ma al nostro quartiere, che si impoverirà perchè avrà quei 6.66 mq in meno di verde ! Ma per favore!! Dove eravamo quando si richiedeva un intervento forte sulle case popolari? sono stufa di stare qui a guardare l'immobilità: l'unica cosa che continuiamo a fare è criticare senza agire.
E voglio dire un'altra cosa:
semmai questo decreto diventerà attuativo, voglio trovarmi di fronte al giovane architetto che rifiuterà il lavoro di ampliamento che gli proporrà il cliente, perchè per motivi etici "non ci sarà possibile accettare l'incarico", nonostante la scarsità di lavoro e la difficoltà estrema di portare avanti la nostra professione in maniera decorosa. Ci voglio proprio stare lì davanti quando accadrà, spero solo da spettatore e non da architetto, perchè c'ha fregato anche in questo il Presidente, e per questo, tanto di cappello!

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Commento 6959 di renzo marrucci del 23/03/2009


Per la serietà di una legge…
Naturalmente con la necessità di far fronte al problema grave della recessione economica, si dovrebbe anche andare incontro alle necessità degli italiani che vivono le esistenti importanti problematicità urbane. Tutto ciò senza schienarsi alle necessità di "portar grasso" ai gruppi economici già molto attivi e agguerriti all'interno delle nostre città, con proposte e realizzazioni allucinogene e bollite. La cementificazione possibile non dovrebbe essere peggiore di quella già esistente... anche se garbatamente paventata da alcune archistar nostrane, più o meno superstar... o da fantomatici e criptici urbanisti della cazzuola… sempre aulicamente nostrana.
Peggio di come è... francamente è difficile supporre.
Se il progetto di legge viene incontro ai problemi della città e dei cittadini sarà un colpo di salute “evolutivo” alla nostra cultura edilizia e economica, altrimenti si rimane nel mosto a fermentare…con addebito di nuove decomposizioni realizzate.
Certo, non bisogna creare ulteriori escamotage o vizi di cui siamo già pieni nelle nostre amministrazioni e determinante sarà il loro comportamento discrezionale nell'applicazione della legge. In Italia c'è tanta architettura minore che non è meno importante di quella cosiddetta monumentale o maggiore vincolata per Decreto. Questa architettura minore, che non concerne solo i Centri Storici, dovrà essere opportunamente tutelata nella sua realtà e bisognerà definire le valutazioni specifiche, per non incorrere in una "lavatura" sciagurata che rischierebbe di essere consentita dalla leggerezza o dalla superficialità di un Decreto legge non particolarmente curato. In Italia si è molto bravi a far passare leggi firmate da qualcuno che lo consenta. Opportunamente normata questa possibilità e organizzate opportune fasce e tipologie di rispetto, sarà possibile avere un campo di azione interessante dove applicare norme per un effettivo rilancio economico del settore edile e anche di sperimentazione possibile. Sarà cioè possibile, quindi, esercitare un campo di azione critica serio e costante, responsabile, anzichè allargare generici proclami di suggestiva preoccupazione morale occorre essere attivi e propositivi nei contenuti.
Renzo Marrucci

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Commento 6958 di Renzo marrucci del 23/03/2009


Se è un “piano casa” sarà interessante e aiuterà gli italiani…
Atrimenti perpetrerà l'andamento esistente con buona pace della coscienza italiana. Da questo stato di cose nessuno può tirarsi indietro, nessun pseudo moralismo è consentito a architetti ed urbanisti la cui opera si è aggiunta alla realtà odierna e soprattutto non ci si riscatta cavalcando fantomatici proclami di rischiosa cementazione. La cementazione in corso all'interno delle nostre città nessuno la vede e la osserva? Quali i criteri attraverso cui si presume di essere migliori e di salire in cattedra? Sarebbe bello poter leggere autocritiche sull'operato di architetti e super-architetti dalle grosse dimensioni dello studio… ma sarebbe come siglare la propria scomparsa vivente in questa cultura architettonica in cui la critica sta ormai scomparendo oppure viene messa in vendita al miglior offerente. Quale prova di moralismo attendere dalla cultura architettonica italiana?

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Commento 6952 di Tommaso MARTIMUCCI del 23/03/2009


..questo articolo mi sembra che colga nel segno gli effetti che questa stronzata che berlusconi sta attuando provocherebbe sul territrorio italiano.
penso che berlusconi,o meglio tutti gli apparati professionali che costituiscono l'enturage tecnico di supporto del presidente,non immaginano che con questo decreto si scaverebbero una fossa profonda entro il quale il precipitare ,se non si accorgono che quest'azione sfigurerebbe il volto del nostro territorio Italiano....!!!,
sia da un punto di vista estetico sia fisico nel senso di crolli di solai balconi e tettotie.
Senza fare il catastrofista ma in questi tempi economicamente difficili, quanti interventi edilizi veramente spenderanno negli oneri relativi alla sicurezza dei cantieri?...Cioè gli operai italiani o sicuramente polacchi-rumeni-albanesi (nulla togliendo alle loro capacità!) veramente indosseranno le impicciose imbragature di sicurezza durante i lavori di chiusura di un muro di un balcone sospesi a sbalzo dal 6° piano di un'edificio?
Da questa parte invece,cioè tutti i tecnici professionisti geometri ingegneri addetti ai lavori chissaà a quali compromessi dovranno scendere nel confrontarsi con l'etica del mestiere, per molti di questi forse quest'etica non esiste perchè penso che sennò quest'idea non gliel'avrebbero sussurrata nelle orecchie del "Presidente".
Spero nei professionisti nel senso alto del termine,in tutti coloro illuminati vicini alle amministrazioni comunali e regionali ma sopratutto nei Cittadini che hanno a cuore e che lottano e difendono tutti i giorni il loro territorio dagli agenti inquinanti di ogni sorta...penso sia il momento di esprimere un'opinione forte a riguardo!
tommaso.

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Commento 6950 di mASSIMO pICA CIAMARRA del 22/03/2009


Condivido l’intervento di Teresa Cannarozzo: il “piano casa” dovrebbe essere tutt’altro, si preannuncia un DL che non lo sfiora, che ha oggetto e scopi diversi. Sostiene densificazione del sistema edilizio ed autocertificazioni, pone quindi la questione quantità/qualità ed é su questa che urge riflettere.
Di per sé densificare non preoccupa: non è sinonimo di bassa qualità. Tanti gli esempi di alta densità e riconosciuta qualità, tanti gli esempi di aree a bassa densità e di bassa qualità: e viceversa. Elevare la densità può agire su riduzione del consumo di suolo, accessibilità ad attrezzature e servizi, incremento delle relazioni sociali. Facilitare la densificazione e incentivare la sostenibilità energetica è in linea teorica positivo per il sistema urbano e territoriale: ma -in assenza di logiche di sistema- la sommatoria di azioni individuali rischia di produrre effetti peggiori della cosiddetta “legge ponte”(1967). Non vale accettare la crescita con squilibri, sapere che l’adeguamento degli strumenti urbanistici sarà successivo: manca un’immediata revisione di regole e tempi.
Le autocertificazioni: dove il controllo degli interventi è ridotto a sola verifica di congruenza normativa, sono opportune sostituzioni del “permesso a costruire”, contrastano la lentezza di apparati burocratici obsoleti. In assenza di Commissioni per la Qualità -cioè di forme di intelligenza collettiva- ci si riduce a quella individuale. Ma si può continuare in assenza di giudizi qualitativi? I comuni saranno sommersi da autocertificazioni da verificare in tempi brevi: come farvi fronte? Può immaginarsi un “garante” per ogni quartiere? Il diritto individuale all’edificazione prevale su tutto? Anche se un intervento inquina la qualità ambientale, ove esiste, o se non ne immette?
La qualità urbana non si produce per norma, mancano modi per misurarla, rispecchia la cultura di una collettività e l’azione sui processi formativi è di lungo periodo. Il DL preannunciato nella sostanza riguarda gli interventi privati. In attesa di strumenti urbanistici agili ed adeguati, nell’immediato dovrebbe almeno spingere perché ogni “autocertificazione” sia accompagnata da fotomontaggi/immagini virtuali, espliciti i rapporti con il contesto, motivi il rapporto fra quanto in programma e ambiente circostante, paesaggio e preesistenze che caratterizzano il contesto di intervento. La “superindividualità” è significativo fattore della qualità del costruito: contrasta interventi che si limitino a soddisfare egoismo del committente e narcisismo del progettista.

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