Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Zevi, Craxi, prestigio, potere

di Paolo G.L. Ferrara - 4/1/2010


Il gennaio 2000 fu mese di lutti eccellenti: il 9 morì Bruno Zevi, il 19 Bettino Craxi.
Due personaggi di statura internazionale, due personaggi certamente scomodi. O meglio, di comodo allorquando erano all’apice del loro prestigio o del loro potere.
Due uomini politicamente impegnati.
Da giorni si legge di vie, piazze o giardini da intitolare a Craxi a Milano, la “sua” Milano, iniziativa che non fa altro che reiterare polemiche e scontri tra fazioni politiche. Non m’interessa, non entro nel merito. Il nome di una via, piazza, giardino lascia il tempo che trova. Walter Tobagi è stato relegato alla periferia milanese mentre sarebbe stato molto più forte e giusto dedicargli la via in cui fu assassinato, a tutt’oggi sempre di proprietà di Andrea Salaino, allievo di Leonardo che ne coniò il soprannome “salai” -diavolo- per rimarcarne il carattere non tanto quieto, tanto che anch’egli fu ucciso -così come Tobagi- con un colpo alle spalle. Ma Tobagi non ha certo bisogno di una via per essere ricordato. E ciò vale per chiunque.
Torniamo a Zevi e Craxi, entrambi legati a Carlo Rosselli ed al suo “socialismo liberale”, ma in tempi e modi diversi tant'è che si sfiorarono appena.
Zevi: "Quando Bettino Craxi, Claudio Martelli e Rino Formica cominciarono a parlare del liberalsocialismo di Carlo Rosselli, mi precipito alla sezione Salario per iscrivermi al Partito Socialista Italiano. Dico: se c'è una sola possibilità su mille, bisogna rischiare."
Fu così che Zevi aderì al PSI

Tempi e modi diversi che però non lasciarono alcun margine di lavoro comune, nonostante l’entusiasmo iniziale di Zevi che si propose di telegrafare a Craxi quanto segue:
SVOLTA POLITICA DETERMINATA DA GOVERNO A GUIDA SOCIALISTA DEVE RAPPRESENTARSI CULTURALMENTE ANZITUTTO NELLA GESTIONE CREATIVA DEL TERRITORIO DELLE CITTÀ ET DELLA ARCHITETTURA STOP FONDAMENTALI PROBLEMI DA LEGGE SUOLI FABBRICABILI AT RIFORMA UNIVERSITARIA POSSONO FINALMENTE AVVIARSI AT SOLUZIONE STOP OCORRE PERÒ PUNTARE SU QUALITÀ ET CORAGGIO INNOVATIVO NEI GRANDI ET PRINCIPALMENTE NEI PICCOLI IMMEDIATI INTERVENTI EDILIZI STOP VA ABBANDONATA IRRESPONSABILE EVASIONE POST MODERNA ET RESPINTA QUALSIASI TENDENZA NEOACCADEMICA STOP DOBBIAMO COMBATTERE TENTATIVI RESTAURAZIONE PROMOSSI DA COMUNISTI ET COMPAGNI STRADA STOP URGE COINVOLGIMENTO DIRETTO PRESIDENTE CONSIGLIO NEI TEMI CULTURALI ET ARTISTICI TROPPO A LUNGO TRASCURATI DA CLASSE POLITICA ITALIANA STOP INTELLETTUALI ARCHITETTI ET ARTISTI ISCRITTI PSI AUT MILITANTI AREA SOCIALISTA SONO PRONTI PARTECIPARE CON ENTUSIASMO SPERANZE ET RISCHI IMPERSONATI DA PRESIDENZA CRAXI

Dunque, il messaggio di “partecipare con entusiasmo speranze et rischi impersonati da presidenza Craxi” è la presa di posizione di Zevi all’indomani della nomina a Primo Ministro del segretario del PSI, speranza che il socialismo liberale cavalcato dal PSI fosse la reale attuazione in chiave contemporanea del socialismo liberale di Rosselli. E a Craxi si rivolse allorquando volle protestare contro Alberto Benzoni, esponente del PSI che, su “L’Avanti”, equiparò il sionismo al razzismo e al fascismo.

Un messaggio caduto nel vuoto, di cui Zevi si rende conto quasi immediatamente: "Devo riconoscere che la possibilità non c'è, almeno non la trovo. Una politica urbanistica ? Una politica per il piano regolatore di Roma ? Una politica universitaria ? Una politica per le televisioni provate ? Nulla. Ottimi discorsi, ottimi ordini del giorno, zero di fatto.
L'incontro con i radicali avviene sull'università e su Teleroma 56. Ho offerto Teleroma 56 a Formica e Martelli; l'hanno snobbata. I radicali invece ne colgono l'importanza, la potenziano, ne fanno uno strumento di grande rilievo.”


D’altronde, Zevi fu tra i primi ad intuire che le posizioni dei DS e dei Socialisti non potevano conciliarsi sotto le idee di Carlo Rosselli e si schierò apertamente contro l’atteggiamento di Veltroni durante il convegno”Socialismo e libertà-Ricordando Carlo Rosselli”, del febbraio 1999. Un convegno che mirava altresì a rivalutare la figura di Craxi post tangentopoli dandogli meriti precisi sulla questione della “scala mobile”, nonostante nel 1984 l’accordo PSI- Uil- Cisl diede vita alla prima vera spaccatura tra i sindacati, con la Cgl che si rifiutò di firmare quello che è conosciuto come “accordo di S.Valentino”.
Veltroni tenta di mettere sotto lo stesso tetto (DS) le comuni idee che condividevano con Rosselli, ma Zevi non ci sta: "Quella figura non vi appartiene, lo avete sistematicamente dileggiato, per voi il suo pensiero era piccolo - borghese e quasi fascista, "l' Unita' " lo chiamava professorino".
La lotta politica di Zevi bandisce qualsivoglia revisionismo di convenienza poiché sa bene che ciò comporterebbe l’impoverimento degli ideali di Rosselli a discapito di ideologie che, per quanto si tenti di non fare apparire tali, restano la base di chi comunista è stato.

Craxi navigava il Transatlantico da esperto ammiraglio che sa bene che la rotta intrapresa non è detto che porti alla meta promessa. Zevi -come ci dice Violante-“osservava l’aula di Montecitorio come un biologo osserva attraverso il microscopio i vetrini dei suoi batteri cercando di capirne le leggi che ne regolano il movimento, gli spostamenti, la crescita”.
Zevi ha sempre "vissuto" la politica poiché non aveva alcun dubbio sul ruolo fondamentale che essa aveva per la vitalità e per la propulsione di un Paese che fosse realmente democratico e che introiettasse tale status nelle sue stesse istituzioni. Valga per tutte la protesta contro l’ università quale "corporazione chiusa e burocratizzata, che non produce cultura”.

Alla fine, ciò che accomuna Craxi e Zevi sono semplicemente lo stesso mese e lo stesso anno di morte, a dieci giorni di distanza.
Dunque, a dieci anni di distanza che cosa si deve celebrare, commemorare, intitolare ai due?
Penso proprio che non si debba commemorare nulla, né celebrare nulla.
Zevi ha lottato sempre per la libertà a 360° e per tale lotta ha acquisito prestigio. Una libertà che egli sapeva essere al servizio di tutti.
Craxi ha lottato per la propria libertà: “la mia libertà equivale alla mia vita, nessuno mi può toccare, se mi tocca io muoio”, una libertà che egli credeva direttamente proporzionale al suo potere di uomo politico.
Ma si sa: il prestigio nasce poco a poco e, essendo conquistato per ciò che si dà , una volta acquisito, non ha bisogno di commemorazioni, di lapidi, di celebrazioni. E’ prerogativa di uomini che combattono pressoché da soli le battaglie in cui credono e che non sono mai finalizzate all’acquisizione del potere. Il prestigio è sempre vivo ed è fonte a cui attingere.
Viceversa, il potere non può fare a meno del consenso di chi ci circonda, di chi ci identifica come il mezzo attraverso il quale noi stessi possiamo trarre dei vantaggi personali. Craxi fu uomo di potere e lo fu a tal punto che venne rinnegato da chi gli scodinzolava intorno prima di tangentopoli. Gli uomini di potere, una volta perso questo, restano soli, in attesa di una rivalutazione o riabilitazione che, francamente, lascia il tempo che trova: meriti e demeriti fanno parte della storia di ogni uomo e non ha alcun senso esaltare gli uni o accanirsi sugli altri. Dunque, che a Craxi sia pure intitolata una via, un parco, o una città purché non diventi atto di purificazione né per Craxi stesso né, soprattutto, per chi lo abbandonò al suo destino fuggendo dal baratro per salvare il proprio sedere.
Zevi ha già la sua bella scalinata a Valle Giulia.
Craxi, di “via”, ne ha un bel po’: ''Via Bettino Craxi, 00038 Valmontone Roma, Lazio; via Bettino Craxi, 71100 Foggia, Puglia; via Bettino Craxi, 73100 Lecce, Puglia; Via Bettino Craxi, 73020 Botrugno Lecce, Puglia; Via Bettino Craxi, 87040 Marano Marchesato Cosenza, Calabria; Via Bettino Craxi, 87029 Scalea Cosenza, Calabria; Piazza Bettino Craxi, 58100 Grosseto, Toscana''.

In fondo, pur non avendo fatto nulla di eclatante, anche io ho una città e infinite vie o piazze che portano il mio cognome. Va beh… manca il nome, ma è un piccolo dettaglio.
Zevi e Craxi, due uomini diversamente politicamente impegnati. Morti nel gennaio 2000 ma ancora diversamente vivi.


(Paolo G.L. Ferrara - 4/1/2010)

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Commento 7730 di giannino cusano del 07/01/2010


Caro Marrucci,
la VIS polemica che ti contraddistingue inizia a farmi apprezzare l'AVIS ;)))
Con simpatia,
G.C.

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Commento 7729 di Leandro Janni del 07/01/2010


Caro Marrucci,
sai come si dice in Sicilia: "MEGLIO SOLI CHE MALE ACCOMPAGNATI".
Cordiali saluti, L. J.

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Commento 7726 di Antonino Saggio del 06/01/2010


Il commento di Giannino Cusano è molto condivisibile e mi spinge ad essere ancora più chiaro.
Ho legato alla guerra, senza ricordare letture e frequentazioni crociane e con il caro amcico Zangrandi, perchè la crisi in quel momento era naturalmente fortissima!

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Commento 7725 di Renzo marrucci del 06/01/2010


Concordo sul " diversamente vivi " e anzi non vedo nenche tanto di buon occhio l'accostamento in verità... Zevi è un'altra cosa.
Le lotte che Zevi ha rilevato e propugnato coincidono con il miglior momento del movimento radicale che poi non ha saputo far tesoro "neanche" di questo apporto vero autentico e che definirei fondamen tale per il rinnovamento della nostra società.
Che dire di Bruno Zevi... sono disposto a passar sopra agli errori proprio per il coraggio con cui si è sempre esposto sui temi che ancora oggi sono pressochè insoluti, direi aggravati! e proprio perchè battutti da tutti gli altri che sono venuti dopo di lui con pavida rassegnazione e silenzioso squaliido interesse personale... quindi che volete ? Che cosa desiderate ? Se le strade per Craxi si cominciano a contare come le conta Ferrara allora vuol dire che la storia si copre sempre di comportamenti ambigui che poi tocca a qualcuno di recuperare con il malcontento dei residui...
La vita è quello che è e se il "bastone" rimane bloccato nella corrente non ci rimane altro che fischiare...
Divertente il commentino di Janni che rileva l'aspetto irritante dei due uomini diversamente rilevanti ... ma che dire... Janni è simpaticamente intriso del suo regno ... ma di una Sicilia sola però...

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Commento 7723 di Leandro Janni del 06/01/2010


In effetti c'è, o meglio, c'era qualcosa che accomunava Bruno Zevi e Bettino Craxi : una comunicazione "irritante". Dunque, assai efficace.

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Commento 7718 di giannino cusano del 05/01/2010


Ottimo commento, quello di Saggio; come il meritorio pezzo di Ferrara. Sul primo, mi sembra opportuna una piccolissima integrazione. E non per amore di filologia.

Scrive Saggio:
«Credo che la relazione interessante che Zevi ebbe con la politica fosse, naturalmente di natura culturale. (se non direttamente "estetica"). Bisogna cercare di esprimersi anche in quel campo, in particolare nei momenti di crisi.Una lezione che lui aveva appreso durante la guerra.»

Giustissimo. Non vorrei sbagliare, però, ma mi pare di ricordare che Zevi ascrivesse l'insorgere della formazione antifascista, già nella primissima ora, segnatamente allo studio dell'Estetica crociana, quando in "Zevi su Zevi" risponde ad Alicata, suo ex compagno di Liceo, contestandogli che la lettura delle due storie (d'Italia e d'Europa) e di altri scritti politici del filosofo italiano incentivassero quella presa di coscienza. Aggiunge, "perché molti ancora non lo capiscono", che rivendicare l'arte per l'arte comportava già di suo la lotta contro la pseudo-cultura fascista., sempre pronta a strumentalizzare la creatività a fini retorici. E prosegue (ho appena riaperto "Zevi su Zevi") "sganciare l'arte dal contesto della dittatura significava passare a una posizione critica destinata a estendersi anche sul terreno civile. La lettura delle due "storie" fu una conseguenza, non la causa della nostra rivolta, che si manifestò inizialmente proprio a livello letterario e figurativo".

Lo sfondo dell'opposizione, intendo dire, era in gran fermento culturale e specialmente est-etico già da quando era uscito non solo (1925: Zevi aveva 7 anni) il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce e prosperarono anche durante tutto il Regime i suoi scritti polemici su "La Critica", per es., contro la figura dell'artista "puro" e avulso dal mondo, ridotto così a caricatura, ma anche quelli di Venturi, Argan, Piero Maria Bardi, Edoardo Persico...

Forse Zevi maturò la lezione durante la guerra, ma certo rimeditando quella temperie che richiamare mi pareva importante. E attuale, perché anche oggi dovremmo saper riconoscere le forti alternative est-etiche e non dovremmo mai perderle di vista, per non distrarci o dimenticare più di tanto :)

G.C.

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Commento 7717 di antonino saggio del 05/01/2010


L'articolo, naturalmente mi ha molto interessato. Su Craxi, uno dei principali acceleratori dell'attuale sistema italiano, si ricordi il famoso decreto che salvo le televisioni di Berlusconi ad esempio, non ho altro da dire. Come si evince chiaramente dall'articolo, Bruno Zevi credette in Craxi, in una breve fase, e poi si ricredette. Aderì con entusiasmo al patito radicale e ricordo che in una fase poneva nelle sue lettere il timbro del Partito d'azione, che si era tentato di far rinascere. Credo che la relazione interessante che Zevi ebbe con la politica fosse, naturalmente di natura culturale. (se non direttamente "estetica"). Bisogna cercare di esprimersi anche in quel campo, in particolare nei momenti di crisi. Una lezione che lui aveva appreso durante la guerra. Troppo spesso lo abbiamo un poco tutti dimenticato. Vi è una fierezza nel sostenere le proprie idee con chiarezza, vi è una bellezza nel dire NO! questo è qualcosa che io ricordo e che si deve ammirare e che in qualcuno si tramanda, con tutti i rischi e gli ostracismi del caso. Paolo, ad esempio: grazie per avere investito il tuo tempo e la tua energia e nell'aver scritto questo articolo.

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Commento 7716 di Flavio Casgnola del 05/01/2010


Dalla copertina: "Il 9 gennaio 2010 muore Bruno Zevi".
L'omaggio a Zevi ed il suo insegnamento, speriamo vadano ben oltre i...dieci anni di vita regalati.
Per la serie: di quando un refuso può far riflettere.

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Commento 7715 di maurizio de caro del 05/01/2010


carissimo Paolo,il tuo editoriale di oggi mi ha stupito positivamente perchè non conoscevo il Ferrara politologo.
Hai scritto un saggio breve sui complessi rapporti tra politica e cultura
Hai descritto un periodo storico e una dialettica tra uomini scomodi in maniera chiara,coraggiosa senza dover necessariamente entrare in una tifoseria(Craxi era un ladro)o peggio in una confraternita per la beatificazione(Craxi santo subito).
Finalmente un architetto che non parla di politica solo per scagliare giudizi finalizzati al proprio tornaconto,ma cerca di capire, e ci coinvolge nell'approfondimento analitico della deriva socialista, molto più importante delle battaglie faziose sulla toponomastica.
Il tentativo di sciacallaggio Vetroniano del pianeta socialista e azionista, smascherato puntualmente da Zevi, ci illumina su quanto accaduto negli anni successivi al 2000 tra i compagni smemorati.
La storia la scrivono i vincitori e "nel paese della menzogna la verità è una malattia"(Rodari)
che dire, continua così perchè ti leggerò sempre con piacere
un abbraccio
maurizio


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Commento 7714 di giannino cusano del 05/01/2010


L'è dura, caro Fferrara: l'è dura! I nodi lucidamente additati da Zevi sono ancora lì, tali e quali. Ingigantiti, spesso incancreniti da far paura e da richiedere, se ancora basta, la scure (altro che politica "riformista" del carciofo di rutelliana memoria!) o le radiazioni al plutonio.

Scuola, università e università televisiva decentrata; pianificazione creativa di città e territori -e spero non mi si venga di nuovo, da parte di qualche zelante commentatore, ad attribuire ascendenti non miei, come Lenin e Stalin, salvo poi lamentarsi se declino la mia vera genealogia :)))- ; responsabilità e coinvolgimento delle cariche più alte della vita repubblicana, a partire dal Presidente del Consiglio, contro ogni agnosticismo evasivo e contro il perenne emergenzialismo; soprattutto, "critica operativa": «Una politica urbanistica ? Una politica per il piano regolatore di Roma ? Una politica universitaria ? Una politica per le televisioni provate ? Nulla. Ottimi discorsi, ottimi ordini del giorno, zero di fatto.»

A che punto siamo? I problemi vanno risolvendosi o è semplicemente che semplificandoli nelle nostre teste ci pare che si vadano sciogliendo, mentre in realtà abbiamo solo abbassato terribilmente la guardia e il tiro, ci accontentiamo e tutto pare andar bene? Ci adattiamo e sopravviviamo. E se uno rilancia, volentieri lo si passa per pazzo visionario.

Credo che siamo talmente condizionati da millenni di forsennato pro-creazionismo, per evidenti ed inerti ragioni di sopravvivenza della specie, che anche oggi che occorrerebbe il contrario l'idea dei grandi numeri continua ad affascinarci come una chimera suicida: non far parte di una "massa" o di una qualsiasi tifoseria ci terrorizza tuttora. Ancor più forsennato chi osa avere idee proprie: il riflesso che scatta è quello dello sganciato dai grandi numeri; del disadatto che non sopravviverà. Mentre è l'unico adattamento possibile, oggi come oggi.

Ma, appunto, idee, non personali idiosincrasie spacciate per tali. Idee che affrontino nodi reali e additino vie d'uscita rischiose e di persona.

Zevi rischiava ogni giorno. E oggi? Tutti "in massa", in cerca di facili polizze contro le incertezze della vita, meritoriamente sputtanate dalla crisi finanziaria. Così. all'ammasso, quanta voglia di rischiare per le poche cose che contano resta in giro?

G.C.


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