Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Centro/periferia: il grande gelo

di Vincenzo Ariu - 2/8/2018


Abstract
La dialettica tra il centro della città (il foro, la piazza medievale) e il suo intorno è sempre stata, per le società occidentali, in continuo mutamento: intere parti di città, nel divenire storico, si sono sviluppavate per i bisogni dei cittadini facoltosi per poi repentinamente essere abbandonati dagli stessi, quando le masse popolari, alla parti di città, nelle quali gli emarginati del passato sono sostituiti dagli esclusi di oggi. Il tentativo ricerca di condizioni migliori, ne aumentavano la densità e con essa il degrado. Nel novecento, dopo i tentativi di riordino dell’urbanistica ottocentesca, la contrapposizione tra centro e periferia ha, nella nuova dimensione metropolitana, congelato di decentramento di alcune Istituzioni, come asseriva Aldo Rossi, per provocarne la rinascita, non è stato efficace. La contrapposizione, nell’età della globalizzazione, è diventata una questione politica, oltreché sociale, perché periferia non è solo quella parte di città metropolitana esclusa dal potere economico e dal sapere (informazione), ma è il territorio più vasto, regionale, che comprende città e paesi emarginati dalle potenzialità positive della globalizzazione. In questo contesto la dialettica centro periferia si manifesta in scontro politico. La periferia, intesa in questo senso amplio, si difende, in nome di una identità locale dell’autoctono o etnica dell’immigrato, dal “centro” che invece si apre volentieri al mondo globale. Paradossalmente l’informazione della rete invece di favorire il superamento della dialettica centro/periferia, è complice della divaricazione sociale, in quanto in essa, nella rete, si cercano conferme delle proprie convinzioni evitando sistematicamente il confronto con l'altro. Per superare la condizione di stallo tra centro e periferia bisognerebbe incentivare la mobilità delle persone e immaginare “città metropolitane” aperte a tutti, magari per un tempo determinato quello dello studio o dell’affermazione professionale, per un successivo ritorno in una nuova “periferia” più consapevole e ricca.

Periferie urbane nel divenire storico

Gli abitanti di Uruk, il primo insediamento antropico definito città, erano divisi in classi sociali che gravitavano intorno alla figura divinizzata del re e ai sacerdoti. Ogni individuo a seconda del sesso e delle competenze aveva un preciso ruolo nell’organizzazione della comunità. Nella città, difesa da doppie mura, gli abitanti chiedevano protezione e stabilità a scapito di parte della libertà. Da allora la città ha rappresentato per i cittadini una forma di contrattazione tra la ricerca della sicurezza e l’accettazione delle regole gerarchiche della società. Il modello gerarchico piramidale ha legittimato la divisione della società in individui speciali, autorizzati al comando, e individui normali a loro servizio e da loro protetti. La struttura fisica stessa della città era lo specchio della società e in essa era possibile individuare con chiarezza i ruoli degli abitanti. La città si comportava come un organismo complesso la cui sopravvivenza si basava sull’equilibrio armonico delle sue parti. Nessuna classe sociale, anche la più umile, poteva sentirsi esclusa dal processo vitale dell’intera società. Un modello che nell’evidente diseguaglianza posizionava gli individui dalla nascita in un determinato status sociale ma contemporaneamente ne permetteva una lenta ascesa e la valorizzazione di quegli individui particolarmente dotati e determinati.


Uruk, 4000 a.C.


Nei millenni successivi le città pur nelle differenti configurazioni e stratificazioni hanno rispecchiato l’organizzazione sociale dei cittadini divisi in classi dominanti e classi dominate. La distinzione tra gli abitanti si articolava all’interno di uno spazio delimitato, le mura, eventualmente ampliate nei periodi di sviluppo demografico ed economico. In questo recinto la città si costruiva su se stessa in un ecosistema sociale condizionato dal tacito accordo “signore-servo” di matrice hegeliana, cioè dall’interdipendenza di dominatori e dominati.
All’affacciarsi della modernità illuminista, della nuova cultura scientifica e successiva crescita economica, nell’ottocento, la forma della città, l’intrinseco legame tra urbis e civitas, è entrata in crisi. Con l’affermazione della democrazia, nel novecento, il concetto stesso di gerarchia e struttura piramidale delle società è stato messo in discussione a scapito di coloro che in essa avevano garantita sicurezza e stabilità. La città, dalla rivoluzione industriale in poi, ha visto la frantumazione dell’organismo urbano, la perdita della sua compiutezza eliminando definitivamente il limite (le mura) e immaginandosi indeterminata nella sua estensione fisica e demografica. La crescita illimitata e organizzata secondo la pianificazione di matrice moderna ha iniziato quel processo di inurbamento monofunzionale residenziale che definiamo periferia. Il secondo dopoguerra, in occidente, con la definitiva affermazione degli stati democratici e il repentino sviluppo economico dei paesi industrializzati aveva in qualche modo illuso la società con la realizzazione di case pubbliche e nuovi quartieri che intendevano migliorare le condizioni di vita di persone di origine contadina, abituate a case prive di ogni servizio. In questi comparti urbani, seppure periferici, si sperava ottimisticamente in una possibile emancipazione economica e culturale. Strategia che per un quarto di secolo ha illuso perchè sembrava poter dare a molti, se non a tutti, la possibilità di una scolarizzazione pubblica a basso costo e la partecipazione attiva alla politica decisionale del paese. La periferia appariva come una necessità collettiva per permettere l’emancipazione virtuosa di classi sociali in movimento. Un luogo capace di innovarsi e migliorasi dal suo interno e, contemporaneamente, essere il trampolino di lancio verso “il centro” delle generazioni successive.

Le periferie italiane nel novecento: opportunità e redenzione

Nei primi anni del novecento con la progressiva industrializzazione, anche in Italia, lo Stato, con leggi e istituzioni, aveva programmato, spesso virtuosamente, la realizzazione di case popolari e interi quartieri per ospitare la classe operaia o semplicemente meno abbiente, evitando “quasi” totalmente la deriva di edificazioni e agglomerati spontanei privi di urbanizzazioni tipici dei paesi degli altri “mondi”. In questi nuovi quartieri vi era la promessa dell’emancipazione sociale di persone che spesso scappavano da contesti sociali, economici e igienici spaventosi come raccontava in presa diretta la letteratura e il cinema neorealista di quel periodo. Ambizione che, in alcuni casi emblematici, ha avuto esiti nefasti soprattutto nelle città del sud nelle quali il disagio sociale, la disoccupazione e la diffusa criminalità organizzata, ha in qualche modo anticipato problematiche che oggi si sono diffuse a macchia di leopardo anche in altre regioni italiane. Se però si osservano i quartieri costruiti negli anni della ricostruzione (ad esempio Falchera a Torino, la Martella a Matera, Garbatella a Roma) possiamo notare diversi sviluppi che nell’arco di poco più di cinquant’anni di storia hanno manifestato diverse forme di resilienza nel tempo ai cambiamenti sociali:
- a) i quartieri nati per ospitare la classe operaia hanno vissuto il periodo di maggior successo durante gli anni del boom economico, garantendo alla generazione successiva la possibilità di emanciparsi grazie al lavoro e allo studio e , non di rado, migrare in zone della città più nobili.
- b) I quartieri prossimi alla città, o ben collegati ad essa, nati per persone meno ambienti che però nel tempo hanno visto crescere i valori immobiliari perdendo la connotazione di periferia, diventando “quartieri” con servizi, struttura commerciale e una particolare identità.
In entrambi casi i nuovi quartieri costruiti nel dopoguerra hanno svolto un ruolo importante nella crescita culturale ed economica italiana. Un ruolo che oggi rischia di essere compromesso a causa della trasformazione repentina delle società italiana.



Quartiere Mangiagalli (Mi) 1950-52 I.Gardella, F.Albini


Declino della periferia nell’era della globalizzazione

Negli ultimi decenni la storia delle periferie italiane si è sviluppata in modo imprevedibile a causa di una crisi strutturale che ha coinvolto non solo l’economia, ma anche i modelli sociali esistenziali associabile alle reali o presunte identità locali e all’apertura/chiusura alle culture “altre”. La carenza di lavoro stabile e il ridursi di prospettive di emancipazione grazie al lavoro e allo studio, ha come “congelato” le periferie ad una stabilizzazione delle condizioni peggiori di partenza che possa avere un individuo. La classe operaia che, grazie al lavoro, era riuscita ad acquistare la casa e a far studiare i figli, oggi è costretta a contribuire al benessere e a volte alla sopravvivenza delle generazioni successive che, nonostante l’indubbia emancipazione culturale, si trovano nelle condizioni di non poter garantire ai figli le stesse opportunità avute negli anni ’7 0,’80 e ’90.


Falchera ( Torino) 1952-54 G. Astengo


Le periferie, soprattutto quelle che non hanno avuto quella valorizzazione immobiliare grazie alla prossimità infrastrutturale ai centri delle città più virtuose, sono quindi entrate in un circolo vizioso che accentua la segregazione sociale forzando l’integrazione tra comunità indigene in crisi e persone e famiglie di altre culture. Certo l’iniziativa pubblica cerca da tempo di superare la conflittualità tra le fragili comunità, investendo denaro in opere pubbliche ( biblioteche di quartiere, scuole, centri di aggregazione) e istituzioni assistenziali, ma i risultati solo in pochi casi riescono ad incidere realmente. A volte tali operazioni sembrano più un palliativo o un velo di maya che nasconde i problemi di una società sempre più divisiva tra chi ha la ricchezza e la conoscenza e chi non può più nemmeno sognarle.


Quartiere Scampia (Na), Le vele 1962-75 F.Di Salvo


La periferia come metafora dello squilibrio globale

La sorte delle periferie, ma anche i palliativi per risolverne i problemi, allargano il discorso su come si stanno trasformando le città occidentali nel nuovo millennio. Dagli ultimi dati del Cresme, le città europee più importanti nell’ultimo decennio hanno visto crescere in percentuali importanti la popolazione e l’area urbanizzata e con esse investimenti in infrastrutture, istruzione, ricerca e sostenibilità. Tale crescita riguarda poche aree metropolitane che oramai rappresentano i veri centri nei quali convogliano risorse e sapere. Al di là di queste metropoli le altre città vedono da tempo una riduzione e l’invecchiamento della popolazione. Il caso italiano in questo senso è tra i più problematici perché oramai escludendo Milano, metropoli a tutti gli effetti europea, e Roma, per il suo ruolo politico e culturale, non c’è altra città che sia stata capace di rinnovarsi come centralità ( economica e culturale). Il declino ha in qualche modo rese periferiche realtà urbane importanti che rischiano velocemente di non dare opportunità di lavoro, istruzione qualificata, in sostanza crescita alle nuove generazioni che saranno costrette ad emigrare nei “centri” per formarsi ed emanciparsi. Periferia non è quindi solo il quartiere degradato privo di servizi, ma può essere qualsiasi città, magari un tempo motore economico e culturale, che non riesce a svilupparsi o, almeno, essere parte costituente di uno di questi “centri” globali che da tempo hanno rinunciato ad interagire con i territori limitrofi, oramai estranei, sentendo una sorta di affinità elettiva solo con le altre capitali del mondo.
La rete, intesa sia come comunicazione virtuale sia come reale spostamento di persone e merci, ha effettivamente destrutturato le dimensioni fisiche che sino a pochi decenni orsono misuravano prossimità e distanza nel tempo e nello spazio. Oggi spazio e tempo, nelle dinamiche dell’economia e della conoscenza, sono state annullate, ed è come se la tecnologia avesse collegato con un tunnel spazio temporale le città capitali sempre più simili nell’essere crogiuoli delle culture d’elite mondiale. In questo cambio di paradigma le altre realtà urbane, che non sono riuscite a essere parte di questa rete, oggi si trovano in una sorta di periferia mondiale che rischia di accelerarne il declino che si manifesta in tutta evidenza quando la città perde capacità di attrarre le nuove generazioni per mancanza di opportunità.

Rigenerare la periferia/le periferie

Se il problema delle periferie non è un fatto locale, come ho cercato di dire, è difficile immaginarne una rigenerazione con interventi puntuali o semplici maquillage. Se poi per periferie si intendono anche quei paesi e cittadini che da tempo vivono un declino economico e sociale, il problema si allarga e non può essere ridotto ad una semplice questione di integrazione forzata tra le parti di società più fragili, siano immigrati o indigeni indigenti. Il problema si concentra su come è possibile dare a tutti le opportunità per una autentica emancipazione economica e culturale. Cosa non facile se si immagina un mondo congelato, diviso tra chi vive nei “centri” globali e chi per sorte si trova a gravitare in luoghi che si difendono dal declino. Resistenza che si manifesta nel tentativo di non perdere diritti acquisiti a scapito dell’altro, molto spesso un immigrato, ma senza dare opportunità ai suoi stessi figli, costretti a loro volta alla difesa di una eredità (reale e metaforica) sempre più esigua.
La rigenerazione della periferia, in questa declinazione allargata, è possibile solo se si potenziano le relazioni con il/i centro/i. Uno scambio di valori paritetico che permetta l’accesso della cultura mondiale (economica, scientifica ma anche umanistica ed etica come i diritti universali di uomini, donne, bambini, animali, paesaggio, beni culturali, ecc.) nel locale, il quale, a sua volta, possa proporre altri valori e punti di vista stimolatori del dibattito globale. Cioè uno scambio virtuoso tra centro e periferia per realizzare una società più equilibrata e una autocoscienza collettiva capace anche di rispettare le differenze.
I mezzi per una riqualificazione urbana
Il mezzo più efficace non può che essere il dialogo tra istanze diverse e aumento della conoscenza collettiva. Concretamente per favorire gli scambi di informazioni di qualità, abbiamo bisogno di due elementi fondamentali:
1) la mobilità, la possibilità delle persone di accedere facilmente e velocemente ai centri su cui gravitano risorse, sapere ed economia;
2) le periferie, in senso lato, devono avere una relazione forte con il centro da cui devono poter attingere sapere e risorse e nello stesso tempo promuovere una cultura locale autentica, un valore che i centri globali possano poi esportare.
In questo senso la periferia, in senso non più denigrante, deve tornare a essere trampolino di lancio per le nuove generazioni e non il luogo del confino, una sorta di riserva indiana. L’integrazione non si favorisce costruendo artefatte istituzioni, centri di socializzazione, ecc., ma solo garantendo a tutti, indigeni ed immigrati, la possibilità di sognare un futuro migliore. Motori di un tale obiettivo sono sicuramente le infrastrutture della mobilità, dare a tutti la possibilità di muoversi nello spazio velocemente e non chiudersi in contesti emarginati. Certo sono necessari anche spazi di aggregazione per la cultura e lo sport, ma anch’essi collegati a una rete più grande. La tecnologia in questo senso offre grandi opportunità grazie al libero scambio dei dati. Essa potrebbe dare a tanti l’accesso all’informazione e favorire il confronto con persone che hanno già acquisita una visione più matura e complessa. Tale ricchezza di informazioni dovrebbe essere completata dalla mobilità fisica (metropolitane, treni, aerei), che non è stata superata dalla rete globale, e che anzi, più di ieri, è necessaria per garantire a tutti una autentica conoscenza e convivenza democratica. Affidarsi alla sola rete rischia, e lo sperimentiamo quotidianamente, di chiudersi in recinti fisici (casa, quartiere, gruppo dei simili, ecc.) e ideologici, perdere consapevolezza e conoscenza, innescare conflitti.

Conclusioni

Ho cercato in questa riflessione di trascendere alcune idee che da buon architetto “moderno” ho sempre considerato importanti. Noi architetti abbiamo spesso pensato che quelle parti di città in gran parte residenziali, denominate periferie, devono il successo o l’insuccesso alla qualità urbana e architettonica degli spazi. Purtroppo sappiamo che la città, la storia lo mostra chiaramente, non ha mai avuto effetti sul miglioramento della vita dei suoi cittadini se non quando sono i cittadini stessi a riconoscere in essa il valore. La bellezza delle città è manifesta solo quando la vita che si svolge in essa è capace di valorizzarla. Se pensiamo ai centri storici italiani tale affermazione è evidente, molte delle parti delle città storiche che oggi consideriamo gioielli architettonici nel tempo passato hanno avuto momenti drammatici. La bellezza intrinseca urbana e architettonica in molti casi è latente. È doveroso per ogni architetto ricercarla quando progetta (sia in periferia sia in centro) perché un giorno essa possa essere riconosciuta dai suoi abitanti. Ma la periferia non potrà mai emanciparsi, anche quando progettata con spazi urbani di qualità, se diventa il luogo in cui si concentrano le sole persone disagiate, con buona pace delle politiche sociali e d’inclusione. Una vera politica di emancipazione sociale può avvenire solo con il collegamento spazio/temporale tra periferia e centro. Forse un giorno le periferie, diventate centro, oltre a una crescita dei valori immobiliari, potranno in molti casi valorizzare le potenzialità latenti territoriali e immaginarne la riqualificazione urbana a quel punto voluta fortemente dai suoi abitanti.



(Vincenzo Ariu - 2/8/2018)

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Commento 14731 di vilma torselli del 11/09/2018


Roland Barthes scrive di “un senso cenestetico della città, il quale esige che ogni spazio urbano abbia un centro i cui andare, da cui tornare, un luogo compatto da sognare e in rapporto al quale dirigersi e allontanarsi, in una parola, inventarsi ….. il centro delle nostre città è sempre pieno: luogo contrassegnato, è lì che si raccolgono e si condensano i valori della civiltà: la spiritualità (con le chiese), il potere (con gli uffici), il denaro (con le banche), le merci (con i grandi magazzini), la parola (con le «agorà»: caffè e passeggiate). Andare in centro vuol dire incontrare la ‘verità’ sociale, partecipare alla pienezza superba della ‘realtà’.” Il senso della cenesteticità della città è di origine culturale, viene conservato e trasmesso con l’evoluzione e perpetrato attraverso l'immagine del centro come la parte migliore della città, la più degna di essere tramandata e anche se quanto esterno raccoglie significati che il centro rifiuta o reprime, li riconosce tuttavia come indispensabili all’esistenza stessa di un centro che non avrebbe identità senza le relazioni binarie che lo connettono ai margini. “Il punto centrale del centro-città [………] non è il punto culminante di alcuna attività particolare, ma una specie di "fuoco" vuoto dell’immagine che la collettività si fa del centro. Abbiamo dunque, anche qui, un’immagine in qualche modo vuota che è necessaria per l’organizzazione del resto della città” scrive ancora Barthes.
Oggi, in un mondo in cui lo spazio fisico sta perdendo importanza a favore della mobilità virtuale, forse non è necessario che le periferie si ‘emancipino’ e diventino ‘centro’ per acquisire pregio, ma è necessario che scoprano la loro vocazione di entità priva di preciso significato e al tempo stesso  capace di accoglierli tutti, serbatoio di risorse e di potenzialità impensate che non va necessariamente reintegrato nella logica produttiva e funzionale della città per avere un senso, non un disturbo a cui rimediare o un problema da risolvere, ma una realtà urbana che può fare dei propri difetti un valore.
La periferia come terrain vague, organismo di frontiera e di confine, punto di contatto fra due identità diverse ma non opposte, una sorta di post-metropoli dove si è spontaneamente modificato il rapporto tra urbano e suburbano, non necessariamente a struttura unitaria, omogenea e concentrata ad imitazione di un ipotetico ‘centro’, ma un insieme di luoghi autonomi e singolari, senza ordine gerarchico né con il centro né tra loro.

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Commento 14719 di vilma torselli del 04/08/2018


La nostra cultura occidentale ci impone “un senso cenestetico della città, il quale esige che ogni spazio urbano abbia un centro i cui andare, da cui tornare, un luogo compatto da sognare e in rapporto al quale dirigersi e allontanarsi [.…..] il centro delle nostre città è sempre pieno: luogo contrassegnato, è lì che si raccolgono e si condensano i valori della civiltà: la spiritualità (con le chiese), il potere (con gli uffici), il denaro (con le banche), le merci (con i grandi magazzini), la parola (con le "agorà": caffè e passeggiate). Andare in centro vuol dire incontrare la "verità" sociale, partecipare alla pienezza superba della "realtà".”  (‘L’impero dei segni’, Roland Barthes, 1970)
Il senso della cenesteticità della città è di origine culturale e viene conservato e trasmesso con l’evoluzione e perpetrato attraverso l'immagine del centro come la parte migliore della città, la più degna di essere tramandata, tanto che l’uomo tendenzialmente propende a costruire a somiglianza del costruito rappresentato dal centro, e anche se quanto esterno raccoglie significati che esso rifiuta o reprime, li riconosce tuttavia come indispensabili all’esistenza stessa di un centro che non avrebbe identità senza le relazioni binarie che lo connettono ai margini. “Il punto centrale del centro-città (ogni città possiede un centro) [………] non è il punto culminante di alcuna attività particolare, ma una specie di "fuoco" vuoto dell’immagine che la collettività si fa del centro. Abbiamo dunque, anche qui, un’immagine in qualche modo vuota che è necessaria per l’organizzazione del resto della città”, scrive ancora Barthes.
Questa interazione, in un mondo in cui lo spazio fisico sta perdendo importanza a favore della mobilità virtuale, forse non deve necessariamente essere conflittuale, sta emergendo un modello sociale a vocazione connettiva basato su comunità metaterritoriali slegate da ogni identità collettiva di appartenenza, una 'comunità connessa’ in cui le informazioni si aggregano per le loro funzioni e non le loro posizioni, acquisendo di volta in volta significato dal loro modo d'uso.
L’informazione è per sua natura ‘equidistante’, superando una serie di stereotipi contrapposti quali centro/periferia, prossimità/lontananza, concentrazione/frammentazione, si può provare a considerare le periferie non come luoghi (o non-luoghi) generici e senza identità, ma come luoghi con dinamiche sociali e spaziali specifiche, non necessariamente in rapporto gerarchico o antitetico con il centro città, in grado di veicolare significati autonomi, nuovi, diversi.

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