Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

L'arte facile

di Sandro Lazier - 24/12/2009


L’architetto Giulio Cagnasso mi ha recentemente segnalato un articolo pubblicato sul Giornale di martedì 8 dicembre. L’autore, Luca Beatrice, recensisce “L’uomo artigiano” di Richard Sennett, sociologo che insegna a New York e Londra.
Il testo, secondo l’autore della recensione, prende posizione contro l’arte contemporanea dell’ultimo mezzo secolo nel quale gli artisti hanno smesso di “fare in prima persona”, relegando l’azione a puro concetto, a fatto impersonale interpretabile da cose o persone indifferentemente e in tutto indifferenti.
Dice, in breve, l’articolo in questione:
“Dalle prime avanguardie del novecento l’arte ha corso in un’unica direzione: uscire dall’opera tradizionale, smaterializzarsi dall’oggetto, inserire brandelli di realtà, possibilmente già esistenti, perché in una visione moderna non si può essere schiavi dell’abilità tecnica e manuale.”
“I veri guai sono cominciati dal minimalismo in qua. Secondo i teorici della forma pura, l’arte avrebbe dovuto spogliarsi di qualsivoglia elemento connotativo e narrativo, non rappresentare nulla e rilasciare sole e semplici strutture.”
“I musei d’arte contemporanea ospitano per la maggior parte prodotti di questa tipologia: le dimostrazioni di talento sono dunque bandite e dall’arte all’architettura, dal design all’Ikea, tutto serve a far prevalere la dittatura del minimalismo, dove le cose non devono dire nulla perché non hanno proprio nulla da dire.”

Fatta la diagnosi, ecco la terapia:
“…l’artista è prima di tutto un artigiano cui sta a cuore il lavoro ben fatto di per se stesso… Torna il criterio valutativo delle ore di lavoro, perché i tempi lunghi migliorano e impreziosiscono l’opera finita.”
“Evviva il vecchio ^homo faber^: è lui l’artista nuovo del terzo millennio.”
”Minimalismo, arte povera, concettuale hanno imposto la strategia di un prodotto globalizzato, sempre uguale in ogni angolo della terra; l’International Style ha ucciso l’emozione estetica e il bisogno di contemplazione.”
“…si recupera invece il tipico, la materia del luogo e della tradizione, principale antidoto al brutto indifferenziato.”


Che dire? Lascerei la terapia al suo incauto destino di rincorrere la contemplazione ma, la diagnosi ahimè, seppure semplificata e complice in questo caso di una cura preconcetta, tocca nel vivo una condizione generale dell’arte che non può più essere trascurata con indifferenza. È in questione il rapporto dell’arte contemporanea con la società civile, nel quale la sacrosanta indipendenza dell’espressione artistica, in un mondo privo di pressioni ideologiche, si sta traducendo in puro evento autoreferenziale destinato a pochi addetti; i molti sono esclusi, malgrado una sempre crescente domanda di prodotti artistici, conseguenza della voracità che la crescita economica ritiene necessaria alla sopravvivenza dell’economia di mercato. Un’economia che non si fa scrupolo di accedere a tutte le risorse sociali e culturali, traducendole in merce da vendere ad una clientela sempre più numerosa che, nel migliore dei casi, concepisce l’acquisto dell’arte come un salvagente del proprio denaro. Ciò che importa, quindi, è l’integrità del salvagente indifferentemente dal contenuto; proprietà affidata ai soli strumenti di autotutela del mercato che, sebbene soggetti a dura critica dopo l’ultima crisi finanziaria, nel mondo del mercato d’arte continuano a determinare il valore degli scambi, custodendo al proprio interno gli attori del proprio sistema di potere culturale e finanziario: critici e mercanti, garanti e garantiti.
Sebbene il ruolo della critica sia la determinazione della qualità delle opere – e questo indipendentemente dal loro valore venale – nessuno può negare che l’espressione di un giudizio di valore possa determinare o meno la fortuna di un artista o di un collezionista. E quando ci sono di mezzo i denari, in taluni casi tanti denari facili da realizzare, chi ha la capacità d’isolare il traliccio dell’indipendenza di giudizio dalla scarica elettrica dei cavi d’alto voltaggio della speculazione finanziaria?

La convinzione che “…l’assenza di talento… ha dato la stura a migliaia d’impostori e incapaci…” è sempre più diffusa in persone della società civile che hanno titoli e certificati sufficienti da rivendicare con pieno diritto un posto tra gli artefici del nostro attuale contesto culturale. Capaci di un giudizio autonomo, essi sono poco disposti all’indulgenza verso il valore di un’arte che oggi si può indubbiamente definire facile.
Contesto culturale che consegna all’arte contemporanea un luogo storico diverso da quello che ne ha segnato le fortune durante tutto il novecento. Contesto che pretende una risposta differente da quelle già note, pena la deriva reazionaria del tradizionalismo di cui il testo di Sennet è sintomo e testimonianza.
Personalmente non credo che per guarire un’assenza narrativa occorra per forza rifarsi all’homo faber del rinascimento. Esperienze come quella della transavanguardia, malgrado l’esito teorico deludente - dovuto al compito essenzialmente accessorio d’abbigliare gli anni dell’edonismo di fine secolo, come è stato per tutto il movimento postmoderno - sono prova di tentativi occorsi per richiamare al racconto e alla scrittura gli attori dell’espressione artistica contemporanea.
È indubbio, d’altronde, che il peso etico dell’attuale condizione sociale diverga abbondantemente da quella degli anni cinquanta, ottanta o novanta. Sono cambiati i giudizi di valore e i presupposti in base ai quali questi vengono pronunciati.
Quale senso ha ancora, quindi, la provocazione puramente scenica senza un briciolo di scrittura? Hanno senso tale la cronaca, la banalità e la quotidianità, espresse in modo sterile, da surrogare tutt’ora la poesia?
Una recente teoria del linguaggio ci ha dimostrato che una presenza è raccontata molto meglio da un’orma, da una traccia, che non dalla descrizione puntuale di chi l’ha prodotta. L’orma mette in moto l’intelligenza, l’immaginazione, la poesia, legandola profondamente alla realtà d’un fatto, d’una presenza, senza la necessità della sua pedissequa rappresentazione che non ne coglie né il momento, né la postura, né l’andatura. Per questa ragione l’essenza della vita nella sua completezza è nelle tracce che lasciamo, è la nostra scrittura, senza la quale non esiste testimonianza viva, perché solo la scrittura continua a vivere dopo la nostra scomparsa.
Se l’arte perde la capacità di parlare della e alla realtà contemporanea, continuando a esprimersi con strumenti teorici e concettuali che costringono la scrittura ad un ruolo marginale se non inesistente, fallisce il suo scopo principale e diventa un puro e semplice articolo merceologico, destinato al costoso sollazzo di pochi illusi, curatori di musei compresi.
Nessuno vuole censurare un’arte facile da riprodurre ovunque a basso costo, ripetibile a piacimento e accessibile a chiunque, nel quale l’unico elemento discriminante sia il significato della comunicazione.
Ma quest’arte c’è già ed è la pubblicistica, che vale per l’efficacia mercantile del suo messaggio, criterio ben diverso da quello con cui giudicare l’unicità della scrittura di un quadro, per esempio, di Monet.
Scambiare ruoli e criteri non aiuta la comprensione e favorisce solo le fortune dei personalismi, in barba alla spersonalizzazione dell’arte che ne ha ispirato l’azione.
Vi lascio quindi a quest’invito di fine anno, che coinvolge non solo l’arte figurativa ma l’intero sistema delle arti, architettura compresa: prendiamo le distanze da un minimalismo modaiolo e da un concettualismo facile che hanno portato il design all’omologazione generale e le abitazioni a interpretare inutili atmosfere taciturne distanti anni luce dal frastuono del presente.
Buon 2010 a tutti.

(Sandro Lazier - 24/12/2009)

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Commento 8027 di Nicolò barbisotti del 09/05/2010


Ho comprato un libro di luca beatrice...volevo farmi un'idea più o meno oggettiva di chi fosse. Antithesi mi ha rimandato all' ottimo articolo articolo di Lazier... tutto il resto son seghe mentali che nn rispondono a nulla.... solo bla bla bla bla bla bla bla bla bla
buonanotte

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Commento 7760 di Luigi Nucita del 14/01/2010


Ringrazio Giannino Cusano per il benvenuto e mi scuso per il ritardo di questo intervento, dovuto a problemi personali. In effetti mi sono mosso dalla panchina vedendo che lui latitava :)).
In effetti mi interessava anche ricordare Ragghianti a cui devo molte delle mie sia pur limitate conoscenze e che ritengo sia stato un critico assolutamente rilevante ma poco conosciuto (per altro Zevi lo annoverava tra i suoi maestri).
Ne approfitto per rimettere il mio post...al suo posto, visto che l'ho inserito erroneamente qui invece che su "Architetti, crisi e architettura ".

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Commento 7702 di Renzo marrucci del 31/12/2009


In parole molto semplici : l'artista deve ritrovare se stesso, avere coraggio e rispondere al tempo con un linguaggio vero, non ricostruito da altri o dai mercati che lo stimolano. Manca di autonomia e ne manca sin dalle basi più sensibili della scuola, oggi assai arretrata e falsa... Come se l'artista dovesse affidarsi agli altri per esistere... a chi detiene il potere sociale e culturale... per ogni artista una critico manager che lo guida all'affermazione... come un attore o tanti aspiranti attori alla ricerca di se stessi... Ma che bellezza ! Come se fosse una creatura da proteggere e da accarezzare... una delicata realtà che, senza inserimenti in manovre pseudo culturali, non potesse vivere di vita propria. Innamorarsi o vivere male ? Asservirsi o vivere ai margini... Così l'artista e l'arte non vivono più, non esistono più... se ne perde il valore oppure si trasforma in qualche ovattata condizione di ostaggio pseudo creativo. Così viene strangolata la cultura e la cultura artistica e viene ridotta alla assunzione di mode, mancando la naturalezza e la forza dell' individualità umana. Difficile ma affascinate il tema, basterebbe che una parte ingorda della società non vi ci mettesse i suoi sporchi piedi sopra... oppure per questo... ancora più affascinate il tema e la sfida ?

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Commento 7698 di Giannino Cusano del 31/12/2009


Non c'entra nulla con l'articolo, ma colgo l'occasione per salutare una mia conoscenza "virtuale": Luigi Nucita.

Ciao, Luigi: piacere di vederti qui :)

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Commento 7697 di Vilma Torselli del 30/12/2009


Sandro, immagino tu sappia che non era mia intenzione di sbarazzarmi delle tue parole "con tanta sicurezza e celerità". Certo anche per me la sintesi, obbligatoria in questa sede per non tediare a dismisura sia te che i tuoi lettori, non mi ha evidentemente aiutata ad esprimere a dovere il mio pensiero. Ma sostanzialmente non credo che ci si possa sbarazzare facilmente di un fenomeno (di cultura? di costume? di moda?) così dirompente come il concettualismo, oggi riattualizzato alla luce della progressiva virtualizzazione delle azioni e delle relazioni umane nella società moderna. Mi pare che sia proprio Baudrillard ad affermare che la realtà è morta, uccisa dal virtuale, ed è stato un delitto perfetto.
Certamente ognuno può auspicare ciò che crede, sperare nel ritorno alla scrittura e alla lingua ed affermarne la necessità, questo non vuol dire esprimere un giudizio sulla contemporaneità, ma solo una speranza sui suoi futuri sviluppi.
La citazione che fa di Hopper, per la verità, mi sembra inopportuna, Hopper era talmente minutamente figurativo da essere definito precisionista, tutte le sue idee erano ben visibili nei suoi dipinti, racconti raggelati nelle sue atmosfere sospese, piene, appunto, di tristezza e solitudine, non doveva aggiungere altro, non c'era problema, essendo quanto di più lontano dal concettuale.



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Commento 7696 di flavio Casgnola del 30/12/2009


“Se vedo un carrello della spesa allungato su un tappeto bianco, non m’importa il suo significato perché qualsiasi significato esso abbia è analiticamente solo una realtà fenomenica che mi arriva in forma distorta, una semplice tautologia imbrogliata. M’interessa molto di più com’è costruito il carrello e com’è disposto sul pavimento, perché ci dice molte cose molto più interessanti e coinvolgenti.”
Mervigliosamente vero!
E a proposito che “non è così facile sbarazzarsi del cadavere della realtà”, per continuare a dirla con Baudrillard: "New York suscita lo stupore di un mondo già finito"
Il carrello della spesa giustapposto al tappeto bianco, le torri gemelle, il vuoto da esse lasciato, lo spazio fisico e quello della memoria. La realtà sta in noi e la sua rappresentazione è già di per sè “scritta” se poi chi la descrive usa gli strumenti del linguaggio fisico, metafisico, surreale o virtuale, in fondo poco importa, quello che importa veramente è come lo fà e, se nel farlo si muove in una dimensione che tocca le corde della più profonda sensibilità, allora, forse, produce Arte. Commercializzabile o meno, non ha molta importanza...


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Commento 7695 di Vilma Torselli del 30/12/2009


"…. L’idea in se stessa [……] è un lavoro d’arte tanto quanto un prodotto finito. […] Nell’arte concettuale l’idea o il concetto è l’aspetto più importante del lavoro." ( Sol LeWitt “Paragraphs on Conceptual Art”, da Artforum, 1967)

E' innegabile che questo processo di dematerializzazione, dove la spiegazione dell'opera sostituisce l'opera stessa, abbia prodotto una frattura tra l'arte ed i suoi fruitori e sia responsabile dell’instaurarsi di una incomunicabilità imbarazzante: come scrive Luigi Baldacci nella sua raccolta ’I quadri da vicino’ può oggi accadere che il destinatario del messaggio artistico, il pubblico, sia "assente o sconosciuto al portalettere", poiché l’arte pare essersi arroccata su posizioni aridamente didascaliche, preda di una autoreferenzialità narcisistica dove viene a mancare lo spazio per quel processo identificativo senza il quale la fruizione dell'arte non è possibile.

Tuttavia vorrei ripercorrere l’articolo di Sandro Lazier e fare alcune osservazioni.

Sono d’accordo sul fatto che l’homo faber abbia esaurito il suo tempo ed il suo ruolo lasciando sul suo cammino quelle che Sandro chiama tracce, orme, scrittura ecc. Ma non va dimenticato che le scritture sono necessariamente compatibili con i mezzi di cui si dispone per ‘scrivere’: la pennellata di Leonardo è unica, come la martellata di Michelangelo, l’unico modo per non perderle è quello di conservare il prodotto oggettuale (al Louvre o in San Pietro) e andarcelo a guardare per ‘leggerlo’ e per captarne l’irripetibile aura. Per l’arte concettuale, che non usa pennello e scalpello e beneficia di straordinarie tecnologie avanzate, la procedura non è più questa poiché ricorre ad altri mezzi di registrazione ed archiviazione delle tracce, non ha bisogno dell’oggetto perché si propone di conservare l’idea che sta a monte, della quale la traccia sarà un filmato, un video, un cd, un testo ….. Il concettualismo sospinge ad un riesame radicale della natura dell'arte al di là della visibilità (e quindi della possibile mercificazione) del prodotto artistico e persegue, tra utopia e ribellione (quella che Sandro chiama “provocazione puramente scenica”), l’idea di un’arte-evento che, in quanto essenza concettuale e mentale, non può essere posseduta e venduta.
L’intenzione è quella di indurre una presa di coscienza di ordine intellettuale e mentale verso problemi di ordine sociale, esistenziale, culturale, filosofico.
Non è un’arte facile quella che vuol parlare direttamente al cervello senza la mediazione sensoriale e la seduzione del racconto, non è a basso costo, visto che nessuno può comprarsi le sedie della 'One and Three Chairs' di Kosuth o l’orinatoio di Duchamp, è un’arte difficile che non ha prezzo.

Il rapporto dell’arte con il mercato c’è sempre stato, tutti i grandi del passato, da Raffaello a Michelangelo hanno sempre prodotto i loro capolavori grazie a ricchi mecenati che attraverso le loro opere tramandavano la propria immagine o la storia della loro vita, penso alla Cappella Sistina, che non ci sarebbe se papa Sisto IV non avesse finanziato i lavori. D’altra parte, non c’erano gallerie o musei o mostre-mercato che rendessero redditizio il mestiere dell’artista, bisognava dipendere dai pochi ricchi disponibili, mentre oggi i canali del danaro sono solo più numerosi e diversificati ed il mercato dell’arte più organizzato e strutturato, quindi più perverso.

Spesso i tentativi “per richiamare al racconto e alla scrittura” compiuti da critici ed artisti volenterosi non sono altro che il tentativo di trovarsi uno spazio anche o soprattutto nel mercato grazie a discorsi frusti e già sentiti che possono sembrare nuovi solo in antitesi al concettualismo: la Transavanguardia è proprio un movimento costruito a tavolino grazie all’abilità, la cultura e il potere di un critico giocoliere della parola quale Achille Bonito Oliva che così la definisce " Transavanguardia significa apertura verso l’intenzionale scacco del logocentrismo della cultura occidentale, verso un pragmatismo che restituisce spazio all’istinto dell’opera"
Una dichiarazione di estrema banalità travestita da novità.

Il minimalismo vuol esprimere concetti non necessariamente minimali, ma attraverso il minimo dei mezzi, il che è innegabilmente la scelta più adatta a riflettere il sostanziale minimalismo di ideali, sia quantitativo che qualitativo, nella società contemporanea, in congruità con il concetto che ogni società ha la cultura che si merita. E non si possono prendere le distanze dal suo minimalismo modaiolo come fosse una cosa che non ci riguarda, si può solo impegnarsi per cambiarla, assieme all’arte e all’architettura.

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30/12/2009 - Sandro Lazier risponde a Vilma Torselli

Cara Vilma, ho troppa stima delle tue parole per pensare che tu possa sbarazzarti delle mie con tanta sicurezza e celerità.
Il mio discorso sul linguaggio è sicuramente molto più profondo di quanto le mie modeste doti letterarie hanno saputo esprimere in questo articolo. Per questo ti cito Jean Baudrillard (La scomparsa della realtà): “La critica ideologica e moralistica, ossessionata dal senso e dal contenuto, dalla finalità politica del discorso, non tiene mai conto della scrittura, dell’atto di scrivere, della forza poetica, ironica, allusiva, del linguaggio, del gioco col senso. Non vede che la risoluzione del senso si trova nella forma stessa, nella materialità formale dell’espressione. […] Tutti hanno delle idee, più di quante ne siano necessarie. Ciò che conta è la singolarità poetica dell’analisi, che sola può giustificare chi scrive e non la miserabile oggettività critica delle idee. L’unica soluzione possibile alla contraddizione delle idee sta nell’energia e nella felicità della lingua. “Non dipingo la tristezza e la solitudine – dice Hopper – cerco solo di dipingere la luce su questo muro”. “
Io credo che, per dirla con Baudrillard, per recuperare credibilità e attualità critica si debba inevitabilmente tornare al linguaggio e alla scrittura.
Se vedo un carrello della spesa allungato su un tappeto bianco, non m’importa il suo significato perché qualsiasi significato esso abbia è analiticamente solo una realtà fenomenica che mi arriva in forma distorta, una semplice tautologia imbrogliata. M’interessa molto di più com’è costruito il carrello e com’è disposto sul pavimento, perché ci dice molte cose molto più interessanti e coinvolgenti.
Dissento quindi totalmente dall’affermazione di Sol LeWitt. L’idea rimane un’idea e, come le parole, se inespressa, è niente. La difficoltà teorica della dottrina di LeWitt sta nel fatto che è impossibile qualsiasi evidenza al di fuori della scrittura, opere sue comprese, che quindi cadono in inevitabile contraddizione dal momento che “non è così facile sbarazzarsi del cadavere della realtà”.
Sul mercato dell’arte una precisazione. Ognuno di noi, architetto, ha avuto incarichi dove sono in ballo somme di denaro ben superiori a quelle che potrebbero permetterci l’acquisto d’opere d’arte anche importanti. Ciò detto, nessuno di noi crede d’aver a che fare con dei mecenati ma con persone comuni di questa società, fortunatamente priva di queste figure, seppure meritorie. Se l’arte concettuale deve la sua fama alla contrapposizione con quella “borghese” riservata a pochi privilegiati, perché tirarli in ballo per motivi di bottega finendo nella più grande delle contraddizioni?
Per quanto riguarda la transavanguardia, il vero scacco al logocentrismo dell’occidente è la decostruzione del linguaggio, quindi la scrittura, non il ritorno allo spazio istintivo dell’arte. Con buona pace di Achille Bonito Oliva.

 

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Commento 7690 di renzo marrucci del 29/12/2009


Lessico di derivazione antica e lessico moderno ? E' una questione di lessico? Ma non è una questione sull' avere punti di vista particolari o no! E' questione di capire che cosa è l'arte oggi se cioè sia un mezzo di importanza sociale oppure velleitaria. Se cioè bisogna affidarsi alla testa degli eletti che ti dicono che cosa conta e che cosa non conta nella vita di un uomo... oppure la tendenza è ancora quella di negare ad un uomo il diritto di dire pensare e riconoscere che cosa è una cazzata da quello che invece è cosa seria che contribuisce alla vita degli uomini...
Oggi un artista deve avere capacità individuali ed una forte sincera onestà per vivere...o per morire... per essere un artista come del resto nella storia è sempre accaduto.... E' la mancanza di questo che...

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Commento 7689 di Luigi Nucita del 29/12/2009


Non avendo un pensiero originale mi affido ad un maestro, Carlo Ludovico Ragghianti
“Naturalmente quasi inosservato il volumetto di Tullio de Mauro che ha per titolo Il linguaggio della critica d'arte (Vallecchi Firenze 1965 pp68), e lo esamina sia come linguaggio speciale o uso speciale di lingua, sia nella formazione storica del suo vocabolario, concentrando l'attenzione sulle "radici storiche, complesse e spesso assai profonde, della moderna critica artistica".
(...) l'autore constata che il lessico di derivazione antica è orientato soprattutto verso la definizione di significati denotanti le diverse modalità figurative della loro esteriorità materiale o tecnica (pittura, scultura, architettura, plastica), ovvero denotanti entità elementi o caratteri ritenuti oggettivi (forma, linea, figura, composizione); mentre il lessico moderno "è orientato verso l'individuazione di significati denotanti momenti o qualità della creazione artistica e della comprensione, considerati al di là della diversità di tecniche esecutive (arte, gusto, genio, artistico, espressivo)".
Il lessico riflette cioè "la congiunta scoperta dell'unità delle arti e del primato della personalità creatrice dell'artista" nell'opera compiuta. "Nella conquista di concetti e significati coglienti gli elementi unitari e soggettivi al di là dell'oggettiva diversità delle tecniche esecutive, i motivi platonici hanno probabilmente avuto meno peso di quanto le dispute teoriche rinascimentali potrebbero far credere, come è lecito indurre dall'assenza di loro riflessi sul piano linguistico...Bello per quanto sia parola di grandissima frequenza nel linguaggio corrente, è ai margini del linguaggio critico ...Non bello o bellezza, ma arte, artista, forma sono le parole dominanti nell'uso linguistico della critica d'arte contemporanea: parole che, per i legami di affinità con altre parole delle lingue storiche, per i loro significati anche non estetici, alludono all'arte non in quanto platonica contemplazione o sentimentalistica eccitazione, ma in quanto operatrice e formatrice". (Arti della visione - Il linguaggio artistico 1979 Einaudi)

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Commento 7687 di giannino cusano del 28/12/2009


Auguri a Lazier, a Ferrara e ad Antithesi tutta, commentatori inclusi.:

BUON 2010 (avevo erroneamente scritto 2910, ma, ripensandoci, l'errore era meglio della data corretta)

Ci stiamo precludendo persino la tragica grandiosità del nichilismo. Cosa seria, il nichilismo: qualcosa da distruggere l'additava. Non è solo il trionfo dell'effimero; non è solo la drammatica, progressiva sottrazione di valenza fino a sentire il respiro assurdo della vita senza aggettivi; non è il consumo, che è pur sempre conoscenza. Esserci sembra l'ultima parola d'ordine del non essere eletto a condizione generale: esserci ad ogni costo. A un evento come a un cocktail: c'ero anch'io! E dopo? Dopo il diluvio; venga pure il diluvio, io c'ero comunque, anche se non resterà traccia di ciò che è stato.

Non è l'artigianato, la questione, concordo con Lazier .Anche perché di artisti-faber è pieno il mondo, checché ne pensino e dicano Beatrice e Sennet. Non è più neanche questione di sopravvivenza al disastro, perché nemmeno questo è più concepito come evento. Siamo al dopo_il_nulla, al dopo lo strizzaggio della parola magistralmente incarnato da Beckett. Arte facile = assenza di futuro. Non più "dopo di noi il nulla", ma "noi dopo il nulla". Se tutto è già stato, nulla può più accadere/accaderci.

Si;: bisogna reagire. Pensarci e reagire mentre un nuovo anno arriva...

Buon 2910 :)))

G.C.

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Commento 7684 di renzo marrucci del 26/12/2009


Oggi esiste l'arte in-temporanea o forse sarebbe meglio dire : temporanea... quella che si usa e si affibbia... pensando al valore che avrà (se lo avrà) per convenzione... stabilita dalla magnatocrazia che stipendia critici e ricerche affabulatorie... si possono anche inventare nuove correnti e stabilire batterie di facitori con un attenta organizzazione... e non significa complicare la vita ???
Janni ogni tanto ci coglie... simpaticamente!

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Commento 7679 di Leandro Janni del 25/12/2009


Se l'arte contemporanea è facile, la vita (contemporanea) è complicatissima.

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