Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'

di la Redazione - 21/4/2009


Qualche lettore ricorderà il mitico presentatore tv Corrado che, nel 1982, cantò la canzone "Ed io che sono Carletto per fare un dispetto l'ho fatta nel letto di mamma e papà...".
Bene, il Carletto internazionale, alias Carlo d'Inghilterra, sembra averla fatta nel letto delle archistars. Vero è che, allorquando sente parlare di "modernità" gli si rizzano i capelli, ma il più è che quello di Carlo d'Inghilterra non è un "dispetto" ma, e più semplicemente, assurdo ostracismo per tutto ciò che non fa il verso alla classicità architettonica.
Beh, Piano, Rogers, Hadid, Herzog hanno rimproverato ben bene il Carletto...
Riportiamo integralmente l'articolo tratto dal sito web di "Il Giornale". La Redazione _________________________________________________________

Gli architetti più famosi del mondo dichiarano guerra a Carlo d'Inghilterra. In una lettera pubblicata ieri dal Sunday Times, il fior fiore dell'architettura internazionale critica duramente il comportamento dell'erede al trono, reo di aver utilizzato la sua posizione privilegiata per bloccare il progetto di un modernissimo e lussuoso complesso immobiliare in una delle zone più prestigiose di Londra.
La struttura avrebbe dovuto essere realizzata su un terreno adiacente al Royal Chelsea Hospital di proprietà della famiglia reale del Qatar a cura del famoso architetto Richard Rogers. Inizialmente si trattava di un progetto ambizioso e futuristico, tutto all'insegna di vetro e acciaio. Dopo le ingerenze di Carlo i proprietari del sito hanno sposato un disegno più tradizionale, mattoncini rossi e pietra. Un edificio insomma, molto più consono a quello confinante, il vecchio Royal Hospital, come il primogenito della Regina voleva da sempre.
Non è la prima volta che Carlo, con le sue dichiarazioni pubbliche di ostilità nei confronti dell'architettura moderna, pesta i piedi ai professionisti del settore. Ora però questi ultimi hanno deciso di affrontare direttamente la questione. Così, in una lettera firmata tra gli altri da Renzo Piano, Jacques Herzog, Pierre de Meuron, Lord Foster e Zaha Hadid, gli architetti più bravi del mondo hanno invitato il figlio della Regina a farsi un po' più gli affari propri. Se poi ha qualcosa da ridire sui loro progetti, dicono, lo faccia usando i canali di comunicazione più appropriati e non abusando della sua posizione. Un attacco senza precedenti. Che arriva dalle star tra gli architetti mondiali: tra i firmatari ci sono i progettisti dello Stadio olimpico di Pechino e della Tate Modern di Londra, del Centre Pompidou di Parigi e del Guggenheim Museum a Bilbao. «Se il principe vuole commentare il disegno di alcuni dei nostri progetti - hanno fatto sapere dalle colonne del Sunday Times - lo invitiamo a farlo attraverso il normale processo di consultazione. È infatti essenziale in una democrazia moderna che giudizi privati e pressioni lobbistiche da parte del principe non vengano usate per deviare il corso di un progetto di pianificazione aperto e democratico che è tuttora in corso». Nella lettera si sottolinea inoltre che il consiglio comunale di Westminster ha già adattato e cambiato il progetto in risposta alle obiezioni presentate a seguito di un'ampia consultazione locale e che la commissione preposta è pronta a dare il suo verdetto finale sulla realizzazione del complesso.

Secondo i firmatari le dichiarazioni di Carlo sono quindi assolutamente inappropriate. «Il Principe sta praticamente dicendo che l'architetto Rogers dovrebbe essere licenziato - ha commentato ieri Richard Burdett, un altro firmatario della missiva - proprio lui che è una delle persone più impegnate a rendere più vivibili le nostre città. Carlo ha invece scritto una lettera ai reali del Qatar parlando più di storia che di architettura».


Erica Orsini


(la Redazione - 21/4/2009)

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Commento 7174 di giannino cusano del 28/04/2009


PS: X Renzo

il "tempo che viviamo", qualsiasi tempo, non è un fiume con un alveo e una corrente predeterminati. Ogni tempo è ricco di rigurgi ti retrogradi ma è anche, e ben di più, gravido di ferrmenti positivi, contrastanti, ricchi di potenziale e spesso trascurati e tacitati. Si può e si deve andare controcorrente, se si comprende che nella società ci sono valenze censurate e vitali: dar loro forma e voce è doveroso.


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Commento 7173 di giannino cusano del 28/04/2009


X Renzo

Caro renzo, le parole a volte ingannano, sono scivolose. "Continuità", poi, è una vera saponetta sciolta in acqua sul pavimento. Se intendi "continuum spaziale", ti seguo bene. E alcuni tuoi disegni pubblicati su "archiportale" lo chiariscono meglio di mille discorsi. "Continuum" non indica un fatto gformale ma di contenuti: di forma-(in quanto)-contenuto.

Più in generale, ripensando, nel cinquantenario della scomparsa del genio di Taliesin, allo splendido "Frank Lloyd Wright. A study in architectural content" (studio sui contenuti architettonici), di Norris Kelly Smith, non posso fare a meno di considerare una cosa: è vero che Wright compie fin dalle "Prairie" una serie di operazioni in apparenza "formali", ma in realtà -e lo dice più volte esplicitamente- si tratta di scelte di contenuto, prima di tutto.
Riprende le case dei pionieri in quanto, sì, rappresentative di un "costume". Ma è un costume che rappresenta anzitutto il momento più coraggioso e genuino, lo stato nascente della democrazia statunitense. Scelta dichiaratamente controcorrente rispetto alla società "affluente", richiamo alla sorgente delle frontiere della nuova libertà, allo spirito della Dichiarazione d'Indipendenza e della Costituzione. Richiamo tuttora efficacissimo, quando in USA si dimentica questo carattere innovatrivo dell'Unione, agganciato saldamente a una matrice biblica e liberale.
Naturalmente, Wright modifica profondamente gli shemi tipici delle case pionieristiche: unifica i camini in un unico camino-fulcro, che è anche il cuore della vita comunitaria, e di lì fa scaturire dinamicamente tutti gli spazi della casa. Reinventa il tetto come "riparo", come richioamo alla terra e, prolungandolo oltre i "confini" della casa, lo imparenta indissolubilmente all'orizzonte: dall'interno verso l'esterno. Come la libertà, che deve nascere sempre dall'interno e mai può essere elargita dall'esterno. Tutte queste operazioni e invenzioni (lo sottolineo con forza) architettoniche hanno, al contempo, intense valenze formali, di vita, di spazi e di contenuti.

Allora mi chiedo (pubblicamente): come mai oggi sembra o è divenuto tanto difficile occuparsi di "contenuti" in architettura, se non in termini così generici da risultare, il più delle volte, all'atto pratico, astratti, vuoti, e praticamente assenti? .

Bye,
G.C.



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Commento 7172 di Renzo marrucci del 28/04/2009


Non si può essere contrari al tempo che viviamo ma critici è un dovere esserlo, almeno per chi voglia esser controtendenza a ciò che ridicolizza il bisogno di chi vive appunto il tempo che viviamo e abbia coscienza del tempo che vivremo compreso quello dei figli. Sembra che non ci si esprima mai abbastanza. Internet è un mezzo che consente il dialogo ma rivela le sue lacune, come ogni altra cosa che crei spazi diversi dal naturale del resto... Io per esempio son contrario alla falsa modernità, ma solo quella che sfrutta la voglia di diverso che vedo nella massa... é un pò come la pasticca inutile, quella che ti illude... prescritta dal medi
co furbo o molto esperto. In architettura oggi è così e per capire occorre una solida infanzia vissuta a contatto dei materiali e delle cose vere, de
gli affetti e della prima amicizia che poi ti porti dietro. Per me è così. Occore anche una grande aderenza alla semplicità profonda della vita e questa considerazione che mi viene dall'interno e sempre con grande affetto, la faceva mio padre, nato e morto a Volterra con grande coerenza e continuità organica a quella terra antica dove ha lavorato sempre la pietra degli etruschi e bevuto quel vino che sapeva scegliere e... non le brodaglie... Non posso neanche pensare che fosse morto vecchio, al contrario morì giovane nelle idee e con pensieri profondi che mi rimugi
no ancora nella testa senza risposta... avendo appunto vissuto fino a ot
tantadue anni e passa la vita.
E cosi sarà, sono portato a pensare, che l'architettura fatta con "amore" o la voglia di risolvere... per non dire parola "amore" impegnativa e rite
nuta a torto, oggi, da molti, un po melensa... Oggi occorre far ciccia si sente in giro da più parti da chi comanda e dai più triviali, mentre altri usano altri segni e linguaggi. Distinguere la modernità dalle "fetecchie" dirrebbe totò. Dall'eccesso di narcisimo acritico e arrogante dico io... Che striscia nel tempo che si vive ma che forma, inizia a formare, i propri anticorpi critici, come una sorta di risveglio, come capita, non sempre purtroppo, nelle cosiddette migliori famiglie... Noto con piacere che si parla della Chiesa? di San Giacomo, l'interrogativo mi è scivolato e qualche cosa mi impedisce di toglierlo... Sembra fatta per togliere la fede o insinuare dei dubbi atroci a chi la frequenterà... Ma solo perchè vi è una sostanziale elugubrazione intellettualoide campata in aria, sospesa, come quella scatola inscatolata evoca. Ma è la massa di cemento esibito che sciocca per la mancanza di mediazione sensibile e non solo per l'interruzzione traumatica con l'umiltà di una tipologia che ricorda la casa, una grande o piccola celebrante casa... che è dura da reiventare... Allora si vola, ma senza l'ali dove voli? Ti ritorna tutto indietro purtroppo. Falsa modernita? Nuovo medioevo cementizio? L'angolo retto
al posto dell'ogiva e via le vetrate meglio i cannocchiali corridoio?
Retorica di retorica? La tipologia delle chiese è nella storia, quella di una casa preparata per la celebrazione della vita e per ringraziare della vita... la dico a soldoni... anche per chi è scettico... é comunque un segno di bellezza e anche di accoglienza interiore nella città...
Comunque non è solo Fuksas ha non averlo voluto capire... Già da tempo questo argomento delle nuove chiese preoccupa... forse non lo ha proprio compreso e quel che è peggio, con lui, anche altri è da imma
ginare... purtroppo! Mi sa che dovrete verniciarla di bianco come ha fatto Meyer e, questa volta, con l'aggiunta di fiorellini e alberelli rosa !

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Commento 7175 di renzo marrucci del 28/04/2009


Nessun fiume ha un alveo e una corrente determinata... ma di solito una infinità di storie e di accidenti, di anime e di tante altre cose... semmai il fiume fosse il riferimento... ci potremmo riconoscere tanti caratteri e tratti...tante e differenti omogeineità... Perfino la sua stessa esistenza è in funzione di...

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Commento 7171 di giannino cusano del 27/04/2009


X il sig. Pacciani
grazie per la precisazione. Fuksas non è nelle mie corde. Personalmente non vedo nella chiesa di Foligno una sorta di eclettismo storicistico, ma poco male. Forse calza molto meglio la chiave della rilettura pop del razionalismo additata dalla Torselli, ma questa mi sembra una cosa affatto diversa da un'opzione eclettica.
Probabilmente intuisco meglio da dove nasce certa diffusa avversione per la cosiddetta modernità: da alcune sue versioni per me non particolarmente significative. Ma la modernità, al pari dell'architettura, non è una bella signora. Forse per alcuni è una velina, ma anche questo non centra la realtà di itinerari plurali, polidirezionati e senza denominatori comuni.

Bye,
G.C.

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Commento 7170 di Vilma torselli del 27/04/2009


In realtà, Andrea Pacciani, ho usato quella definizione non in senso spregiativo, almeno dal mio punto di vista, volendo significare l'accattivante valenza oggettuale del cubo di Fuksas, che minaccia di diventare più famoso di quello di Rubik.
Il mio commento è senza'altro una semplificazione un pò provocatoria, così come lo può sembrare la scelta progettuale di Fuksas, che in genere non apprezzo particolarmente.
Il suo tentativo di mediare tra slancio espressionista e ingabbiatura cartesiana mi ha richiamato certe immagini di Claes Oldenburg (Clothespin, Trowel, Spoonbridge and Cherry o se vogliamo il milanese Ago e filo) dove l'oggetto gigantesco diventa archetipo di un'idea platonica di 'oggetto'.

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Commento 7169 di andrea pacciani del 27/04/2009


Mi sono dimenticato che dovevo al sig Cusano una spiegazione su cosa intendo per eclettismi storicistico-moderni:
Facendo un caso di cronaca di questi giorni la Chiesa di Foligno di Fuksas ne è la miglior espressione. Prendendo in prestito sempre un commento di Vilma Torselli (ha un'efficacia nelle definizioni invidiabile) da altro blog

"una rivisitazione in chiave pop del razionalismo lecorbusiano"

Ovvero un esercizio fuori tempo, decontestualizzato territorialmente ma soprattutto socialmente, storicamente ; insomma unedificio che fatto 50 anni fa avrebbe anche avuto una sua credibilità, ma oggi è peggio di un post-moderno ritardato....
Aspetto dalla redazione un commento su questo capolavoro

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27/4/2009 - Sandro Lazier risponde a andrea pacciani

Questa redazione ha dato prova nel tempo di non apprezzare le opere di Massimiliano Fucsas, ritenendole incapaci d’interpretare con sufficiente complessità il tema spaziale, da noi ritenuto fondamentale per le opere d’architettura. Questa carenza, che l’autore tende a sostituire con una compiacente suggestione retorica e narrativa, è motivo primo d’indifferenza ambientale. Non crediamo che la chiesa di Foligno sia estranea a tale giudizio e parlarne non giova a nessuno. Nemmeno ai suoi più accaniti detrattori o a quelli che la usano per le loro speculazioni antimoderne. La chiesa sull’autostrada di Michelucci e quella di Le Corbusier di Ronchamp sarebbero bersagli più seri e meno agevoli per tali critiche

 

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Commento 7165 di renzo marrucci del 25/04/2009


Risponderei così…
Sul concetto di continuità credo che non ci sia sofisma in quello che sostengo. Se mi si dice che occorre dimostrarlo anche con le opere, allora capisco di più e questo sino ad oggi, è parte di che ho vissuto nelle mie esperienze. Naturalmente non ho la natura del sofista. Sono nato in una città in cui continuità ed integrazione sono organicamente realizzate. Questa concezione organica è rapportabile anche all’architettura di oggi, che non ha necessità di una particolare autonomia e non c’è bisogno neanche di tante elucubrazioni… prendo a esempio Michelucci e non solo.
Questa riflessione nasce dalla consapevolezza grave della realtà in cui si addiziona volume nella città, che vedo crescere in modo disorganico e irrazionale. Peggio, aggravando l’esistente in una forma che sento destinata ad accumulare invivibilità e non tensione creativa o altro… e a cui sono contrario. Non vedo nel progetto rispetto per chi la vive, ma un certo cinismo nel lavoro di gran parte degli architetti attivi. Sarà una impressione? Ognuno pensa a lasciare il suo segno, ma quale segno? Il sentirsi protagonista è vissuto male, riscontro un senso di superiorità derivata da arrogante convinzione. Non mi convince! Naturalmente non sono solo gli architetti i responsabili, la crisi è dentro la città e nei suoi operatori. In quale altro modo sarebbe possibile spiegare il cinismo con cui la periferia viene lasciata a sé? A produrre esseri umani svantaggiati in volumi assurdi… e il centro che esagera nella sua deformante visione mercantile. Manca il controllo della cultura architettonica e la società, con la sua visione morale e politica è complice.
Per me, continuità e integrazione sono valori semplici e chiari nella loro complessi
tà, ma ogni volta mi rendo conto che è viscoso parlarne.
Si deve imparare dalla storia per non calpestarla o violentarla e non esserne schiavi. Per andare avanti davvero si devono affrontare le realtà…E’ difficile, e me ne accorgo bene, ma non ci sono fughe artistiche per un architetto vero… Un albero cresce e diventa quello che diventa (una magnifica manifestazione di vita) con l’intera storia dei suoi traumi, le sue cicatrici, che son segno di dolore vissuto e assimilato e di mutilazioni che sono la sua sapienza e la sua bellezza, il suo fascino… e per cui mi incanto e mi compiaccio della sua esistenza e per la sua funzione che mi è necessaria. Tutto ciò avviene nella organica continuità del suo principio interno, che è poi quello di crescere e di esistere, di respirare, andare sempre verso la sua natura ... Per me è un grande esempio di continuità e di armonia con gli altri, e le sue vicissitudini naturali diventano la sua storia, nulla si rifiuta ogni cosa si affronta… La legge che c'è dentro di lui è organica, così i traumi sono linfa naturale e funzionali alla sua crescita.
Quando vedo per esempio una periferia come Ponte Lambro, vedo che l'insediamento umano non è organico, non ha connesioni nè spazialità aperte e organizzate che ne connettano il tessuto. Persino la chiesa e la parrocchia è una sorta di bunker progettato in modo orribile. E’ una realtà lasciata crescere senza una legge interna, come tanti episodi interrotti, senza relazione tra edificio e spazio e edificio. Traumi e valori critici non vengono assorbiti… Tutto resta desolato e interrotto e così l'uomo che quello spazio vive.
Passare dal progetto alla realtà tecnica vuol dire per me riorganizzare quegli spazi, dopo avere capito che cosa manca, per avere l’autosufficienza vitale e necessaria a potersi sentire e riconoscere in quella qualità, per guardarsi in faccia e sentire la voglia di comunicare, scambiare parole... passare dal segno sulla carta al valore preso e compreso della realtà, magari seguendo un tracciato di riflessioni che si integrano e si perfezionano, osservando e studiando. Questo io lo faccio nel mio mestiere e, quando vedo i segni che si concretizzano, procurano la gioia di chi quello spazio vive o torna a vivere… mi sento pienamente realizzato dal mio mestiere.
Cercare di formulare risposte che integrino, che valorizzino la spazialità in cui riconoscersi è armonia, si è cioè ristabilita una continuità tra uomo e ambiente con dei valori che integrano il dinamismo e la provvisorietà… in quel momento si è realiz
zata quella continuità tra tensione e spazio e vita... Tra uomo e spazio e ambiente ... e credo sia questo il mestiere dell'architetto...
In questo senso potrei citare alcune opere di Michelucci (e F. L.W. ma anche di molti altri ma non tutti organici…) che è nato e vissuto a pochi km da dove io sono nato. Opere che rivelano, nella loro ricerca… una forte essenza organica connessa alla spiritualità dell'uomo e dell'ambiente. Potrei citare Galvagni nella sua ricerca didat
tica per esempio…
Adesso non mi si dica che sono michelucciano per favore, perchè questo accadeva già molto prima di M. e di solito accade dove l'uomo vive

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Commento 7154 di Renzo marrucci del 24/04/2009


Il ritorno al passato è un errore grave come quello di un "nuovo" narcisista... fine a se stesso... ma è così difficile coprendere che cosa sia la continuità? Andare avanti in coerenza? Mi domando come si faccia a non capire che la frenesia del nuovo è contro l'intelligenza della vita? I problemi nuovi sono coerenti con il crescere e le risposte devono essere coerenti e se possibile anche di più. L'idea di rompere con il passato è una sorta di complesso di inferiorità non maturato... crea sempre difficoltà... Nessuno demonizza, e specialmente io, ma di fronte a tante elaborazioni sotto i nostri occhi, si capisce che la vanità sia una sorta di tarlo presentuoso che trova nella pseudo comunicazione una sorta di terreno di cultura... per diventare una specie di virus...
Oggi sentirsi terrone è una sorta di non senso... anzi perfino un po snob... Ma uno si sente come desidera in fondo...caro Giannino.
Si potrebbe parlare di falso nuovo... Di perfido saccheggio della storia ecc... cioè di ciò che non risponde ai problemi della città ma che illude sull'operazione e dato che il tempo è denaro e coincide con gli interessi temporali di alcuni (che aumentano), è sempre un affare di fronte all'ingenuità collettiva. Poi tutte queste cose realizzate o in via direalizzazione, dopo grosse erogazioni di denaro... imprese sempre associate a nomi di architetti pubblicizzati... rimangono a frustrare la vita dei cittadini a riempire le pagine di strombazzanti riviste e giornali... e a rendere, in definitiva, ingestibile la città. Ma la paura che centra? Si tratta di coscienza dopo aver visto e capito...
Spuntano adesso delle pubblicazioni che cominciano a fare una certa chiarezza e una è di J0hn Silver: le architetture dell'assurdo. La condivido solo in parte, per me il fenomeno è per certi aspetti anche più grave.

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24/4/2009 - Sandro Lazier risponde a Renzo marrucci

Marucci dice: "ma è così difficile coprendere che cosa sia la continuità?"
Tutti sanno cos'è la continuità. Ma questa non appartiene alla storia dell'uomo e non serve alla sua vita, né a quella biologica né a quella sociale. La discontinuità, il rinnovamento continuo, l'incertezza, questi sì sono gli argomenti della nostra storia. Un continuo e costante conflitto tra regola e tradimento. Senza questa tensione non avviene nulla. Senza questa tensione non c'è adattamento, evoluzione e quindi non c'è sopravvivenza. La vita ha bisogno di calore e il calore è solo disordine, discontinuità. Il nuovo a tutti i costi, anche forzando il linguaggio? In queste condizioni (fisiche, oggettive) assolutamente sì! Serve alla sopravvivenza. La continuità è la fine, peggio del ritorno al passato.

 

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Commento 7155 di andrea pacciani del 24/04/2009


Lazier dice e sottoscrivo:"La discontinuità, il rinnovamento continuo, l'incertezza, questi sì sono gli argomenti della nostra storia. Un continuo e costante conflitto tra regola e tradimento. Senza questa tensione non avviene nulla. Senza questa tensione non c'è adattamento, evoluzione e quindi non c'è sopravvivenza. La vita ha bisogno di calore e il calore è solo disordine, discontinuità. Il nuovo a tutti i costi, anche forzando il linguaggio? In queste condizioni (fisiche, oggettive) assolutamente sì! Serve alla sopravvivenza. La continuità è la fine, peggio del ritorno al passato."
Ma quello che non vedete è che l'unico segno di discontinuità che si può dare a questo periodo storico dell'architettura è quello catartico, anche forzando il linguaggio e un nuovo periodo classico è alle porte inevitabile come dopo il gotico fiorito o dopo il Rococò; guardate Dubai o le torri di Milano o qualsiasi altra recente terra di conquista della modernità in cui questa si è potuta esprimere senza il giogo del passato e dell'identità dei luoghi; siamo orami ad un capolinea della modernità del secolo scorso, siamo esattamente al Rococò della modernità al gotico fiorito del razionalismo. Chiamarlo espressionismo contemporaneo o sperimentalismo è un alibi che si scioglie come neve al sole.
Mi sembra miope vedere in una rinascita della tradizione un segno di continuità con il passato! sono passati cent'anni di sperimentazioni del movimento moderno e delle sue derive. Girate per le città ad occhi aperti e la normalità, la continuità e la tradizione (quasi oserei dire) sta in un edilizia che per quanto malespressa è figlia dell'accademia degli ultimi cent'anni.
La discontunuità è oggi l'ecososteniblità a cui l'agonia della modernità non riesce a dare un volto o una faccia presentabile (i giardini verticali, le doppie pelli o altre amenità sono risibili....).
Ribadisco che oggi è avanguardia, ciò che fa male all'autorità costituita dell'archistatment, e quindi nel suo pardosso di conservatore, proprio il principe Carlo. Forse involontariamente, dapprima paladino di un modo conservatore di intendere l'architettura, oggi depositario dell'unica via d'uscita per l'architettura dall'implosione autoreferenziale e dall'assorbimento da parte di altre discipline quali il design o l'arte già agonizzanti degli stessi problemi...

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Commento 7156 di Renzo marrucci del 24/04/2009


Intesa come dice Lazier la continuità è come giocare con le parole e poi con la vita. Io semplicemente la intendo come continuità a vivere, mettendo a frutto l'opera migliore dell'uomo, affinchè la vita possa esprimersi in un consorzio umano dove i problemi è giusto che ci siano, ma quelli veri... quelli che ti porta a vivere... I problemi o la crisi sono impliciti nella continuità, ma siamo noi che dobbiamo capirlo... Considerarla come noia o come la morte... mi sembra molto personale e in questo caso non rientra nella mia idea di vita e di ricerca. A ciascuno il suo...
Se La città si rende sempre più invivibile, si creano condizioni di morte e di degrado della cultura... Credo che bisognerebbe non continuare a coltivare l'errore, perchè l'errore è il culto dell'errore... La vita non è solo questo, ma è l'aspirazione al bene comune, appunto aspirazione...
Nella mia vita per esempio, i maggiori e più gravi problemi sono derivati dalla mediocrità e dalla cattiveria e giuro che la continuità per me è cre
scita che non esclude per nulla i problemi, ma sostengo che bisogna impedire almeno (sic! )a quelli più stupidi e inutili e evitabili... di renderci questa meravigliosa avventura almeno più umana...
La continuità, ho sempre sostenuto questo, è un flusso che non esclude anzi ammette la crisi e la ricerca per la sua soluzione...

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24/4/2009 - Sandro Lazier risponde a Renzo marrucci

Marrucci parla di problemi veri che l’architettura dovrebbe risolvere ma sottovaluta il fatto che il suo problema principale, dell’architettura intendo, è quello linguistico, rigorosamente teorico.
Il resto è in mano alla tecnica, che è padrona assoluta della storia e nessuno ne discute le capacità. Finalità e mezzi forse, ma non la dote di darsi traguardi precisi e raggiungerli con precisione.
Ciò che danna gli architetti non è quasi mai “cosa dire” ma “come dirlo”. Poi le cose possono anche complicarsi compenetrandosi, ma il problema principale rimane sempre quello di dover riempire con dei segni un foglio bianco.

Sul concetto di continuità bisogna evitare i sofismi.
Continuare, persistere nell’incoerenza non porta alla coerenza. Se si è incoerenti per tutta la vita non si può, per questo, chiamarsi coerenti. E viceversa.

Così come, rivolgendomi a Pacciani, la pretesa continuità e coerenza della tradizione storico-architettonica persiste nella sua coerenza anche quando questa si dice incoerente rispetto a chi, ad essa, si oppone. È una semplice questioni di segni: due negazioni confermano.

 

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Commento 7157 di renzo marrucci del 24/04/2009


Caro Pacciani, solo per essere chiaro...
Rinascita della tradizione come segno di continuità? Ma allora bisogna leggere con attenzione, per cortesia, almeno il possibile! Nessuna rinascita della tradizione ! continuità vuol dire andare avanti, ci siano o non ci siano i problemi o le crisi e se ci sono si lavora per superarli con aderenza al senso della realtà... al senso della storia con logica attitu
dine o consenquenzialità e che non vuol dire smettere la tensione o addormentarsi ! Semmai è il contrario! Nella logica della vita vi è dina
mismo e creatività come il suo contrario e come il peggio, si tratta di arginare il peggio, il non creativo o almeno di capirlo! Non ho detto che continuità significhi dormire il sonno della beatitudine e per capirlo basterebbe leggere i miei commenti o i miei articoli... Ma forse va bene anche scrivere come sulla spiaggia? Pazienza si riscrive.
Per me, spero di essere riuscito a spiegarmi... continuità vuol dire tens
ione morale e sacrificio e lotta all'imbecillità simulata e naturale.

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Commento 7158 di giannino cusano del 24/04/2009


Caro Renzo, scrivi:

«Oggi sentirsi terrone è una sorta di non senso... anzi perfino un po snob... Ma uno si sente come desidera in fondo...»

ma andiamo, su: era solo una battuta. Tanto sul serio, ormai, i tempi ci hanno abituato a prenderci? Un po di humour, per favore :)


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Commento 7160 di giannino cusano del 24/04/2009


Non sarò breve!

Mi pare che la discussione, a parte eccezioni, rischi di introvertirsi sullo specifico, per non dire su una sorta di inesistente autonomia, dell'architettura. E semplicficandosi eccessivamente.

Pacciani ha ragione quando parla di tematiche ecologiche ma a mio avviso sbaglia quando confonde la modernità, e segnatamente la "cultura" della modernità, con l'efficientismo del capitalismo industriale e finanziario e con il vortice consumistico che certo mettono in serio pericolo l'ambiente.

Forse c'è bisogno che ricordi che Norberto Bobbio ha lavorato una vita sulla felice intuizione che il capitalismo ha, per la prima volta nella storia umana, scisso economia da politica (in senso lato) ponendo così il termine "società" in una nuova dialettica interna, ptrima del tutto ignota. Dunque, democrazia e capitalismo, e più in generale cultura e capitalismo (o, oggi, consumismo) sono due corni di una dialettica complessa e conflittuale, in senso generalmente positivo. Basta rileggere Wright, del resto, per capire che aveva compreso perfettamente la questione. Che non è di efficientismo ,acchinistico o economicistico-finanziario ma di prospettive politiche, culturali, spirituali. La stessa dialettica, del resto, non è sfuggita agli economisti e uomini di cultura più attenti, meno "settoriali" e certo più moderni del XX sec. (alcuni anche del XXI) come, per es., Paolo Sylos Labini o Giorgio Ruffolo.

Dagli anni '80 in qua, a mio parere, e questo mi pare un nodo forte del problema, mentre il mondo dell'industria e della tecnologia andava avanti, il mondo della politica e della cultura non riusciva a tenere il passo con nuove politiche di riequilibrio sociale e ambientale. Con Reagan si disse che il mondo aveva inesorabilmente virato a destra. Non credo sia così, ma si è detto. Il corno politico, culturale, progettuale della società si è indebolito, mentre capitalismo e società dei consumi e dello spreco hanno continuato imperterriti a "crescere" senza forma e senza delimitazioni di sorta. Il nostro stesso io si è indebolito e rintanato in prospettive sempre più minimaliste e laconiche: dopo i rischi della guerra nucleare, tuttora non sopiti, anche se meno acuti di un tempo nella percezione comune,. dopo le delusioni seguite alla "belle èpoque" degli anni 1945-1973/76 (prima crisi petrolifera) in effetti pian piano la svolta a destra c'è stata. Nel senso di un calo di fiducia generalizzato, in Occidente, verso la possibilità di riformare i nostri sistemi nel senso di una società più a misura d'uomo.

"Psicanalisi della situazione atomica" di Franco Fornari è del 1970. ma già nei primi anni '80 si scrivono libri di taglio totalmente diverso, come la cultura del narcisismo" (1\981) di Christopher Lasch. Che aveva lucidamente compreso che la partita si iniziava ormai a giocare nel senso della sopravvivenza psichologica, prima ancora che materiale. E sempre lasch, nel 1984, propone una lettura della situazione che mi pare estremamente significativa ne "L'Io minimo: la mentalità della sopravvivenza in un'epoca di turbamenti". C'è una diffusa mentalità del "si salvi chi può" -alimentata anche da molto terrorismo psicologico di certo catastrofismo ecologista- che rende sempre più scettici nei confronti di progetti sociali comuni.
Tutto sommato la "belle èpoque" 1950-'73 aveva retto, è vero, sull'illusione dell'inesauribilità delle risorse (e già Peccei e il Club di Roma avvertivano di fare attenzione), cioé sul volano del petrolchimico, ma questo non basta. C'era anche una sorta di equilibrio o compromesso tra capitalismo manageriale e umanesimo socialdemocratico, in senso lato, o umanistico-rifornatiore che negli anni '80, per ragioni che sarebbe lungo analizzare, si ruppe a livello mondiale. Quello che da tempo sta prendendo piede in occidente è una mentalità da assediati: specie dopo l'11 settembre, ma non solo.

E se il Moloch della crescita illimitata (Moloch contro cui si è sempre scagliata tutta la cultura urbatettonica moderna: altro che storie!) negli anni del tramonto delle ideologie è rimasto l'unico vero residuo ideologico perfettamente integro e trasversale a destra come a sinistra, proprio continuare a credere più o meno inconsapevolmente in questo Moloch porta poi alle crisi di sconforto e di pessimismo generalizzato quando le cose non vanno come previsto. Ma da chi? Da quelli che in generale potremmo chiamare "futurologi", in realtà gli arùspici del tempo presente. Che siano economisti, sociologi, architetti, urbanisti, tecnologi, poco cambia.
Come sempre, anche gli arùspici di oggi si dividono nelle due eterne categorie dei catastrofisti e degli iperottimisti. E regolarmente toppano previsioni: perché non c'è nulla da prevedere. Perché dietro l'angolo non c'è nulla e nel "corso degli eventi" non c'è alcun senso inscritto se non quello che sappiamo e osiamo metterci noi oggi oggi.


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Commento 7159 di Renzo marrucci del 24/04/2009


Caro Giannino, l'umore è una cosa bella e spero che mi ritorni presto!

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Commento 7151 di Renzo marrruci del 23/04/2009


Il "nuovo" in sè non vuole dire niente rispetto ad un sistema che vive.
La risposta ad un problema se è tale risolve e allora è il nuovo, contiene cioè li elementi che servivano alla vita e allasua funzione per andare avanti, migliorando l'uomo. Il nuovo in sè può essere sbagliato e non risolvere ma aggravare, come spesso succede oggi. Imposto da chi crede senza capire ,distrugge anzichè costruire eppure magari crede di costruire...Il nuovo può avere forme e aspetti accattivanti, esere ben pubblicizzato ma una volta realizzato essere controproducente in fatto di educazione e affezzione, di tutto ciò che serve alla vita per progredire e anzi induce alla regressione perchè sradica e non promuove nuove forme di vita accettabili ecc... Il nuovo in sè non basta, non è sufficiente, deve poter aderire, essere necessario al proseguimento della realtà e migliorarla... Un architetto serio a questo deve tendere... è un dovere morale...
Due scarpe nuove non sono migliori se sono di un numero o di fattura diversa dal tuo piede... Camminar non queste scarpe peggiora la sos
tanza della tua vita. Scusa il paragone che mi è venuto ma calza...
Leggere la città è come aderire sempre alla necessità e risolverla... e questo esprime l'idea del Nuovo, seriamente ed autenticamente nella continuità del mondo, e quindi della città che ne una espressione prima
ria.

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Commento 7150 di Renzo marrucci del 23/04/2009


Si lo capisco, ma da questo mezzo che è interessante per la vivacità che permette, poi rischia di diventare pesante anche per chi legge... E bisogna pensare,almeno io penso, posso anche sbagliarmi è chiaro, che se si riesce a dare stimoli e ad ottenere stimoli... è già interessante. E a dire il vero è stimolante il mezzo. Più che terrone sei passionale, ma questo è un pregio. La passione è oggi rara e va stimolata negli altri semmai.
Leggere la città è quello che hai fatto quando scrivevi di Roma. E si va avanti a prendere coscienza di come è formata la città, perchè solo osservandola con gli occhi di un uomo, si capisce dove consente la vita e dove la soffoca... dove si sviluppa aggregazione e perchè, dove si vive bene anche se gli edifici non sono il massimo... In altre parole non avere la sindrome del capolavoro che ti spinge sulla strada abbagliata, falsamente intellettuale. Capire le cose semplici ci aiuta a capire le cose meno semplici e a riconoscere dove si sbaglia e dove altri sbagliano... Io ci provo sempre e mi piace, devo ammetterlo.
Uno volta mi sono trovato ad assistere alla presentazione da parte di R. Piano a Ponte Lambro( periferia di Milano), di un progetto residenziale commisionatogli se ben ricordo dall'Europa. Mi sono infiltrato in quella sala dalla grande curiosità ben sorvegliata e ho ascoltato il mago magistrale mentre interrompeva, come se fossero dei registrati collaboratori... i suoi due giovani architetti... Dire che ne ho riportato una impressione fortemente deludente è poco perchè il progetto non nasceva a Ponte Lambro, ma nel suo studio... nonostante mandasse i suoi a giro per questa realtà... appariva come una sorta di scena di fronte al sindaco e alla sua giunta lì radunata a ricevere il dono e in una sorta di gran segreto...
Il progetto era formato da due volumi rettangolari paralleli distesi, con gruppo di scala al centro che li raccordava... ero allibito per la sceneggiata.
Ricordo che Piano tirò fuori l’idea “dell’architetto condotto”… che sta in mezzo ai mutuati a recepire le difficoltà… chiacchere, parole senza passione, distaccate e formali…
Ponte Lambro ha bisogno di essere ricreato, ritrovato, riorganizzato in forma umana, sociale e nei volumi esistenti( come tanta periferia italiana) non ci voleva molto a capirlo, solo predisposizione a recepire e saper leggere il brano di città. Bisognava leggere la città, o il pezzo di città e capire cosa manca, per eliminare il disagio e farne un luogo dove vivere, dove poter stare accanto agli altri e perchè non funzionasse e per quale motivo produce degrado e smarrimento sociale... Niente di tutto questo...
Caro Giannino leggere la città vuol dire capirla umilmente e personalmente ...avere pazienza e non farla capire ad altri su commessa. Ricordo bene la lezione che ne ho tratto e che mi spaventò la leggerezza della risposta...
Se non sono riuscito a spiegarmi ora ci ritorno sopra...
Renzo Marrucci

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Commento 7153 di giannino cusano del 23/04/2009


X Renzo: PS

col termine "passato" intendo qui un patrimonio di soluzioni e forme avulse dai loro contenuti, impunemente prese alla lettera e in prestito per operazioni "friggi e mangia", acrtitcamente catapultate nel contesto attuale, senza minimamente comprendere la situazione odierna. Questo saccheggio formalistico della storia è un'operazione consumistica ben peggiore del male che dichiara di voler combattere.


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Commento 7149 di giannino cusano del 23/04/2009


Caro Lazier, grazie dei chiarimenti. Pienamente d'accordo che "Siamo come gli antichi perché, come loro, si vuole essere moderni. La modernità, quindi, appartiene a tutti i tempi."


"Non è temporizzabile perché non la si può appiccicare ad un perdiodo storico definito."

D'accordo anche su questo. Solo, ho il sospetto che ci sia anche l'altra metà: cioé che i suoi problemi e contenuti-forme mutino e siano, perciò, in sé temporalizzati. Per es., nulla di più borrominiano della Palazzina di Passarelli in via Campania o dell'Habitat di Safdie a Montreal (e pensare che c'è ancora chi parla di astoricità del Movimento moderno!) ma quel riportare Borromini all'attualità credo sarebbe stato completamente diverso 50 anni prima o dopo quelle due opere.
Bye,
G.C.

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23/4/2009 - Sandro Lazier risponde a giannino cusano

Sì. Credo anch'io che l'esito dell'architettura non possa appartenere a nessun tempo. Credo altresì che, per primo, Zevi abbia compreso come, senza un buon motore, nessuna architettura può dirsi tale solo per la sua forma. Il motore dell'architettura è una costante (quindi senza variabile temporale) tensione morale verso il rinnovamento, che appartiene ai protagonisti di ogni momento della storia. Questo credo sia il succo della frase.
PS: abbiamo inserito la carta del Machu Picchu del '78

 

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Commento 7152 di giannino cusano del 23/04/2009


Caro Renzo, ti sei spiegato benissimo.

Due soli appunti (o dis-appunti):

1. scrivi: "Più che terrone sei passionale, ma questo è un pregio!"; grazie; solo che per me il pregio maggiore è essere "terrone" :)

2. il nuovo: la vita va avanti e pone problemi che il giorno prime non immaginavamo nemmeno. Affrontarli con strumenti obsoleti significa solo non centrare i nuovi problemi e stravolgere anche vecchi equilibri: è un discorso del tutto generale, peraltro. Non solo architettonico o urbanistico.

Qual è stata la novità dell'architettura e dell'urbanistica organica, tra le altre? L'impegno sociale. E hai ragione quando rivendichi un'architettura e una città fatte "per l'uomo" (sottintendo "di oggi", perché quello ottocentesco o feudale possiamo solo sforzarci di immaginarlo). Penso che abbia ragione persino Eusebio d'Inghilterra, in alcune motivazioni e moventi (poi, direi proprio che con questa storia delle città violente, voraci e disumane .secondo me si esagera).

Ma può, la terapia, saltare a pie' pari la complessità dei problemi come oggi si presentano e, rifugiandosi nel bel tempo che fu, sperare di essere efficace? Io penso decisamente di no. I fenomeni, peraltro, non sono ingovernabili perché sono complessi -assunto che spesso induce nell'illusione che semplificando l'immagine della realtà semplifichiamo anche la realtà, a tutto vantaggio del demagogo di turno-: sono ingovernabili per anomia e per carenza di vera tensione progettuale. Che è come dire tensione morale.

Dunque il "nuovo" significa capire che siamo entrati, da qualche decennio, in una dimensione in grandissima parte sconosciuta ai nostri avi. Se il futuro non è più quello di una volta , nemmeno il passato lo è: e non può, in quanto tale, aiutarci. Può solo essere (ri)assunto in una cornice inedita. O gireremo a vuoto. E' in parte vero, secondo me, che le archistar si aggirano in una dimensione narcisistica. Ma chi ripropone un banale ritorno alle cose buone e genuine del villaggetto sereno di un tempo non mi pare, francamente, da meno: anzi! Credo che si tratti di due chiavi altrettanto inutili: perché destinate a porte che o non ci sono o non menano da nessuna parte.

Cordialità,
G.C.

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Commento 7143 di giannino cusano del 22/04/2009


Caro Renzo, scrivi:

"Oggi così la nostra città cresce… "

e per molto tempo è cresciuta vorticosamente. Questo, da un secolo e mezzo in Italia, è un fatto nuovo. Non lo si affronta con metodi calibrati su una città che cresceva poco e lentamente.

prosegui:
" Lasciamo perdere luoghi comuni caro Giannino… Non è una questione di veline"

chissà perché i luoghi comuni sono per lo più quelli degli interlocutori, quasi mai i nostri. Ho portato fatti e mi aspettavo altrettanti fatti a smentirmi, non astratte e preconfezionate enunciazioni teoretiche.

Quanto agli "slogan", dipende: se sintetizzano un pensiero, servono eccome.
Ma ti ringrazio per il tuo intervento: tutto sommato mi fa venire il dubbio che il famoso "disegnino" sarebbe con ogni probabilità fatica e fiato sprecati, tanto è miope, degradato e ridotto ai minimi termini il dibattito .nel nostro Paese. Cioé depresso, in tutti i sensi: morale, ideale e dei contenuti.

Non mi sorprende che siamo agli esibizionismi da archistar, se non siamo stati capaci di po' più alto il livello e il costume generale. Quegli esibizionismi sono una conseguenza, non una causa. E ci accaniamo a combattere il sintomo senza cercare di guardare oltre.

Cmq, caro Renzo : amministriamo l'esistente! Tiriamo a campare! Sull'incarico e il consenso del giorno dopo, magari conditi di facili e incolti populismi, brindando alla sconsolata e desolante celebrazione dell'ideologia della sconfitta e dello sfascio alla tavola imbandita dal marchesino Eufemio. A me pare un banchetto funebere. Lascio volentieri ad altri i Krier e mi tengo altrettanto volentieri il buon, "vecchio" Piccinato, ancorchè riattualizzato. Purtroppo, sono inguaribilmente astemio, da questo punto di vista :)

Chi vivrà vedrà :)

Un caro saluto,
G.C.

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Commento 7139 di Renzo Marrucci del 22/04/2009


W il quasi Re!
Caro Giannino fai pure il disegnino perchè non si capisce bene quello che dici. Principi e Re, Imperatori o Consoli… oppure Contesse e materassi... Dicono quello che dicono, ma se affermi che “il nuovo tutela l' antico”, non solo devi fare il disegnino, ma lo devi anche spiegare bene! I casi in cui il cosiddetto nuovo (a piacere?), cioè alquanto "a-specificato", tuteli l'antico, a parole fa effetto e nei fatti... fa tragici danni spesso irreversibili. Si parla della maggioranza dei casi e ovviamente di ambiente urbano come di architettura e territorio…
Si va dalla borsa merci di Pistoia di un certo G. Michelucci, che aveva il pallino raro del nuovo accanto all’antico e nella natura e così… la capacità di andare avanti... contro l'insofferenza di capire l'architettura storica di quella parte di architetti che credono di essere la vetta del mondo e di imprimere il proprio…come dire: aristocratico, altezzoso, incriticabile segno? A tutela non solo dell’antico.
Se reclamava lo “scarpaio” o se preferisci lo “scudiero” del principe, cosa dici… gli avrebbero riso in faccia? Nessuno se lo sarebbe curato? Se invece contesta lui in persona allora gli rimproverano di usare il suo aristocratico piglio? Farlo per i canali non giusti e balle varie? Ammesso che possa avere, il Carlo, una certa antipatia per certi architetti "super-archi-travi-star", non è certo il solo che sente il peso di una sovraccaricante, manipolante cordata da sistema globale... che impongono e non presentano nè amano discutere e solo presenziare... e quale sarebbe il torto eventuale? l'aver manifestato senza peli sulla lingua il proprio pensiero? Altri lo avrebbero fatto in modo più ragionato e convenzionale... ma sempre critiche a denotare non una dichiarazione di continuità nella città, cioè una ricerca architettonica di materiali e qualità, ma uno strapotere convenzionale di segni archi-super-travi-star, che il Carlo non ha.... sebbene Principe e quasi Re, condiviso! Almeno qualche volta fa bene all’orecchio caro Giannino… in questa nuova epoca di fagocitato extramedioevo a pagamento che, direttamente, il quasi Re dica quello che pensa... e andrebbe bene si facesse di più e spesso in giro... Re o chiunque altro.
Non dimenticare che il Carlo, quasi Re, non è propriamente ”solo-quasi-Re” ma anche cittadino che dalle sue frequentazioni trae per il proprio giudizio critico. Lo scarparo, o lo scudiero, nonostante l’epoca pseudo-evoluta... non spessissimo si pronuncia e forse anche perchè non conoscono i canali giusti?
Renzo Marrucci

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Commento 7142 di Renzo marrucci del 22/04/2009


Il nuovo allora non tutela la città …
Ma questo dimostra che se non si sa leggere la città e non solo la città storica... si distrugge e basta o si altera rovinosamente il rapporto con la continuità funzionale e ambientale della città. Ma se questo è l'assunto che non si capiva... allora per me è accettabile. Gli slogam è assai pericoloso farli perchè fungono da pretesto... un formidabile pretesto alla committenza di oggi per interrompere lo sviluppo della città e farlo cadere in catalessi con i numerosi segni di architetti filo archi-super-travi-star... Con le loro architetture nuovissime che se ne fregano della città e del cittadino ma ci tengono molto alla loro narcisistica performace... Dire che "il nuovo tutela la città" senza spiegarlo non è, abbi pazienza, igienico, ma crea condizioni che aprono le porte alla "tumulta" equivoca della peudo architettaglia d'assalto che imperversa, in una disastrosa autostima, a danno non solo della città ma di tutti.
La continuità organica, pensata, rispetta la qualità urbana senza arroganza e non è solo il modo di evolvere la funzione della città nei suoi aspetti umani e sociali, ma consente un dialogo che si riversa nell'architettura e quindi nell'uomo, ne ascolta i bisogni e li interpreta con sensibilità che è speciale matrice del vero nuovo che si rapporta sempre a ciò che vive... e a ciò che ci consente di vivere nell'armonia... Questo tipo di “nuovo” è una tutela, o se vuoi ragiona con la città e non ne scarica i valori distorcendoli o disinnescandone il contenuto come oggi accade in ogni luogo… a dirla fuori dai denti. Se la commitenza è oggi deresponsabilizzata grazie alla politica e si disinteressa al contesto, nella sua massima parte, ne risente la città e la cultura della città, e in buona sostanza siamo noi tutti che ci perdiamo. Oggi così la nostra città cresce… Lasciamo perdere luoghi comuni caro Giannino… Non è una questione di veline…
renzo marrucci

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Commento 7144 di Sandro Lazier del 22/04/2009


Modernità:
Nino Saggio in un intervento al Convegno di Zevi sulla paesaggistica (Modena 19/09/1997)

Come abbiamo capito da Zevi, noi siamo antichi: noi architetti italiani siamo antichi. Lui vive con Lanfranco, ha parlato due minuti fa con Terragni, i nuraghi sono dietro l'angolo. Ma abbiamo capito un'altra cosa: siamo antichi, noi italiani in primis, perché abbiamo il problema della modernità, e questo nessuno come Zevi ce lo ha fatto capire. Siamo antichi perché abbiamo il problema della modernità. Sappiamo che modernità non è un concetto temporalizzabile. Il problema non è se è più moderno Michelangelo o Libeskind, il problema non è Libeskind o Lanfranco, chi è il più moderno? Se il problema della modernità non è un concetto temporalizzabile, allora che cos'è la modernità?
Io, come molti di voi, conosco a vari livelli il Professore da tantissimi anni, e quindi in qualche maniera tutti abbiamo sentito questo problema. Ma io l'ho capito una volta, veramente, quando con le sue domande a trabocchetto, mi disse "Ma insomma, che è questa modernità? ...". E io: "Certo non è temporalizzabile" e lui: "... la modernità è quella che trasforma la crisi in valore".
Zevi interviene. "Ma non è mia!".

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Commento 7145 di Beppe Rinaldi del 22/04/2009


Vorrei commentare l'articolo e non entrare in polemica con chi è già intervenuto.
Prendo atto del fatto che questi archistar, Piano compreso, non si pongono affatto il problema di come intervenire nella città per renderla vivibile agli abitanti, e con strumenti sostenibili (che non siano cioè inutilmente faraonici).
Non si pongono affatto il problema di criticare nei fatti e con sapienza- loro che potrebbero permetterselo- quest'uso criminoso (nei confronti della Comunità) della rendita.
Nossignori, loro narcisisticamente si autocostruiscono, con i soldi dei palazzinari (pardon investitori) sparsi per il mondo, la città a loro (frammentaria e tossica) immagine.
Mettendo in difficoltà città e cittadini.
Anche loro, a loro modo, tengono famiglia.

E questa sarebbe architettura?
Ma a chi vogliamo darla ad intendere?

Loro (valga per tutti Fucksas con lo stadio in area Fondiaria e Casamonti con Fondiaria, sempre a Firenze) hanno dimostrato di avere molto a cuore il fare l'architetto del principe (della rendita).
E qui mi si vengono a criticare le "ingerenze" di un vero principe in una "supposta" "grande" architettura?
Io direi primaditutto di guardare la trave nel nostro (anzi, nel loro) occhio.


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Commento 7146 di renzo marrucci del 22/04/2009



In un commento non è facile argomentare per varie condizioni e anche il tempo è sempre di profilo. Non ho creduto opportuno farlo ma lo farò con più calma, in un altro momento, che la questione non finisce con l'ultimo rigo purtroppo. Cioè dovevo argomentare la continuità organica di una città o di qualche città per essere anche io fuori dal luogo comune
e vero? Ma... caro Giannino io sostengo che si deve essere contro ten
denza al modo di fare in uso tra pessimo committente e superarchistar o mi sbaglio? ( finanziaria, o altro che gli assomigli..)E se questo è ora una sorta di sistema o modo di fare che viene imitato dai precursori della "tumulta" e del "si può fare ci sono le tecnologie" come se fosse una sfida in astratto dimenticandosi di tuto il resto come lo fa il Fuksas, il Piano, la Hadid e aiutetemi voi nella filastrocca noiosa di questa sorta di pseudoartisti dello spettro della multinazionalità architettonica... che ha dimenticato l'uomo o lo ripete nei concetti stereotipati che gli sono ormai noti... Io penso a chi fa il mestiere dell'architetto con amore e con grande difficoltà, che crede sia necessario progettare per la felicità dell'uomo sotto forma di cittadino abitante della città... o del paese o del territorio... Io penso a chi non conosce il luogo della sua progettazione e lo conosce dai filmati e dalle foto o per racconti vari... Io penso a chi ci và su quel luogo e cerca di capirne le peculiarità e le esigenze di chi ci vive e elabora con l'architettura che vi esiste risposte praticabili e coerenti con i materiali e la vita che vi scorre. Quando vedo organizzazioni umane mi fermo e ci rifletto e mi chiedo come funzioni e quale sia stata la magia che le fa funzionare e che l'architetto ha scoperto e cercato senza presumere di cambiare o considerare l'uomo come una marionetta da infilare nei pertugi di spazialità immaginata sulla carta e neanche spesso voluta.
Che cosa è la modernità se non una risposta concreta al presente nei problemi che palesa e che affliggono l'uomo? Poi verrà il capo d'opera ma certo non attraverso la sponsorizzazione di qualche acciaieria o altro...

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Commento 7147 di giannino cusano del 22/04/2009


Scrive Lazier:

Nino Saggio in un intervento al Convegno di Zevi sulla paesaggistica (Modena 19/09/1997)

« (snip) Ma io l'ho capito una volta [cos'è la modernità] , veramente, quando con le sue domande a trabocchetto, mi disse "Ma insomma, che è questa modernità? ...". E io: "Certo non è temporalizzabile" e lui: "... la modernità è quella che trasforma la crisi in valore".
Zevi interviene. "Ma non è mia!".»

Ho bisogno di un supplemento d'informazione: non ho capito a cosa si riferisce quel "ma non è mia!": alla frase? alla modernità, in quanto magari trasforma la crisi in valore? Non ho compreso proprio lessicalmente.

Come sia, trovo vero che «Siamo antichi perché abbiamo il problema della modernità.» (ma questo non vale, penso, solo per l'Italia): cioé della flagrante e perenne realtà dei problemi che abbiamo davanti, oggi e per il futuro, come ce l'aveva Borromini all'Oratorio dei Filippini o a Sant'Ivo, lo scavatore dei sassi, l'abitatore e affrescatore delle caverne o dei nuraghe o Arthur Dyson. E dunque, nemmeno x me si pone il problema di sapere se è + moderno Wright o Arnolfo di Cambio.

Penso, poi, che la cultura non serve a nulla, se non ci aiuta a centrare gli ostacoli che abbiamo davanti e ad abbattere i concetti morti.

La modernità non è temporalizzabile perché, a mio parere, non ha bisogno che qualcuno la temporalizzi: è intrinsecamente temporalizzata o non è. Non le si può, credo, imprimere la variabile "tempo "dall'esterno come si applica una crema rassodante.

Bye,
G.C.

PS - sommessa domanda: su Antithesi non riesco a trovare la carta del Machu Picchu. O non è ben visibile, o non c'è. Nella seconda ipotesi, non sarebbe utile pubblicarla anche qui, benché la si trovi anche in altri siti?

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22/4/2009 - Sandro Lazier risponde a giannino cusano

"Ma non è mia!" è riferita alla frase. Infatti è di Baudrillard.
Siamo come gli antichi perché, come loro, si vuole essere moderni. La modernità, quindi, appartiene a tutti i tempi. Non è temporizzabile perché non la si può appiccicare ad un perdiodo storico definito.
Per quanto riguarda il concetto di crisi, mi pare oggi accettato generalmente. Nei processi ripetitivi (tautologici) della natura (biologia) o dell'uomo (comportamenti sociali) solo le differenze (anche piccole) producono cambiamenti (anche grandi). Differenze dovute ad errori di riproduzione. Errore, quindi, crisi che si trasforma in valore.
La carta del Machu Picchu, in effetti, non l'abbiamo mai pubblicata. Provvederemo al più presto. Grazie

 

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Commento 7148 di giannino cusano del 22/04/2009


Renzo, sono un passionale terrone d.o.c. e me ne vanto. Ogni tanto, pur senza incazzarmi, mi accaloro non poco se cose che a me sembrano naturalissime, quasi scontate, mi pare siano recepite un po' distrattamente. Ma è una mia impressione. E' che .vorrei più contraddittorio, argomenti e calore per poter andare oltre. E vorrei che anzitutto le contraddizioni interne ai discorsi di cisacuno venissero evidenziate e minate senza pietà: solo così, credo, si cresce tutti.

Cmq non importa: abbiamo tempo..

Una cosa devo chiedertela: dici che il problema non è il "nuovo" ma quello di saper leggere la città. Mi spieghi la differenza? Io non riesco a vederne.

Grazie,
G.C.

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Commento 7140 di giannino cusano del 22/04/2009


Caro Renzo, mi sa che tenterò di fare il disegnino e,ad Antthesi piacendo -che ancora una volta ringrazio per lo spazio che mette a disposizione di tutti- credo che prenderò ad esempio Roma dopo il 1870. Devo acquistare un nuovo scanner, perché il mio glorioso hp, nonostante il vetro invece della plasticaccia e nonostante lenti e prismi di tutto rispetto, fa i capricci. Cosa ovvia, visto che lavora indefesso ormai dal lontano 1992, ma insomma: tant'è. Un po' di pazienza, per favore :).
Come sia, anticipo, a grandi linee, cosa intendo con "solo creando il nuovo si può preservare l'antico". Le vicende di Roma sono, come per gran parte delle città italiane -con pochissime eccezioni- emblematiche e contrassegnate, a grandi linee, da un errore di fondo enorme. Che è questo: di fronte ai nuovi problemi posti dal drastico cambiamento di dimensione e di organizzazione della città nuova, si interviene non inventando un organismo di tipo inedito e consono ai problemi dei tempi, ma "espandendo" il centro storico. Illudendosi, cioè, che la città potesse configurarsi "per parti" (ricorderai certo le inani teorizzazione di Aldo Rossi sulla città "per parti") appoggiando le esigenze della nuova vita urbana sostanzialmente sulla vecchia struttura. E, sostanzialmente, andando a rimorchio del mercato edilizio con piani per lo più di ordinaria amministrazione, invece di indirizzarne gli esiti verso un organismo consono alle mutate condizioni di vita.
Il primo risultato è stato di soffocare il centro storico entro cinture concentriche di raggio sempre più ampio, invece di capire che Roma si espandeva "naturalmente" verso Est. Il secondo e conseguente risultato, è stata l'impossibilità di ogni decentramento di funzioni incompatibili con la città storica; il terzo è la necessità (del tutto gratuita) di procedere a sventramenti sempre più massicci del centro storico. Perché? Ovvio: perché espandendo la città tutt'attorno al centro, nasce il problema di consentire al traffico veicolare di attraversare il centro stesso per connettere tra loro le nuove espansioni.
Iniziamo subito con gli sventramenti ottocenteschi e si prosegue, poi, con quelli sempre più invasivi del primo '900 e del fascismo. Si dice che quegli sventramenti avessero una logica: è verissimo, a partire dalle premesse che ho rapidamente delineato. Il punto è che le premesse erano sbagliate. E quali erano? Forzare l'antico a farsi carico dei nuovi aspetti della vita moderna, stravolgendolo, invece di "inventare" il nuovo organismo facendo sì che il vecchio centro rimanesse un quartiere dell'intera ciittà, questa sì investita delle nuove dinamiche, invece di farsi carico di problemi che non poteva affrontare e risolvere. E' semplice, mi pare. le ripercussioni sono enormi: si guardi l'Oratorio dei Filippini, per es. Lo sventramento di corso Vittorio ha totalmente alterato la lettura della sua facciata e reso incomprensibile il celebre angolo con via dei Filippini. Quella facciata e quell'angolo erano stati pensati per una visione ravvicinata e di scorcio, mentre ora risultano sfocati e appiattiti dall'ampio invaso antistante. E' solo un piccolo esempio. Perché si arriva a questo? Per creare una via a scorrimento veloce che attraversasse il centro connettendo il quartiere Rinascimento ai nuovi nodi di largo Argentina e al sistema viario di piazza Venezia e, di qui, via dei Fori Imperiali-Colosseo-Circo Massimo-EUR, da un lato, via Nazionele-terme di Diocleziano-Termini dall'altro. Non era affatto necessario arrivare a questo. Si pensi, ancora, alle enormi manomissioni del quartiere di Tor di Nona o a corso Rinascimento. Si era giunti persino a pensare di distruggere le testate di piazza Navona -crimine riuscito solo in parte- per farne un'altra arteria a scorrimento veloce. Tentativo, per fortuna, fermato sul nascere.
Gran parte della storia urbana della capitale post-1870 è costellata da una selva di progetti per l'ammodernamento e il rifacimento del centro storico, che erano nient'altro che suoi stravolgimenti. Era necessario? Per nulla: bastava pensare seriamente la città nuova. Si pensi che entro questa cornice il Brasini immaginò persino di collocare in centro storico la nuova sede del palazzo Littorio: una piramide tronca gigantesca che avrebbe dovuto superare quasi del doppio l'altezza di San Pietro. E si pensi, ancora, alle zone archeologiche e al parco dell'Appia antica. L'equivoco romantico di restituirle alle letture del Gregorovius o di Stendhal era perdente e impraticabile, perché comunque vi arrivavano i fischi dei treni, i rumori del traffico e vi si vedevano sull'orizzonte i profili della città post-unitaria. Cosa si fece? galvanizzati dal mito di riportare il parco dell'Appia ai tempi romantici, non si sa perché, e stante l'impossibilità del sogno, non si procedette, per es., a una sistemazione adeguata del verde che il più possibile prendesse atto delle nuove condizioni e dei nuovi problemi venutisi a profilare. Si

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Commento 7137 di giannino cusano del 21/04/2009


X Pacciani.

Ha scritto:
« ... 1) per modernisti intendo ... gli architetti che dal primo movimento moderno fino agli ultimi eclettismi storicistico-moderni, o agli ultimi sperimentalismi, credono ancora nel potere salvifico del nuovo e nella tabula rasa rispetto al modo di gestire l'antropizzazione del territorio come si è fatto per secoli nella storia»

Che gran confusione.

1. “modernismo" è un movimento cattolico, dissidente ed “eretico”, che alla fine dell'800 tentò di aprire la chiesa ai problemi che i nuovi tempi ponevano, invece di rimanere illusoriamente trincerata nei tabù della Controriforma. Successivamente, il M. divenne anche un movimento letterario e architettonico formalistico ed eclettico, visto che si occupò di stili e non di contenuti. Indubbiamente, il M. interseca l'Art Nouveau e predispone un formidabile congegno pop che influenza, in qualche modo, anche la ricerca di Gaudì: quanto meno, gli consente di intrecciare diversi in una fortissima visione unitaria e per nulla eclettica. Ma la statura creativa di Gaudì è certo debordante rispetto ai miscugli stilistici del M. e di Domenech y Montaner. Ora: io non sono cattolico e nemmeno cristiano, quindi non posso essere “modernista”; ergo: il discorso non mi riguarda. Moderno si, invece: e questo lo rivendico senza mezzi termini.

Eclettismi storicistico-moderni? E che roba è? Me lo spieghi, per favore: sicuramente è un mio limite, ma non ne ho mai sentito parlare. Perdoni l'ignoranza, sa com'è: lei è così tollerante :)

“Potere salvifico del nuovo”? Il nuovo non è un capriccio, non è “nuovismo”: credo che le sfugga che dalla prima rivoluzione industriale in poi si è più volte spostato il cuore stesso dei nostri problemi sociali e questo, assieme a un'accelerazione mai vista prima, ha imposto la ricerca di risposte efficaci alle quali la riduzione a “stile” dell'architettura e della città non poteva fornire risposte adeguate. Sto parlando di contenuti. Quanto alla “tabula rasa rispetto al modo di gestire l'antropizzazione del territorio come si è fatto per secoli nella storia”, anche questa è una frase a dir poco criptica, oltre che astorica e fuori tema. Penso che lei sappia che Richard Rogers o renzo Piano sono impegnati in prima fila sul tema della sostenibilità. E penso che lei dovrebbe sapere che questo è uno dei cardini centrali della modernità, in particolare del movimento organico.

Detto questo, vengo alle insulse imbecillità di Carlo e di Krier, che è cosa affatto diversa dal chiamarli imbecilli. Se dicono sciocchezze, dicono sciocchezze: c'è poco da fare. Magari sono le persone più intelligenti del mondo, ma in quel momento dicono corbelleria. Altro è giudicare un concetto, altro è giudicare le persone. Se insistono, però, farebbero meglio ad occuparsi d'altro.

Ora, in termini demografici lo sa quante Poundbury ci vogliono per coprire il fabbisogno urbano di Londra? Circa 1500. Per Tokyo, da 1600 a Poundbury a 2000, secondo che il calcolo si faccia sulla popolazione notturna o diurna; più o meno lo stesso per New York o Città del Messico e così via. E pensiamo, con Poundbury, di affrontare i problemi della dimensione e della crescita urbana? Poundburyu è più o meno grande come Vignanello, delizioso paesino della Tuscia. Che bisogno c'è di farne altre? Se uno desidera, si trasferisce in paesini come Vignanello: ce n'è a iosa, in Italia. Ma davvero i problemi di Roma, Milano, Napoli, Genova pensiamo di affrontarli a colpi di Poundbury o questo è solo un modo evasivo e narcotizzante di far finta di aver risolto che quei problemi o che non esistano?

Mi creda: la città-giardino, con tutti i suoi limiti, è una risposta molto più efficace, nonostante tutto. E se il marchesino Eufemio d'Inghilterra, che evidentemente vive fuori dal mondo della gente comune , di quelli che tutti i giorni vanno in fabbrica o in ufficio a guadagnarsi il pane, avesse lontanamente immaginato che il Movimento moderno annovera Howard tra i suoi maestri, forse avrebbe fatto miglior figura come urbanista e peggiore come comico. Su Krier stendo un velo pietoso: non è colpa sua, temo: proprio non ci arriva. Solo che a un architetto -o sedicente tale- non si può certo perdonare di ignorare cosa sia la polemica anti-urbana di Lewis Mumford, di Frank Lloyd Wright o di Jane Jacobs e di che portata e spessore siano i temi delle risposte da loro elaborate e le battaglie che hanno innescato sulla città-territorio. Per tacere di Garnier, L.C., Erskine, Safdie, Renaudie.

La verità, caro Pacciani, è che qui c'è chi, col Movimento moderno, si batte giorno per giorno nel vivo dei problemi, rischiando di persona sconfitte e centri, e chi invece si trastulla con paesini-outlet spacciati per soluzioni al nulla. Perché si tratta, per lo più, di evasive fughe dalla realtà.

Auguri,
G.C.

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Commento 7136 di andrea pacciani del 21/04/2009



A domande rispondo anche se i suoi modi non mi invogliano certo a farlo

1) per modernisti intendo semplicemente gli architetti che dal primo movimento moderno fino agli ultimi eclettismi storicistico-moderni, o agli ultimi sperimentalismi, credono ancora nel potere salvifico del nuovo e nella tabula rasa rispetto al modo di gestire l'antropizzazione del territorio come si è fatto per secoli nella storia

2) La credibilità, o imbecillità secondo lei, del principe Carlo in temi di architettura nascono da un libro da lui scritto nel lontano 1989: A Vision of Britain: A Personal View of Architecture; quindi il patrocinio (non i soldi) per la costruzione di un villaggio tradizionale nella periferia di Londra che si chiama Poundboury, raro successo di vivibilità nei sobborghi di Londra. La costituzione di un albo all'interno del RIBA di architetti tradizionali, l'obbligo di una % di insegnamenti all'interno delle facoltà inglesi di architettura tradizionale; Tutto il movimento del New Urbanism in USA (CNU) e INTBAU nel resto del mondo che costruiscono secondo questi principi, credo siano ottenuti non certo per lignaggio, piaggeria nei suoi confronti ma da 20 anni di opinioni condivise e quasi sempre senza alcun eco reale nel dibattito architettonico

Quanto a : «solo creando il nuovo si può tutelare l'antico» è un opinione che rispetto, ma non condivido: la storia dell'ultimo secolo la smentisce con i fatti.... e forse qualcuno tra i piani alti comincia ad esserne stufo di questa storiella se le archistar cominciano a temere il principe Carlo, mai ammesso prima d'ora ad un pari livello di confronto critico architettonico dal mondo delle archistar.

Il buon critico non può negare che è qui la notizia, non nel contenuto della dialettica o dall'esito del dibattito inglese su quell'intervento, quanto nel cambio di scala di uno dei partecipanti. Fin adesso considerato come da lei un imbecille, Il Principe Carlo viene assunto ad interlocutore reale nel dibattito, perchè si vede che la sua voce comincia a dare fastidio e a sentirsi troppo; e adesso tocca loro prenderlo sul serio.... ma rifletta che non ha niente a che fare con il lignaggio, purtroppo per lei, ma sui contenuti.....

tralascio per educazione ogni commento su magliette e pappine

con cordialità
Andrea Pacciani


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Commento 7135 di giannino cusano del 21/04/2009


Permetta, Pacciani: lei si rivolge a Lazier, cui certo non voglio fare da difensore (non ne ha bisogno e risponderà lui stesso, se lo riterrà) ma la faccenda non riguarda solo Lazier, evidentemente.

Lei scrive:
«... Carlo mi sembra proprio che proponga e non neghi come fanno i modernisti....

Sue posizioni previlegiate in ambito della cultura architettonica dominante tra le Lobby immobiliariste, accademiche e editoriali non vedo poi dove siano, anzi....

Tolleranza rispetto alle differenze mi sembra che manchi da parte dei modernisti verso chi sostiene l'architettura tradizionale...»

Viene spontaneto chiedere:

1. che intende con "modernisti"?
2. tolleranza per lei significa tollerare qualsiasi imbacillità venga in mente a un signore, per definizione "d'alto ingegno " solo perché "d'alto lignaggio" o è diritto di critica, di dissenso e persino di satira e di sarcasmo?

Mi passi il parallelo, le assicuro privo di qualsiasi ironia: è che le assonanze, a volte, riecheggiano con prepotenza. Anni fa, durante il noto processo e non credendo alla versione ufficiale, indossai a lungo una t-shirt con su scritto in bella mostra "I love Pacciani!". Ricorderà la storiaccia toscana dei "compagni di merende", no?.
Ora, non posso certo indossarla di nuovo per lei: primo perché non è imputato di alcun delitto, e nessuno per fortuna le imputa alcunché, secondo perché la trita e frusta faccenda di "modernisti" vs. "tradizionalisti" mi suona come una pessima imitazione di una pappina Mellin buona per tutte le occasioni. Che è come dire per nessuna; e solo con i poppanti, naturalmente.

Ripeto: «solo creando il nuovo si può tutelare l'antico». Si spiega, si capisce abbastanza da sé, o devo fare un disegnino?

Con totale dissenso,
G.C.

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Commento 7134 di andrea pacciani del 21/04/2009


Gentile Sandro Lazier, capisco il tentativo di difendere la giovane redattrice che ha letto ingenuamente la notizia alla rovescia...., ma se vogliamo entrare nel merito:

Carlo mi sembra proprio che proponga e non neghi come fanno i modernisti....

Sue poiszioni previlegiate in ambito della cultura architettonica dominante tra le Lobby immobiliariste, accademiche e editoriali non vedo poi dove siano, anzi....

Tolleranza rispetto alle differenze mi sembra che manchi da parte dei modernisti verso chi sostiene l'architettura tradizionale...


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Commento 7133 di giannino cusano del 21/04/2009


Carlo: il marchesino Eufemio del XX sec.

Questo non ha nulla di Carletto e manco di Pierino: dice di quelle cretinate da far rabbrividire. Anni fa scrisse un saggio, "Good and Bad Manners in Architecture", che ebbe il merito certo di ridare attualità ai celebri, sferzanti versi di Giuseppe Gioacchino Belli:

A dì trenta settembre il marchesino,
d'alto ingegno perché d'alto lignaggio,
diè nel castello avito il suo gran saggio
di toscan, di francese e di latino.

Ritto all'ombra feudal d'un baldacchino,
con ferma voce e signoril coraggio,
senza libri provò che paggio e maggio
scrivonsi con due g come cugino.

Quinci passando al gallico idioma
fe' noto che jambon vuol dir prosciutto,
e Rome è una città simile a Roma.

E finalmente il marchesino Eufemio,
latinizzando esercito distrutto,
disse exercitus lardi ed ebbe il premio.

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Commento 7131 di andrea pacciani del 21/04/2009


Finalmente una buona notizia! grazie per la segnalazione.
Direi che questa sollevata d'armi dell'intelligentia dell'architettura modernista è una vittoria senza precedenti per il Principe di Galles!
Da sempre snobbato per le sue tesi oggi considerabili all'avanguardia, intesa come opinine controcorrente allo stato di predominanza culturale, evidentemente oggi comincia a fare paura a qualcuno.
In un periodo di implosione autoreferenziale della cultura architettonica dominante, le lobby immobiliari globali delle archistar si sentono minacciate dalle pressioni di un personaggio che oltre Poundbury e una manciata di volenterosi seguaci alla ricerca di far vivere bene le persone in luoghi decorosi, non ha costruito niente in confronto e non ha possibilità di ingerenza nella cultura architettonica istituzionale ed accademica (gli hanno anche chiuso tempo fa anche un'università dove voleva si insegnasse architettura tradizionale).
Mi sa perciò che più che Carletto l'ha fatta nel letto, sono le archistar che se la fanno addosso! coda di paglia? giganti d'argilla? che le cose stiano cambiando? che le lobby immobiliariste delle archistar comincino a pensare di scaricare qualcuno? è troppo presto per crederci, ma se son rose....

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21/4/2009 - Sandro Lazier risponde a andrea pacciani

Mi spiace ma il vostro, suo e di Pagliardini, concetto di democrazia pecca d’equilibrio. Infatti, non c’è nessuna simmetria tra proporre ed ostacolare. L’articolo dice “…reo di aver utilizzato la sua posizione privilegiata per bloccare il progetto…”.
Nessuno di noi vuole impedire al principe di costruire per sé, o per chi vuole seguire le sue teorie, le case in stile neogotico o rococò. Cosa che invece lui puntualmente fa usando la sua influenza non per proporre ma per negare.
Sottoporre al giudizio pubblico le opere da realizzare? Mi sembra populismo, s’intende nel senso più nobile del termine, quello che ha una concezione essenzialmente virtuosa della volontà popolare, unica titolare di valori sociali particolari, ai quali vanno però sacrificate virtù universali come la ragione astratta e la conseguente autonomia del pensiero.
Democrazia, secondo me, è soprattutto tolleranza e rispetto delle differenze. Che vuol dire lasciar parlare tutti senza proibizioni. Se non piace, non è obbligatorio ascoltare (o guardare).

 

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Commento 7130 di pietro pagliardini del 20/04/2009


Ringrazio per l'invito:

"È infatti essenziale in una democrazia moderna che giudizi privati e pressioni lobbistiche da parte del principe non vengano usate per deviare il corso di un progetto di pianificazione aperto e democratico che è tuttora in corso".

Bene, benone: cosa vuol dire progetto di pianificazione aperto e democratico? Che il progetto verrà messo ai voti dalla popolazione nell'ambito di una scelta? Se sì, sono pronto a scarificarmi in una strenua e non incruenta battaglia accanto ai firmatari.

Se è qualcos'altro è una presa in giro. E sembrerebbe così perché si parla di "ampia consultazione locale" già fatta, un'espressione che detta in Italia puzzerebbe di bruciato (ma può anche darsi che in GB non sia così).

Crede qualcuno che lor signori siano disposti a sottomersi ad un giudizio popolare autenticamente libero e democratico dietro espressione del voto, come è giusto che sia in una scelta importante per la città, che appartiene a tutti, al proprietario dell'area, all'architetto, anche al principe Carlo in quanto britannico e soprattutto ai cittadini?
Lady Enrica Orsini do you know the italian expression "Valore civile dell'architettura" or, if you prefer, "Architettura come arte civica"?

Ma quanta sincera indignazione da parte della scrivente l'articolo, per avere il principe compiuto un reato di....lesa maestà ai danni degli "architetti più bravi del mondo"!!! Scorrerà sangue blu in questo scontro, comunque andrà a finire.
Ma chi li ha messi sul podio più alto questi "architetti più bravi del mondo"? Un sistema di consenso "democratico" e non opaco e per questo si intima anche al principe di comportarsi ad armi pari, oppure un apparato mediatico-culturale e finanziario poderoso, oltre alle loro indiscusse doti, i cui volti noti sono solo gli architetti?

Perché mai il principe, che immagino abbia qualche conoscenza in giro per il mondo, dovrebbe starsene in disparte e non provare a fermare un genere di architettura che a lui, lecitamente, appare sbagliata? Anche il Principe è un suddito della Corona, anche se il secondo in grado.

Io, che non sono moralista, non mi scandalizzo del fatto che un architetto usi tutti mezzi leciti per assurgere ai massimi livelli e per restarci, ma che addirittura si arrivi a fare anche del moralismo distinguendo tra le pressioni lobbistiche buone e quelle cattive.......questa è poi davvero grossa!!!!!!!
Ma addirittura si arriva a volergli impedire di esprimere anche i giudizi "privati"!!!
Zitto, principe, non commenti con nessuno, neanche con sua moglie!!!

Come se non fosse arcinoto il suo giudizio pubblico sull'architettura!
Qui davvero si raggiungono i vertici della farsa!

La realtà è che io leggo in quell'appello un errore per i firmatari e un segno di (relativa) debolezza.
E, francamente, non mi strappo i pochi capelli rimasti, semmai me li taglio così non mi rizzano quando leggo appelli del genere.

Pietro Pagliardini


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