Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Utilità e inutilità dell'arte

di Sandro Lazier - 25/5/2009


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Vilma Torselli ha recentemente pubblicato su Artonweb un interessantissimo scritto dal titolo La piazza più bella del mondo in cui sostiene l’indiscusso primato architettonico di Piazza del Campo di Siena.
Nell’articolo, l’autrice si domanda molto pragmaticamente le ragioni per cui un posto dovrebbe essere migliore di un altro, e fa una serie di ipotesi che pescano nell’armamentario culturale dell’architettura degli ultimi cent’anni. Da quella che proviene da una dimensione analitica ed astratta, che riguarda principalmente la geometria e le sue applicazioni, a quella che pesca nell’antropologia culturale e nelle sue dottrine evidentemente umanistiche, fino ad arrivare al provocatorio ribaltamento etico-estetico che lega indissolubilmente un luogo costruito al “costume” dei suoi abitanti.
Tutti questi argomenti, se sono veri in parte, in generale non lo sono. Infatti, per ognuna di queste affermazioni esiste almeno una condizione che ne determina la falsità.
Fuor di ragione non resta quindi che l’Arte per dare “ragione” appunto di qualcosa che questa qualità sembra non possedere. Così Vilma Torselli.
Ecco, allora, alcune mie riflessioni in merito.
Intanto torna alla ribalta un antico problema, tuttora irrisolto. Sono le cose del mondo che si lasciano raccontare per quel che sono, oppure il mondo è solo ciò che, illudendoci, riusciamo a raccontare?
L’Arte potrebbe aiutarci a dare una soluzione e suggerirci il come. Ma non è tutto così chiaro.
Quando sentiamo la musica, osserviamo lo strumento che la produce e cerchiamo di capire come funziona. Ma la musica non è nello strumento. Nel vuoto nessuno strumento suona. La musica è nell’aria e nelle sue vibrazioni. Analogamente, quando ammiriamo un luogo, guardiamo le sue architetture e il modo in cui sono costruite. Ma l’emozione, anche qui, non proviene dagli edifici ma dalle vibrazioni dello spazio e della nostra anima. Vibrazioni che non vediamo e non possiamo studiare con metodo logico e coerente. Vibrazioni che possiamo solo percepire e procurare con strumenti sì molto complessi e sicuramente adatti, ma il cui esito musicale è soggettivo perché dipende esclusivamente dal suonatore.
Ci sono, quindi, e si possono creare un sacco di regole per la scrittura (che è lo strumento che possiamo costruire) ma non ci sono regole per la poesia (che è ciò che vibra).

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L’arte, per sua determinazione, rompe le regole e le tradisce. Solo in questo modo riesce a far vibrare l’anima di chi partecipa.
Sono stato recentemente ad una mostra organizzata da un’associazione culturale che si rifà ai concetti dell’Art Brut e li usa per scopi terapeutici. Jean Dubuffet, pittore francese del secolo scorso, nel 1945 introdusse nel mondo dell’arte le persone, anche psicopatiche, digiune di qualsiasi cultura estetica. E fu un successo perché solo l’abbandono di una precisa coscienza artistica è capace di rinnovare profondamente l’arte. Il ricorso di vari autori a forme di annientamento della propria consapevolezza creativa – tramite l’alcool o la droga – nasce dalla profonda necessità di cercare oltre i confini della propria struttura logica e culturale, particolarmente presente nel mondo occidentale, ben costruita sulle fondamenta della logica razionale. Struttura, per noi, ovviamente fondamentale, i cui risultati sono visibili e pienamente apprezzabili nei miracoli della scienza e della tecnica ma che, al pari di ogni organismo molto complicato e quindi fragile, ha bisogno di continue dosi di anticorpi per mantenersi snello, in salute e soprattutto immune da febbri ideologiche letali.
Come si sa, gli anticorpi più efficaci della cultura li produce solo l’arte, che è tale solo se ci fa vibrare l’anima; cosa che riesce a fare solamente imbrogliando l’organismo di cui si prende cura. Sembra - e sicuramente è - una contraddizione ma funziona molto bene.
Il professor Giovanni Asteggiano, neurologo dell’università di Torino, introducendo l’inaugurazione della mostra, ci ha esposto una condivisa convinzione scientifica secondo la quale una delle forme artistiche più attuali, la pittura espressiva, ha origine nelle aree dell’informale mentale, aree di conflitto e contestazione delle regole comuni, aree che le persone generalmente sottopongono al governo inibitorio del giudizio sociale convenzionale, il quale raramente è disposto a lasciar spazio alla libertà dell’impulso creativo.
L’impulso creativo è sempre liberatorio di una condizione, quasi sempre di malessere, sia per chi il disagio lo subisce da un eccesso di regole etiche, sia per chi lo riceve da una loro patologica carenza. Questa è la ragione per cui nella mostra non c’erano differenze apprezzabili tra le opere di artisti in terapia psichiatrica e le altre, mescolate intenzionalmente in un'unica esposizione collettiva.

3
C'è attesa per l'incontro di sabato 16 in casa Ceretto. I fratelli del Barolo hanno invitato nelle loro tenuta Monsordo-Bernardina alle porte di Alba due ministri (Matteoli- infrastrutture) e la neo ministra al Turismo Michela Brambilla per discutere di vino come medium di un territorio. Gli ospiti collauderanno anche il nuovo una piattaforma tipo bolla (avete presente un Lingotto in piccolo) che si protende sui vigneti e servirà da sala di degustazione piuttosto evocante. Il tetto è scopribile come una decapottabile.
Così scrive sulla Stampa di martedi 13 maggio Sergio Miravalle.
Ovviamente, abitando ad Alba, sono andato all’inaugurazione e, alla delusione del bel mondo convenuto per l’assenza della scarlatta Brambilla, ho unito la mia per la presenza di un Daniel Libeskind un po’ spaesato, giunto probabilmente per caso o per intercessione di Davide Rampello, dal 2003 presidente della Triennale di Milano, presente tra i relatori del miniconvegno sul turismo che ha preceduto l’inaugurazione.
Personalmente deluso perché nessuno dei presenti tra il pubblico ha degnato di una qualche attenzione una indiscussa star del nostro mondo. La qual cosa, nel bene o nel male, dovrebbe dare la misura dell’interesse – o disinteresse - della popolazione per l’architettura contemporanea. Al che ho salutato Libeskind, anch’io come si saluta un turista di passaggio, e cosciente della mia (e sua) completa inutilità contingente ho fatto un giro nell’anch’essa inutile ed afosa bolla di plastica che si stava inaugurando. Ne ho colto un principio: se è vero che l’arte è necessariamente inutile, non è vero che tutto ciò che è inutile sia necessariamente arte.
Ma in generale concordo con Vilma Torselli e con l’esigenza capitale di un’arte inutile.
Più inutile e sregolata è, tanto più ci è necessaria.

Nota:
L’associazione citata è Alba Per Te e l’evento è stato la rassegna artistica “Art Brut”, dal 9 al 15 maggio nella chiesa del San Domenico di Alba



(Sandro Lazier - 25/5/2009)

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Commento 7339 di christofer giusti del 30/06/2009


Era relativo ad un altro articolo il commento di Stefano Sanfilippo ma bene si adatta anche a questo.
Altro che arte sig Lazier! in Italia per fare l'architettura (l'arte per la vita per eccellenza)devi fare il geometra e poi avere il babbo con l'impresa (una delle possibili opzioni), allorra si che puoi avere l'occhio clinico, che puoi esprimmere dei giudizi. Vox populi!
Si guardi intorno Lazier e mi dica quanta architettura (arte) vien sù, specie di questi tempi, mi dica quale ruolo ha un architetto (inevitabilmente mediocre..si intende) che voglia essere realmente tale, che l'architettura la voglia fare, senza impelagarsi in politica, con gli ordini, con l'università, di questi tempi e in questo nostro bel paese.

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Commento 7334 di Vilma Torselli del 27/06/2009


Allora, Christofer, commento breve ma pieno di contraddizioni: società inetta, e va bene, un manipolo di intellettuali (e qui mi chiamo ovviamente fuori, il mio target sono le casalinghe di Voghera) impegnati nel risveglio delle 'insensibili coscienze', e fin qui non mi sembra criticabile, che però lo fanno con 'alterigia' sentendosi i 'pochi eletti', e a questo punto non ci capisco più niente........

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Commento 7331 di christofer giusti del 26/06/2009


Sig. Lazier piuttosto che parlare dell'utiità o inutilità dell'd'arte, io parlerei dell'inettitudine di una società che è orientata a non riconosce in essa più alcun valore e alcun ruolo. E ben poco sembra riescano a fare, sempre che lo vogliano fare davvero, un manipolo dl intellettuali impegnati a risvegliare delle inesistenti e del tutto insensibili coscienze. L'impressione, a onor del vero, è che vi sia in voi l'orgoglio e l'alterigia dell'essere detentori di sensibilità e coscienze ad appannaggio di pochi eletti, assai rare e in via di estinzione se non del tutto estinte.

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26/6/2009 - Sandro Lazier risponde a christofer giusti

Giusti, se lei conoscesse la mia personale storia non mi direbbe le cose che dice. Cosa sa di me per pensare che io faccia parte di una élite qualsiasi? Io non sono detentore di nulla se non della mia libertà di esprimere opinioni e considerazioni. Non sono intruppato in nessun reggimento accademico per cui non devo render conto a nessuno; in accademia poi, in quanto anarchico ed eretico, non ho neppure preso i voti.
Per quanto riguarda questa società, essa non è peggiore di quelle che l’hanno preceduta. La mia generazione è la prima in Europa che non ha conosciuto guerre e fame. Non è poco. Ma bisogna far meglio perché tutti hanno la responsabilità di lasciare il mondo migliore di come l’hanno trovato.
Sono considerazioni semplici che implicitamente chiedono il nostro impegno personale per le cose che conosciamo e per cui siamo portati. Un impegno schietto, serio, generoso e faticoso, che lei non può definire snobistico.

 

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Commento 7325 di Renzo marrucci del 23/06/2009


Dispiace di non essere pienamente con voi ma alcune incomprensioni sviano il discorso. Pazienza, per me non è ripetitivo ma spinge il cuore ed il cervello a capire. Mi dispiace davvero che il limite tra arte seria e poco seria sia così frainteso. Prendi pezzi di discorso e lo metti tra vir
golette come se fosse la frase da incriminare e condannare... é il tuo modo? Va bene ma allora leggi con calma per favore... e disteso... sempre che sia possibile e capisco che non è sempre possibile. Tuttavia per me il limite esiste anche se non posso indicarlo come se fosse un recinto con filo di ferro montato su tralicci... Lo sento dentro di me e poi lo razionalizzo... gli do parola e lo identifico e ogni volta è diverso e ogni volta è profondo...
Quello che dici della mia esperienza di quando ero ragazzo non posso elevarlo ad arte solo perchè è nel mio ricordo gioioso di vita e perchè ilsuo valore è nel racconto e nel ricordo rievocato... Letteratura se entra nel filo di una realtà e ne è parte espressiva... ma non è in sè amore per l'uomo, almeno in quanto non esprime pienamente valore sulla sua esistenza e sulla sua crescita sensibile... Ecco come arte io la definirei poco seria... in quanto si fonda sulla esaltazione di un gesto a cui si offre un valore che non c'è oltre quello di un virtuoso funzionalismo....
Ora basta certamente... se diventa ostile l'argomento!
Comunque mi dispiace.
Salvatore Di Giacomo? Stupendo Poeta!
Caro Giannino io avevo, fino a qualche mese fà, una moglie meravigliosa
mente napoletana... E sono molto legato a quella realtà.
samente napoletana...

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Commento 7324 di christofer giusti del 23/06/2009


Mi spiace davvero di non poter approfittare della vostra opera di redenzione...
Lazier le posso assicurare che io ...di impianti (e la invito a riflettere sulla scelta stessa del termine)..tendo a non averne alcuno, piuttosto mi fa specie che sia uno come lei, zeviano e contro le regole imposte, ad anteporre una simile prevenuta teoria alla verifica della stessa.

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Commento 7323 di Renzo marrucci del 23/06/2009


Certo che sono ovvietà... anche quella di essermi dimenticato una "e", lo è. Ma sicuramente non è ovvietà quello che è scritto dopo... sà, a volte non ci si capisce, ma non è un problema, l'importante è che uno ci rifletta sopra... bontà sua... o forse per lei è anche questà un' ovvietà ? Cosa vuole che mi importi se il termine è accreditato, ho sentito dire tante di quelle sciocchezze di cui la metà potrebbero bastare a farmi cambiare treno... ma si vede che avendo fede riesco a essere capace di convivere... e di vivere...
E poi per me, l'arte è difficile per chi sostanzialmente non la capisce, la sente perchè la vuol sentire, ma in realtà non è l'arte che cerca... La società è piena di chi non la capisce, ed è per questo che c'è chi se ne approfitta.

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Commento 7320 di GianNino Cusano del 22/06/2009


Giusti scrive:

"Signor Cusano, io non aborro proprio niente,ho solo osato dire, velatamente, che, essendo lei uomo e come tale avendo lei delle debolezze, la sensazione è che, oltre all' innegabile opera di onesta e interessantissima informazione e stimolo alla ricerca e approfondimento, lei inceda ben volentieri nel mettersi in mostra e nel porsi in cattedra.
Ma va questa presa come un offesa? e perchè mai?
continui dicuramente nelle citazioni. io personalmente le apprezzo molto. "

e chi le ha detto che io la reputi un'offesa? E' evidentemente una sua presunzione ( nel senso che lei lo presume) a farglielo pensare.
Lei, dal primo momento che è intervenuto in questo discorso, non sembra aver avuto nulla di meglio da fare e da dire se non sottolineare la sua "irritazione" e spostare il discorso su un piano personale che è marginale rispetto a temi ben più importanti e interessanti che non le persone che li portano avanti.
E infatti parla di umane debolezze, che ovviamente non risparmiano nessuno. Se è sui difetti umani, che intende spostare l'attenzione per distoglierla da argomenti ben più seri, tenga però presente che le umane debolezze non risparmiano nemmeno lei.
Non ultimo un suo certo attegiamento che trovo "arrogante" (da ad-rogare: chiedere per sé ciò che non si è poi disposti a concedere ad altri), termine che denota proprio l'atteggiamento (e badi bene: parlo dell'atteggiamento, non della persona) di chi ad ogni costo rivendica per sé più meriti di quanti gliene spettino: nel suo caso, appunto, quello di scendere pretenziosamente sul terreno personale senza accettare, però, che gli altri poi facciano lo stesso con lei.
Se il termine le da fastidio mi spiace molto, ma è lei che ha scelto questo terreno. Di che si lamenta, ora? Se ha un termine ugualmente significativo che la irrita meno, lo adotterò volentieri. Insomma, in nome di cosa lei può giudicare l'altrui "mettersi in mostra e in cattedra", se non del goffo e preventivo tentativo di mettersi al riparo dall'altrui giudizio sulle sue debolezze umane? Se l'è cercata scegliendo un piano ben misero di discussione, mi pare.
E la disinvoltura con cui insiste mi sembra pari solo all'inconsistente contributo sule cose che finora ha portato. Ma di che parliamo? Di che desidera che si parli? Difetta forse di argomenti? Se è così, la capisco: fa parte delle umane debolezze. Se così non è, ragioni e argomenti delle cose, da persona seria, che ama le cose, non delle persone, che nulla interessano e contano.

La saluto,
G.C.

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Commento 7319 di Vilma Torselli del 22/06/2009


Renzo Marrucci, “Arte dotata di aurea sacrale?” ……
il termine ‘aura sacrale’ a cui ricorre Eraclito-Cusano, è accreditato, nella storia dell’arte, da autorevoli studiosi della materia e non la deve scandalizzare più di tanto. Ciò che lei ribatte sono ovvietà (“L'arte è vita e per questo è sincera e profonda, quando è seria...” ecc.), il mondo non è affatto semplice, l’arte lo è ancora meno.

Cos’è l’aura? Non sarò io a darne una definizione, basta leggersi Walter Benjamin. Il concetto è sottile, punta sull’aspetto emotivo della fruizione dell’opera d’arte, ma ha una sua inscalfibile credibilità: aura è l’irrepetibilità, l’hic et nunc, la percezione di manipolazioni tecniche individuali (dell’artista) e perciò uniche ed inimitabili, l’aura è una specie di timbro di autenticità, legata all’opera in quel luogo ed in quel tempo.
Penso che non sia il caso di addentrarsi più di tanto in un argomento che forse esula dal tema principale e che coinvolgerebbe altri temi ‘caldi’ (il restauro, la riproducibilità, il falso ecc…) in grado di produrre altri 50 commenti.

Un’osservazione da casalinga di Voghera: si è mai chiesto perché, potendo, tanta gente va al Louvre a vedersi la Monna Lisa, che pure è l’opera più riprodotta al mondo e si può vedere stampata anche in Lapponia?

Per ‘sentire’ l’aura, per spiare la crespatura delle pennellate fatte dalla mano di Leonardo, cogliere qualche incertezza, qualche ripensamento, per vedere la leggera patina che secoli di storia hanno steso sull’immagine, per rendersi conto che la sorgente di tutte le riproduzioni sparse per il mondo è quella, l’unica, e sta davanti ai loro occhi …… e capire che per quell’emozione valeva la pena di arrivare fino a lì.

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Commento 7318 di giannino cusano del 22/06/2009


segue (X MARRUCCI)

quell'incanto (aura) sta nel fatto che quei versi non possono essere espressi in altro modo e in altre parole: non si può fare altro che ripeterli così come sono. Non c'è nessuna finalità e nessun contenuto "esterno": forma e contenuto non sono due entità ma una sola: la forma crea il contenuto e viceversa, allo stesso istante in cui sorge l'espressione.
Ma se voglio dimostrare una tesi o deliberatamente indurre delle reazioni, la cosa cambia. Faccio prosa, letteratura, ("Non più poesia dopo Auschwitz!") ma sempre di arte si tratta. E l'arte delle avanguardie ha puntato anzitutto a indurre reazioni nel pubblico e studiarle per sollecitare l'azione. "Amo il suono che non parla ma agisce" (Cage). Rifiutando di essere acritica e avalutativa, vuole fondare mezzi espressivi (linguaggio) che siano prima di tutto valutazione critica della realtà: nuovi linguaggi, perché i vecchi -aulici, accademici, classicisti, ideologici- sono obsoleti e spesso si sono levati a celebrare orrori.

Se ne può pensare bene o male, ma di questo si tratta, mi pare: di spostare le basi stesse della nostra cultura per farle calzare il più possibile alla vita e svincolarle il più possibile da celebrazioni ideologiche. Non ti piace? Non ti piace: è legittimo. Ma decenni di storia dell'espressione (arte) sono lì a testimoniare che le cose sono andate a grandi linee così. . Ci sarà un perchè, se quasi tutti gli artisti hanno iniziato a "sentire" e cercare di rappresentare diversamente la realtà, senza abbellirla "ad arte", o no ?

Eraclito-G.

PS: ora, però, basta: temo che il discorso stia diventando ripetitivo, cioè noioso.

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Commento 7317 di giannino cusano del 22/06/2009


Caro Renzo, scrivi :

«... (snip) ... L'arte è vita e per questo è sincera e profonda, quando è seria... non tende trappole logorroiche o pseudo-accademiche o ortodonzie professorali, però liberi di fare quello che si vuole!»

dunque, distingui tra arte "seria" e arte poco seria. Ma quand'è che l'arte è seria? Quali opere concrete fai coincidere con l'arte "seria"? L'arte è vita, certo, ma è vita anche la giustizia, la logica, la matematica, il lavoro, un panettiere che impasta il pane, un taxista che porta la gente in giro, una squadra di operai in una fabbrica. Cosa distingue tra loro queste varie forme di vita ? Non si capisce, da ciò che scrivi.

Prosegui:

«Siccome l'arte è vita, è spiritualità, è poesia e anche amore... »
anche la religione è spiritualità e anche lo sguardo e il canto di una madre per il suo neonato può essere amore pieno di poesia, ma di qui a farne un'antologia ce ne corre. Qual è la differenza? Quando quello sguardo e quel canto diventano espressione artistica?

La gara a chi fa pipì + lontano, ovviamente, non l'hai vissuta come fatto artstico, ma quando diventa, nel ricordo, nostalgia dell'infanzia e dell'innocenza e di un mondo di cose "semplici" andate perdute, quell'evocazione confina con una dimensione artistica, dal mio punto di vista. Non lo è ancora, ma le somiglia. L'arte non predica valori: è valore in sé. Ma che genere di valore, distinto da altri come i valori morali o quelli di sana e buona convivenza o quelli di operosità o di equità?

La parte sul futurismo, Mirò ecc. confesso di non averla capita molto.

Salvatore Di Giacomo, per me uno dei massimi poeti italiani il cui solo torto fu di aver scritto in napoletanom, per cui non tutti lo comprendono, qui ci mette di fronte a una scena banalisima, che a tutti può esser capitato di vivere. Ma come ce la fa vivere ed osservare?
*********************************
PIANEFFORTE 'E NOTTE

Nu pianefforte 'e notte
sona luntanamente,
e 'a museca se sente
pe ll'aria suspirà.

E' ll'una: dorme 'o vico
ncopp' a sta nonna nonna
'e nu mutivo antico
ìe tanto tiempo fa.

Dio, quanta stelle 'ncielo!
Che luna! E c' aria doce!
Quanto 'na bella voce
vurria sentì cantà!

Ma sulitario e lento
more 'o mutivo antico;
se fa cchiù cupo 'o vico
dint' a ll'oscurità.

Ll' anema mia surtanto
rummane a 'sta fenesta.
Aspetta ancora. E resta
ncantannose a penzà

***************************
per chi non capisce il napoletano, in italiano sarebbe all'incirca (ma già l'incanto si perde):

PIANOFORTE DI NOTTE

Un pianoforte di notte / suona lontanamente / e la musica si sente / per l'aria sospirar. // E' l'una, dorme il vico / su questa ninna nanna / d'un motivo antico / di tanto tempo fa. // Dio, quante stelle in cielo! / Che luna! E che aria dolce! / Quanto una bella voce / vorrei sentir cantare! // Ma solitario e lento / muore il motivo antico: / si fa più cupo il vico / dentro l'oscurità. // L'anima mia soltanto / rimane a 'sta finestra. / Aspetta ancora. E resta / incantandosi a pensare.

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Commento 7316 di christofer giusti del 21/06/2009


.A miglior specificazione
..Insomma, Lazier, si potrebbe dire che l'atto del pisciare nell'orinatoio sia stato in sè determinante e indispensabile alla percezione dello stesso non più o non solo come orinatoio ma come oggetto di riflessione "altra" da se stesso.
L'atto dell'orinare diviene quindi indispensabile per approcciarsi nel modo giusto all'oggetto e alla sua percezione come opera d'arte.
Il dischetto su cui dirigere il getto impetuso d'urina, la porta para spruzzi...
Elementi di riflessione si, ma solo se attivati dall'atto dell'orinare, ne converrà!
Lei o chi per lei (Diego Cane), è inconsapevolmete entrato nei locali adibiti a servizi igenici, per poi scoprire solo nell'atto "vitale" della minzione, che in realtà si trattava di locali espositivi a tutti gli effetti e che lei stesso era opera d'arte attiva.
In quell'edificio, magari nemmeno un museo, in quei locali a cui meno attribuiremmo una tale nobile (o ignobile, Cusano docet)) funzione, ma forse proprio perchè così più vicini alla "vita", si spegne e accende l'arte con gli atti più "miseri" della nostra esistenza:cacare e pisciare.
E' così!
E dopo il suo ansimante e istintivo peregrinare per corridoi, nel momento topico, pur essendosi improvvisamente reso conto di essere capitato in un luogo così ispirato, non lo ha esplorato in tutti i suoi preziosi contenuti?
Non ha per caso dato un'avveduta ,,,guardata anche ai cessi (WC)?Chissa quali interessanti e rivelanti riflessioni avrebbero potuto attivare!
Lei, o chi per lei (Diego Cane), ha inconsapevolmente pisciato in un "reverse ready-made" pensando che fosse "solo" un orinatoio,per poi scoprire in esso un ready-made di cui l' urina era assolutamente parte integrante e indispensabile per la sua stessa attivazione e comprensione....
Un vero peccato, che non dovesse anche cacare.

:azier, vuole la mia età? ho 56 anni, ma mi sento assai più giovane.L'eta nagrafica non conta....

Tutti i commenti di christofer giusti

21/6/2009 - Sandro Lazier risponde a christofer giusti

L’età anagrafica conta eccome. Infatti, se lei avesse dichiarato d’avere vent’anni o giù di li, sicuramente avrei perdonato la sua cafonaggine rispetto al tema trattato. Fino a quarant’anni, si dice, ad un uomo si perdona tutto.
Ma visto che di anni ne ha 56, mi pare inutile qualsiasi speranza di riabilitazione culturale. Non credo che pochi commenti potranno minimamente dirozzare il suo impermeabile impianto intellettuale. Sarebbe tempo sprecato. Come pisciare controvento o cacare a testa in giù, per usare metafore a lei più comprensibili. Per cui, per me, argomento chiuso.

 

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Commento 7310 di Renzo marrucci del 19/06/2009


Risposta a Giannino detto Eraclito

Arte dotata di aurea sacrale?
Un ci si capisce! Suvvia, un po’ di ragionevolezza! Devi per forza radicalizzare? Spingere all'estremo e così via... caro Giannino...Quando parlavo dei buoi davanti dietro al carro, non lo intendevo il "carro" che intendevi tu... Chissà come mai...
Si perde la semplicità nel mondo, si ragiona per convenzioni e non si è più liberi... Però non ci rifletti un attimo vai giù sparato nelle tue ombre e ti ci attorcigli...
Ma quale Arte dotata di aurea sacrale?! L'arte è vita e per questo è sincera e profonda, quando è seria... non tende trappole logorroiche o pseudo-accademiche o ortodonzie professorali, però liberi di fare quello che si vuole!
Siccome l'arte è vita, è spiritualità, è poesia e anche amore... ma non è uno sputo per terra, neanche quando arriva a cinque o sei metri e potrà semmai entrare in quel guinnes dei primati... poi il mercato può far dire a qualcuno che è arte e farci scrivere qualche volume sopra, se ne trovano assai, e magari anche una trasmissione pettegola, narcisistica e teatrineggiante, pronta a fare breccia su un folto pubblico di casalinghe o qualche banchiere ignorante che se la crede... tra questi poi ci cascano in tanti purtroppo! Ora, c'è bisogno di capirci qualche cosa dentro a un quadro e in una scultura, non bastano più gli scritti che certificano... Siccome l’ha detto “tizio” aumenta il prezzo…
I valori si sfumano nel nulla e nei discorsi retorici che oggi vanno tanto di moda.
C’è chi ha bisogno di chiarezza. Oggi vi è l’esigenza di recuperare qualcosa di importante dell'uomo che è andato calpestato, messo fuori uso... Ecomostri riempiono le nostre piazze che perdono qualità e socialità, perdono… se non ti piace la parola identità, trovane un’altra…
Abbiamo (hanno) sputato sul futurismo quando era una nostra espressione di grandezza nel mondo... diciamo una bella ricerca nostrana, nell'imbecillità generale di tanta critica d'arte vacua, viziata, faziosa. Adesso ci ritornano i rigurgiti del futurismo dall’america tramite le superstar le archistar o ballerine che dir si voglia, balla pure con loro se senti la musica… non cambia molto... E siccome ritornano gli echi dagli americani o postamericani... tutti contenti? Liberi di stare nella rete amico mio e… se ci vuoi stare stacci... Un po’ mi dispiace.
Riguarda Mirò, Matisse, Picasso oppure altri che come loro erano dentro il mondo e sono nel mondo ancora mentre noi… (loro) si perdono nelle stronzate… andando a casa pieni di parole… e teorie balzane e taluni messi in trono pieni di soldini… come accade in questi contesti attuali… Dove i giovani brancolano nelle accademie con risultati devastanti…
Non hanno saputo fare una rappresentazione seria del futurismo neppure oggi, ne hanno parcellizzato e sfumato l’importanza attraverso una serie di minuscole mostre senza incidere, senza rappresentarlo nella sua importanza….
Nello spirito sciocco delle mostre e mostriciattole che si fanno senza il criterio di una coscienza che vada appena fuori della provincia…

Tutti i commenti di Renzo marrucci

 

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Commento 7306 di giannino cusano del 19/06/2009


Marrucci, tu e qualcun altro qui aborrite le citazioni e trovate irritanti certi toni. Se avete la pelle delicata, non strofinatevi sugli alberi, allora. Ma ci si guarda un po' allo specchio? Ci si chiede, per caso, con che toni si esordisce, prima di additare quelli di chi ci replica? Una volta questa si chiamava arroganza, ancorché sotto le mentite spoglie del comune e sano buon senso. Non so se si chiama ancora così: forse hanno fatto un lodo apposta, un ddl approvato in fretta e furia ricorrendo alla fiducia. Ma allora dtelo: non ne sapevo nulla.
Ora, visto che siamio in tema di aborrimenti, dal canto mio si sappia che aborro invece i facili sarcasmi con i quali esordisce chi non vuole alcun confronto ma finge di cercarlo solo per mettersi preventivamente al riparo, fuori e al di sopra, dalla parte di chi giudica e pretende di non esserlo a sua volta, salvo poi additare negli altri esattamente questo atteggiamento nel goffo tentativo di mascherare il proprio.

Qual è il confine tra arte e vita? Tu, Marrucci, lo sai individuare con precisione e certezza? Il dadaismo, il ready-made, Duchampo, Fontaine (l'orinatioio) ci hanno lavorato molto tendendo ad annullarlo o a sondarne gli incertio confini. Non sono solo questo, evidentemente, e non solo il dadasismo. Si sono scritti tomi sull'argomento e francamente non mi va di sprecarci altro fiato né di menzionarli, per ovvie ragioni.
Dettto questo. se l'arte è uscita dai musei, se ha investito i paesaggi diventando land-art, se è tornata tra la gente con gli happening e le performance, questo lo si deve anche al dadaismo e a un generale rifiuto di ogni visione edonistica, legata a equivoche e vecchie estetiche fondate sul piacere. Anche l'arte concettuale, a mio parere, mira a far riflettere e rifiuta questa dimensione di puro abbandono, salve restando le centratissime -a mio parere- osservazioni di Vilma Torselli. Basta andare a guardare le opere di Joseph Konuth, che coniò il termine, per capirlo: non ci vuole certo la zingara. E poi dice che uno cita: ma di che parliamo, altrimenti? Di aria fritta?.

Lazier ha centrato benisimo altri aspetti della questione: lo spiazzamento derivante dal fatto che un oggetto di uso comune, messo tra parentesi da un artista e collocato in un contesto per definizione "artistico" (l'orinatoio in un museo, per es., o la foto di un orinatoio con mini-campo di calcio su una rivista di arte e architettura) scatena le reazioni più disparate perché induce e frustra il tentativo di leggerlo con la stessa aura sacrale e metafisica dell'opera tradizionale. Non è poco, scatenare queste reazioni: concordo con Lazier. E' l'ironia, l'arte come gioco e dimensione che rifiuta il dramma. E l'utilità dell'arte per la vita. Cosa che attiene molto all'architettura: e Duchamp, ne sono convinto, era un architetto. Può piacere o no, ma questo è.
I musei nascono in circostanze storiche precise per denotare la terrificante potenza militare e di saccheggio dei grandi Imperi a cavallo tra '700 e '800. E per esibirne la munificenza, anche. Non è un marxista-leninista a sostenerlo e dimostrarlo, ma non dico chi per non urtare suscettibilità alcuna.
Nel fare questo, i musei hanno messo l'arte tra parentesi alienandola dalla vita quotidiana, dov'era sempre stata. Altro che amore per l'arte: amore per il dominio e l'eccidio. Con le conseguenze che tutti possono vedere.
Quanto alle preoccupazioni di chi paventa performance a base di pubblici sfoghi intestinali e svuotamenti di vesciche al cospetto del pubblico, quando si verificheranno ne riparleremo. Ma parlare di cose mai accadute, mi pare francamente ridicolo. I "passaggi al limite", per cui, con gli orinatoi "al limite" si legittimerebbe di tutto, anche pipì e feci in pubblico, denotano solo una mentalità autoritaria che non considera e valuta il fatto in sé ma suoi paventati sviluppidel tutto immaginari. per cui dovremmo star qui a rassicurare e sedare le paure preventive di chi ipotizza pure irrealtà.
Padronissimo chi vuole di credere ancora nell'arte dotata di aura sacrale, messa fuori dalla vita in appositi templi: per carità, ci mancherebbe. Ma c'è anche altro.
E allora stiamo ai fatti, invece di agitare i nostri fantasmi di comodo spacciati per verità: i fatti sono fatti, i fantasmi sono fantasmi.

Serena giornata, Marrucci.
Eraclito-GianNino


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Commento 7307 di christofer giusti del 19/06/2009


Signor Cusano, a lei va tutta la mia ammirazione e stima per come e cosa scrive. Tra l'altro, non vorrei dire, anche se non si direbbe leggere piace anche a me, anche se, lo devo ammettere, certe letture seppur caparbie, mi risulatno faticose e lunghe.....Ringrazio lei e Lazier, così come Marrucci e Torselli,per aver potuto contribuire a suscitare in voi materia di dibattito.
Effettivamente signor Cusano, avevo usato le parole "tempi di merda" nel mio commento foriero dei vostri, (così come pure cesso, pisciatoio, etc). Nell'usare questo vocabolario l'intenzione non era certo quella di essere cafone o scandalizzare, quanto piuttosto proprio di focalizzare bene con le parole, e quindi, anche nello scrivere, in senso artistico(?), l'alta "qualità" dei tempi in cui viviamo. Ma Lazier ha pensato bene di pubblicare la versione da me stesso e ironicamente mondata. A lei le possibili conclusioni.
Signor Lazier, sarà che l'immagine è piccola ma ammetto di essere stato superficiale e di non aver fatto caso nè alla porta nè al dischetto.
Ma, mi dica, lei ha fatto gol prima o dopo l'ispirazione artistica?

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19/6/2009 - Sandro Lazier risponde a christofer giusti

"Ma Lazier ha pensato bene di pubblicare la versione da me stesso e ironicamente mondata. A lei le possibili conclusioni."
Lazier apprezza, evidentemente, l'ironia.
"Signor Lazier, sarà che l'immagine è piccola ma ammetto di essere stato superficiale e di non aver fatto caso nè alla porta nè al dischetto."
L'artista non vede, guarda

 

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Commento 7309 di giannino cusano del 19/06/2009


Signor Giusti, la ringrazio per la stima, che ricambierò al 100% assai volentieri quando vorrà portare un contributo più sostanzioso alla discussione, pro o contro: cosa di cui sono certo che lei è capacissimo. Non siamo in un'arena: credo sia bene precisarlo non per lei o per me, ma per chi legge. Quindi, onoriamo il confronto e le idee, quali che siano, purché idee. Il resto, sono solo piccoli inciampi su strade a volte necessariamente accidentate.

Con cordialità,
GianNino- Eraclito

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Commento 7311 di christofer giusti del 19/06/2009


Mi consenta ancora questo ultimo "stimolo" per le esigenti cellule grigie vostre, diciamo per uno scarso 1-2% su 100, non di più...
Signor Lazier, ha fatto gol prima o dopo aver immortalato ed elevato ad arte il suo personale R:MUTT 1917?
è importante, secondo il mio fare arrogante (qualcuno, tra l'altro...mi spiace signor cusano, non ricordo chi, ritiene artisticità-genialità e arroganza come binomio indissolubile, e ben inteso la qual cosa non mi piace chissachè).
Perchè, giustamente lei sig. Lazier, dice: l'artista non vede,guarda"...io le credo sulla parola e le dico però che per ..guardare uno deve porsi in condizione...diciamo così, di disposizione alla riflessione e/o contemplazione.
E, specie se la vescica e bella piena, e quindi la minzione è lunga, con sgrullo o non sgrullo che già di per sè distoglie, la creatività ne beneficia.
Sarebbe quindi il caso di dire che l'ispirazione non è venuta nè prima nè dopo ma...durante!
altrimenti sig Lazier vorrebbe dirmi che è andato al cesso non per sua impellente necessità fisiologica, ma perchè qualcuno le aveva segnalato il tal particolare pisciatore nel tal edifcio olandese?
oppure aveva scambiato la sala da bagno per una delle sale museali?
e quest'ultima considerazone potrebbe essere di ulteriore stimolo...intellettuale, anche in considerazione di quanto lo stimato sig.Cusano dice sull'origine dei musei: la sala museale che diviene un cesso pubblico, il luogo dove si ammazza l'arte e la si butta nel cesso! gia ma questo effettivamente forse nessuno l'ha ancora fatto, se ne riparlerà allora...
Rispetto invece al concetto di "reverse ready made" pare proprio che un artista,che non poteva che essere italiano, (non so chi e non so quando...mi spiace per i miei deficit)abbia pensato bene di fare diventare arte l'atto di pisciare nella fontana di Duchamp.
Questo non porterà alcun arricchimento nella mente di tutti voi, ma non è nemmeno detto che debba farlo.
Signor Cusano, io non aborro proprio niente,ho solo osato dire, velatamente, che, essendo lei uomo e come tale avendo lei delle debolezze, la sensazione è che, oltre all' innegabile opera di onesta e interessantissima informazione e stimolo alla ricerca e approfondimento, lei inceda ben volentieri nel mettersi in mostra e nel porsi in cattedra.
Ma va questa presa come un offesa? e perchè mai?
continui dicuramente nelle citazioni. io personalmente le apprezzo molto.

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19/6/2009 - Sandro Lazier risponde a christofer giusti

Scusi Giusti, quanti anni ha?

 

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Commento 7312 di christofer giusti del 19/06/2009


Signor Lazier...ma che importanza vuole che abbia? se vuole mi pubblica e se non vuole non mi pubblica! per parte mia cerco di prenderla con ironia per sopire il malumore, e d'altronde guardi qui che fiorir di commenti intorno a questo burlone.

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19/6/2009 - Sandro Lazier risponde a christofer giusti

Non le ho chiesto la luna. Mi basta un numero. Quello dei suoi anni.

 

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Commento 7308 di christofer giusti del 19/06/2009


Invio un commento al video in inglese trovato su YouTube (http://www.youtube.com/watch?v=d2Y5mUJiaZI&feature=related) sempre a proposito di Duchamp e, in particolare, proprio sull'opera ispiratirce (fountain)....

Duchamp had another concept of the readymade called the "reverse readymade." His example is using a Rembrandt as an ironing board.

By urinating in Fountain, the Italian artist was simply making Duchamp's piece into a reverse readymade, reversing it from a work of art into a useful object, but ironically back to a use for which it was originally created--a brilliantly Duchampian gesture!

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Commento 7304 di Renzo marrucci del 18/06/2009


Però devo dire che la mia esperienza di quando ero ragazzo non la ritenevo arte, speravo si capisse. Se me la metti in arte allora vuol dire che proprio non ci siamo. Allora che cosa è arte? Tutto è arte..anche sputar per terra o più lontano di altri... Mi sembra davvero una cosa strana... Ho l'impressione che non si parli la stessa lingua?
Ti chiedevo di parlare del pisciatoio ma non per tergiversare o altro...
ma che centra la casa che li fà... desideravo che sviluppassi il ragio
namento su basi critiche magari per definirne la ragione e l'utilità che
porta come azione sociale che si evolve attraverso uno studio che oggi risolve nel design ma non nell'arte! Arte è una ricerca pura, profonda, che non si accontenta e che non si chiude nello stantio di un egoismo chiuso... cioè di una funzione in sè che si esaurisce con l'uso e con una certa forma...che può variare nel tempo... più o meno edonista oppure aristocratica. L'oggetto non è arte anche se puoi dargli il compasso d'oro o di platino rientra in una categoria di utile pratico e fisiologico, funzio
nale alla società e all'uomo. Io credo che l'arte possa informare il desi
gn, animarlo ecc... ma che rientri in una sfera più pura e alta e una vera e prorpia educazione alla vita intesa come principio e ideale. Per cui non capisco il tono che hai voluto prendere, mi dispiace!
Non ti cito articoli e non ti espongo bibliografie solo perchè appesantirei troppo la discussione, è poi proprio perchè aborro l' uso professorale che non mi piace, distaccato e alto da cui per principio mi astengo. Se si vuol capire mi fa piacere altrimenti pazienza...

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Commento 7303 di giannino cusano del 18/06/2009


Signor Giusti, visto che del Mr. s'è appropriato lei, preciso che non sto al di sopra o al di sotto: in questo mondaccio ci sono calato fino al collo tanto quanto lei. Ognuno ci sta in un modo, evidentemente. Io con le mie letture, che mi aiutano a cercare di capire di che mondo si tratta e in che modo posso, nel mio piccolo, coontribuire a cambiare qualcosa.
Mi rendo conto che tra veline e Grandi Fratelli non si riesce più a vedere in prima serata, che so, Eduardo De Filippo e non si sa più cosa farsene, delle letture, ma rappresentano il mio sistema di coordinate. Antiquato, lo so: vintage, demodèe, ma è il solo modo che ho per supplire a una tv largammente inguardabile: un ripiego; faccio di necessità virtù: ognuno si diverte come può.

Citazioni non per sfoggio o amore manieristico della citazione ma come rinvii a concetti e discorsi già espressi e sviluppati da altri; quindi: 1. chi legge stia tranquillo che non li ho inventati o espressi io, e quindi mi pare giusto dare quei concetti ai loro legittimi proprietari; 2. perché chi vuole può prendersi la briga di controllare e approfondire di persona; 3. perché tutto questo mi pare onesto.

Del resto, mi passi anche questa, chè una più una meno non cambia molto, Flaiano diceva che "leggere è facile. Il difficile è dimenticare ciò che si è letto". E mi riesce proprio difficile, perché a me -che non sono nato "imparato"- leggere serve. A lei no? Se è così, si reputi fortunato. :)

Cordialmente,
G.C.-Eraclito

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Commento 7302 di giannino cusano del 18/06/2009


Caro Renzo,mi hai invitato tu (7287) a parlare un po' del pisciatoio.
Ora che ho risposto alla tua sollecitazione (7299) mi scrivi che non te ne frega nulla. Magnifico. Dico davvero :)

E hai aggiunto:
«.. penso sempre più spesso a quando s'era ragazzi e si faceva a gara a chi la faceva più lontano... »
E dunque, ci voleva Duchamp. Vedi che anche fare pipì può essere arte?

Poi scrivi:
«Bisogna riportar le cose alla propria natura per non smarrirsi troppo nella selva contorta dell'inutile... Tirare o spingere l'utile? che cosa è meglio? Stare dietro il carro o avanti? Ma non mi dire che preferisci starci sopra al carro per piacere! »
Mi piace andare a piedi e senza carri.
L'ho capito perfettamente, che ami e cerchi il semplice e naturale: non parlerei nemmeno con te, se tu non esprimessi una passione.

In nome del comune amore per il "naturale" (il "semplice" te lo lascio) ti invio un articolo sul Pacific Trash Vortex:

http://www.inerba.org/Salute-e-Ambiente/Pacific-Trash-Vortex-|-Cinque-milioni-di-chilometri-quadrati-di-rifiuti-nell-oceano-pacifico.html

Nessuno se ne occupa, ovviamente, essendo in acque internazionali: dunque, non di responsabilità e competenza specifica di uno stato o dell'altro; tutto sommato, è del tutto "semplice e naturale" che le cose vadano così :).

Un saluto cordialissimo
Eraclito-Giannino

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Commento 7301 di christofer giusti del 18/06/2009


In effetti l'impressione è, con tutto il rispetto, che Mr Cusano ami "porsi al di sopra";ora che la levatura dipenda dallo stare sul carro, cosa anche probabile, oppure stare in cattedra poca differenza potrebbe fare.
Ammiro in Mr cusano le citazioni colte che spesso leggo volentieri, ma ripeto, la citazione delle stesse, a sfoggio talvolta irritante di superiore eloquenza, mi suonano come l'adoperamento di...ready made..da usarsi secondo opportuità. Tali citazioni oltre allo sfoggio, pur interessante, di se stesse, non eludono il problema, sempre che problema ci sia! Come dice mrs o miss Torselli, che ringrazio per il suo intervento, anch'esso indubbiamente interesante e che, sì, condivido, nell'arte concettuale è appunto nel concetto, nel progetto-processo mentale che precede la fisicità dell'oggetto che va ricercata l'opera d'arte, tale elaboarzione mentale sarà poi inevitabilemte diversa a seconda del fruitore dell'opera stessa e della sua capacità di porsi delle domande e darsi delle risposte, siano esse di natura emozionale siano esse di natura logico razionale.
Alla fine di tutto ciò però, ripasso e master in storia dell'arte compreso, si assoda il fatto che uno scenario come quello da me paventato sarebbe possibilissimo, un oggetto costituto da wc o orinatoio unitamente all'happening dell'artista o di altro individuo reale o virtuale,ripreso nell'atto di defecare o orinare in essi, potrebbe a buon diritto essere opera d'arte!
Non disdegnerei poi nemmeno la componente "manieristica" della citazione vera e propria, oltre alla componebte vintage dell'antico orinatoio duchampiano (che brutto quello ripreso da lei sig. Lazier!), oppure quello delle vecchie scatole di latta del Manzoni.
E che dire poi del concetto di opera d'arte nell'opera d'arte.
Chiedo scusa per il disturbo.

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18/6/2009 - Sandro Lazier risponde a christofer giusti

Tirato in ballo devo alcuni chiarimenti.
Nessuno si pone sopra le cose con le parole. Le parole sono il solo strumento per manifestare il pensiero. Quando questo è alto, le parole sono alte e le citazioni aiutano. Pretendere una maggiore semplicità o elogiare la stessa, come fa Marrucci, questa si che è metafisica che non ha niente a che vedere con l’arte e le cose di questo mondo. Il mondo non è semplice e non è facile raccontarlo. Personalmente sono grato a chi, come Cusano e Torselli, dedica tempo, pazienza e fatica a parlarne e discuterne pubblicamente.
L’orinatoio fotografato non è in un museo ma in un vero bagno pubblico in Olanda. La porta da calcio e la pallina sul dischetto del rigore hanno una funzione precisa: costringere gli utenti ad una concentrazione che eviti loro di produrre schizzi a casaccio. Utile, e geniale.
Fotografato e messo in un museo, o sulle pagine di un giornale che parla d’arte, perde la sua funzione e diventa un racconto immaginario, zeppo di riferimenti, relazioni, illazioni, turbamenti, rabbie, volgarità, emozioni. Vi pare poco?

 

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Commento 7300 di Renzo marrucci del 18/06/2009


L'arte è un cosa seria e ci salva dal cinismo dell'uomo e dal suo cattivo gusto impositivo e da tutte le mistificazioni mercantili che oggi invadono letteralmente il nostro mondo rendendolo sempre più povero. L'arte è una condizione di salvezza quando è vera e ci aiuta a capire.Quando è sentita e ci comunica il sentire, lo trasmette a noi appunto tramite il sen
tire di uomini più uomini di altri. Il resto son fregnacce... Spot e balle varie e se noi non le possiamo impedire possiamo però capire. Capire fa vivere!
Ci sono momenti storici di confusione e di manipolazione ma, si può manipolare solo se il menefreghismo vige legato a delle opportunità e a menti sottilmente perverse in senso interessato, che non rispetta e non ama l'uomo. Si potrebbe fare nomi e "cagnomi" dirrebbe il mio amato Totò... Ma servirebbe a farsi dei nemici e aumentare il caos o la con
fusione che dir si voglia. Sarebbe meglio che la scuola italiana capisse l'importanza dell'arte e si rendesse conto della cretinata fatta sulla storia dell'arte e sullo stesso settore da politici responsabili per incompetenza grave e rimediare meglio... Finchè uomini modesti ci governano, finchè uomini incapaci ci governano, capaci di far solo parole... il fiume diventa carsico ma rispunta fuori non appena il sole o la luce ripigliano la natura illuminate che gli è propria.

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Commento 7299 di Renzo Marrucci del 18/06/2009


Ma! Giannino? Ancora non hai capito che io sono un tipo che cerca di portare il complesso al semplice e naturale della vita? Cerco ahime! levar lo scuro, per quanto è possibile... naturalmente! che questa vita è tanto breve disgraziatamente!
Ora io penso sempre più spesso a quando s'era ragazzi e si faceva a gara a chi la faceva più lontano... Cosa vuoi che me ne freghi di quella casa che fa i cessi o di quel tipo che ci rimugina sopra? Il krauss e il buon M.Duchamp e altri...
Bisogna riportar le cose alla propria natura per non smarrirsi troppo nella selva contorta dell'inutile... Tirare o spingere l'utile? che cosa è meglio? Stare dietro il carro o avanti? Ma non mi dire che preferisci starci sopra al carro per piacere!

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Commento 7298 di giannino cusano del 18/06/2009


Infine, To(o) Giusti e Marrucci (&Torselli):

il brano di Croce che ho postato (comm. n.7285) mi è tornato alla mente proprio dopo aver letto il n. 7279 nel quale Giusti, dopo essersi chiesto se fare pipì e cacca può considerarsi opera d'arte (e direi proprio di si) si rivolge a Lazier concludendo: "mi scuserà, ho letto l'articolo, ma mi sono fatto prendere dall'immagine, che vuole farci, sono un lobotomizzato figlio di questi tempi di feci". Centratissimo! Anche se al suo posto avrei scritto, omettendo la foglia di fico, "figlio di questi tempi di merda".
Anche Marrucci coglie un dato importante, quando (n. 7291) risponde alla sempre pimpante Torselli "direi che oggi è il contesto economico che si serve dell'arte in un modo che definire vergognoso mi sembra anche un eufemismo." Se li rileggete e poi tornate al brano da me postato (n.7285) vi accorgerete che dite esattamente quello che sosteneva Croce già nel 1913, sia pure con molto maggiore articolazione.

Ma insomma, cosa ci si aspetta da un artista? Che salvi il mondo? Illusione romantica! Che si occupi di temi "edificanti"? Illusione moraleggiante! Ambedue nulla ha a che vedere con l'arte. Sempre Benedetto Croce scriveva, nello stesso saggio, a pag. 69: "L'artista è sempre, moralmente incolpevole e filosoficamente incensurabile, se anche la sua arte abbia per materia una morale e una folosofia inferiori: in quanto artista, egli non opera e non ragiona, ma poeteggia, dipinge, canta, e, insomma, si esprime; se altro criterio si adottasse, si tornerebbe a condannare la poesia omerica, come facevano i critici italiani del '600 e quelli francesi del tempo del XIV Luigi, arricciando il naso innanzi a ciò che essi chiamavano il «costume», agli eroi litiganti, chiacchieroni, violenti, crudeli, mal educati. "

Il tema proposto da Lazier ci rimanda a una polemica interna al romanticismo, per nulla sopita perché attualissima: quella della concezione dell'«arte per l'arte» opposta al'altra dell'«arte per la vita». Dissidio dal quale l'architettura, essendo "della" vita, è in larga misura immune, ma di questo ci sarà occasione di riparlare, spero.

Cosa fa un artista? Esprime "sentimenti": passioni, modi di sentire. La Torselli mi corregga se sbaglio, ma penso che Dino Formaggio avrebbe detto "emozioni", indicando con ciò la stessa cosa dei "sentimenti" crociani. Non sentimenti al naturale, per cui se mi pestano un piede e faccio "ohi" quell'espressione immediata non è, con ciò, opera d'arte. Lo diventa se in qualche modo osservo quei sentimenti e, inizialmente avvolto nel loro turbine, a un certo punto me ne distacco e ne estraggo un'immagine. La materia prima con cui lavora l'artista, quindi, è comune a tutti gli esseri umani. Il modo in cui la trasfigura in opera, però, è un'altra questione.

Ora, sappiamo tutti che "dolore", "nostalgia", "gioia" (pensiamo a certe poesie di Baudelaire) , "rabbia" (penso ad alcuni versi "politici" di Carducci, per es.), "pessimismo" (Leopardi) e così via appartengono a buon diritto alle passioni o emozioni o sentimenti. Ma "crudeltà" (Artaud, Bene), "freddezza", "indifferenza", "prepotenza", avvertire la vita "senza fede in Dio e nel pensiero" (Maupassant, grande esempio di poeta, fu maestro in questo) non sono forse e a buon diritto "sentimenti" ? Dunque, se parliamo dell'indifferenza dello scolabottiglie di Duchamp o della freddezza della musica delle scuole di Vienna e poi di Darmstad, stiamo ancora parlando di modi dell'espressione: di arte, a tutti gli effetti. Arte "indipendente" (per l'arte) e insieme "per la vita", che incita all'azione per mutare e riconsiderare la vita perché altro non trova, a sua disposizione, in una realtà, appunto, "di feci" . E' colpa dell'arte? Evidentemente no.

Mediterei su alcune piccole lezioni:
ancora Duchamp:
http://www.youtube.com/watch?v=xIbye75demM

John Cage:
http://www.youtube.com/watch?v=2aYT1Pwp30M
http://www.youtube.com/watch?v=q2tNeoMKyq8

Perché l'arte si trova costretta, oggi, e non da ieri mattina, a sottrarsi alla propria tradizionale "aura&q

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Commento 7291 di Renzo marrucci del 17/06/2009


Gentile Torselli, va bene che l'arte ha bisogno di un contesto economico
ma direi che oggi è il contesto economico che si serve dell'arte in un modo che definire vergognoso mi sembra anche un eufemismo....
Per cui è un pò come il carro messo davanti ai buoi...
Quando a Volterra da ragazzo li vedevo passare su per quelle salite di pietra arrancando sotto i colpi di frusta del contadino vociante...avevo una gran simpatia per loro che osservavo bianchi e dignitosi e impegnati
a fare e a fare fare bella figura...
Spingere è meglio che tirare?

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Commento 7286 di christofer giusti del 17/06/2009


Signor Cusano,
questo lo scriveva Croce nella XX edizione.
Lei ne riporta il testo per intero, ma ne condivide anche il contenuto o, visto che sono passati cinquanta e più anni dalla formulazione di tal pensiero crociano, avrebbe da dire di suo, espresso con parole sue?

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Commento 7287 di Renzo Marrucci del 17/06/2009


Ciao Giannino, parlaci un pò del pisciatoio... lo trovi molto sensuale oppure onirico? O come lo trovi ? Io stimolante ma ... alla bisogna... e se non lo dovessi trovare alla bisogna :assai doloroso e forse problematico.
Lo dovessi trovare in un museo penserei di avere sbagliato sala ma su
bito mi ripiglierei... L' effetto è arte? Ma se fosse molto bello nella sua idea assurgerebbe a mito? Cioè a idea fondante? staccandosi dalla funzione che sarebbe? Se stesso oppure ?

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Commento 7290 di Vilma Torselli del 17/06/2009


Renzo Marrucci, la funzione dell’arte in quanto, come lei scrive, stimolo “verso interrogativi” a quanto pare esistenziali alla ricerca di risposte para-artistiche e filosofiche mi sembra già meglio di niente, in grado di attribuire all’arte una qualche utilità. Credo tuttavia che il dibattito attorno all’arte, specie moderna, sia in gran parte ozioso: l’arte non è un oggetto, che ogni tanto ci possiamo rigirare tra le mani per scoprirne cambiamenti e deterioramenti, non è una capricciosa signora che a volte ci seduce e a volte ci respinge a seconda del suo instabile umore,"arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte” (Dino Formaggio,“L'arte come idea e come esperienza”, Mondadori, 1990), è semplicemente il prodotto degli artisti, ai quali anche Croce, come ricorda Cusano, se i miei ricordi scolastici non mi tradiscono, delega il potere e la capacità di saper esprimere intuizioni di valenza collettiva e morale nella forma più adatta. E’ vero che Croce, per ragioni anagrafiche, si è perso gli ultimi 50 anni del ‘900, forse avrebbe corretto il tiro….., comunque la sua posizione in merito è di estrema modernità, ripresa anche da un grande storico-critico dell’arte quale Gombrich.

Quanto ai “critici e storici”, usando parole di Alessandro Tempi "possiamo dire che la funzione critica oggi fa molta paralogia e poca ontologia, ci offre ragionamenti e spesso sofismi intorno a qualcosa chiamata arte, ma non ci dice perché quel qualcosa è effettivamente arte [….] L’arte (lungo il corso del ‘900) si trasforma in una qualità immateriale, un effetto di pensiero, uno spostamento insieme fisico e concettuale di qualcosa da un piano all’altro dell’esperienza. E’ a questo punto che il lavoro dei critici diventa indispensabile, se non altro per decodificare ad uso del fruitore linguaggi altrimenti incomprensibili”, anche se questa operazione, lei osserva, “forse toglie gli strumenti per questa crescita della sensibilità artistica e poetica”.
La funzione della critica dovrebbe essere provvisoria e transitoria, dovrebbe tendere a portare il pubblico a non avere più bisogno dei critici, ma questo nessuno lo vuole, né il pubblico, che per pigrizia o ignoranza spesso preferisce l’esperienza vicaria, mediata, impersonale e delega volentieri ai critici la funzione interpretativa, né i critici stessi, per un’ovvia questione corporativa.
Anche se la società (non meglio identificata) “non fa nulla per elevare il senso critico dei cittadini” , si può sperare tuttavia nella futura estinzione della razza dei critici d’arte quanto nel futuro avvento di un pubblico meno impreparato e indifferente.

Per il discorso sulla ”realtà economica, mercantile” del mondo dell’arte, per quanto possa apparire immorale il fatto che l’arte possa/voglia/debba essere una macchina per fare soldi e che il mercato ed il commercio dell'arte prevarichino oggi l’importanza dell’arte stessa grazie soprattutto a figure-chiave di professionisti ed operatori (critici, galleristi, mercanti, collezionisti ecc.), oggi, nel nostro "regime della comunicazione", i reali produttori degli eventi artistici e forse degli artisti stessi o di veri e propri movimenti, va fatta una considerazione: da sempre l’arte è stata connessa al potere economico, dato che re, papi, principi, signori e la loro disponibilità finanziaria hanno condizionato la possibilità che un artista si potesse esprimere e si potesse far conoscere grazie a quella elegante e un po’ ipocrita forma di munificità che si chiama mecenatismo. Il quale, “…..se da una parte [….] garantisce quella tranquillità economica così spesso, anche drammaticamente, inseguita dagli uomini di cultura, dall’altro prevede una diretta committenza per il suo riconoscimento, la sua gratificazione politica e sociale che non può non limitare la libertà dell’artista [….]. “(Floriana Calitti)
Ciò ha configurato due punti di vista opposti tra chi vede nel mecenatismo una promozione delle arti come "virtuosa" manifestazione della liberalità e magnificenza del principe […………] e chi invece considera una produzione "asservita" di letteratura encomiastica un prezzo troppo alto da pagare per la prodigalità del mecenate.” (idem)

Questo per dire che la demonizzazione dell’arte moderna e contemporanea ( brutta, venale, incomprensibile ecc.) esprime una visione facile e parziale di un fenomeno che accompagna la vita dell’uomo sin dai suoi albori e che andrebbe valutato più oggettivamente nel complesso del suo divenire storico.

Tutti i commenti di Vilma Torselli

 

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Commento 7293 di giannino cusano del 17/06/2009


Mr. Giusti, ha scritto:

"Signor Cusano,
questo lo scriveva Croce nella XX edizione.
Lei ne riporta il testo per intero, ma ne condivide anche il contenuto o, visto che sono passati cinquanta e più anni dalla formulazione di tal pensiero crociano, avrebbe da dire di suo, espresso con parole sue? "

Per la verità questo lo scriveva Croce già dalla prima edizione, del 1913. Dunque sono passati non 50 ma 96 anni, ma quel testo mi pare quanto mai lungimirante e attuale nelle linee di fondo. Non ho riportato il testo per intero, ma solo un piccolo periodo. E' evidente, infine, che ho fatto mie quelle parole. Il che significa ... già: chissà cosa significa (?) :)

Smile, Mr. Giusti: smile :)

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Commento 7289 di Renzo marrucci del 17/06/2009


Verrebbe qualche battuta sarcastica di fronte alla difesa dell'arte contem
poranea di Giannino detto Eraclito. Può essere che sia proprio un pisciatoio a salvare il mondo? Non me la sentirei di poterlo escludere...

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Commento 7294 di giannino cusano del 17/06/2009


PS. X Renzo Marrucci

ORINATOI: fossi in te non mi fossilizzerei ancora sui cataloghi Ideal-Standard, che conosciamo a memoria: tenterei un passettino ulteriore.

Col tuo permesso, vorrei consigliarti, di Rosalind Krauss, "Passaggi. Storia della scultura da Rodin alla Land Art" edito da Bruno Mondadori nel 1998 in edizione italiana. Un po' datato, lo so, non è proprio il massimo della novità o del "nuovismo", ma almeno, ormai è diventato un classico: nulla di terrificante. Del resto, puoi consolarti: negli USA è molto + vecchio, dato che è uscito nel 1976. Un ritardo non sempre è uno svantaggio :)

Per inciso, giova notare alcune affinità tematiche tra il libro della Krauss e quello coevo (1976, ed. italiana del 1979: con la Francia abbiamo fatto più in fretta) di Jean Baudrillard, "Lo scambio simbolico e la morte": affinità davvero sorprendenti.

Infine, ti regalo questa intervista a Marcel Duchamp:

http://www.youtube.com/watch?v=E0D1Q2NUQGU

che trovo molto istruttiva e interessante.

Ciao,
Eraclito-Giannino

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Commento 7295 di giannino cusano del 17/06/2009


PS: x Mr. Giusti

ho voluto citare da un testo di Croce di 96 anni fa per 2 ragioni:

1. Croce aveva già allora, 96 years ago, perfettamente inquadrato, mi pare, natura e linee di tendenza dell'arte e delle avanguardie contemporanee: la sollecitazione all'azione più che alla contemplazione ecc. Nel 1913 le piantine (cubismo, futurismo, dadaismo ecc.) erano già cresciutelle e i giochi di fondo erano tutti sostanzialmente fatti. Il che non significa che dopo non è accaduto più nulla: al contrario. Significa solo che il cambio radicale di prospettiva era avvenuto;
2. a quasi un sec. di distanza c'è chi ancora non ha compreso criticamente (il che non implica approvazione piuttosto che riprovazione, ma consapevolezza in ambo i casi) ciò che un composto signore, che peraltro di arte si occupava solo di striscio, aveva già compreso un sec. fa. Qualcosa non mi torna ... :)

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Commento 7292 di giannino cusano del 17/06/2009


Caro Renzo, hai scritto:

"Verrebbe qualche battuta sarcastica di fronte alla difesa dell'arte contem
poranea di Giannino detto Eraclito. Può essere che sia proprio un pisciatoio a salvare il mondo? Non me la sentirei di poterlo escludere... "

e per forza: con le stronzate ogni giorno più copiose che si sentono in giro :)

Ciao,
Giannino-Eraclito



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Commento 7285 di giannino cusano del 16/06/2009


IN DIFESA DELL'ARTE CONTEMPORANEA

«L'arte contemporanea, sensuale, insaziabile nella brama dei godimenti, solcata da torbidi conati verso una malintesa aristocrazia che si svela ideale voluttuario o di prepotenza e crudeltà; sospirando talora verso un misticismo che è altresì egoistico e voluttuario; senza fede in Dio e senza fede nel pensiero, incredula e pessimistica, -e spesso potentissima nel rendere tali stati d'animo,- quest'arte, che i moralisti vanamente condannano, quando sia poi intesa nei suoi profondi motivi e nella sua genesi, sollecita l'azione, la quale non volgerà certo a condannare, reprimere o raddrizzare l'arte, ma a indirizzare più energicamente la vita verso una più sana e profonda moralità, che sarà madre di un'arte più nobile di contenuto e, direi anche, di una più nobile filosofia. Più nobile di quella dell'età nostra, incapace di rendere conto non solo della religione, della scienza e di sé medesima, ma dell'arte stessa, la quale è ridiventata profondo mistero, o piuttosto tema di orrendi spropositi pei positivisti, neo-critici, psicologi e prammatisti, che finora hanno rappresentato quasi soli la filosofia contemporanea, e che sono ridiscesi (per riacquistare, certo, nove forze e maturare nuovi problemi!) alle forme più bambinesche e più rozze dei concetti sull'arte.»
Benedetto Croce: Breviario di Estetica (Laterza, Bari, XX edizione,1982 - Piccola biblioteca filosofica, pag. 76)

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Commento 7284 di Vilma Torselli del 15/06/2009


Christofer Giusti, lei è un abile provocatore, quasi quanto Marcel Duchamp e Piero Manzoni, e la sua provocazione è andata a segno, per ciò che mi riguarda, tant’è che le sto scrivendo.

Bisogna però dire che i suoi spiazzanti abbinamenti sono in realtà falsi sillogismi, specie quando si chiede se “premesso che sia arte orinare e defecare, che siano arte feci e orina, è lecito abbinarle a orinatoio (fontana) e WC?”, come dire se l’orinatoio è arte, lo è pure l’atto dell’orinare?

Già molti artisti del passato, da Rembrandt a Goya, sono stati, per il loro tempo, grandi provocatori, da Caravaggio che ritraeva provocatoriamente come sante le puttane delle sue osterie a Michelangelo che usava il non-finito per ridicolizzare le regole del classicismo rinascimentale, inoltre nell’arte classica sono innumerevoli le rappresentazioni di ammazzamenti, crocifissioni, decollazioni (penso a La Tour, Tiziano, Caravaggio), eppure credo che lei non si sia mai chiesto se la provocazione cambiava in qualche misura il valore del loro messaggio o se il fatto che Goya abbia dipinto celebri fucilazioni renda artistico anche l’atto del fucilare.

In realtà credo che lei sappia benissimo che, dopo la Monna Lisa baffuta di Duchamp (titolata, a proposito di provocazioni, con l’acronimo L.H.O.O.Q. , Elle a chaud au cul”) la vera essenza dell'opera sta nell'idea che la precede e il progetto, il gioco sottile dell'intelligenza, la formazione del pensiero sono i veri prodotti artistici, l'opera non è che pretesto, traduzione materiale di un discorso e di una riflessione concettuale.

E a proposito degli interrogativi che lei esprime con tanta divertente ironia, sappia che l’arte è fatta proprio per suscitare domande, non per dare risposte.

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Commento 7283 di Renzo Marrucci del 15/06/2009


Come ci sono oggi tendenze culturali ma che in realtà sono, a mio parere, para-culturali o pseudoculturali che invadono il campo dell'arte a piene mani, c’è molta disponibilità verso la curiosità della fantasia umana. Non che queste tendenze siano fasulle nella loro realtà, in quanto spingono verso interrogativi che impegnano, comunque energie umane qualificate nel tentativo di capire, esplorare e rispondere in tono appunto para-artistico e filosofico.
Questo atteggiamento viene chiamato arte ma è in realtà pura speri
mentazione, a volte assai coraggiosa, su contenuti artificiosamente sostenuti con la sfida alla ragione... Il rischio è che poi lo sforzo viene inevitabilmente assorbito e pagato non solo dall'artista ma dalla società intera, attraverso interlocutori che fanno da mediazione e garanzia... come critici e storici e via dicendo... Si assumono il rischio fazioso evidentemente, ma che gli consente di scommettere su sfide iperboliche a volte con sperimentale ardire… sostenuto però da una realtà economica, mercantile senza la quale…
L'abuso sulla coscienza che fruisce è il dato prioritario e costante, spesso viene caricato anche dalla realtà pubblica sulle persone che, perplesse accettano l'opera d'artista, senza spiegazioni e spesso rinunciando ad averle...
La società mantiene il divario, la separazione... e non fa nulla per elevare il senso critico dei cittadini, anzi forse toglie gli strumenti per questa crescita della sensibilità artistica e poetica. Per questo a volte viene lo sconforto a domandarci a cosa serva l’arte e se sia utile…
L’architettura delle archistar si rifugia nell’incomprensibile, sostenuta da chi usa il potere mediatico per affari… cioè nel nuovo, esageratamente esibito, che vale solo con la complicità del richiamo, un valore preciso quando è esercitato sulla curiosità umana e sociale…
Renzo Marrucci

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Commento 7279 di christofer giusti del 13/06/2009


Ma, orinare si può considerare un happening artistico? è arte?
e ancora, se l'orinatoio è arte (vedi foto dell'articolo e rimando a Duchamp) ci si può orinare dentro? artisticamente parlando, si intende!
Dopodichè si potrebbe passare al WC, e al suo connubio con le feci (di manzoniana memoria, si intende).
Se ne potrebbero aprire un pò di scatole e buttarne il contenuto nel WC, purchè quest'ultimo sia opera d'arte riconosciuta e quindi sia degno delle feci di Piero Manzoni.
Lo vuole firmare lei, Lazier, un bel WC, c'è solo l'imbarazzo della scelta: tra pezzi d'alto design e modelli dozzinali, ma poi perchè dozzinali? ecco, forse uno di questi ultimi, tutto sta a disgiungere forma da funzione, oggetto da contesto, immagine da connotazione.
Però poi ritorniamo alla domanda originaria: premesso che sia arte orinare e defecare, che siano arte feci e orina, è lecito abbinarle a orinatoio (fontana) e WC?
ai posteri l'ardua sentenza.
mi scuserà, ho letto l'articolo, ma mi sono fatto prendere dall'immagine, che vuole farci, sono un lobotomizzato figlio di questi tempi di feci.

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Commento 7270 di renzo marrucci del 06/06/2009


Pensierino piccolo piccolo di tarda mattinata...
L'arte è utile se la si capisce... altrimenti e un pretesto sulla buona coscienza di chi non la capisce...

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Commento 7268 di christofer giusti del 06/06/2009


Insomma, esimi Lazier, pagliardini, Cusano, ve la dite e ve la fate.....a proposito di appartenenze...

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Commento 7267 di giannino cusano del 04/06/2009


Scrive Lazier che gli interventi di Pagliardini su Antithesi "sono uno stimolo e una risorsa."

Nel mio dissenso da moltissime delle cose che scrive Pagliardini, la considerazione fatta da Lazier mi trova d'accordo. Guai se ci si appassionasse tutti allo stesso modo e delle stesse cose.

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Commento 7266 di pietro pagliardini del 04/06/2009


A Sandro Lazier.
La ringrazio molto e le dico che quando parlavo di tono ultimativo mi riferivo esclusivamente a questo specifico articolo e non lo avevo inteso come esteso al giornale.
D'altronde mi sarebbe anche dispiaciuto perché io faccio il provocatore, educato ma rompiballe, e, nei limiti del poco tempo disponibile, non ho mai rinunciato a provocare qui, dove di materia del contendere non ne manca affatto.
La saluto

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Commento 7264 di pietro pagliardini del 03/06/2009


A Sandro Lazier.
Poiché ormai a me sembra che le relative posizioni siano chiare e la sua risposta è improntata ad un tono decisamente ultimativo, le scrivo non per un inutile ping-pong su cose ormai dette quanto per il fatto che lei mi attribuisce una “deriva” relativista (deriva è termine odioso perché sprezzante e di condanna morale totale, fatta da chi si erge a censore e supremo giudice, ma io voglio credere che in questo caso sia solo una semplificazione linguistica).
Ora è singolare che lei che riconosce pari valore al sentimento di appartenenza nei confronti dei luoghi di vita sia agli abitanti di una parte di città fortemente strutturata come il centro storico che agli abitanti di sgangherate e spesso squallide periferie, addirittura a luoghi di emarginazione quali lo Zen, possa attribuire a me l’idea del relativismo (contrariamente a quanto fanno i più che mi attribuiscono l’esatto contrario e con fondatissime ragioni). E la prego di non equivocare tra appartenenza e pari dignità delle persone la quale ultima ovviamente non è per me in discussione.
Immagino, per dire, che l’architetto Gregotti, che vive e lavora in un bel palazzo antico nel centro di Milano, non stabilirebbe lo stesso sentimento di appartenenza con la sua residenza e il suo studio se si trovassero allo Zen. E se Gregotti fosse costretto dai casi della vita allo Zen, credo farebbe di tutto per andarsene prima possibile e tornare nel suo bel palazzo, come ciascuno di noi d’altronde, e, una volta tornato, forse proverebbe anche una certa nostalgia per “i bei tempi allo Zen”; ma questa non è appartenenza bensì un'espressione importante della mente umana che in genere tende a selezionare e valorizzare il meglio del passato, ed è chiaro che anche allo Zen, essendo vissuto da uomini, si possono trovare lati positivi (specialmente se ci abitano gli altri).
Io stabilisco quasi sempre una scala gerarchica di valori che lei nega e chi stabilisce gerarchie di valori tutto può essere meno che relativista.
Cordiali saluti

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3/6/2009 - Sandro Lazier risponde a pietro pagliardini

L’ultima cosa che vorrei è offendere i miei interlocutori, lei in particolare. Mi creda. Cerco di dibattere le idee, solo questo.
Il termine “deriva”, per me che ho scritto di Débord e dei situazionisti, non ha nessuna accezione negativa. Anzi, è termine che indica instabilità, perdita di controllo, provvisorietà; tutte condizioni che mi seducono.
Ho poca simpatia, però, per il relativismo perché fonda ragionamenti rigorosi e intransigenti su fondamenta permissive e indulgenti (con l’alibi dell’uomo e della sua causa). Io credo che la logica pura, telaio portante di tutti i nostri ragionamenti, non abbia in sé nessuna morale; e questo la rende immune da qualsiasi gerarchia valutativa. Il concetto di “appartenenza” è fondamenta debole per sostenere tutto il ragionamento che lei ne fa seguire. Questo è il significato che do alle parole “derive del relativismo” che lei contesta. Sono sicuro dell’onestà, correttezza e universalità dei suoi ragionamenti; non ritrovo stesse qualità nei fondamenti.
A Gregotti fu effettivamente chiesto perché non abitasse lui stesso lo Zen che aveva progettato. Rispose che quello era quartiere per operai, dichiarando in tal modo un senso di appartenenza “altro” ma con gli stessi difetti di quello che lei propone. Gregotti non creava architettura con il fine della universalità dei valori ma con quello della particolarità. Una assurdità per chi si dice razionalista convinto, relativista di fatto. Ma questi sono i frutti dell’inganno postmoderno e storicista.
Zevi al contrario, che relativista non era, invitava spesso gli architetti e gli intellettuali a vivere nelle periferie, cosicché le architetture progettate avrebbero sicuramente beneficiato di stimoli diversi.
Nessun moralismo quindi, Pagliardini. E nessun tono ultimativo. Solo amor di sintesi, forse eccessiva.
I suoi interventi nel giornale sono uno stimolo e una risorsa.

 

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Commento 7263 di giannino cusano del 03/06/2009


In riferimento all'ultimo commento di Pagliardini, non riuscirò a essere breve: i temi in gioco sono molti e complessi. Io la vedo così:

1. Freud era un neurofisiologo. Inizialmente parlò di istinti (istinkt) alla base del comportamento umano, ma presto rivide la questione introducendo il concetto di pulsione (trieb). La differenza è che mentre l'istinto è deterministico e negli animali induce comportamenti definibili e prevedibili, la pulsione è plastica: non dà luogo ad alcun meccanicismo perché ogni pulsione può avere esiti assai differenti, dipendenti da fattori imponderabili come la cultura del soggetto e non, atti di invenzione e di fantasia ecc.. Lacan, freudiano eretico al punto di essere espulso dalla Società Psicoanalitica Francese per aver tenuto una serie di seminari commissionatigli dalla stessa SPF, chiarì molto bene questo punto. Ciò che distingue l'essere umano dall'animale, in questa prospettiva, è esattamente la differenza tra pulsione (eminentemente umana) e istinto. Sempre Lacan, e non a caso, fece la sua tesi di laurea sulla paranoia, perché a tutt'oggi -che io sappia- si ignora qualsiasi corrispondenza neurofisiologica con la paranoia: in soldoni, non c'è psicofarmaco adatto al caso . E' tuttora un fenomeno eminentemente psicologico.
Nemmeno io mi intendo di neuroscienze, ma il fatto che esista una base neurofisiologica al nostro comportamento non mi pare che debba necessariamente riportarci indietro di oltre un secolo al positivismo ottocentesco. Se i ferormoni, insomma, non determinano meccanicamente l'innamoramento, credo che abbiano una parte in questo processo assai complesso e ricco di fattori anche culturali disparatissimi.

2. percezione: mi pare che già la Torselli abbia avvertito chiaramente, forse in un commento precedente forse nello stesso articolo su Piazza del campo, non ricordo, che la percezione non è un fenomeno passivo.
Il punto è fondamentale. La percezione è un fenomeno attivo ed è già giudizio sulla realtà. Sono in una stanza, sto scrivendo, percepisco questo fatto e percepisco me stesso in mezzo a una serie di arredi, libri, oggetti, rumori, odori, coluri ecc. In questa percezione ho già selezionato una serie di elementi che ai miei occhi la caratterizzano: ho emesso un “implicito” giudizio sul mio essere seduto qui e sugli oggetti che mi circondano. Non c'è nulla di oggettivo, in tutto questo, perché non è detto che un altro al mio posto produca la stessa fantasia o, se lo fa, non è affatto detto che la fondi sugli stessi elementi su cui si fonda la mia ecc. ecc. Non c'è nulla, peraltro, che possa impedirmi di immaginarmi a New York, in un grattacielo di Manhattan, o in un monastero sulle rive del Gange. Queste trasposizioni forse ammettono delle spiegazioni, peraltro non semplici e che quasi certamente variano da persona, ma certo non sono deterministiche o meccanicistiche. Questa indistinzione tra reale e irreale, che mi consente di vedermi dall'esterno, o addirittura di immaginarmi altrove, è un atto conoscitivo alogico di “fantasia” o “intuizione”, o meglio di intuizione-espressione, perché i due termini sono la stessa cosa: non esiste intuizione “vuota” o inespressa in parole, colori, forme ecc. che rompe un ordine presente per un'alterità non prevedibile che rilegge in modo inusuale la mia situazione e gli oggetti che ho intorno. Questo non fa ancora arte, ma con essa ha una forte attinenza. E' certamente un'esperienza. Che esistano “leggi” della percezione è cosa assai dubbia, almeno da quando, negli anni '60, un nutrito gruppo di psicologi statunitensi guidato da Franklin Kilpatrick, sulla scia del pensiero di John Dewey, in particolare estetico (v. L'arte come esperienza, ed. La Nuova Italia) si propose di capire meglio come si formi un'esperienza. Invece di partire da oggetti e di studiare la loro percezione in vari soggetti, si partì dalle percezioni e si comprese che le stesse percezioni possono essere determinate da oggetti reali molto diversi tra loro e che non hanno nulla a che vedere con ciò che veniva percepito. Gli esperimenti andarono da semplici oggetti a studi sulla dinamica del movimento degli oggetti, dei soggetti e di ambedue simultaneamente e sono raccolti in un interessantissimo libro edito da Bompiani, La psicologia transazionale, dove il titolo allude al fatto che in ogni percezione noi compiamo una serie di azioni mentali per nulla passive: mercanteggiamo, anzi, con la nostra esperienza precedente, con il nostro sistema di aspettative, col nostro stato emotivo ecc. per tentare di ricondurre il fatto nuovo di fronte al quale siamo messi a fatti desumibili dal nostro vissuto pregresso: operiamo, insomma, delle “transazioni”. Ciò mise abbondantemente in crisi le psicologie tradizionali e oggettive della percezione, a partire proprio dalla Gestalt Theory. Non mi pare affatto trascurabile che quando Galvagni parla di Gestalt ecologica assuma che la nostra percezione dell'ambiente vari c

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Commento 7265 di renzo marrucci del 03/06/2009


Piazza de campo a Siena. E o non è la più bella piazza del mondo?Mi piace la domanda e voglio pormela quì, sotto l'occhio di chi legge...
Beninteso io che son nato a Volterra la più bella piazza del mondo mi sembra proprio la mia piazza dei Priori. La ferrigna piazza dei Priori come ebbe modo di definirla Cesare Brandi in alcuni suoi scritti. Ferrigna per il modo serio e conserto di definire il suo spazio contornato di edifici concatenati, costruiti serrati con la pietra locale, il panchino. Una pietra che prende il suo tono dall'atmosfera del giorno. Una gamma cromatica che si esalta e rivela il suo cuore umano e caldo quando piove e la pietra bagnata diventa colorata di giallo oro ambrato venato e macchiato di bleu trattenuto. Una Piazza che io amo definire umana. Come un uomo brusco e arcigno che è capace di diventare comprensivo e tenero, ironico e dolce, loquace e chiuso...Insomma una piazza che ti stimola e ti contiene e ti trattiene e se non fosse per il modo sbagliato con cui viene usata manterrebbe sempre un grande carattere spaziale e infinito ad ogni uso...
Ho descritto solo un pò il carattere di questa piazza per dire come questo genere di piazze, realizzato nella storia e dalla storia esprima sempre un carattere spaziale e umano che è sempre profondamente espressivo del tono, dell'anima della città, della radice terrioriale di cui questa piazza ne è un luogo, il luogo espressivo e profondo.
Piazza del campo uguale! Nel senso che nella sua diversità esprime la sua specifica realtà di piazza teatro, di piazza luogo dello spazio teatrale, rappresentativo della realtà della identità urbana e territoriale. Realizzata in una cavea naturale rispettata e amata si è contornata e racchiusa in sè. Teatro naturale di se stessa. Appunto come piazza bella e accoglie
nte. Provate a prendere un caffè seduto in uno di quei tavolini sulla fascia alta che non è un loggione ma un piano di spazio sospeso... si stà lì e si sta fuori della realtà, sospesi nella identità senese fatta di scuri e di chiari, piccoli e grandi, di quinte e di intercalari dove le persone sono attori e protagonisti nella semplicità. L'architettura è fatta per l'uomo e diventa città, luogo urbano dove è bello stare e può sembrae bello vivere oggi. Molte piazze sono così, ma non proprio così. Queste sono due capolavori di piazze e non sono rappresentative anche se hanno edifici tipici della rappresentazione urbana ma che si fonde con la realtà, con la personalità e carattere fortemente diverso e intenso...dello spazio che inventano con i propri materiali e dislivelli e proprie ottiche, senari e visioni e colore naturali ed estremamente impersonificanti il territorio rispettato nel costruito, reso sicuro amabile e protetto. Mantenendo la propria anima che comunica al cittadino... e soprattuto a chi la cerca un'anima... da portare con se... e da...... nelle città dove torniamo...
Si parlava di utilità dell'arte?

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Commento 7262 di pietro pagliardini del 02/06/2009


Vilma, non si tratta di non scalfire le mie convinzioni (per inciso, dubito che qualcuno riuscirebbe a scalfire le tue), si tratta di due sensibilità diverse. Ho stampato il tuo commento per capirlo meglio e mi sono reso conto che, in modi molto diversi, non diciamo cose molte diverse.
Capire le basi neurofisiologiche della percezione non è certo nelle mie capacità né in quelle di nessun architetto. Forse non è neanche nelle capacità dei neurofisiologi verso i quali io mantengo, con tutto il dovuto rispetto e la massima invidia possibile per la loro conoscenza, una bella alea di dubbio sulle loro certezze, quando ve ne sono. Ad esempio: si dice che una delle ragioni dell’innamoramento consista nell’odore rilasciato da ormoni e se quell’odore, del quale non siamo coscienti, si confà tra due soggetti scatterebbe quella che chiamiamo attrazione tra due persone. Può darsi sia così, non ho motivi per dubitarne in assoluto, non ho controprove per dire che non può essere ma il meccanismo mi sembra un pochino più complicato di come viene descritto, basti pensare a quanto conta la vista e, recentemente, a come possa scattare l’attrazione dalla semplice chat. E pensare che le basi dell’innamoramento potrebbero essere, per molti versi, analoghi a quelli di altre specie animali,mentre la poesia, la creatività, la coscienza di sé è caratteristica propriamente umana. E’ vero che adesso si tendono a scoprire negli animali tutte le caratteristiche che li rendono più simili all’uomo, mentre prima si tendeva a trovar ciò che ci differenziava dagli animali, la qual cosa la dice anche lunga su quanto la scienza sia abbastanza indirizzabile e tenda ad adattarsi al clima culturale della società, anche se io credo si possa ammettere qualche differenza esista tra uomo e animale.
Ben diverso è il caso della psicologia della percezione, dove esistono prove empiriche, i test, che mostrano uniformità di comportamenti in un certo numero di soggetti divisi per varie classi d’appartenenza. Ho letto in un bel libro, Il Tao e Aristotele, di Richard Nisbett, che i cinesi hanno un approccio alla realtà priva della classificazione in categorie; i cinesi, cioè, non conoscono il concetto di “bianchezza”, per esempio. Ovviamente conoscono il colore bianco ma per esprimere il concetto di “bianchezza” fanno una circonlocuzione che li porta al confronto con un fenomeno della natura, ad esempio la neve. Eppure i cinesi hanno un cervello che credo sia esattamente come il nostro. Come sta? Sta che la loro cultura si è sviluppata in un modo diverso dal nostro: stesso cervello, diverso modo di porsi rispetto al mondo.Mi pare ovvio che in una cultura come questa il concetto di bellezza sia diverso anche se è probabile ci sia una base comune a tutti gli altri esseri umani.
Con questo voglio dire che, non trascurando affatto le diversità genetiche, la componente culturale è fondamentale. E per tornare all’argomento, quando io parlo di regole non intendo dare una spiegazione a quelle regole, intendo dire che c’è chi le ha studiate ed è in grado di riprodurle e di applicarle. Non è un fatto meccanico e matematico, non c’è garanzia assoluta di risultato, non è una scienza esatta, ma chi le sa applicare bene commette meno errori di chi agisce con la sua fantasia e, dato che statisticamente di fenomeni o geni, diceva Zevi, ne nascono uno ogni 500 anni, è molto meglio applicare quelle che sperimentare molte baggianate e affidarsi a sé stessi. Questo metodo non inibisce la creatività la quale, nei pochi che la possiedono per davvero, riesce ad emergere in ogni modo.
Ho riletto, su tuo consiglio, Kevin Lynch, e ho riletto Rudolf Arnheim (La dinamica della forma architettonica) e in entrambi i casi ho trovato indicazioni e analisi utili, ma direi a frammenti, e comunque, specie in Lynch, una conferma assoluta di certo concetti muratoriani, quali ad esempio le nodalità. Ma niente di paragonabile a quella strutturatissima teoria, verificata leggendo la città e non intervistando la gente (quindi più oggettiva), di Caniggia, la quale, a sua volta, trova un'altra conferma nella teoria delle reti urbane di Salìngaros.
Quanto a a quell’aura inimitabile di Piazza del Campo, è nata proprio da quella “cultura” diffusa e spontanea, organica alla società stessa, che sapeva contemporaneamente adattarsi ai luoghi e farlo con un altissimo senso estetico, non critico e consapevole ma naturale perché condiviso e omogeneo alla società. Perché accadeva questo e come farlo riaccadere? Mi fermo qui, non so dire altro, non pretendo di farlo. Ma non lo fai neanche te, in effetti; ti poni domande, ti interroghi e vuoi capire.
Non c’è differenza tra te e me nel fatto che attribuiamo quel risultato straordinario all’insieme e non alle parti e quando io parlo di edifici specialistici non sono affatto in contraddizione perché la specialità non consiste nell’autore e nemmeno in qualche particolare dote dell'edificio se non nell’uso diverso per il quale l’edifici

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2/6/2009 - Sandro Lazier risponde a pietro pagliardini

Un paio di punti, credo, stabiliscano tra noi una differenza di sostanza.
1
Mi spiace ma se c’è una cosa indubbiamente certa è che non v’è nessuna poesia senza ricerca e sperimentazione. Che è come dire che una poesia vale sicuramente il rischio di un milione di baggianate. Non è vero che applicando con ordine regole derivate dalla tradizione si corrano meno rischi; al contrario, si ha certezza di non arrivare mai a qualcosa di autenticamente poetico. Non c’è bravura che tenga. Senza il motore del tradimento, che è vera tradizione (e non è vero il contrario), non c’è storia nell’arte.
Il gusto evolve per scatti violenti e arroganti, ogni volta azzerando irriverentemente il codice che lo ha preceduto. Non c’è nessuna continuità formale se non l’alternarsi disarmonico e sregolato di tensioni contrapposte. L’arte vive pericolosamente nell’aritmia e per questa ragione appare sempre insolente e arrabbiata ai contemporanei. La regolarità l’uccide.
Tanta architettura minore (sono d’accordo con Vilma che l’opposizione edilizia-architettura sia solo un pretesto accademico) è prova di quanta energia vada investita per arrivare a poche opere degne di elogio. Gehry nutre la sua poesia nella desolazione di una moltitudine di periferie tutte uguali. Senza periferie, niente Gehry.
2
Appoggiare le proprie tesi sul senso di appartenenza - concetto dal peso specifico incerto, relativo al soggetto che lo esprime – è atto che sconfina nella retorica, intesa quale forma di suggestione priva di argomenti razionali e oggettivi.
Di tale senso ogni individuo ha il proprio. Questo è indubbio. Credo che anche chi è nato e vissuto in periferia, non solo in centro antico, solo in questa trovi il senso della propria appartenenza. Persino chi è nato e vissuto nel tanto vituperato Zen di Palermo, sono sicuro che in esso trovi il proprio senso dell’abitare. Anche per costoro “la città è l’opera artistica più grande che sia stata creata dall’uomo, anche se non possiede grandi eccellenze o singolarità architettoniche o opere d’arte.
Quindi va bene tutto. L’architettura contemporanea, bella o brutta che sia, come l’antica, bella o brutta che sia. Purché ci appartenga individualmente.
Io non credo e non amo le derive del relativismo, antropologico in questo caso.

 

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Commento 7261 di giannino cusano del 01/06/2009


Mi rendo conto che la storia oggi non è più molto di moda, tra approcci fenomenologici che pure hanno la loro importanza, e recuperi (a mio parere eccessivamente generalizzanti) di temi cari a Georges Bataille piuttosto che a Walter Benjamin o a Friederich Nietzsche, volti a screditare qualsiasi approccio storico in nome dell'eterno ritorno e della preminenza dell'immagine come "traccia" inconscia e sempre riemergente del rimosso, ma non per questo trovo lecito buttare al macero tout-court qualsiasi chiave di lettura di matrice storica.

Se "ogni poesia è d'occasione", come ripeteva Sartre, credo quindi che la questione di Siena e di Piazza del Campo vada anzitutto inquadrata nel concreto del suo divenire storico. La piazza è parte anzitutto del sistema ternario Duomo-foro Boario (poi piazza Mercato)-Campo. Sono i tre caratteristici poli (religioso, commerciale e civico) che vertebrano tutte le città medievali. Sappiamo anche che queste seguivano schemi o “tipi” ben identificabili : lineare, fusiforme, radioconcentrico (vera “invenzione” tipica dell'epoca), a lisca, a scacchiera ecc. applicati caso per caso in modo assai duttile in rapporto alla conformazione del suolo e a un abbozzo di vita comunitaria che evolveva sulla base di ben definiti canovacci.

Nessuna assiomaticità urbanistica, ma parlare di “regole” a me sembra che possa risultare ambiguo, per noi che veniamo dopo il Rinascimento. Piuttosto, parlerei di un metodo flessibile assai più razionale di qualsiasi rigido ordine geometrico; un linguaggio della continuità capace di amalgamare nell'assieme ogni singolo episodio. E che può e deve essere letto, almeno in via di tentativo, assumendosene tutti i rischi.

Osservava giustamente Ranuccio Bianchi Bandinelli che il peculiare senso spaziale senese nasce dalla particolarità di un sistema di strade il cui impianto base è quello delle “Siene” dei borghi e castellari più o meno chiusi ciascuno in sé dei sec. XII e XIII, che poi verranno reintegrati nella Siena dei mercanti e degli artigiani. Ma non fino a cancellare il carattere di strade a “elementi chiusi” che, invece, il Rinascimento e l'età barocca tenderà ovunque a trasformare con aperture verso punti focali prospettici.
Dunque, a Siena si parla un linguaggio che non prevede edifici messi in mostra come fondali o terminali a strade né strade realizzate a bella posta in funzione di singoli edifici. C'è, piuttosto, un sistema ininterrotto di circuiti e superfici stradali che si sviluppano per fluenze capaci di interrelare cammino umano e curve di livello. E che non va minimamente confuso con quello delle quinte ondulate del Barocco, perché queste configurano, anche in relazione alla difusione delle carrozze, sistemi di direttrici esplodenti in fuochi, secondo la logica della "sorpresa" e spesso della persuasione occulta, del tutto ignoto alle aggregazioni descrittive, rapsodicche e narrative del mondo medievale e senese.

Le tre piazze di Siena, di cui il Campo fa parte, nascono da un preciso programma di decentramento urbano e di apertura del mercato sull'hinterland e di una razionale connessione della città con la via Francigena. Anche il programma di “urban redevelopment” da cui nasce il decentramento non segue alcun rigido disegno aprioristico ma una metodologia duttile e, insieme, assai rigorosa. La nuova pianificazione prese l'avvio, che io sappia, nel sec. XIII per interrompersi solo con la peste del 1348.
Il polo civico del Campo intensifica questo discorso di superfici avvolgenti facendole confluire e intersecandole nel più importante spazio comunitario della città. Anche la torre del Mangia non sembra configurarsi come fulcro o coagulo visivo, focale, quanto come episodio pragmaticamente assunto per puro gusto della verticalità. A questa logica descrittiva di superfici appartiene anche la pavimentazione cava della piazza, su cui si lascia semplicemente affiorare l'andamento stesso del terreno. Dunque, doppio cavo (invaso + pavimentazione della piazza) pulsante a valenza fortemente temporale e del tutto avulso dalla più tarda dinamica barocca.

Questo procedere per fasce e superfici continue che gradualmente, inglobando edifici ed episodi di ogni genere, dalle vie compresse sfociano nella bolla dilatata della piazza mi pare un carattere distintivo di Siena e della forte intensificazione della sua vita civica nella piazza del Campo.

Non so e non mi sento di decidere se si tratta della “più bella piazza del mondo”, perché le piazze di Spagna o del Quirinale, gli invasi di Pienza, piazza delle Erbe e della frutta a Padova o piazza dei Miracoli a Pisa sono altrettanti episodi poetici (più che di edilizia/architettura , parlerei di prosa/poesia) e dove c'è poesia non c'è quantità ma solo diverso e forte “carattere”. Tentare di captare l'individualità di ciascuno di questi episodi, ciò che fa di ciascuno un “unicum” distinto da ogni altro, non ci gara

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Commento 7260 di Vilma Torselli del 31/05/2009


Pietro Paglliardini, puoi anche fregartene della neurofisiologia, della psicanalisi, dell’emotività, della comunicazione subliminale ecc., però siamo fatti così, analizzare l’architettura per quello che è senza voler conoscere l’uomo, che l’ha ‘inventata’, è un esercizio monco che darà risultati parziali e inesatti.

Ogni azione creativa compiuta dall’uomo trasmette un messaggio, comunica qualcosa, consciamente o inconsciamente, volontariamente o involontariamente, che lo voglia o no, tutto, dall’arte all’architettura, allo scarabocchio di un bambino al disegno di un folle, dalla scrittura nella sua componente grafologica all’impaginazione di un testo, dal disegno più elaborato alla nota della spesa ( la mia per esempio dice che sono una persona piuttosto distratta con un senso dell’ordine del tutto personale).
Anche nel fare una capanna, un tetto che ripari dalla pioggia, quattro mura, si trasmette un messaggio, e tutte le volte che si delimita uno spazio (lo spazio racchiuso di Zevi) e gli si attribuisce una funzione si fa architettura: in quest’ottica la differenza tra edilizia e architettura appare del tutto artificiosa mentre la definizione di “emergenze specialistiche” sembrerebbe inevitabilmente delegata a valutazioni marcatamente soggettive (di chi?), il che non mi sembra coerente con la tua posizione.

Scrive Salvatore Zingale: “Gli spazi della vita sociale sono un ‘campo semiotico’ e dialogico che richiede una nostra risposta in termini di scelta di azione: che cosa dobbiamo fare per ‘trovare la strada’? Questo campo è composto di luoghi e percorsi, mete e direzioni. È immaginabile come un reticolo di schemi d’uso inscritti in quel tessuto o testo architettonico che è lo spazio costruito.”

I segni dello spazio semiotico raccontano un ‘senso’, definiscono degli schemi che dobbiamo trovare ed interpretare per interagire con quegli spazi. Tutta la nostra vita si svolge in spazi semiotici, architettonici o urbanistici, quelli delle nostre case, dove lo spazio comunica il nostro vissuto, quelli delle città, dove siamo continuamente chiamati a dialogare con l’ambiente, dove continuamente ‘chiediamo’ informazioni per orientarci e ‘rispondiamo’ interpretandole: lo sguardo, un’occhiata all’insieme (guardare, ancora guardare) è il primo mezzo di contatto e quanto più è buono il contatto ( quindi non si parla solo di esperienza visiva ma anche di coinvolgimento empatico e affettivo, ciò che ti fa sentire ‘a casa’), tanto migliore è la cognizione dell’ambiente.
Le città sono veri e propri discorsi (Roland Barthes, Umberto Eco), dove lo spazio urbano non può però essere letto autonomamente perché non può prescindere dall’architettura (la quale invece può essere autonomamente valutata), dove “niente è sperimentato singolarmente, ma sempre in relazione alle sue adiacenze, alle sequenze di eventi che portano ad esso, alla memoria delle precedenti esperienze.” (Kevin Lynch, “L'immagine della città”, 1960).

Se la cortina architettonica che contorna l’invaso a cielo aperto di piazza del Campo si articola in una serie di ‘segni’ inseriti in un sistema autonomo, viceversa il sistema urbanistico non ha significato senza quel contorno.
Louis Hjelmslev scrive che l’elemento urbanistico è “un tutto formato da elementi solidali fra loro e tali che ciascuno dipenda dagli altri e non possa essere quello che è se non in virtù delle sue relazioni con essi”, la tensione tra spazio urbanistico e spazio architettonico, le reciproche connessioni di vuoto e pieno, che fanno di quella piazza “una entità autonoma di dipendenze interne” potrebbero rappresentare una possibile risposta ed un efficace canale di comunicazione non verbale tra passato e presente, oppure i significati originari, ammesso che fossero in questi termini leggibili, sono irrimediabilmente persi e ciò che sperimentiamo è una loro interpretazione attualizzata?

La spontaneità che tu proponi come chiave di lettura non risolve il quesito, ciò che emerge da un’analisi anche superficiale e sommaria come la mia mi pare sia la necessità di cercare risposte in campi disparati e in discipline apparentemente lontane, non ci sono, se ci fermiamo limitatamente al campo dell’architettura e dell’urbanistica, regole per porre le ‘condizioni di base’ che facciano scattare la molla della poesia, per conoscere l’opera dell’uomo bisogna indagare l’uomo.

So che non scalfirò le tue convinzioni, ma il bello della discusssione è il disaccordo
ciao
Vilma

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Commento 7259 di pietro pagliardini del 30/05/2009


A Sandro Lazier
Probabilmente correrò il rischio, ma lo affronto volentieri, di incartarmi in inutili sofismi per cercare di spiegarmi meglio e di farmi capire.
Se la domanda è: esistono regole per produrre l'arte, in assoluto, io non le conosco e mi tiro indietro. Io azzardo una risposta alla domanda se esistano regole per produrre piazze artistiche come quella di Siena.
Lei scrive: "Nel suo eccessivo pragmatismo le sfugge che il violino non è la musica e la casa non è l’architettura" e in questa frase c'è la differenza (non è una parolaccia differenza) fra il nostro modo di pensare. Per me che da giovanissimo sapevo suonare il violino, ma stupidamente l'ho abbandonato molto presto, nel prendere oggi questo strumento tra le mani ne colgo le forme morbide decisamente umane, la pregevole opera del liutaio, l'attenzione e la delicatezza con cui questo deve essere trattato ma non raggiungerò mai il fine per cui quello strumento è nato, cioè la musica. Posso certamente imbracciarlo, mi ricordo ancora la tecnica, posso perfino accennare a far scorrere l'archetto sulle corde ma non ne uscirà mai musica, solo suoni, gracchianti e privi perfino della necessaria continuità. In nessun modo riuscirò ad utilizzare quello strumento per lo scopo per cui è stato prodotto.
La casa, viceversa, non richiede nessuna particolare “capacità” per essere "utilizzata", contrariamente a quello che scriveva Le Corbusier, il quale voleva insegnare alla gente ad abitare. La musica richiede tecnica, la bella musica richiede arte. Abitare non richiede nessuna tecnica o apprendimento ma è un fattore antropologico e prima ancora genetico. Abitare è quasi come respirare e nessuno ti insegna a respirare, semmai, se hai problemi, ti insegnano a respirare meglio, come nel caso della balbuzie o a chi per aver molto fumato ha perso capacità polmonare.
Ma lei parla di Architettura e non di edilizia, cioè di case, e, mi par di capire, attribuisce all'Architettura e solo a quella il dono dell'arte. Le cito un brano di Gianfranco Caniggia, non per fare sfoggio di conoscenza, ma solo per non appropriarmi di pensieri altrui:

“La divisione un tempo usuale tra oggetti architettonici e oggetti edilizi, tra opere “maggiori” e “minori” sussiste, con l’avvertenza che col termine “edilizia” si deve intendere il contesto generale del costruito, che è certamente il maggior protagonista dell’ambiente antropico e della sua storia civile. Il termine “architettura” può restare riservato a quelle opere che dall’edilizia sono derivate, in seno al costruito, come “emergenze specialistiche”.

Anch’io tendo a non esagerare con questa esaltazione dell'Architettura perché è l'edilizia ad aver fatto la storia dell'uomo e lo stupore che si prova in Piazza del Campo, della quale sfido chiunque a citare al volo il nome di qualcuno che ne sia autore, in tutto o in parte, deriva dalla sua forma apparentemente regolare, ma non perfettamente simmetrica, che “sembra” progettata ma non lo è, almeno non nel senso che intendiamo noi, in quanto nasce dalla presa di possesso del territorio da parte della città, nel senso di "civitas", attraverso i suoi statuti e regolamenti: è cioè una grande opera collettiva. Lo stesso si può dire dei suoi palazzi, alcuni dei quali assolutamente unici, altri, invece, a ben guardare, assolutamente consueti e neanche dotati di particolare ricchezza decorativa. Quell'autentico gioiello di piazza, quella conchiglia irregolare i cui disegni a terra corrispondono esattamente a linee di compluvio convergenti in un fuoco, che è una caditoia, esprimono un concetto di arte che è assolutamente spontaneo e connaturato ad una società organica (verso la quale, si badi bene, io non nutro nessuna nostalgia o rimpianto, essendo ben felice di essere nato in una società imperfetta ma aperta che mi consente molti gradi di libertà).
Ma lei dice di non credere che quella Piazza abbia seguìto regole e piuttosto sia dovuta al caso unito alla determinazione. Io non posso e non voglio escludere che vi sia una componente casuale. Casuale potrebbe essere l'orografia del luogo, però non è casuale la scelta del luogo, che è il punto di convergenza o di tangenza di una serie di strade importanti; non è casuale che abbia la forma a conchiglia, perché gli edifici seguono al meglio le curve di livello, non sono casuali le linee di pendenza della piazza, studiate per fare convergere le acque in un punto preciso senza andare ad allagare il Palazzo Pubblico che fungerebbe da diga, non è casuale la forma a spicchi, come dicevo prima. Non è certamente casuale che il Palazzo Pubblico con la splendida torre, improntata ad una raffinatezza, snellezza ed eleganza così consustanziale al paesaggio, l’accento dialettale, il carattere stesso dei senesi, si trovi proprio a Siena, solo 60 chilometri da Arezzo, la mia città, dove però non potrebbe assolutamente essere mai nata, tanto questa città è pragmatica come me, rude ed essenziale, poco raffin

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Commento 7258 di giannino cusano del 29/05/2009


giusto porsi domande ... quante domande (!?)

... ascoltare sentire ascoltare sentire ascoltare sentire ...

Daniel Variations, My name is Daniel Pearl di Steve Reich
http://www.youtube.com/watch?v=7Z7U-R3kYbk

bye
Eraclito

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Commento 7256 di Vilma Torselli del 28/05/2009


Pietro, conoscendoti, frequentando il tuo blog ed avendo spesso dialogato con te, trovo il tuo commento del tutto pertinente con il tuo pensiero generale, con il tuo “caratteriale pragmatismo”, specie quando, in estrema sintesi, definisci “l’arte non finalizzata all’ottenimento di uno scopo preciso”.
Hai ragione su tutto, certo l’arte non ti ripara dalla pioggia e non ti dà un tetto, è un’attività senza un perché, è una componente accessoria dell’architettura.
Ebbene, devo dire che non ho mai inteso parlare dell’arte in questi termini, tanto meno sostenere che può aiutarti nella vita pratica o nel perseguire precise finalità o avere determinata importanza nel definire un’architettura: non ho difficoltà a convenire che tutto ciò l’arte non lo può fare (né lo vuole).

Tenendo conto che intendo per arte quella visiva, il punto da cui sono partita è un altro: mi sono chiesta perché sia l’uomo di Lascaux che quello del terzo millennio siano così affascinati da una ‘cosa’ che li induce semplicemente a guardare, ad esercitare la vista. Naturalmente, tutto si può guardare, un paracarro come un tramonto, ma l’arte usa un trucco accattivante e geniale, la bellezza, dotandosi di un significato estetico, un valore aggiunto costituito dal fatto di essere ‘bella’, nell’accezione più ampia del termine e compatibilmente con le sue mille varianti nel corso dei secoli. Guardare, perché?

Voglio citare brevi parole di Adriano Sofri tratte dalla sua recensione di un libro di Semir Zeki ormai divenuto classico, “La visione dall´interno” (Bollati Boringhieri, 1999): “Noi vediamo, dice Zeki, per conoscere il nostro mondo. (Ho visto dunque so, dicevano i greci: e la stessa radice è in vedere e in idea). La premessa è che gli artisti possono prendere in conto solo le caratteristiche della natura che il loro cervello è attrezzato a vedere. Non avvertono i raggi ultravioletti, e dunque non li riportano sulla tela, benché i fisici sappiano indagarli. Le api, sensibili all´ultravioletto, potrebbero trasferirlo nelle loro opere d´arte - e magari lo fanno. Questa apparente ovvietà, con la consapevolezza che la visione sia il più efficace mezzo di conoscenza del mondo, è, secondo Zeki, trascurata dai neurologi come dagli artisti. Si continua a pensare che la visione sia un processo passivo - un´impressione sulla retina, trasmessa da questa a una zona della corteccia visiva che la riceva e decodifichi, e non piuttosto un processo in cui il cervello specializzato interviene attivamente. Mirando la conoscenza ad astrarre l´essenziale dai dati contingenti disponibili, il sistema visivo, dice Zeki, è molto più evoluto del linguaggio verbale, acquisto ben più recente …”

Ora, il punto chiave mi è sembrato proprio questo, il fatto che l’arte sia sopravissuta alla selezione che la natura opera abbandonando nel corso dell’evoluzione le caratteristiche inutili e sia stata conservata tra le attività che l’uomo continua a svolgere e perfezionare. Se vedere vuol dire “conoscere il nostro mondo” e la conoscenza del mondo vuol dire migliorare le possibilità di sopravvivenza della specie, allora tutto ciò che migliora, affina ed arricchisce la nostra capacità di vedere (o guardare) è inevitabilmente utile, sia al singolo che alla specie.
L’arte quindi non ci aiuta a costruire una casa, ma ci aiuterebbe a migliorare la nostra conoscenza dell’ambiente-mondo, il che è comunque correlato con le attività che vi si collocano (compresa quella di costruirci la casa).

Sicuramente il discorso è preso molto più alla lontana di quanto il tuo pragmatismo vorrebbe, voglio dire che la necessità dell’arte non sta nel guardare un quadro di Mirò piuttosto che uno di Picasso per trarne un piacere fine a sé stesso, ma nell’esercitare una delle nostre ‘abilità’ conservandola al meglio grazie all’arte.

Più o meno, così la penso io
Un saluto
Vilma

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Commento 7253 di Renzo marrucci del 28/05/2009


Quando dico che l'arte è utile non dico che è utilitaristica e nella diffe
renza c'è la spiegazione. Utile per vivere, pensare e essere nonostante tutto. Qualcuno ha detto che la bellezza salverà il mondo... Si dice sempre qualche cosa per incoraggiare... io non lo so se lo salverà perchè c'è sempre qualcuno che ti dice: ma quale bellezza? A me piacciono le cose tutte verdi o le cose gialle e rosse e come fai a discutere... Bisogna prima educare senza imporre... Conosco scultori che saldano tubi e profilati dell'industria e pensano di rappresentare il mondo. Pittori innamorati della pittura che non si sentono compresi...E via dicendo... ma spero gli faccia bene. Uno mi fece capire che non è bello ciò che è bello ma che bello che bello che bello... Io dico che l'arte è qualche cosa di infinatamente vitale che cerca relazione con l'intorno, con il prossimo che ami in una forma completa e totale... e ci permette di condividere partecipare e amare. Entrare nell'infinito delle cose e comunicarlo... e se non lo comunichi devi non capirlo perchè allora sei condannato alla solitudine e alla sofferenza a prescindere dal valore... Ciò non esclude che tu possa realizzarti lo stesso. Fare, l'arte è un fare purissimo, decantante e trascinante quando riesci a comunicare i tuoi sentimenti e i tuoi pensieri e farli condividere. L'arte se è arte unisce e non divide. La perdità di rapporto divide, la pazzia può essere amata ma divide, la sensibilità unisce quando è vera... L'ideale deve esser, per me, una fonte sincera e non una scusa...
Caro Giannino... leva l'ombre e non le mettere... ora spero mi capirai di più.

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Commento 7255 di pietro pagliardini del 28/05/2009


Vilma Torselli sa bene quanto io, nel mio caratteriale pragmatismo, sia lontano da una visione della realtà e del mondo in genere impostata sulla neurofisiologia e, tanto meno, sulla psicanalisi. Certo, mi rendo conto che riferirmi a dati caratteriali e poi affermarne l’inconsistenza sia una bella contraddizione ma io la risolvo serenamente pensando, con convinzione, che certe contraddizioni rendano più affascinante e completa la nostra vita. E poi una contraddizione logica non comporta necessariamente l’affermazione di una non verità assoluta ma può significare che i termini di confronto, o almeno uno dei due, siano sbagliati. Ma vengo al punto.
Non ho mai pensato che l’arte possa avere una funzione utilitaristica in se stessa in quanto arte; l’arte esprime certamente un bisogno e una necessità umana, se anche gli abitanti delle caverne, che avevano problemi ben più pressanti e quotidiani dei nostri cui pensare, si sono messi a fare “inutili” disegni di animali sulle rocce. L’aspirazione all’arte è qualcosa di simile all’aspirazione al sacro, un modo per penetrare nel segreto della natura fornendo una risposta irrazionale a ciò che rimane oscuro e dunque irrazionale. Pretendere di rispondere alla domanda “perché l’arte” è come sperare di dare risposta alla domanda “perché la religione”. La domanda deve essere posta ma sapendo che non esiste la risposta definitiva possibile, e non perché qualunque risposta è suscettibile di falsificazione, ma perché non potrà mai assurgere a teoria falsificabile, tanto meno confermabile. Non siamo nel campo nella scienza e voglio proprio vedere la neurofisiologia, quando avesse raggiunto livelli di attendibilità e riuscisse a spiegare il come, che è la risposta della scienza, cosa ci racconterebbe del perché. Quindi è facile prevedere un’attesa molto lunga, visto che le scorciatoie illuministiche o marxiane sulla religione hanno mostrato tutto il loro essere atti di fede esattamente simmetrici a quelli della religione, ma molto più tristi e aridi.
Proprio per essere l’arte non finalizzata all’ottenimento di uno scopo preciso, il confronto tra il violino e l’edificio, o lo spazio urbano, per quanto intrigante, non mi sembra del tutto pertinente. Si può vivere senza violino ma non senza casa, come si può vivere senza grandi domande sul “chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo?”, ma non si può vivere senza la domanda “come faccio a costruire una casa?”. La componente artistica è ovviamente presente in ogni forma di architettura, dato che, in fondo, per ripararci dagli agenti atmosferici abbiamo bisogno di ben poco, oltre a quattro mura e ad un tetto ma mi sembra che il passaggio e l’evoluzione continua dalla caverna a……a che cosa non lo dico per non dovermi fermare a qualche decennio prima di oggi dato che oggi siamo al design, esprima più che altro una componente simbolica e percettiva in cui l’arte c’entra ma espressa sotto forma di decorazione, di aggiunta anche utilitaristica tesa a migliorare la qualità del proprio ambiente di vita, che è la casa e la città.
Allora come sta, un’altra contraddizione? L’arte è utilitaristica oppure no? Continuo a credere (sottolineo “credere”) che l’arte non sia utilitaristica mentre l’architettura sì. Continuo a credere che l’architettura abbia regole sue proprie, mutuate dalle forme della natura, con precise procedure costruttive molto razionali ma non razionaliste che non richiedono, anzi, gli effetti esaltanti della cocaina, molto utile e diffusa invece nell’espressione artistica. Direi anche che l’arte è un’espressione prettamente individuale e individualista mentre l’architettura è opera collettiva, sia nel senso che deve essere condivisa (o subìta) dai suoi fruitori sia, prima di tutto, costruita da una molteplicità di soggetti, dei quali l’architetto è solo uno anche se importante. Un buon disegno d’architettura è un buon inizio ma non è architettura, è solo un buon inizio. Senza l’opera dei costruttori l’architettura non esiste. Il termine “cantiere”esprime bene questo concetto.
Per questo Piazza del Campo, espressione collettiva di tanti gesti individuali, ci appare ed è poetica. Per questo, sicuramente, le opere oggi esaltate hanno poco dell’architettura, perché sono l’espressione esasperata di un “creativo” che potrebbe anche lavorare sotto gli effetti di stupefacenti, tanto c’è qualcun altro, dopo, che ci pensa a fare l’architetto.
Pietro Pagliardini

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28/5/2009 - Sandro Lazier risponde a pietro pagliardini

Per Pagliardini.
La domanda non è “perché l’arte” ma “esistono regole per produrre l’arte?” Domanda teorica che ha tutti i requisiti per essere falsificata. E quindi confermata nella sua negazione.
Si può vivere senza violino ma non senza casa”. Nel suo eccessivo pragmatismo le sfugge che il violino non è la musica e la casa non è l’architettura. Violino e casa sono solo strumenti che si possono usare - bene o male - simultaneamente senza necessarie subordinazioni. L’arte viene dopo e la sua realizzazione è immune da priorità etiche.
La componente artistica è ovviamente presente in ogni forma di architettura… (benché) … esprima più che altro una componente simbolica e percettiva in cui l’arte c’entra ma espressa sotto forma di decorazione, di aggiunta anche utilitaristica tesa a migliorare la qualità del proprio ambiente di vita, che è la casa e la città. Allora come sta, un’altra contraddizione? L’arte è utilitaristica oppure no? Continuo a credere (sottolineo “credere”) che l’arte non sia utilitaristica mentre l’architettura sì.
Mi pare che la contraddizione che anche lei ammette nella sua affermazione sia parecchio grossa per potersene liberare semplicemente riconoscendola. Oltretutto, la decorazione è strumentale, come il violino o la casa di cui prima, per cui da sola può accedere alla poesia senza necessità di appoggiarsi all’architettura. La decorazione è una cosa; l’architettura un’altra. La decorazione è figurativa; l’architettura è spazio.
Continuo a credere che l’architettura abbia regole sue proprie, mutuate dalle forme della natura, con precise procedure costruttive molto razionali ma non razionaliste che non richiedono, anzi, gli effetti esaltanti della cocaina, molto utile e diffusa invece nell’espressione artistica.
Anche qui lei dice come costruire il violino, non la musica del violino.
Per concludere, credo che Piazza del Campo di Siena non abbia assolutamente seguito le regole che lei cita ma che, come spesso avviene anche per le scoperte scientifiche, sia una miscela di caso e determinazione, in cui, senza regole, lo spazio ha meravigliosamente riconciliato gli uomini con le contraddizioni del proprio tempo.

 

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Commento 7257 di renzo marrucci del 28/05/2009


Gentile sig.ra Torselli
capire per me vuol dire entrare nelle cose, siano quello che siano… e poi ti accorgi se le senti o no! Capire e sentire è ciò che ci relaziona e che ci fa crescere. La si può fare molto complessa, ma non è il caso… Ci fa scegliere e partecipare e ci da la possibilità di conoscere, confermare ecc… rimanere fuori di quella emozione o ragione ecc… o condividerla, farla propria, crederci. Di fronte ad un quadro oppure ad una scultura come ad un’ architettura… Avendo un minimo di linguaggio, si entra dentro al tema o alla funzione e se ne può apprezzare e o rifiutare la soluzione o la emozione ecc… Sentirla estranea… Se di fronte ad un paesaggio naturale si prova attrazione il registro è nella misura della propria sensibilità, ma anche perchè abbiamo gli elementi per capire e sentire quella realtà ed apprezzarla rapportandola alla propria attitudine. E’ una questione di educazione per tutti avere elementi idonei ad esercitare il proprio discernimento critico. Tale discernimento cresce, come soffoca senza educazione e conoscenza e con educatori inadatti… Oggi purtroppo di educatori inadatti ne sono piene le scuole (Sic)… Di venditori di parole ne sono piene soprattutto le TV e via dicendo…
Se io capisco un quadro posso valutarlo nella sua comunicazione emozionale e se mi prende dice… esprime, parla sia che abbia valori formali riconoscibili o no!
Una cosa nuova, fuori dalla convenzione, senza codici formali, può benissimo essere riconosciuta nella nostra coscienza e comunicare il suo valore e poi essere tradotta da chi ci arriva prima…Mirò per esempio… di fronte al quale vedo sempre molte perplessità…e via dicendo. Una buona opera di spiegazione avrebbe portato più avanti il mondo… e via dicendo…Capire, come recepire coscientemente, non vuol dire condividere.
Puoi capire e non condividere. Puoi capire e condividere. Capire viene prima e poi entra la tua sensibilità, esperienza ecc… che ti porta a condividere nei gradi della tua sensibilità a recepire. Capire è il primo atto razionale che ti collega al mondo e permette di avere percezione della tua realtà vitale, chi sei e cosa sei nel contesto in cui sei. Qualcuno disse: conosci te stesso… Poi la scelta di aprire le braccine verso ciò che ti tocca, che senti, che ti stimola ecc… ecc…
Una volta la mia povera mamma guardandomi forte negli occhi mi disse : hai capito o no! E io tutto compito, agitando la testolina, dissi di si! In realtà avevo paura di prendere degli scapaccioni e sul momento non seppi dire altro…
Quando mi passò il timore cominciai a capire qualche cosa…
Apprezzo personalmente quello che scrive, ma credo che oggi ci sia molta confusione orchestrata e micidiale e non sta scritto da nessuna parte che gli si debba dare credito. Io in arte, come in architettura mi fido di quello che vedo e che sento. Può darsi che sia limitato, ma l’arte non va confusa con lo sperimentalismo e se qualcuno lo gabella facendo esercizio della retorica, io posso farci poco. La carenza critica di questa nostra società non favorisce la selezione tra i valori, e allora che altro fare? Nella buriana c’è solo chi ci guadagna, ma non la società.
La ringrazio per Bruciafoco

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Commento 7254 di Vilma Torselli del 28/05/2009


Certo, Renzo Marrucci, sempre e solo secondo me, non ho verità apodittiche da proporre!
Non posso che invidiare le sue certezze e le “idee chiare” che ha sull’arte, avendo oltre tutto un passato di scultore passato all’architettura, peccato che non ce ne faccia partecipi.

In realtà, se avessi voluto controbattere il suo primo commento con maggior precisione, avrei dovuto partire da più lontano, e chiederle cosa intendesse per ‘capire’.
Infatti, parlando di arte visiva e preferibilmente di arte moderna, che per noi moderni dovrebbe essere la più interessante, il verbo capire è più elastico che mai, almeno a partire dagli ultimi decenni dell’ ‘800. E’ allora che l’avvento della fotografia comincia a mettere in crisi la possibilità di ‘capire’, quando nasce la pittura impressionista e il racconto, la narrazione, la rappresentazione realistica cominciano a sgretolarsi. Fino ad allora, nella stratificazione dei molti significati possibili di un’opera, il racconto dei fatti, la raffigurazione mimetica della realtà erano un punto fermo di comprensione immediata ed accessibile anche alle casalinghe di Voghera: l’immagine, il paesaggio, le fattezze di un volto le capiscono tutti.
Ma quando ci si accorge che la fotografia può raffigurare la realtà (era stato questo, fino ad allora, lo scopo, seppure ingannevole, dell’arte figurativa) meglio, più fedelmente, più rapidamente e a minor costo di quanto faccia la pittura, l’arte visiva piomba nel bel mezzo di una grave crisi di identità dalla quale non è uscita ancora oggi.
L’arte è costretta a rifondarsi annullando il suo passato, cerca nuove motivazioni al suo stesso esistere e si volge all’analisi e alla rappresentazione dell’animo umano, delle passioni, delle pulsioni interiori (il contemporaneo Freud fa la sua parte!): nasce l’espressionismo, che travolge come un fiume in piena regole e canoni, prospettiva, proporzioni ........ Certo, l’animo umano non si può fotografare, non ci può essere concorrenza, ma non si può neanche raffigurare secondo l’iconografia classica.
L’arte cerca nuove tecniche, nuovi mezzi e inediti linguaggi espressivi lungo itinerari creativi inesplorati, diventando aniconica, astratta, informale, in una inarrestabile marcia di allontanamento dalla figurazione che l’ha condotta oggi al concettuale più radicale, dove non è richiesta neanche la presenza dell’opera.

Ecco, ora cosa c’è da capire? Che elementi abbiamo per capire il messaggio che l’artista di oggi ci invia in modi talvolta criptici? E poi, è così importante capire, dal momento che non ci può essere un’unica, inequivocabile lettura di un ‘concetto’?
Cito ancora Gombrich quando dice: "Che rapporto ha l'arte con il sapere, che senso ha parlare delle possibilità di comprendere un capolavoro? Non sapremo mai che significato potesse avere per il suo creatore, perché anche ammettendo che ce ne abbia parlato può essere che in realtà fosse ignoto persino a lui. L'opera d'arte significa dunque ciò che significa per noi, non c'è altro criterio".

Mancando il racconto, eliminata la necessità della lettura razionale, ci resta come arma solo la nostra ‘intelligenza emotiva’ per tentare di capire un messaggio che coinvolge direttamente il nostro emisfero cerebrale destro, che vuole trasmettere non più un’emozione suscitata da una realtà narrata, ma l’emozione in modo diretto, senza mediazioni di ‘senso’ e di significato.
In questo territorio, ci si addentra con la mappa costruita “in base alle nostre conoscenze e alle nostre esperienze precedenti [……] - tuttavia - [......] con una bella espressione della Programmazione NeuroLinguistica possiamo dire: la mappa non e' il territorio, e ognuno di noi costruisce mappe diverse dello stesso territorio e anche mappe diverse da momento a momento, in base al nostro grado di attenzione, ai nostri bisogni, alle nostre motivazioni."

Nella sostanziale, soggettiva indeterminazione dell’approccio all'opera d'arte come sistema comunicativo dobbiamo mettere in conto infinite variabili nella decodificazione del messaggio che rendono quanto mai plurivoco il significato dell’atto di ‘capire’. Per questo ho riconosciuto nel suo coraggio una dose di 'eroica' incoscienza!

ps 1: mi scuso per la didascalicità del testo, ma non sapevo come altrimenti farmi capire

ps 2: adoro Bruciafoco!

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Commento 7251 di giannino cusano del 27/05/2009


Caro Renzo, quando si parla di "inutilità" dell'arte credo che si intenda che l'arte non svolga una funzione eminentemente "utilitaristica".
Ciò non toglie che l'arte abbia un ufficio nelle attività umane, tanto che non si conosce civiltà o età della storia priva di espressioni artistiche come non se ne conosce una che non abbia i propri modi di organizzarsi per il sostentamento (atività utilitarie).
Non a caso l'articolo di Lazier conclude:

"Ma in generale concordo con Vilma Torselli e con l’esigenza capitale di un’arte inutile.
Più inutile e sregolata è, tanto più ci è necessaria."

il che mi pare perfettamente logico e condivisibile.

Ciao,
Eraclito

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Commento 7250 di Renzo marrucci del 27/05/2009


Secondo Lei, gentile Sig.ra Torselli, appunto secondo Lei. Io, per quello che posso dirle, credo in quello che dico. Capita di cambiare o perfezionare posizione e sentimento di fronte a certe opere, certo, la vita corre e anche noi andiamo dietro a quello che amiamo.
Ho un’ idea chiara di quello che è Arte. Su poche cose credo di avere chiare le idee, ma capita che questa mi sia congeniale. Mio padre era un artigiano, mio zio faceva l'animalista in bottega con il mio babbo. Son cresciuto tra i loro piedi, mettevo le mani sui ritagli di pietra sin da quando ero bambino, che per questo ora sono cosparse di ricordi e cicatrici. Lasciai la scultura per andare a studiare architettura a Roma.
Che cosa sarà l'arte per me? Non che la possa interessare tanto, ma io lo so! Sarò incosciente? Ma che bello, che bello, che bello! Constatando quelli che oggi non so se si ritengano veramente coscienti... mi sento sempre meno incosciente...
Una volta incontrai per strada a Volterra, dove sono nato, Bruciafoco, che era un signore ricoverato ma sempre in uscita dall'ospedale psichiatrico, che girava per le strade di Volterra e senza inibizione alcuna rimproverava più o meno tutti, eccetto bambini e le ragazze. Avevo ventidue o più anni e quella volta mi vide, si avvicinò a me con fare amichevole e mi disse : te! con codesta faccia vedrai... e c’è posto anche per te! Io li per lì rimasi perplesso, era noto per le sfuriate che faceva e se anche venivano prese come barzellette facevano un certo effetto, ma questa volta con una brusca tenerezza che mi stupì...e mi fece riflettere... Scene vive per le vie di Volterra. Teatro della vita.
Ora anche lei mi da dell'incosciente... ma non avrà un po’ dell'anima di Bruciafoco? Che ora ci guarda, dal suo posto… lassù...

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Commento 7249 di vilma torselli del 27/05/2009


Secondo me, egregio Marrucci, bisognerebbe a monte di tutto stabilire cos’è l’arte e quindi dove e come dobbiamo cercare la sua eventuale utilità.
Ma anche preso per buono che sia/possa essere utile, lei dice “bisogna imparare a capirla necessariamente”, una affermazione che affronta con coraggio e forse un po’ di incoscienza uno degli interrogativi più sibillini della storia dell’uomo (e dell’arte) dopo i classici "chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo?": capire l’arte è possibile? E soprattutto è necessario?

Perché per decidere se è possibile capire bisogna anche decidere se è possibile spiegare, e quindi se è possibile stabilire una relazione univoca tra spiegare e comprendere, condizione che sola può rendere feconda l'opera di decodificazione di un linguaggio, nella fattispecie quello artistico, secondo un 'senso', quest'ultimo inteso come categoria comune e unificante tra chi spiega l'arte e chi la capisce.
Se poi si ricorda ciò che afferma Gombrich, che cioè non esiste una 'cosa' chiamata arte (lui aggiunge che esistono solo gli artisti), e che "l'opera d'arte significa dunque ciò che significa per noi, non c'è altro criterio", lei vede come le cose si complichino e come appaia difficile sia capire che spiegare.

Quanto poi al fatto che l’arte sia “utile quando segue un percorso serio, lineare, e non si rivolge alla sola elite”, mi sento con tutta tranquillità di dire che: 1) l’arte non può né vuole seguire un percorso né serio né lineare (basti pensare ai movimenti avanguardisti del ‘900 che della non-linearità fanno la loro bandiera). – 2) l’arte non può né vuole rivolgersi né ad una elite di intellettuali né alle casalinghe di Voghera, queste categorie sono semmai nelle intenzioni dei critici d’arte, non degli artisti, l’arte si rivolge, come lei giustamente afferma, “agli uomini in senso lato, di ogni forma e colore, lingua o vissuto.”

Perché l’arte è emozione (la vibrazione di cui parla Lazier nel suo articolo), è prima di tutto com-passione, empatia, intuizione, ed anche se sembra alla moderna neurobiologia che la fruizione estetica abbia basi biologiche comuni e reali (il che spiegherebbe perché tutti o quasi provano sensazioni simili davanti allo stesso capolavoro), ciò avviene in un cervello che è diverso per ogni uomo, ed anche nello stesso uomo in momenti differenti: pensi dunque come può essere arduo 'spiegare' o guidare con opportune 'istruzioni per l'uso' un percorso così aleatorio e indefinito quale è quello dell'emozione.

Perché l’arte è irrazionalità, è abdicazione a quella che Lazier chiama la “propria struttura logica e culturale”, è, paradossalmente, “l’abbandono di una precisa coscienza artistica”, è spericolata incursione nelle “aree di conflitto e contestazione delle regole comuni” ……
una volta spiegato e capito, l'irrazionale non sarebbe più tale ...... e l'arte, una volta spiegata, continuerebbe ad essere arte?

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Commento 7248 di renzo marrucci del 27/05/2009


Arte sempre utile.

Bisogna stabilire che cosa si intenda per utilità. Non è così scontato dal momento che ci sono pubbliche vendite e pubbliche dimostrazioni e che anzi l’esercizio dell’attività culturale e visiva oggi si esprima e divulghi in così tante forme…
Si può ancora affermare che oggi l'arte è sempre utile a qualcuno e in tutti i sensi.
Per il resto bisogna imparare a capirla necessariamente. Ne ho viste e sentite di tutti i colori e anche in bianco e nero riferendomi ad esperienze, in questo settore, sino ad oggi e… osservo le nuove cose con divertente curioso interesse sapendo dove fermarmi.
C’è da credere che abbia dato più contributo, per esempio, Gianna Nannini, con il cantare “ i maschi innamorati confondono le curve di Mirò ” Di tanti saggi di storici e critici dell’arte oggi, per la comprensione del suo mondo fantastico e creativo…
Come Montanelli nella storia… facendo innervosire i parrucconi dei vari istituti di storia. Capire è la cosa più importante oggi. L’arte è utile in quanto ci insegna che c’è sempre un modo migliore per capire e far capire avendo rispetto degli altri, e mi riferisco agli uomini in senso lato, di ogni forma e colore, lingua o vissuto.
L’arte è utile quando segue un percorso serio, lineare, e non si rivolge alla sola elite. Quanto che mai oggi… tranne l’imbecillità che è utile solo a sprazzi e talvolta…nasce dalla esigenza di comunicare al mondo. Comunicare appunto e non necessariamente solo morte ed infelicità, sofferenza e vita e felicità e tutto il resto che sia parte del vissuto dell’uomo e del suo pensiero e della sua storia in rapporto a se stesso e al mondo. L’arte è questo e per questo è un fatto fondamentale di civiltà studiarla e farla studiare. Non solo migliorerà il mercato dell’arte ma anche l’uomo e tutta la sua società.
Appunto l’arte è utile più che mai oggi....

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Commento 7243 di vilma torselli del 26/05/2009


Grazie, Sandro, dell'attenzione al mio scritto, e grazie soprattutto per l'interpretazione acuta e pertinente del suo senso, trovarti d'accordo mi è di grande conforto!
Divertente il siparietto Lazier-Libeskind che ci offre una versione umanizzata di una indiscussa archistar spaesata in quel di Alba e riportata ai livelli di assoluta normalità di un turista qualsiasi, forse anche un po' rintronato da insolite degustazioni e dalla temperatura insostenibile di "una piattaforma tipo bolla" poco confacente al clima di questi giorni.
Ogni esperienza ci lascia qualcosa, Libeskind se ne ricorderà certamente!

Vilma

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